L’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica

L’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica:

educazione o “indottrinamento”?

Quali nuovi e alternativi “sistemi educativi” sono possibili?

IN COSA CONSISTE L’I.R.C.?

L’I.R.C. è l’acronimo di “insegnamento della religione cattolica”.

Sulla natura di tale insegnamento il protocollo addizionale del Concordato tra lo Stato italiano e la Santa Sede stabilisce che “l’I.R.C. (…) è impartito in conformità della dottrina della Chiesa”.

L’ora di religione, dunque, si presenta a tutti gli effetti come:

– uno strumento educativo di cui la Chiesa Cattolica è l’unica autorità religiosa autorizzata a servirsene (in via privilegiata)

– finalizzato all’insegnamento della religione cattolica all’interno delle strutture scolastiche pubbliche (anche al di fuori delle parrocchie, per intendersi).

L’insegnamento di altre religioni (diverse dalla cattolica) nel corso dell’ora di religione non è previsto: il docente che si azzardasse a proporlo, anzi, rischierebbe perfino di perdere il posto!

Come prescrive il Codice di diritto canonico, infatti, “l’Ordinario del luogo si dia premura che coloro, i quali sono deputati come insegnanti della religione nelle scuole, anche non cattoliche, siano eccellenti:

– per retta dottrina,

– per testimonianza di vita cristiana

– e per abilità pedagogica”.

L’INSEGNAMENTO RELIGIOSO NEL RESTO D’EUROPA:

Ecco alcuni significativi esempi della realtà educativa religiosa che si presenta in altre realtà a noi vicine:

In Germania i cittadini berlinesi (a seguito di un referendum tenutesi appena lo scorso 26 aprile) hanno detto “no” al riconoscimento di pari dignità all’ora di religione rispetto alla lezione di etica.

Attualmente a Berlino (capitale tedesca ma anche Città­-Stato):

– l’etica è materia “obbligatoria”

– mentre la religione è disciplina “facoltativa” (chi la sceglie deve sostenere un’ora in più di lezione rispetto al piano di studi ordinario!).

In Francia la religione è considerata una scelta privata: ogni ostentazione pubblica è generalmente ritenuta fuori luogo (ad esempio, gli ufficiali di stato francesi devono essere neutrali rispetto sia agli ideali politici che alla religione: ogni pubblica espressione di affiliazione religiosa è proibita).

Il termine “Laïcité” è un concetto chiave della Costituzione francese: secondo l’articolo I, “La France est une République, une, indivisible, laïque et sociale”.

Recentemente una controversa legge ha proibito l’ostentazione di simboli religiosi vistosi nelle scuole pubbliche (come grandi hijab, turbanti Sikh, vistose croci cristiane e Stelle di Davide):

– negli edifici pubblici è possibile indossare simboli religiosi solo se non assumono un carattere rivendicativo

– mentre è vietata espressamente l’esposizione di simboli o emblemi religiosi su monumenti e in spazi pubblici (ad eccezione di luoghi di culto, cimiteri, musei, ecc …).

La Costituzione prevede espressamente la forma laica dello Stato:

– non si prevede alcuna forma di finanziamento per nessuna chiesa

– né alcun “insegnamento religioso” scolastico.

In Belgio l’ora di religione e quella di etica sono:

– “alternative”

– ed entrambe “non obbligatorie”.

In Finlandia nelle scuole è previsto un insegnamento di etica “alternativo” a quello della religione.

In Lussemburgo nelle scuole pubbliche vi sono (in “alternativa”) lezioni di etica oppure di religione (cattolica).

In Danimarca l’ora di religione nelle scuole è impartita dai ministri della Chiesa Nazionale (luterana). Si può esserne dispensati qualora i genitori garantiscano un loro personale impegno pedagogico alternativo.

L’insegnamento, però, è neutro dal punto di vista confessionale.

In Spagna (analogamente all’Italia) l’’insegnamento della religione è “facoltativo” ed esercitato da professori selezionati dalla struttura ecclesiastica.

(per un’ulteriore approfondimento ed un’analisi più completa del rapporto Stato-religioni in Occidente, si consiglia il testo “Diritto e religione in Europa occidentale”, di Silvio Ferrari e Ivàn C. Ibàn)

L’I.R.C. IN ITALIA:

Nella legislazione post-unitaria l’I.R.C. era un insegnamento:

– facoltativo

– previsto solo per le scuole elementari

– e la cui gestione era affidata direttamente ai comuni.

Solo nel 1923 il primo governo fascista, con la riforma della scuola, lo rese per la prima volta “obbligatorio”.

