Ricordati di santificare il potere

In e-mail il 4 Settembre 2016 dc:

Ricordati di santificare il potere

di Piotr

Io credo – mi disse, e questo lo disse proprio a me – che, se la gente pensa che Hitler abbia ucciso 6 milioni di ebrei, certamente esagera. Hitler non era così malvagio.
Potrebbe aver ucciso al massimo tre o quattro milioni di ebrei
”.

Intervista a padre Vladimir Felzmann, ex dirigente dell’Opus Dei, su Escrivá de Belaguer, 11 maggio 1984 (da Peter Hertel: “Opus Dei. Documenti e retroscena”. Claudiana 1997 –
Peter Hertel è un giornalista cattolico: meglio specificarlo, non si sa mai).

Queste dunque le  parole – “sante” pour cause – del fondatore dell’Opus Dei. Questo personaggio fu canonizzato nel corso di una cerimonia tenutasi il 6 ottobre 2002 alla presenza di politici, 400 vescovi e circa 300 000 pellegrini provenienti da tutto il mondo.

Tra gli illustri ospiti, indimenticabile fu l’ex premier ex comunista Massimo D’Alema.

Ricordate le sue parole?

Questa canonizzazione è un grandissimo evento che non può passare inosservato.
Ho accettato l’invito per questo e non solo.
Sono qui, infatti, anche per il rispetto che si deve alla Chiesa cattolica, alle sue istituzioni, alla sua storia, ai suoi testimoni, ai suoi simboli: ed il nuovo santo Escrivá de Balaguer è certamente uno di questi
”.

Si beccò le critiche di Gianni Vattimo, Paolo Flores D’Arcais e Antonio Tabucchi. Ma in fin dei conti, cosa non si fa per il potere!

Oggi Francesco I (notasi: “Francesco”, il santo dei poveri – sic!), completando il processo iniziato dal suo predecessore, canonizzerà madre Teresa di Calcutta.

Vado a Calcutta con regolarità da non so quanti anni e non ci ho messo molto a scoprire che i kolkatiani svicolavano come anguille quando gli chiedevo un parere su madre Teresa.

Alla fine ho messo le carte in tavola e ho ammesso che a me non piaceva.

Si è aperta allora una fiumana di critiche circostanziate e spesso durissime alla oggi neo santa e al suo operato.

Ho sentito testimonianze dirette, letteralmente raccapriccianti, di persone che avevano visitato le sue “cliniche”, ovvero le sue topaie (censurate senza mezzi termini dalle prestigiose riviste The Lancet e British Medical Journal), dove l’unica cura che i malati, lasciati praticamente a se stessi, ricevevano era il “tocco” della miracolante “madre”.

Chissà perché mi ricorda un po’ il Tibet sotto il regno di Sua Santità il Dalai Lama, dove l’unica cura ammessa era il santo piscio dei lama stessi (con buona pace degli “umanitaristi” e degli “antimperialisti antiautoritari” à la “Free Tibet”).

E non si venga a tirare in ballo la povertà dell’India.

A Calcutta ci sono ospedali pubblici  dignitosissimi, dove il paziente è curato da personale specializzato che si avvale di tecnologie mediche moderne.

L’unica stravaganza che potreste vedere sono le capre e gli altri animali che a volte i parenti in visita si portano con sé e lasciano nel cortile dell’ospedale.

Obnubilata dall’orrida ideologia della sofferenza (che per le menti bacate “avvicinerebbe a Dio”) la neo-santa negava antidolorifici ai malati terminali.

In compenso riservava le migliore cure a se stessa, in cliniche svizzere esclusive. Singolare quindi che, nel suo caso, il rifiuto della sofferenza l’abbia invece talmente avvicinata a Dio da diventare santa.

Misteri della fede.

Ci sono fondatissime inchieste che, con logica stringente basata anche sul confronto tra le entrate e lo stato indegno in cui erano lasciati i suoi “assistiti”, deducono che la santa si riservava oltre che le migliori cure anche la gran parte del cucuzzaro delle donazioni miliardarie che riceveva.

Amica e sostenitrice dei peggiori arnesi politici della sua epoca, dai criminali dittatori haitiani Papà Doc e Baby Doc (i famigerati Duvalier) al dittatore nicaraguense Somoza, c’è il sospetto fondato che una parte del cucuzzaro andasse a loro.

