Archivi tag: Linguaggio

Il vuoto e il pieno. L’ultima battaglia.

Il vuoto e il pieno. L’ultima battaglia.

da Hic Rhodus, 26 Marzo 2018 dc, di Bezzicante

Il  vuoto

Siamo circondati dal vuoto. Il Terzo Millennio occidentale è caratterizzato dal vuoto culturale che non può che esprimerne uno sociale. La constatazione di questo vuoto mi opprime, mi schiaccia. Il vuoto ha un peso, ha una realtà. Il vuoto non è il nulla, ma un’assenza di significato che deve, per un principio cosmico, essere riempito da qualcosa: da simulacri, per lo più. Ombre, finzioni, apparenze, illusioni.

Andiamo in non luoghi dove la nostra solitudine interiore viene dimenticata, soffocata dalla moltitudine disperata che li frequenza. Frequentiamo non persone, vuote di cultura e di pensieri, massificate, alienate, con orizzonti valoriali che vanno dall’ufficio alla partita. Usiamo non cose, migliaia di non cose che hanno l’unica ed esclusiva funzione di riempire il vuoto.

Non abbiamo più un passato. Non ci piace, non lo conosciamo e quel po’ che affiora viene distorto e violato per adattarsi al non pensiero dominante. Non abbiamo più un futuro, inteso come prospettiva, orizzonte, destinazione e motivazione. Viviamo imprigionati in una minuscola bolla di presente, eternamente vuota.

Non più cittadini ma consumatori di oggetti a obsolescenza programmata, di tecnologie che non sono più strumenti per uno scopo ma segnali fini a loro stessi: produci-consuma-crepa.

Non più cittadini ma tifosi, perché il tifo come acritico senso di appartenenza è diventato il virus che uccide le democrazie: appartenenze con valori sottilissimi, idee intercambiabili, cornici giustificative fragili. E proprio per questa fragilità il tifo diventa cattivo, assoluto: non ha argomenti, e denudato – come il Re – si scopre vuoto e ha paura.

Senza titolo.001Il vuoto si presenta come mancanza del senso della storia, del futuro, del divenire. Siamo inchiodati qui e ora, intrappolati in un mondo virtuale. In ogni istante un miliardo di notizie: la metà sono false; un altro 30-35% sono parziali e fuorvianti. TAC! è arrivato il nuovo istante, col nuovo miliardo di notizie. Putin è cattivo. Grillo guadagna un pozzo di soldi. Sarà un parrucchino quello di Trump? Marielle Franco uccisa a Rio (Marielle chi?). All’Isola dei famosi due VIP hanno fatto l’amore. Balzerani conciona le sue vittime. C’è un sacco di plastica negli oceani e le api stanno morendo, ci sarà una connessione? Barboni  bruciati; gente picchiata per futili motivi; ragazzini bullizzati si suicidano.

È questa la mancanza di futuro di cui scrivo da un po’… è il senso del fluire storico che è rimasto intrappolato nel secolo scorso. La prospettiva verso la quale dirigersi, che fosse il Sol dell’Avvenire, lo sviluppo senza limiti promesso dal liberismo, l’Europa dei popoli o quel cavolo che vi pare. Non c’è più nulla. Tutto rotola in un meraviglioso piano inclinato in cui la produzione produce, i consumatori consumano, la robotizzazione si robotizza mentre guardiamo Netflix, poi ci lamentiamo che in realtà non c’è niente di buono.

In questo preciso momento, in questo istante, migliaia di persone sono morte. Fermatevi a pensarci un po’. Ci avete pensato? Bravi, intanto che pensavate ne sono morte altre migliaia, in grande parte bambini. In Africa, in Sud America, in Medio Oriente… Un sacco di altra gente marcisce in prigioni fetide, adattissime come ambientazioni di film d’azione. Quella gente viene torturata spesso in maniera orribile, e poiché nel mondo civilizzato dove noi grazie al cielo viviamo ciò non è possibile, chi dispone di buchi come Guantanamo va a torturare là perché così è legale.

Avete almeno sgranato gli occhi? Nel frattempo altre migliaia sono morti ammazzati, stuprati, affogati, o di fame, o in fondo al mare. Ebbene, lo dico con estrema sincerità e non per scrivere qualcosa di sensazionalistico: non me ne frega un cazzo.