Con il Concordato Stato-Chiesa del 1929 si introdusse l’ora di religione anche nelle scuole medie e superiori, giudicandola “fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica”.

Con le modifiche concordatarie del 1984 la formula concordataria venne così riformulata: “La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principî del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado”.

In tal modo, di fatto, l’I.R.C. venne esteso anche alle scuole materne!

QUANTO COSTA L’I.R.C. AI CONTRIBUENTI ITALIANI?

L’ora di religione costa ai contribuenti italiani circa “1 MILIARO DI EURO” all’anno, tanto:

– da risultare la seconda voce di finanziamento diretto dello Stato italiano alla confessione cattolica (di pochi milioni inferiore all’otto per mille)

– e da tendere (secondo le previsioni) a divenire la prima nel giro di pochi anni!

L’ultimo dato ufficiale del Ministero dell’Istruzione, in realtà, stima solo in 650 milioni di euro la spesa per gli stipendi degli insegnanti di religione.

Stima, però, inattendibile risalendo all’ormai lontano 2001, quando gli insegnanti di religione erano solo 22 mila (e tutti precari): oggi questi ultimi sono saliti a 25.679 (dei quali 14.670 passati di ruolo!).

L’I.R.C. E’ VERAMENTE FACOLTATIVO?

La C.e.i. (la “Conferenza episcopale italiana”: in pratica, l’assemblea dei vescovi in Italia) ha sempre sostenuto che l’ora di religione è un grande successo, raccogliendo il 92% di adesioni (enfatizzando tali numeri a riprova delle profonde radici cattoliche del nostro Paese).

Quello che, però, la pubblica opinione generalmente ignora è la profonda ostilità della Chiesa verso ogni tentativo di spostare l’I.R.C., nel corso dell’ordinaria attività scolastica mattutina:

– dalla metà mattinata (in cui normalmente, oggi, viene svolta)

– all’inizio o alla fine delle lezioni (come, invece, parrebbe più congeniale per un insegnamento “facoltativo”).

Se si ha fiducia nella partecipazione massiccia e convinta degli studenti all’ora di religione:

– perché la C.e.i. continua a rivendicare (e ad aver riconosciuto, di regola!) il diritto a che l’I.R.C. venga svolto in un orario più consono ad una materia obbligatoria?

– e perché la stessa C.e.i. continua ad osteggiare in ogni modo (di fatto conseguendo il risultato auspicato!) la predisposizione da parte delle scuole di corsi di insegnamento alternativi all’I.R.C.?

Per non avvalersi dell’I.R.C. (diritto formalmente riconosciuto a tutti gli studenti di tutte le scuole, di ogni ordine e grado) vi sono tre possibilità:

a. frequentare “attività alternative”. Ciò, ovviamente, possibile solo laddove previste dai piani di studio scolastici (ovvero in pochissimi casi, a causa dei costi aggiuntivi che per tal ragione graverebbero sui bilanci delle scuole e/o dell’impraticabilità logistica di accorpare più studenti di più classi!)

b. dedicare l’ora allo “studio di altre materie”. Ciò dovrebbe avvenire col supporto di altri insegnanti (di fatto, però, non disponibili perché impegnati in altre classi, visto la costante carenza di personale scolastico!)

c. “uscire dalla scuola”, non essendovi alcun obbligo di frequentare l’ora alternativa (come sancito nel 1989 dalla Corte Costituzionale con la sent. n. 203). Extrema ratio, però, giustamente osteggiata dalla generalità dei genitori per ovvie ragioni di sicurezza!

I problemi su esposti sarebbe facilmente risolvibili collocando l’I.R.C. all’inizio o alla fine delle lezioni, così da consentire agli alunni esenti da tale insegnamento:

– di recarsi a scuola a partire dalla seconda ora di lezione

– oppure di uscire dalla scuola un’ora prima dal termine delle lezioni rispetto ai frequentanti l’I.R.C. .

Soluzione, però, che ha sempre incontrato (in Italia) un ostacolo insormontabile: l’opposizione della Chiesa cattolica, preoccupata di una sensibile diminuzione del numero dei frequentanti l’ora di religione!

Occorre ricordare, difatti, un dato significativo: le gerarchie ecclesiastiche hanno in passato concesso (e di buon grado …) la collocazione dell’I.R.C. all’inizio delle lezioni. Questo, però, solo quando esso era ancora un insegnamento “obbligatorio”!

QUAL’E’ LO STATUS DEGLI INSEGNANTE DI RELIGIONE?