Noi aspettiamo con curiosità di vedere quali nuovi vip si succederanno a D’Alema nel tessere le lodi dei fondamentalisti e oscurantisti periodicamente esaltati dal Vaticano (non dimentichiamoci che, a seguito di un’inchiesta ordinata dalle alte sfere cattoliche, Padre Pio era stato definito da padre Agostino Gemelli, un medico e non propriamente un progressista, un “imbroglione psicopatico”, ma tant’è).

Nel frattempo faccio notare un’analogia mediatica.

Il TG2 (e siamo nel 2016!) dava per scontata la verità oggettiva della famosa “guarigione” su cui si basa la farsa della canonizzazione di madre Teresa.

Ne parlava come si può parlare del fatto che 2+2=4.

Un dato certo, ovvio.

Allo stesso modo lo stesso organo informativo pubblico, prendendo l’occasione della manifestazione “umanitarista” sulla Siria (alla quale hanno partecipato un numero risibile di stipendiati delle organizzazioni promotrici – veramente quattro gatti), dava per scontato l’altro giorno che i buoni sono i “ribelli” e il cattivo è “Assad”.

Insomma, la guerra contro Assad come atto di fede.

A seguito di questo assioma cosucce come la decapitazione di bambini venivano descritte come semplici marachelle da parte dei “ribelli”, su cui non valeva nemmeno la pena di soffermarsi più di tanto.

Ovviamente questi disinformatori pubblici nemmeno si ponevano il dubbio che magari queste cosucce, assieme a molte altre, riescono a spiegare come mai il 75% dei Siriani stia col loro Presidente, il 10% sia neutrale e solo uno stimato 15% stia coi “ribelli” (secondo l’ultima stima occidentale nota).

Mi ricorda un reporter più onesto del New York Times che un anno e mezzo fa scriveva all’incirca così: “Qui a Latakia le ragazze siriane fanno il bagno in bikini. A Raqqa se non portano il burqa rischiano la fustigazione.

Non sorprende che a Latakia siano tutti dalla parte di Assad”.

L’Occidente in fase terminale, alla ricerca di antidolorifici e di inesistenti cure miracolose, che fa un santo dietro l’altro perché non sa più a che santo votarsi, rivela così tutta la sua schizofrenia: da un polo iperlaicismo progressista come religione ufficiale e arma ideologica mirata (ad esempio da non utilizzare con l’Arabia Saudita) e dall’altro polo iperoscurantismo come religione occulta ma profonda, come sentimento e arma da scatenare contro i nemici dell’impero.

Una religione profonda perché insita negli strati psichici di chi fa della propria vita una ricerca del potere e del dominio sugli altri.

E tra poco si arriverà a un’altra boa di questo viaggio verso l’oscurità.

Perché se Donald Trump non è il verso giusto, la possibile elezione alla Casa Bianca della sanguinaria psicopatica Hillary Clinton è di sicuro il verso sbagliato dei prossimi eventi.

“Sanguinaria psicopatica”, chiederete voi?

Sì: ricordatevi il suo folle ghigno e le sue indegne parole alla notizia che Gheddafi era stato linciato.

Pensateci un po’ e poi discutiamo pure.

Piotr

La politica dei santi della Chiesa Cattolica tra marketing e devozione

su Hic Rhodus  il 5 Settembre 2016 dc:

La politica dei santi della Chiesa Cattolica tra marketing e devozione

di Bezzicante

Ogni volta che cerco di approfondire concetti religiosi, cercando lumi ovviamente in accreditati siti cattolici, ne esco più confuso di prima, era già successo indagando il significato di ‘preghiera’ e ora sono d’accapo con ‘santità’.

Segno che io sono refrattario a capire questi concetti, oppure che questi concetti sono refrattari all’essere indagati. Comunque, leggendo qua e là, rilevo che la santità è

  • assomigliare a Gesù Cristo in tutto: pensieri, sentimenti, parole e azioni. L’essenza della santità è la carità (amare Dio sopra tutte le cose e il prossimo come se stessi), che modella tutte le virtù: umiltà, giustizia, laboriosità, castità, obbedienza, allegria… E’ una meta cui sono chiamati tutti i battezzati e che si raggiunge solo in Cielo, dopo “aver combattuto la buona battaglia”, per tutta la vita con l’aiuto di Dio (Opus Dei);
  • La santità, la pienezza della vita cristiana non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti (Araldi del Vangelo);
  • “Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 40]. Tutti sono chiamati alla santità: “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48) (Catechismo della Chiesa Cattolica).

