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Il resto di niente

da Democrazia Atea il 23 Febbraio 2015 dc:

Il resto di niente

Le critiche di Landini a Renzi non sono passate inosservate.

Ma Renzi non è in grado di replicare nel merito e allora attacca Landini sul fatto che tra Marchionne e la Fiom, ha vinto Marchionne, e lo fa con un sarcasmo davvero squallido.

Se fosse stato un uomo di sinistra, avrebbe valutato la difficoltà di Landini verso Marchionne con cosciente amarezza.

Ma Renzi è un uomo di destra, privo di sensibilità costituzionale, e in tema di giustizia sociale il massimo che può fare è farsi scrivere da qualcuno un twitter sul proprio iPhone.

Renzi sta con naturalezza dalla parte del “padrone”.

Di certo Landini è approdato al sindacato provenendo dal mondo del lavoro, mentre Renzi è approdato alla politica provenendo dalla “Ruota della Fortuna” di Mike Buongiorno.

Landini ha una formazione politica che lo porta a stare sempre dalla parte dei lavoratori.

Renzi ha la spregiudicatezza di chi lotta solo per se stesso.

In questa partita di involuzione sociale ci si mette anche Debora Serracchiani, la quale ha rilasciato dichiarazioni preoccupanti circa il suo stato confusionale.

Ha detto che la riforma del Jobs Act è stata varata dal Governo e non si è resa conto che il Governo ha soltanto messo la firma su una proposta confezionata da Confindustria.

La Serracchiani si è spinta oltre e ha detto che quella del Jobs Act è una riforma “di sinistra”.

Siccome non risulta che abbia un deficit cognitivo o che abbia una patologia di dissociazione psichiatrica, la Serracchiani è sicuramente in malafede.

Anche lei fa parte di quella nutrita schiera di destrorsi che ritengono di essere di sinistra solo perché si sono iscritti al Partito Socialista Europeo.

L’unica sinistra presente oggi in Parlamento è SEL, un partito cattolico e privo di sensibilità sulle tematiche della laicità, incapace di rinnovare la propria segreteria anche dopo le imbarazzanti telefonate del suo Segretario ai proprietari dell’ILVA, e che non si fa scrupolo di coalizzarsi con un partito di destra, il PD, sia nelle elezioni politiche che nelle elezioni amministrative.

Benedetto Croce è stata forse l’ultima espressione della destra italiana antifascista.

Dopo di lui tutti i partiti italiani di destra sono stati fascisti.

Con il PD torna in Parlamento, dopo molti lustri, un partito di destra antifascista, lontano dalla ideologia liberale di Croce, ma comunque antifascista.

Purtroppo è una magra consolazione, e per dirla con le parole di Striano, è “il resto che si deve al niente”.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

 

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A mai più (Fiat)

da Democrazia Atea 18 Giugno 2014 dc:

A mai più

Abbiamo pagato l’incapacità della Fiat per oltre trenta anni e ora che sono terminati gli aiuti di Stato il manager dei manager pensa bene di traslocare.

Ci lasciano la ricchezza di un vocabolario coniato per dare assistenza ad una famiglia di imprenditori incapaci: cassa integrazione, prepensionamenti, rottamazioni, indennità di mobilità, incentivi per investimenti nel Mezzogiorno.

Qualche sindacato ha calcolato in circa 220.000 miliardi di vecchie lire gli aiuti di Stato erogati negli ultimi trenta anni, e circa 220.000 sono stati i lavoratori licenziati nello stesso periodo.

Singolare che per ogni miliardo speso ci sia stato un lavoratore licenziato.

Nessun Governo si è mai sottratto quando la Fiat ha chiesto di essere sostenuta.

Chissà quante grasse risate in quei Consigli di Amministrazione per i cedimenti della classe politica di fronte alle loro esose richieste sempre puntualmente accolte.

E ciò nonostante hanno sfrontatamente trasferito le produzioni all’estero permettendosi il lusso di erodere le tutele dei lavoratori rimasti.

La sede assistenziale in Italia ha smesso di essere appetibile, e dunque la Fiat trasferisce la sede legale in Olanda e la sede fiscale nel Regno Unito.

L’uscita di scena di certa imprenditoria assistita dal contesto industriale italiano potrà costituire una opportunità solo se ciascuno di loro si munirà di un biglietto di sola andata.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

http://www.democrazia-atea.it

La Fiat, le ristrutturazioni monopoliste e l’unità della classe operaia

La Fiat, le ristrutturazioni monopoliste e l’unità della classe operaia. 28 gennaio 2014 dc

Democrazia Atea non accoglie con favore la nomina di Mario Monti

Dal gruppo Democrazia Atea di Facebook, intervento del 14 Novembre 2011 dc:

Democrazia Atea non accoglie con favore la nomina di Mario Monti

di Carla Corsetti, segretaria nazionale

Lo squallore del predecessore ha offuscato un giudizio obiettivo su Monti, un uomo che all’etica dei diritti umani e dei diritti costituzionali antepone i privilegi bancari e finanziari, senza tralasciare quelli vaticani.