Oggi sono ben 14.670 gli insegnanti di religione passati di ruolo (grazie a una rapida serie di concorsi di massa, inaugurati dal governo Berlusconi con la legge n. 186 del 2003 e poi ripetuti con i governi di centrosinistra …).

Il “regalo” del posto fisso agli insegnanti di religione, però, pone almeno tre ordini di obiezioni:

1- l’I.R.C. è un insegnamento “facoltativo”. Come può, allora, prevedere docenti “di ruolo”?

2- lo Stato, assumendo a tempo indeterminato gli insegnanti di religione, mantiene “a libro paga” dei docenti formalmente propri dipendenti ma:

a. su cui non detiene il minimo potere di “selezione”, essendo questi scelti direttamente dai vescovi

b. su cui non detiene il minimo potere di “controllo”, essendo questi sottoposti (ogni dodici mesi) alla concessione del “nulla osta” da parte dell’autorità diocesana, in grado di revocare l’idoneità all’I.R.C. anche per ragioni che nulla hanno a che fare con le capacità d’insegnamento (per “condotta morale pubblica in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa”: come, ad esempio, nel caso di un docente separato o in stato di gravidanza al di fuori del matrimonio!)

c. e pagati per svolgere un insegnamento per definizione “di parte”, il più delle volte in contrasto con lo stesso principio di “laicità” dello Stato (più volte dichiarato dalla Corte Costituzionale costituzionalmente rilevante!).

3- infine, lo Stato realizza una irragionevole disparità di trattamento economico fra gli insegnanti di religione e tutti gli altri insegnanti pubblici (di materie “obbligatorie”): a parità di prestazioni, infatti, gli insegnanti di religione sono maggiormente retribuiti!

ALCUNE CONSIDERAZIONI GENERALI:

E’ ragionevole spendere “un miliardo di euro l’anno” di risorse pubbliche (ancor di più in tempi di tagli notevoli ed indiscriminati all’Istruzione) per mantenere in vita l’I.R.C.?

E come può chiunque creda che la “laicità” sia un valore fondante per ogni democrazia moderna non chiedersi se sia opportuno trasformare la Scuola pubblica in luogo di formazione religiosa (dove, di fatto, fare “catechesi”)?

Perché l’insegnamento religioso non viene svolto “esclusivamente” nei luoghi e nei modi più opportuni, ossia:

– nelle parrocchie (o in altri locali adibiti all’esercizio di culto)

– con appositi corsi pomeridiani “su base volontaria” (rivolti, in primis, ai bambini ed ai ragazzi)

– finanziati col contributo dei fedeli (fruitori, direttamente o in qualità di genitori, di un servizio che dovrebbe da loro essere considerato “spiritualmente prezioso”)?

In uno Stato “laico” (non laicista!) e moderno, aperto nei confronti di tutte le culture e rispettoso delle libertà individuali di ognuno, non dovrebbe in nessun caso prevedersi l’insegnamento di una religione (qualsiasi essa sia!) nella Scuola pubblica: ciò equivarrebbe a considerare la stessa religione alla stregue di una “religione di Stato”!

L’unica soluzione per mantenere in vita l’insegnamento religioso nelle scuole, semmai, potrebbe essere solo quella di:

– rendere l’insegnamento della religione una disciplina realmente “facoltativa” per gli studenti (così che chi la scelga debba sostenere un’ora in più di lezione rispetto al piano di studi ordinario)

– aprire la Scuola pubblica non solo all’insegnamento della religione cattolica ma anche di ogni altra religione (ovviamente nei limiti in cui le istituzioni scolastiche ricevano una sufficiente domanda in tal senso da famiglie e studenti frequentanti)

– e caricare il costo dell’insegnamento alle stesse Comunità religiose interessate (non prevedendo alcun onere pubblico se non quello della concessione in uso dei locali scolastici).

NUOVI POSSIBILI “INSEGNAMENTI SOSTITUTIVI” DELL’I.R.C.:

I: ETICA E STORIA DELLE RELIGIONI

La scuola non può essere (in nessun modo ed in nessun caso) luogo di “catechismo”, in cui inculcare un pensiero unico (anche se dominante!). Dovrebbe, al contrario, aspirare a divenire luogo di incontro e dialogo tra diverse culture e concezioni del mondo e della vita, in cui insegnare la difficile arte di “ragionare” con la propria testa e secondo la propria “individualità” ed un autonomo “spirito critico”.

Nell’ottica di una formazione culturale completa e matura dei giovani, allora, sarebbe opportuno introdurre in tutte le scuole pubbliche (di ogni ordine e grado) un nuovo insegnamento “obbligatorio” (non “in alternativa” bensì “in sostituzione” dell’IRC): quello di “Etica e storia delle religioni”.