Letto così, e capito come posso, la santità cristiana non sembra opera di eroi straordinari ma di umili servitori di una vita giusta all’insegna della carità, che per i cristiani è un altissimo e nobile sentimento (di più: è una virtù teologale) che riguarda l’amare

Dio sopra ogni cosa per se stesso, e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio (Catechismo della Chiesa Cattolica, § 1822).

Poiché come idea astratta mi pare chiara, ma cosa significhi in pratica lo è molto meno, volgo il mio interesse alla logica domanda successiva: “chi sono i santi?” Per non fare un discorso troppo lungo mi affido alle parole di Papa Francesco:

“I santi non sono super uomini”. Papa Francesco lo ha ricordato prima della recita dell’Angelus dalla finestra del Palazzo Apostolico vaticano, proprio nella ricorrenza della festa di Ognissanti. “I santi non sono nati perfetti – ha sottolineato il Papa – sono come noi, come ognuno di noi, persone che prima di raggiungere la gloria del cielo hanno vissuto una vita normale, con gioie e dolori, fatiche e speranze”. La differenza con il resto dell’umanità consiste nel fatto che “quando hanno conosciuto l’amore di Dio, lo hanno seguito con tutto il cuore, senza condizioni o ipocrisie; hanno speso la loro vita al servizio degli altri, hanno sopportato sofferenze e avversità, senza odiare e rispondendo al male con il bene, diffondendo gioia e pace”. Proprio in tal senso, ha osservato Jorge Mario Bergoglio, “i santi sono uomini e donne che hanno la gioia nel cuore e la trasmettono agli altri”. Quindi, il Papa ha esortato che “essere santi non è un privilegio di pochi ma è una vocazione per tutti” (fonte: Avvenire.it).

Sono sicuro che per cattolici di fede sincera tutto questo non ha bisogno di molte altre spiegazioni perché sentono, capiscono col cuore, là dove un laicaccio come me, che utilizza principalmente la ragione, non può arrivare. Mi potrebbe andare anche bene così ma allora non capisco perché la Chiesa si affanni a proporre, anziché modelli di umiltà e carità normali (e credo ce ne siano non pochi per il mondo), figure tendenzialmente soprannaturali, eroiche, inimitabili. E a volte anche discutibili.

Nella realtà i santi sono persone in qualche modo straordinarie; se non altro perché riescono a far guarire miracolosamente qualche caso disperato. Ecco, questa è una delle cose più difficili da mandar giù: i santi sono praticamente tutti i battezzati che praticano una vita caritatevole, ma per considerarli Santi (notate la maiuscola) devono essere artefici di miracoli che, di regola, non riguardano il tramutare l’acqua in vino o il resuscitare i morti ma il guarire “inspiegabilmente” un malato grave (QUI un articolo che spiega come diventar santi, nel caso vogliate provarci). Vi invito a fare due chiacchiere col vostro medico di base: vi racconterà decide di guarigioni (e di morti) incomprensibili, dove l’incomprensibilità riguarda i limiti della pratica medica (che non è una scienza), i limiti della reale conoscenza delle condizioni dei pazienti, il contesto e mille fattori intervenienti in gran parte ignoti. Ogni giorno un sacco di persone muore per cause sconosciute e qualche altro po’ guarisce quando ormai lo si dava per spacciato.

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Ma al di là di questo aspetto che fa parte del folklore cattolico, quello che dovrebbe far riflettere di più ancora è l’eventuale eccezionalità della vita del santo.

Prendiamo Giovanni Paolo II, proclamato santo a furor di popolo (anzi: di papa boy) quando era ancora nel letto d’agonia: ah, indubbiamente è stato un gigante a livello storico! Papa in un momento molto particolare è stato interlocutore di rilievo dei Grandi della Terra, abile comunicatore, elemento di rottura dopo secoli di grigia curia romana. Ma basta questo per dire che è un Santo? O è diventato tale per accontentare un chiassoso popolo di fedeli? Le critiche all’operato terreno di Wojtyla non mancano (QUI quelle di Odifreddi, noto ateo blasfemo e quindi probabilmente poco attendibile per diversi lettori) e per esempio, a confronto con l’attuale azione di Papa Francesco, quella di Giovanni Paolo II è stata certamente una vita pirotecnica ma forse non proprio santissima. Critiche assai maggiori e ben circostanziate a Madre Teresa di Calcutta, proclamata santa il 4 Settembre. La sua vita è, per alcuni critici, molto più densa di zone buie di quanto una Santa potrebbe permettersi, e vi invito a leggere quanto scrive l’indiana Krithika Varaur oppure Adam Taylor sul Washington Post, che non sono Odifreddi ma, semplicemente, testimonianze terze.