Adesso, per favore, fermatevi a pensarci anche voi (mentre altre migliaia di persone muoiono, bla bla…); ammettetelo, non vi importa nulla. Chi fra voi sente profonda la fede cristiana sarà sinceramente dispiaciuto, tutto qui. Chi non ha tale fede vera, profonda, vissuta come conviene, potrà dire di essere (mooolto vagamente) dispiaciuto, ma così, perché bisogna dirlo. Sapete, quando ci si vede e ci si chiede “Come stai?” È solo un modo di dire. Cosa ci importa di come sta la gente? E GUAI se il disgraziato, invece di liquidare il tema con una breve frase rituale, attacca un bottone pernicioso sulla sua colica duodenale, sul fuoco di santantonio che non lo fa dormire, e semmai si prodiga in particolari disgustosi.

Chi ha un’età e ha vissuta l’epoca della riforma manicomiale, se è psichiatra; chi ha vissute le lotte delle donne, se è femminista; chi ha fatto politica nella Prima Repubblica, se è persona politicamente attiva; chi ha studiato quando ne valeva la pena; chi ha letto i libri giusti quando si leggevano i libri; chi ha viaggiato quando il viaggio non era un all inclusive; chi scriveva con la macchina da scrivere e faceva ricerca nelle biblioteche vere, tutti questi e gli altri sono andati in pensione o stanno contando i giorni, disperati, nel vedere la distruzione della psichiatria, dei diritti delle donne, della politica e di tutto il resto da parte di coloro che oggi sono sulla scena.

Il nostro retaggio, quelli per i quali abbiamo lottato e vissuto, figlio mio un giorno tutto questo sarà tuo. Ed è Luigi Di Maio. Ed è Diego Fusaro. Ed è Fabio Volo. Ed è Marco Travaglio. Ed è il bimbominkia che sputa sentenze su Twitter. Tutti costoro sono accumunati da un elemento comune, che caratterizza la nostra epoca di vuoto: il rumore.

Avete notato il rumore che ci circonda? Musica, parole, radio, i vicini, il cane, parole, martello pneumatico, parole, suoneria, parole, parole, parole. Io non riesco più a trovare dieci minuti di quiete assoluta. Impossibile. Il rumore è ottimo per riempire il vuoto, non serve nemmeno il silicone nelle fessure. Rumore assordante di parole per lo più prive di senso. Pareri inconsulti e aggettivi affilati e avverbi contaminanti. Parole. Tutti hanno un’opinione, dieci opinioni, un milione di opinioni. Chi ha competenze è sopraffatto.

In questo vuoto cacofonico sono pochissimi a vedere lontano. Moltissime brave persone che lottano e muoiono nei peggiori posti del mondo, gente come Marielle Franco, appunto: ammazzata. Ormai è più facile ammazzarli, questi sognatori sovversivi, che imprigionarli. Li ammazzi oggi, lasci che qualcuno protesti un po’, poi la nuova serie televisiva, il nuovo campionato del mondo, la fatica di scendere in piazza che poi si arriva sudati all’aperitivo, ecco, fanno il resto. Dopotutto, sapeva quel che faceva, no? Cazzi suoi.

E voi, difensori della Costituzione più bella del mondo, adoratori indignati dell’onestà e del nuovo che avanza, deturpatori seriali di prati e sentieri, voi che non siete razzisti ma persone di buon senso che non se ne può più di questi negri, ecco, voi, tutti voi, omologati di merda (cit. da “Maledetti vi amerò”, quindi da cinefili, quindi colta), voi non siete miei simili, o meglio: io, IO non sono in niente simile a voi, e il fatto che abbia anch’io due gambe e due braccia non v’inganni. Io sarò sempre il vostro nemico.

Il pieno

Ma il mondo è talmente grande e complesso che contiene anche le sue contraddizioni, e i germi per tutti i potenziali cambiamenti che noi non riusciamo a vedere e a sognare. Le esperienze di vita vissuta, di solidarietà, di comunità, di sacrificio, di pensiero, di costruzione di realtà positive macchiano il vuoto di molteplici, innumerevoli piccole isole di senso. Comunità ed esperienze laiche e religiose. Dove c’è bisogno, e rischio, e disperazione, nella prima linea della violenza e della malattia, come nel vuoto omologato della nostra società dove persone e gruppi usano la parola per richiamare, per segnalare, per ammonire, per indicare un’alternativa. Un percorso possibile. Un orizzonte verso il quale dirigersi.

