Politica e Società, Varie: attualità, costume, stampa etc

Sulla controversa questione del “diritto di anonimato sul web”

Sulla controversa questione del “diritto di anonimato sul web”

di Lucio Garofalo

16 Maggio 2013 dc

Detesto la saccenteria, l’arroganza, la supponenza dei numerosi “soloni” della politica, sparsi a livello locale e nazionale. I quali pretendono di impartire lezioni dall’alto, predicando bene e razzolando male, in alcuni casi predicando male e razzolando peggio.

Essi ignorano, tra le altre cose, che il diritto all’anonimato è una peculiarità caratteristica della comunicazione tramite il web, una prerogativa lecita ed intrinseca alla natura stessa di Internet, che è una rete virtuale indubbiamente anarcoide, ma è evidente che costoro non amano, né tollerano la libertà quando questa viene esercitata realmente. Anzi la temono e la osteggiano, viste anche le inclinazioni politiche di alcuni di essi, simpatie manifestate apertamente a favore di un partito ipocrita e rinnegato come il Pd, “democratico” solo di nome, ma autoritario ed antidemocratico nei fatti. Un partito che non è più inquadrabile nemmeno nell’area del “centro-sinistra”. Un tempo si sarebbe definito “socialdemocratico” in riferimento al PCI, ma era tutta un’altra storia.

Costoro, i “soloni della democrazia”, esibiscono forse il “coraggio” di mettere nome e cognome per firmare i propri post e commenti, ma poi non hanno il coraggio che conta effettivamente, vale a dire l’onestà intellettuale di raccontare la verità nella sua interezza, mentre ne rappresentano solamente una frazione che, guarda caso, fornisce sempre la versione più comoda e conveniente rispetto al proprio interesse “particulare”.

Personalmente non ho mai avuto problemi a metterci la faccia, non è mia abitudine ripararmi dietro l’anonimato. Oltretutto c’è chi si dissimula in modo abile anche dietro la propria immagine reale o dietro parole sottoscritte con il proprio nome e il cognome.

Inoltre, la vita reale non è certamente meno fittizia o meno ipocrita di quella virtuale.

Invece, a proposito di “verità”, si sa che la verità assoluta non appartiene a questo mondo, ma può esisterne solo un’interpretazione parziale e limitata, che è sempre una versione più o meno soggettiva e relativa. Eppure si preferisce raccontare soltanto la versione che conviene maggiormente ai propri scopi. L’onestà ed il coraggio intellettuale dovrebbero spingere ad aggiornare e completare il più possibile l’analisi, la conoscenza e la rappresentazione della realtà, a prescindere dagli interessi egoistici di una fazione.

Sarà probabilmente un mio limite personale, ma francamente non riesco a capire questo bisogno di conoscere l’identità di chi scrive, che a mio avviso esprime un falso problema.

Che l’identità sia reale o virtuale poco importa, visto che in molti casi l’identità di una persona coincide con l’essere ugualmente fittizia e camuffata, anche quando appare autentica. Basti pensare al celebre romanzo di Luigi Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”, in cui emerge la consapevolezza che l’identità di un uomo non è una, bensì molteplice, che la realtà non è oggettiva in quanto si perde nel relativismo.

Dunque, il punto cruciale è ciò che uno dice, non chi lo dice. A tale riguardo mi viene in mente Pasquino, la famosa “statua parlante” di Roma, una figura caratteristica della città eterna. Nella Roma papalina, ai piedi della statua dell’imperatore Marco Aurelio, anonimi autori appendevano nottetempo dei foglietti contenenti versi satirici mordaci e dissacranti, rivolti contro i rappresentanti del potere dell’epoca. Questi epigrammi satirici erano le famose “pasquinate”, che interpretavano il malumore e l’avversione popolare contro la corruzione e l’arroganza del potere temporale dei papi. Dopo la caduta dello Stato Pontificio, avvenuta in seguito alla presa di Roma nel 1870, si estinse anche la produzione satirica contro il governo del papa-re. Ovviamente, la citazione della figura letteraria di Pasquino non è casuale, in quanto rappresenta tuttora il simbolo allegorico di un sentimento popolare beffardo e sarcastico che mette alla berlina ogni potere, uno spirito satireggiante ed anarchico che si esprime nei versi pungenti scritti da anonimi autori che incarnano il comune sentire del popolo di Roma.

Sempre a proposito di citazioni letterarie mi viene in mente Trilussa, pseudonimo di Carlo Alberto Salustri, più esattamente l’anagramma del cognome. Gli esempi da citare in tal senso sarebbero numerosi, dal momento che la storia della letteratura è zeppa di autori che si sono avvalsi intenzionalmente di pseudonimi o nomi d’arte. Eppure, nessuno di questi grandi scrittori è ricordato per la sua vera identità, bensì per le opere.