Ha avuto il coraggio di elogiare la Gelmini per le riforme con le quali ha distrutto la scuola pubblica, in assoluta antitesi rispetto alle finalità costituzionali.

Ha elogiato Marchionne ovvero colui che si è fatto beffa dei diritti costituzionali delle classi lavoratrici.

Monti incarna il potere economico che non accetta più di essere rappresentato dal potere politico, ma si fa esso stesso potere politico in una commistione subdolamente antidemocratica.

Il nuovo governo mistificherà la parola “privilegio” e mediaticamente indurrà il popolo ad associare questo termine ai diritti acquisiti in tema di pensioni e di diritti sociali.

Il mantenimento dello Stato extracomunitario del Vaticano, a causa del suo cattolicesimo politico, resterà intatto.

Con Mario Draghi alla BCE e con Mario Monti in Italia gli speculatori finanziari internazionali avranno corsie preferenziali per rapinare le nostre ricchezze, privatizzando ciò che ancora non è stato privatizzato e acquisendo il controllo diretto delle banche italiane.

Monti è un uomo della Goldman Sachs, della Commissione Trilaterale, del Bilderberg, luoghi dove si consuma il disprezzo dell’umanità.

Mario Monti ha una idea della democrazia discutibile e pericolosa, ma se è riuscito ad essere incaricato per la Presidenza del Consiglio non ha fatto tutto da solo, deve il suo incarico alla inqualificabile pochezza dei nostri politici, beoti e conniventi.

Quanto costa la Fiat al Pd

da Il Fatto Quotidiano di martedì 25 gennaio 2011 dc

Quanto costa la Fiat al Pd

di Alberto Burgio

Sul referendum di Marchionne si possono dire molte cose. Il diktat del Lingotto è anticostituzionale perché conculca il diritto di sciopero, il diritto a una retribuzione equa e sufficiente, quello al riposo settimanale nonché il diritto delle lavoratrici a tempi di lavoro compatibili con le esigenze della famiglia. Si scrive la parola fine alla contrattazione e al sindacato autonomo dall’impresa. Quanto a democrazia, è stato un bel giochetto chiamare gli impiegati e i capi (che il cosiddetto accordo di Mirafiori non penalizza) a decidere per gli operai. Qui però interessa un’altra questione: che cosa   può avere indotto il Pd (che dovrebbe cercare il proprio consenso tra chi vive di salario e di stipendio) a sostenere le scelte di Marchionne?

VENT’ANNI fa i gruppi dirigenti post-comunisti abbandonarono l’idea (allora maggioritaria nel movimento operaio) che la società si riproduca in forza del conflitto tra il capitale e il lavoro. E fecero propria la cultura concertativa, propria della tradizione cattolica. Con ogni probabilità ciò avvenne perché tra il 1989 e il 1991 la lotta della classe operaia parve subire una sconfitta tombale. La rivoluzione neo-liberista di Reagan e Thatcher era riuscita a consacrare la tesi secondo cui non c’è niente di   più moderno che fare della società un ridotto del mercato. Ebbe quindi la meglio quell’“ansia di non perdere il treno della Storia” che Arendt scorge alla base del conformismo e della rinuncia a giudicare criticamente. Ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Ci si dovrebbe finalmente domandare se le “innovazioni” introdotte (le privatizzazioni   , la precarietà del lavoro, la fine dell’intervento pubblico) abbiano prodotto i risultati attesi. Chiedersi se il lavoro dipendente stia meglio o peggio in termini di retribuzioni, tutele e prospettive di vita.

Chiedersi in particolare in che misura i lavoratori italiani si siano giovati della polarizzazione sociale per cui – restando al Lingotto – Marchionne guadagna quanto 450 operai e uno stipendio venti volte superiore a quello dell’ingegner Valletta. Perché ce lo si deve chiedere? Perché serve a chiarirsi le idee intorno all’altro motivo che può aver spinto i dirigenti del Pd (salvo rarissime eccezioni) tra le braccia dell’Ad della Fiat. È possibile   che abbandonare l’idea e la pratica del conflitto di lavoro sia parso conveniente per conquistare il governo del Paese, un traguardo sempre sfuggito al Pci a dispetto delle sue ragguardevoli dimensioni. Ma se non da Palazzo Chigi, il Pci governava comunque dall’opposizione. Lo Statuto dei lavoratori è un simbolo di questa influenza, riconosciuta anche da chi parla criticamente di “consociativismo”.