Senza titolo.002Vorrei chiamare queste persone, tutte, avanguardie con questo significato specifico: individui che anziché omologarsi nel pensiero dominante immaginano, e attivamente indicano, uno scenario sociale, economico, culturale, morale, artistico, quelchevolete diverso, dove la diversità costituisce una rottura di schemi dati per assodati, una discontinuità alla quale lo statu quo si oppone, perché vista come minacciosa. La società dell’omologazione conosce il pericolo delle avanguardie e ha elaborato delle contromisure efficaci: l’assimilazione. Nella società globale dell’omologazione c’è posto per tutti i valori e il loro contrario, per tutti i comportamenti e per la loro negazione. Difficile essere discontinui per più di poco, essere irriverenti a sufficienza per produrre effetti durevoli, essere “nuovi” senza diventare immediatamente uno fra i tanti, tutti nuovi, tutti uguali.

Prendete le proteste a seno nudo delle Femen: in pochi anni sono diventate patetiche e imitate dall’industria pubblicitaria. I comportamenti sessuali tutti accettati e trattati con un linguaggio politicamente corretto, così come sono sparite dal vocabolario “femmina”, “negro”, “zingaro”, “puttana”, “handicappato”, “spazzino” e tante parole evocative, segnanti, connotate, certamente stigmatizzanti, è vero… Tutti stiamo attenti alle diversità ma, per includerle, dobbiamo usare un linguaggio poco connotato, sfumato, che di fatto sottolinea la nostra difficoltà ad accettare.

Senza titolo.001Le avanguardie si perdono in questo possente meccanismo omologatorio che tende a farle scomparire fra le altre, l’ennesima bizzarria, l’ennesima originalità che, con un po’ di fortuna, potrebbe essere trendy per una stagione. In più la sirena del successo, dell’effimero riconoscimento di quanto sei avanguardista, ma che bravo! ma che figo! e dai di televisione, di interviste, di libri, di blog! Controllare i presunti avanguardisti col successo mediatico è la strada più facile per smascherarli come falsi, poveri vanesi di limitato spessore culturale, o morale, o creativo. L’altro modo infallibile per smascherare i falsi avanguardisti da quelli veri è il rumore prodotto; gradassi insopportabili che urlano, additato, sbattono porte, dichiarano, statuiscono, predicano chiassosamente, producendo quel rumore di fondo utile solo a riempire il vuoto delle idee.

Il mondo dello spettacolo acceca i primi; quello della politica i secondi: Grillo, Emiliano, Bersani, De Magistris, Salvini, Berlusconi, esistono in quanto strillano. Riempiono il nostro vuoto col loro rumore, segno inequivocabile della loro nullità. Guardiamo piuttosto a coloro che lavorano (anche in politica) a testa bassa, ventre a terra, producendo cambiamenti reali e significativi.

Dobbiamo tutti diventare avanguardie. “Tutti”, nel senso di tutti coloro che hanno testa, cuore, volontà, indipendenza di giudizio. Poco più di quattro gatti. Ma l’orizzonte si stringe e si avvicina; il vuoto presto ci inghiottirà tutti, il futuro cesserà di esistere e l’ultimo seme appassirà. Tutti dobbiamo batterci, e lottare contro questo destino, che non è inevitabile. Una lotta accanita con pochi e chiari punti fermi:

1.     nessuna verità; solo relativismo sociale. Se il relativismo è sempre stato un pilastro del pensiero libero, è diventato oggi una vera strategia di sopravvivenza, perché fabbricare il falso non solo è facile, ma è diventata la regola;

2.     nessun a priori, nessuna ideologia fondativa, nessun territorio proibito solo perché qualcuno, un tempo, lo proibì. Significa: scrollarsi prepotentemente dalle spalle le ideologie del ‘900 che rimangono, a volte intatte e a volte camuffate, i più potenti vincoli del pensiero libero (libero, innanzitutto, di creare discontinuità);

3.     nessuna censura, nessun linguaggio “politicamente corretto”, perché la lotta dell’avanguardia partirà necessariamente dal linguaggio, che viene costantemente sottoposto a revisione, a costrizione, a omologazione. L’omologazione dei buoni sentimenti e delle giuste motivazioni è devastante e ne abbiamo costantemente degli esempi eclatanti che abbiamo segnalato puntualmente qui su HR.

