ILVA: il cancro e la cura

da Democrazia Atea 15 agosto 2012 dc:

ILVA: il cancro e la cura

Da circa 20 anni lo Stato ignora i dati resi noti dall’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità – i quali denunciano cifre inquietanti sulle morti per cancro da inquinamento. Gli operai dell’ILVA sanno da sempre che in quegli stabilimenti il prezzo per lavorare è quello di accettare l’eventualità di una cancro, ed accettano con rassegnazione il loro destino.

Una classe operaia così poco politicizzata, così ammansita, così succube e incapace di organizzarsi per difendere la propria salute e quella dei propri figli è un autentico miracolo liberista. E quando si parla di miracoli spunta la Curia di Taranto. Quello stabilimento fu inaugurato da un dittatore vaticano, Paolo VI, cui fu intitolato anche un quartiere di operai che non è distante da un altro quartiere popolare, Tamburi, sorto accanto agli stabilimenti.

Quei quartieri non si sono mai distinti per aver aperto sedi di partito e di organizzazioni sindacali in grado di formare una classe operaia emancipata. Quei quartieri piuttosto pullulano di oratori e di sedi di associazioni cattoliche, per intenderci quelle che fanno del volontariato la loro bandiera, un volontariato inteso ed attuato come negazione del diritto e della dignità ma anche come occasione per lavarsi le coscienze.

I partiti e i sindacati sono stati assenti, non hanno investito nel promuovere campagne di sensibilizzazione e di attivismo politico.

Oggi Monti su quello stabilimento si inventa un conflitto con la magistratura, colpevole di aver bloccato la somministrazione di morte. Con stile intimidatorio si mandano ispettori per indagare sull’operato del magistrato ben sapendo che nel nostro sistema democratico la correttezza di un provvedimento giudiziario può essere esaminata da un magistrato superiore e non da un ispettore al guinzaglio del potere politico. E mentre si consuma lo scontro istituzionale, il vescovo di Taranto si è già messo in moto per cavalcare l’onda della difesa degli operai, perché una occasione di protagonismo di così estesa visibilità sarà difficile che si ripeta.

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea
http://www.democrazia-atea.it

Anche oggi il buon Dio ha imperversato

22 Ottobre 2008 dc

Anche oggi il buon Dio ha imperversato

In questi giorni stadistribuendo a man bassa i segni della sua “infinita” bontà. Prima un disastroso ciclone colpisce la Birmania causando migliaia di morti; per di più quelli hanno già sul gobbo una dittatura mica da ridere… Ma si sa, le disgrazie non vengono mai sole, dopotutto Dio predilige i poveri.

Ora un violento terremoto colpisce la Cina con la sua scia di distruzione e morte.

Ma come, direbbe qualcuno, un ateo come te che si mette ad incolpare dio? Sarebbe come ammetterne l’esistenza, sia pure negandone l’attributo della sua infinita bontà.
Piano! Per arrivare al generale voglio appunto partire dal particolare. Il punto che mi interessa smontare è quello della divina provvidenza, e da qui siamo già al cuore del problema.

Quando qualcuno ha conseguito un obiettivo inaspettato o è uscito da una situazione difficile sento spesso dire: grazie a Dio… ce lho fatta. Oppure dopo un incidente: potevo rimanerci secco ma per un miracolo mi sono salvato. Nel primo caso niente da dire. Quando le cose vanno bene si canta, si fischietta, e perché no, si ringrazia anche Dio. Ce n’è per tutti. Ci si sente generosi perché felici. Il secondo caso mi crea già qualche difficoltà: le cose non sono andate dunque tutte a catafascio, ma al momento dell’incidente dov’era Dio, se dovevo salvarmi non poteva evitarmi la seccatura del coma o di un letto di ospedale? Mi si risponderà che è una domanda ingenua e che Dio non è “esclusivamente” al mio servizio. Ma allo stesso modo allora, se non gli si deve atribuire il demerito per il mio incidente, è altrettanto arbitrario attribuirgli il merito delle cose andate a buon fine. A parte poi il fatto non trascurabile che, se fosse presupposta l’onniscienza di Dio, le nostre preghiere per ottenere qualsiasi beneficio sarebbero vane perché tutto ormai è stabilito.

Ma c’è di peggio: quante sono le preghiere non esaudite, malati che non guariscono, miracoli implorati che non avvengono, sciagure impreviste come morti premature, perdite di persone care? E se poi ci mettiamo le calamità naturali, le malformazioni, le guerre… A volte mi sembra di vedere una folla di poveracci che si affolla attorno a un padrone e lo tira per la giacca cercando di strappargli un favore, o il deportato ad Auschwitz che pregava perché non fosse lui ma un altro ad essere scelto per lo sterminio. Come se il male cominciasse e finisse con noi. Il poco bene ricevuto fa innalzare le lodi a Dio, il resto sono misteri. Piani insondabili della divinità che passano sopra le nostre teste. Guai a chi ci capita sotto.

“Non si muove foglia che Dio non voglia”, recita il vecchio detto popolare. Ma se invece della “foglia” è un alluvione a muoversi dovremo allora ringraziare la Provvidenza per questo “regalo”?
Ci si stupisce della bellezza dei tramonti, del cielo stellato, di certi scorci panoramici, dei prodotti dell’ingegno umano, ma la natura non è solo questo: ci sono le carestie, le calamità naturali, le malattie, le malformazioni congenite.

E qui veniamo al punto. Non possiamo attribuire alla Provvidenza le prime senza addebitargli anche le seconde. Ma un Dio che permette le sciagure e che tollera gli atti più nefandi perfino da parte dei suoi stessi fedeli non è certo così adorabile. Ma per togliere questo “scandalo” è più facile concludere che un siffatto Ente, che distribuisce favori e sciagure a suo beneplacito, non esiste. Sono le ristrettezze della vita, la concorrenza delle specie, la virulenza dei nostri conflitti che ce lo fanno inventare. E allora, come scriveva il Leopardi nella sua poesia La ginestra, è meglio considerarci tutti sulla stessa barca e aiutarci un po’ per ciascuno a tirare i remi e a rattopparla dove più fa acqua.

Sestante