Al contrario, negli ultimi quindici anni il centrosinistra ha guidato il Paese per due legislature su quattro, ma che prezzo ha imposto al Paese la rinuncia alla difesa intransigente del lavoro dipendente? E che consistenza ha il consenso ottenuto dal Pd e dai partiti che gli hanno dato vita?   Ancora nel 1987 il Pci valeva da solo il 26,6 per cento dei voti, più di quanto prenderebbe oggi il Pd. Il quale, nato appena tre anni fa dalle ceneri dei due maggiori partiti della Prima Repubblica, ha già perso circa un terzo della propria forza elettorale, a vantaggio di una destra sempre più forte e aggressiva. Non è improbabile che questa inarrestabile emorragia di consensi abbia qualcosa a che vedere con l’“equidistanza” dal lavoro e dall’impresa praticata dal gruppo dirigente democratico (oltre che con la comprovata propensione a non disturbare lo specialista in bunga-bunga).

CHI VUOLE davvero che il Paese cambi rotta dovrebbe meditare sulle due lezioni di Mirafiori. La prima ricorda che le tute blu esistono ancora, con buona pace dei teorici del post-industriale che ci affliggono da trent’anni. La seconda lezione riguarda il valore simbolico delle lotte operaie. Se è vero che in esse risuonano la rabbia e la frustrazione di tutto il mondo del lavoro, non basta deprecare la scelta del Pd di schierarsi dalla parte della Fiat. Bisogna porvi rimedio, fornendo alle lotte del lavoro   il sostegno politico che oggi ancora manca. I lavoratori di questo Paese devono poter contare su un efficace scudo politico quando i diritti e la loro stessa dignità sono sotto attacco.

Rivoluzionari e conservatori

In e-mail il 5 Gennaio 2011 dc:

Rivoluzionari e conservatori

di Lucio Garofalo

Non è lontano il tempo in cui i giovani erano accusati di essere frivoli e disimpegnati politicamente. Ora che iniziano a mobilitarsi e a battersi per i propri diritti e per ottenere un futuro dignitoso, sono temuti e stigmatizzati  addirittura quali “terroristi” e “potenziali assassini”. Come si fa a giustificare una simile discordanza di valutazioni?

E’ evidente il disorientamento e l’incapacità di cogliere la reale natura di un fenomeno che in molti temevano, una sollevazione generazionale che finora ha raggiunto il suo culmine nelle agitazioni e nei tumulti di massa del 14 dicembre, lo spauracchio di una rivolta sociale contro la dannazione del precariato che incombe sull’avvenire dei giovani. E come si può biasimare chi tenta di rigettare la condanna ad un simile destino?

Le iniziative studentesche suscitano alcune riflessioni, utili in una prospettiva di espansione e di maturazione del movimento nell’anno appena iniziato. Sgombriamo subito il campo dagli stereotipi che tentano di ridurre in modo semplicistico e superficiale la rabbia giovanile esplosa in forma spontanea, come è accaduto in Grecia, in Inghilterra e nel resto d’Europa. Tali mistificazioni sono diffuse ad arte dalla stampa di regime che non ha perso l’occasione per scatenare una furibonda canea sulla presunta identità tra studenti e violenza, formulando l’equazione: manifestanti = terroristi.

Le proteste di piazza hanno lanciato un segnale di vera opposizione sociale e di massa rispetto alla crisi e alle politiche antipopolari e ciò è senza dubbio positivo. In questa fase occorre sostenere la ribellione di questa generazione e respingere con fermezza le campagne repressive e i tentativi di criminalizzazione contro un movimento che ha deciso di sfidare il palazzo di un potere corrotto e delegittimato, capace solo di inciuci e totalmente incapace di programmare un futuro dignitoso per i lavoratori, i giovani e le donne di questo Paese. Nel contempo è illusorio credere che con queste manifestazioni siano stati rovesciati i rapporti di forza, né che sia stata battuta l’egemonia reazionaria che fa leva sulle paure generate dalla crisi, fomentando incessanti guerre tra miserabili.

Le mobilitazioni di massa hanno provato che le vertenze operaie contro i licenziamenti, le ristrutturazioni e le chiusure aziendali e per la difesa dei salari, si possono e si devono fondere con le lotte studentesche per la tutela dell’istruzione pubblica e dell’università, per la conservazione dei territori contro i saccheggi e le devastazioni ambientali, per il mantenimento della sanità pubblica, per il diritto ad una casa e ad un lavoro per tutti.