Senza titolo.001Tutto qui. Ma difficile, difficile… Le pressioni sociali sono fortissime, malgrado l’apparenza contraria. Sembriamo tutti liberi nelle nostre diversità ma si tratta di libertà effimere, superficiali, riconducibili al melting pot mercantilista che ci domina, al pensiero globale che trita e digerisce le diversità effimere.

Essere avanguardia oggi (nel senso detto) significa ergersi sopra la massa degli omologati e cercare di far loro alzare lo sguardo a un altrove faticoso; che si tratti di scenari economici, di modelli di convivenza, di forme artistiche, di espressioni di solidarietà, di progetti politici… Ognuno di noi ha in questo un suo destino: la persona di fede additerà un orizzonte etico, di solidarietà e fratellanza; la persona di scienza uno che contemperi progresso e umanesimo; l’artista forme d’arte indipendenti e realmente nuove… Non è possibile una uniformità e aggregazione delle molteplici forme di speranza e rinnovamento oggi auspicabili. E non è detto che alcune di queste forme, anche generose, di proposta e di esempio, non confliggano fra loro. Non ha importanza il caos purché contrasti l’entropia dell’omologazione.

Avanti dunque!

Due parole soltanto: che Hic Rhodus sia sul versante liberistico e io su un altro finalmente l’ho capito. Che sia sul versante dell’abbandono delle ideologie, viste così cattive come io nemmeno immagino, anche. E che ne consideri una in particolare, quella comunista, identificandola fin dall’inizio con la sua deforme degenreazione stalinista, anche questo l’ho capito, ma, pur anch’io ormai avendo abbandonato, cosa fresca, freschisssima, ogni autodefinizione di di sinistra, rivoluzionario etc., non riesco ad accettare il concetto.

Ma la frase “…Chi non ha tale fede vera, profonda, vissuta come conviene, potrà dire di essere (mooolto vagamente) dispiaciuto, ma così, perché bisogna dirlo” non mi piace proprio, perché contrappone a chi ha fede, vista comunque come situazione positiva, a quelli che questa fede non hanno, allegramente accomunando gli idioti e i cretini, tantissimi, agli atei e agli agnostici, non proprio pochi (come me) che non hanno bisogno di una fede per avere opinioni decise ed anche compassionevoli, e nel concreto.

Anche “…chi scriveva con la macchina da scrivere e faceva ricerca nelle biblioteche vere” non mi piace, io scrivo col computer e col tablet, posso benissimo fare ricerce nelle biblioteche virtuali e, con lo sforzo che la mia certamente scarsa intelligenza mi consente, distinguere il vero dal falso e dall’approssimativo. Mi aspetto ora che venga condannato anche l’e-book come fece Umberto Eco e siamo a posto. Mi vengono in mente i miei compagnucci degli anni Settanta e Ottanta che, stupidamente, davano già allora tutte le colpe possibili al computer in sè (e atutto ciò che ne deriverebbe), e io mi sforzavo, invano, di spiegare loro che non è il mezzo in sé a dover essere giudicato nel bene, nel male e nella maggioritaria via di mezzo, ma il modo con cui il mezzo viene usato.

Beh, mi spiace, ma il “cammino” che voi indicate io non lo voglio compiere con le persone di fede, perché proprio contro queste, che fanno parte della massa omologata ed ignorante che tanto, e giustamente, viene criticata in questo articolo, bisogna procedere fermamente con un unico intento: andare avanti e spazzarle via.

Jàdawin di Atheia

Annunci

Repetita iuvant. Sugli errori nello scrivere e come risolverli

Da Hic Rhodus 19 Aprile 2017 dc:

Repetita iuvant. Sugli errori nello scrivere e come risolverli

di Michelasan

Gli italiani scrivono. Scrivono tanto, scrivono molto più di una volta, scrivono tutti. E purtroppo, scrivono male.

Sintassi approssimativa, che spesso compromette la comprensione di un testo, errori morfologici (tempi e modi verbali scorretti, pronomi sbagliati, uso ‘creativo’ degli avverbi) e gli onnipresenti, inossidabili e irriducibili errori d’ortografia: così diffusi, fastidiosi, esecrabili ed esecrati.