Queste proclamazioni di santi, insomma, sono a mio avviso una grande operazione di marketing: seguono l’umore della folla devota (e spesso devozionista) per blandirla, scovano santi in paesi dove occorre far presa e radunare le fila dei credenti. Creano identità ispirando un certo modello di cristianità. Molte ragioni inducono a più di una perplessità ed è utile, a questo punto, capire le ragioni per le quali i protestanti rifiutano questa idea di santità. Poiché il testo è breve vi riproduco le quattro ragioni spiegate dal teologo valdese Paolo Ricca (fonte):

La chiesa non sa

“Ogni volta che le Chiesa canonizza una persona – qualunque essa sia – si arroga un diritto che non ha, svolge un compito che non le compete perché appartiene a Dio soltanto”, ha affermato Ricca. “La Chiesa non è padrona del cielo: può legiferare sulla terra, ma non in cielo”. Anche perché, ha precisato il teologo: “Il Regno è di Dio, non della Chiesa. Per di più Gesù ci ha avvertito che nel Regno ci saranno delle sorprese: “Molti primi saranno ultimi, e molti ultimi primi” (Matteo 19,30), cioè molti nostri giudizi saranno capovolti da Dio”.

Solo Dio conosce

La seconda ragione dell’avversione protestante per ogni tipo e rito di beatificazione, ha proseguito Ricca, “è che nessuno conosce il cuore dell’uomo, tranne Dio, e per questo Dio solo può giudicare le persone, sia i buoni che i malvagi. Noi giudichiamo in base a ciò che vediamo, Dio giudica in base a ciò che non si vede: il cuore non si vede”. Questo vuol dire che i santi non ci sono? No, sostiene Ricca, ci sono, “ma sono nascosti agli occhi degli uomini che, a differenza di Dio, non possono vedere il cuore”. E dunque, in una prospettiva evangelica, la verità è che “non sappiamo chi siamo e tanto meno lo sanno altri, compresi i tribunali incaricati di vagliare le cause di beatificazione. Solo Dio ci conosce – lui che in Cristo si è fatto nostro affinché potessimo diventare suoi”.

Cristo e i santi

Ma per il teologo valdese esiste anche un terzo motivo di avversione: “tutti questi santi e beati popolano non solo il cielo, ma anche l’anima dei fedeli togliendo spazio a Cristo e alla centralità che gli è dovuta”. Ricca ricorda che il Concilio di Trento ha stabilito “che i santi possono e devono essere “invocati”, ricorrendo “alle loro preghiere, al loro potere e aiuto per ottenere benefici da Dio”, mentre sono “dichiarati empi coloro che negano il dovere di invocare i santi”, cioè i protestanti”. Che dire di tutto ciò? “Qualunque sia il tipo di culto reso ai santi”, osserva il teologo, “la centralità di Cristo ne risulta menomata. È vero che egli non è dimenticato né ignorato e che in qualche modo è tenuto presente, ma non è in primo piano, e questo contraddice la natura stessa della fede cristiana”.

Comunione dei santi

Un ulteriore motivo dell’avversione protestante alle beatificazioni, citato da Paolo Ricca, è che il “culto dei santi” diffonde un’idea di “santità” fuorviante rispetto a quella del Nuovo Testamento dove sono “santi” tutti i credenti e “santo” è sinonimo di cristiano. I santi, cioè, non sono una categoria speciale, diversa dai semplici credenti. La Chiesa è tutta quanta “un sacerdozio santo”, “una gente santa” (I Pietro 2,5.9). E quando il Credo apostolico parla di “comunione dei santi”, intende appunto la Chiesa come comunione dei credenti, vivi e defunti. Ma una cosa è la “comunione dei santi”, un’altra completamente diversa è il “culto dei santi”. “Quello che la Scrittura autorizza e raccomanda è di seguire l’esempio dei testimoni di Cristo che ci hanno preceduto: “Imitate la loro fede” (Ebrei 13,7)”, conclude Ricca. “Quello che invece la Scrittura non autorizza in alcun modo, né esplicito né implicito, è il loro culto”.

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