La cura di tale corso di studio dovrebbe essere affidata ad insegnanti:

– laureati in corsi di laurea appositi

– ed assunti secondo le normali procedure pubbliche concorsuali.

A testimonianza del fatto che la cancellazione dell’I.R.C. non dovrebbe assumere alcun intento persecutorio nei confronti degli attuali insegnanti di religione (svolgendo questi, in molti casi, un lavoro comunque ammirevole), sarebbe ragionevole, nell’assunzione dei nuovi docenti di tale corso di insegnamento (anche per ragioni di carattere sociale), attingere in gran parte dagli stessi (dopo che questi abbiamo seguito un apposito corso formativo e superato un idoneo concorso pubblico).

Alla libera ed insindacabile scelta di famiglie e studenti, in ogni caso, rimarrebbe la possibilità (fuori dall’ambito scolastico) di frequentare le parrocchie e seguire ogni forma di insegnamento religioso.

Educare i giovani si può, “si deve”: “indottrinare” no!

II: EDUCAZIONE CIVICA ED ALLA LEGALITA’

Un ulteriore corso di studi “obbligatorio” che sarebbe auspicabile introdurre nella Scuola pubblica è l’insegnamento della “Educazione civica ed alla legalità” (contrariamente all’ora di religione, infatti, attualmente l’educazione civica è una materia d’insegnamento largamente non presente o sottovalutata dalle scuole italiane!).

Tale corso di studi andrebbe finalizzato:

– a far conoscere ai giovani le “regolare basilari” della convivenza civile (dalla Costituzione -“carta madre” di tutti i nostri doveri e diritti- al Codice della strada …)

– e a far maturare il valore della vita, la cultura dell’ambiente, i principi di legalità … e la consapevolezza della “parità effettiva” tra uomo e donna!

Sarebbe a tal fine auspicabile un approccio metodologico:

– più “concreto” (meno teorico) alle problematiche della Società moderna (ad esempio, coinvolgendo gli alunni in prima persona in opere di volontariato ed assistenza sociale e mantenendo un filo tra la scuola e gli operatori del settore)

– e più “collaborativo” con le famiglie (che dovrebbero finalmente assumersi la “responsabilità” del delicato compito educativo loro attribuito).

III: EDUCAZIONE ALLA SESSUALITA’

Una riformulazione complessiva dei piani di studio scolastici, infine, sarebbe l’occasione migliore per far conseguire un’ulteriore crescita civile al livello dell’istruzione pubblica italiana introducendo in tutte le scuole l’insegnamento (anch’esso “obbligatorio”) della “educazione alla sessualità”.

L’introduzione di un simile ed innovativo corso di studi rappresenterebbe il segno più evidente della rinnovata volontà dello Stato di farsi carico del difficile impegno di accompagnare i giovani in una crescita matura della propria personalità (anche sessuale).

L’educazione è l’unica arma vincente in grado contrapporsi alla diseducazione morbosa e strisciante di giovani e ragazzi realizzata quotidianamente dal mondo della tv, dei mass media e di internet, capaci di trasmettere ossessivamente messaggi negativi come:

– la mercificazione della figura della donna

– la proposizione di modelli culturali aberranti (ad esempio, l’idea per cui “apparire” sia un valore di merito superiore all’“essere” per fare carriera)

– e l’istigazione ad una visione “morbosa” del sesso.

Come è possibile educare i giovani ad un rapporto “non traumatico” (o esagitato) col sesso se:

– in famiglia e nelle scuole questo aspetto integrante della vita di ogni individuo continua ad essere un “tabù”

– e la “pornografia virtuale”, il più delle volte, risulta essere l’unica vera lezione sessuale alla portata di tutti?!

PUOI LEGGERE L’ARTICOLO (e commentarlo) ANCHE:

SUL BLOG “SPAZIO LIBERO”:

– (parte I: l’educazione religiosa in Europa …)

http://spaziolibero.blogattivo.com/g-s-b1/DALL-ORA-DI-RELIGIONE-ALLA-EDUCAZIONE-ALLA-SESSSUALITA-UN-PASSAGGIO-POSSIBILE-parte-I-b1-p190.htm

– (parte II: l’I.R.C. nella Scuola pubblica: educazione o “indottrinamento”?)

http://spaziolibero.blogattivo.com/g-s-b1/DALL-ORA-DI-RELIGIONE-ALLA-EDUCAZIONE-ALLA-SESSSUALITA-UN-PASSAGGIO-POSSIBILE-parte-II-b1-p189.htm