Si notano di più perché siamo in tanti a scrivere, e ciò che scriviamo ha più visibilità, oppure perché siamo mediamente più ignoranti e commettiamo più errori di un tempo? Di chi è colpa: della scuola o dei social media e della tecnologia digitale? E soprattutto: è possibile porvi rimedio? O conviene piuttosto rassegnarsi alla loro diffusione e sperare che le grammatiche li accolgano e li legittimino come inevitabili mutamenti linguistici?

Che la correttezza della lingua italiana scritta stia subendo una diffusa corrosione è sotto gli occhi di tutti, e da più parti si cerca di reagire: il manifesto dei 600 docenti universitari è solo l’ultimo dei disperati appelli che da più parti si lanciano per cercare di salvare la lingua italiana dallo scempio che ne fanno le nuove generazioni; e non solo loro: nel mirino ci sono sempre più giornalisti e speaker televisivi, politici e insegnanti, proprio coloro da cui ci aspetteremmo un esempio del corretto uso del nostro bel idioma.

tfi0hr6t01-bart-simpson-scrive-alla-lavagna-chi-e-causa-del-suo-mal-pianga-se-stesso_aPer quanto riguarda l’italiano parlato ci si batte per salvare il congiuntivo dall’estinzione, contro l’uso indiscriminato degli inglesismi, del ‘piuttosto che’ con valore disgiuntivo, e così via a difendere la nostra lingua dai quotidiani oltraggi che gli italiani perpetrano ai suoi danni; mentre sul fronte dell’italiano scritto (quando distinguiamo l’italiano scritto dal parlato, trattiamo di due lingue diverse) è l’ortografia che perde i pezzi: nessuno sa più scrivere un monosillabo accentato o una locuzione avverbiale o preposizionale corretti; i pò, i fù, gli apparte, i qual’è, le scielte e le coscenze si sprecano.

E tutto ciò è amplificato dal fatto che mai come oggi l’essere umano ‘scrive’. Nell’era digitale e dei social è enorme il numero di persone che hanno l’opportunità, oltre alla necessità, di scrivere, di esternare la propria opinione, o semplicemente di comunicare con altri esseri umani mediante la scrittura.

Diviene più evidente quindi anche l’errore ortografico; in Italia a metà del secolo scorso era ancora abbastanza diffuso l’analfabetismo (ancora nel 1981, dati del censimento della popolazione italiana, gli analfabeti erano il 3,5 %) (Tullio De Mauro, Guida all’uso delle parole, Editori Riuniti, 2003); l’obbligo scolastico si fermava alla licenza elementare (la scuola media diventa obbligatoria nel 1962) e alla maggioranza degli italiani adulti capitava rarissimamente di dover scrivere qualcosa; non sappiamo se con errori ortografici più o meno frequenti degli attuali, ma difficilmente il nostro scritto avrebbe avuto la visibilità che ottiene oggi.

Significativo è inoltre il fatto che la sanzione sociale dell’errore di ortografia sia una delle forme di riprovazione che meno tolleriamo, memori di vergogne e derisioni subite ai tempi della scuola. Non escludo un pizzico di desiderio di rivalsa in molti dei cosiddetti ‘grammar nazi’, desiderosi di calcare sulle teste altrui il cappello a cono ornato di orecchie d’asino che li terrorizzava da scolaretti. Come ricorda Luca Serianni a proposito dell’ortografia,

pur non rappresentando una delle abilità linguistiche fondamentali, espone chi non la domina a una forte sanzione sociale.

Le radici della disortografia diffusa vengono fatte risalire da molti all’utilizzo delle abbreviazioni negli sms, e tuttavia mi sento in dovere di scagionarle: ben vengano le abbreviazioni, invece, che hanno un passato glorioso che risale ai latini, ed il pregio di essere utilissime quando si prendono appunti oppure quando è richiesta rapidità di comunicazione. Anche se potremmo disquisire a lungo sulla reale necessità di rincorrere la velocità esasperata (e francamente ridicola se si considera il tempo risparmiato scrivendo ‘nn’ invece di ‘non’), le abbreviazioni vengono memorizzate come tali e possono tranquillamente sopravvivere affiancate alle parole scritte per esteso correttamente, senza influenzarle se non in modo marginale. Si tratta di un codice diverso, che solo per pigrizia e disattenzione viene utilizzato, da scolari poco attenti, anche nella produzione scritta scolastica così come da adulti frettolosi; questo codice viene percepito come tale e utilizzato nelle comunicazioni indipendentemente dalla lingua impiegata per scrivere un testo formale. Un esempio: le abbreviazioni più ricorrenti (tvtb, xké, cmq, xò, ecc.) quasi mai danno origine, quando scritte per esteso, agli errori di ortografia più diffusi.