Una battaglia per la salvaguardia dei diritti e dei salari, per il mantenimento della scuola e della sanità pubblica, per la tutela del territorio, potrebbe apparire una posizione puramente difensiva e di retroguardia, di stampo conservatore. E in un certo senso lo è.

A tale proposito richiamo quanto sosteneva Pasolini, con intuito profetico, oltre 35 anni fa, cioè che in una società capitalistica e consumistica di massa che promuove “rivoluzioni di destra”, i veri rivoluzionari sono i “conservatori”. In effetti, le rivoluzioni in atto nella società contemporanea sono di natura regressiva e liberticida, sono mutamenti violenti e radicali prodotti dalla globalizzazione economica neoliberista, in ultima analisi sono (adoperando un ossimoro) “rivoluzioni conservatrici”, in quanto funzionali ad un disegno di stabilizzazione neoconservatrice dell’ordine sociale vigente.

Dunque, coloro che si impegnano per arginare la pericolosa deriva autoritaria e antidemocratica causata dalle forze del neoliberismo oligarchico e finanziario, per contrastare le offensive capitalistiche contro i diritti e le conquiste dei lavoratori, per resistere agli assalti eversivi della destra più oltranzista e reazionaria, coloro che si battono per salvaguardare le condizioni residuali di legalità democratica e civile, le tutele sociali e costituzionali, sono oggi i veri conservatori, sono cioè i veri rivoluzionari.

Per chiarire il concetto suggerisco di pensare al sedicente “rivoluzionario” Marchionne, il supermanager della Fiat. Costui, per avallare le proprie tesi eversive, si appella alla nozione di “progresso”, di cui sarebbe un convinto fautore, mentre la Fiom, tanto per citare un esempio, rappresenterebbe un’organizzazione sindacale “retrograda” e “conservatrice”. Pertanto, se il signor Marchionne è un “artefice del progresso”, il sottoscritto ammette di essere un “conservatore”, se non addirittura un “misoneista”.

In questo ragionamento è presumibile che gli studenti mobilitati per la difesa della scuola pubblica, malgrado i limiti e le inefficienze del sistema, siano attestati su posizioni di “conservazione”, dunque siano i veri rivoluzionari dell’attuale situazione.

Ebbene, l’ennesimo tentativo dei mezzi di informazione per distogliere l’opinione pubblica dai nodi critici ed essenziali della protesta, insistendo sul carattere violento o meno delle manifestazioni, è la riprova dell’ottusa volontà del palazzo di ignorare le giuste rivendicazioni sollevate dalla piazza per arroccarsi in un atteggiamento di ostinata chiusura autoreferenziale e in un teatrino di marionette a cui ormai è ridotta la politica.

I partiti e i sindacati della sinistra tradizionale non rappresentano più gli interessi reali dei lavoratori e contribuiscono alla farsa attribuendo le responsabilità della catastrofe alla cattiva gestione del governo, illudendo le masse con la promessa di una “nuova politica”. I movimenti esprimono un bisogno di protagonismo e di autorganizzazione dei soggetti sociali che non si sentono più rappresentati dalla politica ufficiale del palazzo.

E’ giusto precisare che non esistono solo le lotte e le istanze rappresentate dal movimento studentesco, ma pure le vertenze e le questioni sociali espresse dagli operai, dai migranti, dai precari delle fabbriche, delle scuole e degli altri luoghi dello sfruttamento capitalistico. Non si tratta solo di un movimento studentesco in quanto le mobilitazioni coinvolgono diversi soggetti sociali: studenti, ricercatori, operai e migranti, uniti da un denominatore comune che è la precarietà economica e sociale. Le nuove agitazioni sociali parlano lo stesso linguaggio, quello della precarietà ontologica.

Mentre l’opposizione parlamentare è paralizzata, le masse proletarizzate prendono coscienza del loro destino e si sa che “i popoli non vogliono suicidarsi”. Alla recessione internazionale ovunque si sta reagendo con forme spontanee di protesta e di resistenza, in cui riacquista vigore l’idea dell’unità delle lotte. Fino a ieri le vertenze erano isolate, disperse e atomizzate. Di fronte alla gravità della situazione economica la convergenza delle lotte in un unico movimento, non solo nazionale ma internazionale, diventa vitale.

E’ possibile organizzare una opposizione corale di massa, formata da voci plurali e diverse, unificate nel tentativo di salvaguardare il futuro e la dignità dei lavoratori, contro le politiche concertate da Governo, MaFiat e Confindustria, che mirano a riaffermare il primato del profitto individuale a discapito dell’interesse generale.