– (parte III: quali nuovi ed alternativi “sistemi educativi” sono possibili?)

http://spaziolibero.blogattivo.com/g-s-b1/DALL-ORA-DI-RELIGIONE-ALLA-EDUCAZIONE-ALLA-SESSSUALITA-UN-PASSAGGIO-POSSIBILE-parte-III-b1-p188.htm

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Gaspare Serra

Staccò il crocifisso dal muro: professore sospeso per un mese

Staccò il crocifisso dal muro: professore sospeso per un mese

È arrivata la decisione dell’Ufficio scolastico regionale umbro
Franco Coppoli ha preso una pena maggiore di colpevoli di molestie

di Salvio Intravaia

da www.repubblica.it 19 Febbraio 2009 dc

Il docente “reo” di avere staccato il crocifisso dal muro durante le sue lezioni è stato sospeso per un mese. La notizia è stata confermata dallo stesso insegnante pochi minuti fa. Franco Coppoli, docente di Italiano e Storia presso l’istituto professionale Casagrande di Terni, sta già scontando la “pena” inflitta dal direttore dell’Ufficio scolastico regionale dell’Umbria, Nicola Rossi, che gli ha notificato la sanzione disciplinare a causa della quale sarà costretto a stare lontano dalle sue classi e a rinunciare allo stipendio per trenta giorni.

Una settimana fa, il massimo organo di disciplina a livello nazionale (il Consiglio nazionale della pubblica istruzione) aveva ascoltato le ragioni del prof che evidentemente non è stato abbastanza convincente: il Cnpi ha infatti proposto la sanzione di un mese di sospensione. Un provvedimento abbastanza duro che non ha precedenti tra il personale della scuola. Basti pensare, come ha rilevato nel 2006 la Corte dei conti, che fino a pochi anni fa docenti e bidelli condannati dalla magistratura ordinaria per violenza sessuale nei confronti dei propri alunni se la sono cavata con sospensioni dal servizio da uno a dieci giorni. Discorso analogo per una preside condannata dalla magistratura per ‘peculato, truffa, abuso d’ufficio e falsità ideologicà che è stata sospesa per 31 giorni.

Ma, dopo il giro di vite dell’ex ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Fioroni, è tutta un’altra cosa: staccare il crocifisso dal muro durante la lezione può costare un mese di sospensione dal servizio. La vicenda inizia lo scorso mese di settembre, quando Coppoli si trasferisce da Bologna a Terni. Il docente, “rivendicando la libertà di non fare lezione sotto un simbolo appeso di una specifica confessione religiosa dietro la cattedra, invocando la libertà di insegnamento, la libertà religiosa e la laicità dello Stato e della scuola pubblica previste dagli articoli costituzionali”, decide di staccare il crocifisso dal muro durante le sue lezioni. All’inizio la cosa non sembra creare problemi, ma dopo qualche settimana gli studenti si riuniscono in assemblea e “a maggioranza”, ci tiene a sottolineare Coppoli, decidono che nelle classi il simbolo religioso deve stare alla parete.

Ma il prof non si arrende e, durante le lezioni di Italiano e Storia, continua a staccare dal muro il crocifisso per rimetterlo al proprio posto prima di uscire dalla classe. A questo punto interviene il preside, Giuseppe Metastasio, che intima al professore di non rimuovere il crocifisso che fa attaccare al muro con un tassello. Ma Coppoli non si dà per vinto e non appena entra in classe stacca ugualmente dalla parete il simbolo religioso prima di iniziare la lezione. Il braccio di ferro continua per diversi giorni e durante un Consiglio di classe volano parole grosse fra il docente e il preside e quest’ultimo decide di sporgere querela per diffamazione. E di fronte all’ennesimo “atto di insubordinazione” il dirigente scolastico decide di denunciare il docente “disubbidiente” al Consiglio nazionale della pubblica istruzione (Cnpi).

Il resto è storia recente. L’11 febbraio scorso l’organo di disciplina convoca il docente difeso dai Cobas della scuola e dopo averlo ascoltato propone una un mese di sospensione. Il Cnpi passa quindi la patata bollente al direttore dell’Ufficio scolastico regionale, Nicola Rossi, che avalla il provvedimento. “E’ un fatto gravissimo – commenta Piero Bernocchi, dei Cobas della scuola che hanno difeso il docente – Il Cnpi – continua Bernocchi – si è dimostrato più reazionario della magistratura che ha recentemente assolto il giudice che si rifiutò di fare udienza col crocifisso in aula”.