errori-20La produzione della lingua scritta è la più complicata delle quattro abilità linguistiche (parlare, leggere, ascoltare e scrivere): si impara a scuola, e tuttavia le scuole elementari non sono sufficienti per sviluppare una competenza di scrittura adeguata alle molteplici esigenze della vita adulta. Ciò che noi scriviamo è frutto di abilità sviluppate mediante l’elaborazione personale di un procedimento di scrittura che si perfeziona nel corso della scuola dell’obbligo (che dura dieci anni). Si tratta di una competenza di difficile acquisizione, alla quale mi piacerebbe dedicare un altro articolo in futuro.

Ma se imparare a scrivere comprende l’uso corretto della sintassi e della grammatica in genere, credo sia utile trattare separatamente gli errori di ortografia da quelli morfosintattici, che sono ben più gravi e che spesso, come ho già detto, compromettono la comprensione stessa del testo prodotto. Imparare la corretta grafia delle parole avviene in modo relativamente semplice (se non vi sono problemi come ad esempio la dislessia, la cui incidenza tuttavia è abbastanza rara nella popolazione).

L’ortografia è legata al primo approccio con la lingua scritta e la si acquisisce nei primi anni della scuola elementare, addirittura già nella scuola dell’infanzia, per cui il rigore con cui gli insegnanti danno quello che potrei definire l’imprinting ortografico è fondamentale. Non è dunque trascurabile ciò che recentemente è emerso, in occasione del concorso per il reclutamento degli insegnanti, e cioè che nemmeno la metà dei candidati abbia superato le prove selettive: i nostri insegnanti (dato che chi non ha superato la prova continuerà comunque ad insegnare come supplente) sono ignoranti e commettono anch’essi errori di ortografia (Zecchi, Zunino e Stella per approfondire).

Fortunatamente però si imparano sempre nuovi vocaboli mano a mano che si diventa lettori più esperti. Sempre che lo si diventi. Perché è proprio la lettura la fonte primaria di apprendimento della corretta grafia di una lingua, e quanto maggiore è la frequenza di lettura di una parola, tanto più significativo sarà l’effetto sulla memoria. Nel bene e nel male, come vedremo.

Quindi gli errori di ortografia così diffusi potrebbero essere la spia della sempre più scarsa propensione alla lettura dell’italiano medio, realtà confermata dai dati sulle vendite di libri e quotidiani che sono in costante e preoccupante diminuzione (qui i dati ISTAT).

Tuttavia, per capire le origini del fenomeno della disortografia diffusa, credo sia utile focalizzare l’attenzione sulle nuove generazioni, soprattutto sugli adolescenti che stanno ancora frequentando la scuola e che quindi, a differenza degli adulti che possono essere vittime del noto fenomeno dell’analfabetismo di ritorno, sono ancora immersi in un mondo di sollecitazioni linguistiche molteplici, con la lettura come elemento decisivo; i libri, per gli alunni di una scuola secondaria inferiore o superiore, sono ancora il pane quotidiano. Inoltre è la fascia d’età tra gli 11 e i 14 anni quella in cui attualmente, su tutta la popolazione italiana, si legge di più (idem).

Perché dunque anche i ragazzini in età scolare commettono tutti quegli errori di ortografia che tanto deprechiamo negli adulti? Non sto analizzando la situazione degli alunni delle scuole elementari, poiché loro si trovano ancora nella fase di acquisizione, impegnati nei primi tentativi di riproduzione grafica e sintattica, in cui interferiscono altri fattori che possono compromettere la correttezza degli elaborati. E qui è basilare l’intervento correttivo dell’insegnante, argomento scabroso che riprenderò più avanti.

Parlo invece della fascia intermedia, degli adolescenti dagli 11 ai 14 anni, coloro i quali oltre ad aver già frequentato le aule scolastiche per cinque anni, cominciano anche ad attuare la riflessione sulla lingua, l’elaborazione più sofisticata di modelli di scrittura; ragazzi che interagiscono in differenti modalità di scrittura usufruendo di diverse fonti di acquisizione dei dati.

La mia ipotesi, avvalorata da una seppur limitata sperimentazione sul campo, è che ci siano almeno tre elementi decisivi e controproducenti per un uso corretto della lingua, quasi una serie di interferenze negli input linguistici.

c3d9d17a-2b96-11e4-bf0e-20cf300687d7_500_375Innanzitutto i libri, testi stampati soggetti ad un controllo ortografico abbastanza efficace (i refusi di stampa sono praticamente ininfluenti), che non sono più l’unica fonte dalla quale il cervello in formazione degli alunni acquisisce la forma delle parole, la loro corretta grafia, memorizzandola poi per gli usi futuri. Le applicazioni come whatsapp, la rete Internet, i social network, utilizzano la lingua scritta per comunicare, come mai prima d’ora. Ma chi scrive in rete o sui social producendo e facendo circolare questi testi? Praticamente tutti, sia che si tratti di produttori di testi esperti in grado di scrivere in un italiano corretto, sia che si tratti di altri ragazzini, oppure di adulti che trascurano la lingua, magari i cosiddetti analfabeti funzionali.

In secondo luogo: leggere non basta. Osservare le parole più e più volte durante la lettura di un testo non è sufficiente: la memorizzazione avviene quando alla visualizzazione segue il gesto della scrittura, ed è importante l’azione della mano che impugna lo strumento di scrittura. Gli scolari tuttavia scrivono sempre meno, digitano perlopiù, e quando lo fanno spesso usano lo stampatello minuscolo o maiuscolo che non ha la stessa efficacia del corsivo. Studi recenti confermano l’efficacia della scrittura a mano in corsivo per lo sviluppo delle funzioni cerebrali nei bambini: non è una buona idea abbandonare la scrittura manuale in corsivo, come hanno già fatto alcuni paesi nel mondo a causa del dilagare della scrittura su tastiera (approfondimenti QUI e QUI).

Un terzo aspetto da non sottovalutare riguarda il supporto sul quale le parole vengono visualizzate: si tratta di uno schermo luminoso, colorato, innegabilmente dall’impatto più significativo dal punto di vista mnemonico. Ed è di importanza fondamentale poiché se la comunicazione scritta è associata ad aspetti emozionali ed affettivi ciò rende la memorizzazione nettamente più efficace (alcune interessanti slide di corsi QUI).

Se poi volessimo analizzare la frequenza con cui il cervello legge una parola (memorizzandone la grafia), e se l’abbia incontrata più volte sulle pagine di un libro o su di uno schermo digitale, il conto è presto fatto: lo schermo digitale, soprattutto per quanto riguarda parole e locuzioni di uso più frequente, batte senz’altro il libro o altri supporti cartacei. È un problema di fonti, ed è evidente quindi come i ragazzi che stanno ancora acquisendo nuovi vocaboli da immagazzinare nella propria memoria a lungo termine, siano fortemente influenzati dalla scarsa qualità degli input: la scorrettezza ortografica degli scriventi, che sono altri ragazzini o adulti poco avvertiti, come già detto.

Non si spiegherebbe altrimenti come mai ci sia confusione negli alunni della scuola secondaria, così freschi nell’apprendimento della lingua eppure così soggetti a frequenti errori, senz’altro più di quanto ci si aspetterebbe.

Senza titolo2Esistono soluzioni o dobbiamo rassegnarci?

Naturalmente nell’opera di “rieducazione” la scuola ha un ruolo fondamentale, a cui tuttavia pare aver rinunciato da tempo. Mi spiego: come già accennato sopra, gli insegnanti, durante la fase di acquisizione e anche oltre, hanno il compito di correggere l’errore ed adottare tecniche in grado di cancellare l’informazione errata sostituendola con quella corretta. I segni rossi e blu sui quaderni dei bambini della scuola elementare e media hanno avuto da sempre questo scopo. Ma negli ultimi decenni hanno assunto una connotazione punitiva e proprio per questo sono stati abbandonati perché considerati deleteri per la crescita dell’autostima degli alunni, per la formazione di un carattere equilibrato nei bambini. Moltissimi insegnanti e genitori, sulla scorta delle idee diffuse dai grandi pedagoghi dell’era della libertà educativa (dall’americano dott. Spock all’italiano Marcello Bernardi), hanno confuso le punizioni con la sottolineatura dell’errore e conseguente correzione. Addirittura molti genitori, che abbracciano tesi di cui forse non hanno approfondito bene presupposti e conseguenze, in caso di difficoltà ortografiche e di disgrafia chiedono agli insegnanti (e in questo sono supportati da psicologi e logopedisti!) di non sottolineare gli errori ortografici dei figli. Il timore dei genitori è che il figlio, umiliato dal segno rosso sul proprio elaborato, acquisisca un senso di inadeguatezza che poi si ripercuoterebbe negativamente anche nei comportamenti della vita di relazione e nello svolgimento dei più diversi compiti quotidiani, compromettendone la crescita sana e serena.

Niente di più sbagliato, a mio parere: una cosa è l’errore ortografico, e la sua correzione, un’altra è il comportamento e la sanzione dello stesso, che può, se mal condotto, ottenere gli effetti di cui sopra così temuti. Tuttavia, anche se molti insegnanti sono consapevoli di questo malinteso di fondo, piuttosto che trovarsi a dover combattere battaglie perse in partenza con agguerriti genitori, timorosi che si leda la “libertà” dei figli di crescere liberi appunto, e quindi sani (binomio tutto da dimostrare, come ben sappiamo visti i disastri educativi delle ultime generazioni) hanno deciso di rinunciare ad evidenziare gli errori di ortografia considerandoli un male minore, tollerandoli e sperando che con il tempo si correggano da soli.

Cosa che tutta via non succederà mai, poiché il cervello non farà altro che consolidare l’errore ripetendolo ed immagazzinando la forma grafica scorretta.

errori-grammaticaliPerché dunque non rivalutare i vecchi metodi? Perché pur non conoscendo le funzionalità del nostro cervello come le conosciamo oggi grazie ai progressi delle neuroscienze, gli antichi maestri sapevano che repetita iuvant.

Che cosa meglio della scrittura ripetuta 20 o 30 volte di una parola consente di correggere l’errore e non ripeterlo in futuro?

Oggi noi conosciamo come il cervello crei una sorta di “solco” percorrendo più e più volte la strada lastricata dagli errori ortografici, ed è proprio per questo che bisogna correggere il percorso sbagliato con la ripetizione meccanica della parola corretta. È divertente un esperimento che sono solita fare con gli alunni in classe: il semplice dettato di un testo contenente un assortimento dei più frequenti sbagli. Segue la correzione e una pioggia di pessimi voti. Sì, proprio pessimi voti, perché nulla come le emozioni, positive o negative, aiutano il cervello a ricordare le esperienze. Quindi una bella sessione di lavoro in cui gli alunni (non importa se hanno 11 o 14 anni) devono scrivere 30 volte ciascuna parola, finalmente corretta. Lamentele e mormorii di disapprovazione per una pratica percepita come inutile ed antiquata, vengono rapidamente sostituite dallo stupore dato dall’esito di un successivo dettato, a sorpresa qualche tempo dopo, in cui gli errori precedenti sono stati sanati ed i voti sono ampiamente positivi.

Del resto non capita forse a tutti noi, a volte, un’indecisione sulla corretta grafia di un termine (anche in lingua straniera)? Capita. È normale, visto l’affollamento di dati cui siamo quotidianamente sottoposti e l’interferenza degli errori che sempre più spesso siamo costretti a leggere sugli scritti altrui. E che cosa si può fare per aiutare il nostro povero cervello, così carico di informazioni e a volte così stanco? Si scrivono entrambe le versioni sulle quali si è in dubbio e automaticamente il nostro cervello riconoscerà quella giusta per averla confrontata con il modello, contenuto nel magazzino di memoria personale, dove la corretta grafia è stata scolpita dalle innumerevoli volte in cui se ne è visualizzata la forma corretta.

Credetemi: la conferma di quanto sia potente l’input negativo quando viene reiterato innumerevoli volte (tanto quanto l’input positivo del resto) mi viene dopo una sessione di correzione degli elaborati dei miei alunni: dopo qualche decina di apparte, avvolte, fù, stò, pò e qual’è comincio ad avere dei dubbi anch’io…