Cronaca, Politica e Società

Il canto del capro

da Democrazia Atea 28 Settembre 2012 dc:

Il canto del capro

Da qualche giorno le cronache si appassionano sulla condanna ricevuta da Sallusti per diffamazione quando era direttore responsabile di Libero nel 2007.

Molte persone e soprattutto molti giornalisti stanno difendendo Sallusti confondendo, con deliberata mistificazione, la libertà di espressione con la diffamazione a mezzo stampa.

Sallusti non è stato condannato per aver espresso una opinione e nessuno ha messo in discussione la sua libertà di pensiero o di critica.

Sallusti è stato condannato per aver consentito che il suo giornale diffondesse notizie non vere diffamando i soggetti coinvolti nella falsa notizia, che è ben altra cosa dalla libertà di stampa.

Più che di libertà di stampa in questa vicenda potrebbe parlarsi di “stampa in libertà” ovvero un uso improprio del giornalismo che danneggia non solo i destinatari della notizia propalata con connotazione di falsità, ma lede l’onore di tutti quei giornalisti che non si lasciano animare da pulsioni offensive.

Si apprende che l’articolo non era il suo ma di un soggetto cui era stata interdetta la professione di giornalista, Farina.

E’ stato Sallusti ad assumersi personalmente la responsabilità di pubblicare gli articoli del suo ex collega ed era stato lui a consentirgli di farlo con uno pseudonimo.

Sallusti attribuisce una responsabilità anche al suo avvocato ma sorge il dubbio che ne avesse nominato uno, tanto più che le condanne precedentemente accumulate nell’esercizio della sua professione di giornalista gli impedivano di beneficiare della sospensione condizionale della pena.

Non si è preoccupato di trovare una modalità riparatoria ragionevole che inducesse, come accade di solito, al ritiro della querela e ora dichiara di non voler accettare la commutazione della pena con le misure alternative alla detenzione.

Sallusti ha lucidamente deciso di recitare la parte del protagonista in una tragedia di cui lui stesso ha scritto il canovaccio.

Nella ricostruzione etimologica la tragedia greca era il “canto del capro” sacrificato a Dionisio.

Nella ricostruzione di questa pantomima si celebra il finto sacrificio di un livoroso sull’altare delle falsità.

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea
http://www.democrazia-atea.it

Politica e Società

“Questa stampa spuntata sotto il tacco di Silvio”

Da “Il Fatto Quotidiano” di mercoledì 16 dicembre-link valido per gli abbonati (le ovvie correzioni degli errori sono mie)

“Questa stampa spuntata sotto il tacco di Silvio”

di Stefano Feltri

Sono sessant’anni che Piero Ottone fa il giornalista, ha diretto il Secolo XIX e il Corriere della Sera negli anni del terrorismo. E oggi, ottantacinquenne, dice: “Quando la nostra generazione, negli anni Settanta, cominciava a prendere in mano le redini dei giornali aveva un senso di ribellione contro quel giornalismo conformista alla Mario Missiroli. Anche nel giornalismo ci sono periodi migliori e periodi peggiori, come quello che stiamo vivendo”.

Ieri alla Camera Fabrizio Cicchitto, capogruppo dei deputati del Pdl, se l’è presa con la “campagna di odio iniziata fin dal 1994”, soprattutto da il Fatto e dal gruppo Espresso-Repubblica, della cui storia Ottone è un pezzo importante. Dice: “Queste polemiche sono stupidaggini. Ogni frase è risposta a una frase precedente, è come quando i bambini dicono ‘ha cominciato lui’. L’atmosfera in Italia è quella che è. Non c’è da dare la colpa a nessuno, a destra o a sinistra, cercare i mandanti è un esercizio futile”.

Alla fine degli anni Ottanta Ottone lavorava alla Mondadori dell’amico Mario Formenton. Dopo che Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo vendettero le loro quote alla Mondadori, di cui erano già azionisti Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi, Ottone aveva il compito di curare le relazioni con il gruppo Espresso. Ha appena ripubblicato “La guerra della rosa” (Longanesi), il libro in cui racconta la guerra di Segrate tra De Benedetti e Berlusconi per il controllo della Mondadori vista dall’interno. Una guerra che ancora non è finita: il 22 dicembre c’è la prossima udienza sul risarcimento da 750 milioni di euro che la Fininvest deve pagare per la corruzione giudiziaria con cui Berlusconi ha strappato l’azienda a De Benedetti   (che, con una mediazione, conservò il gruppo Espresso con la Repubblica, il settimanale e le testate locali). “E’ stato un episodio importante nella storia di questo Paese e del suo giornalismo ma non spiega tutto”, racconta oggi, con la consapevolezza di chi si è trovato a negoziare per evitare che perfino la Repubblica e l’Espresso diventassero berlusconiani.

Secondo Ottone nella storia del nostro giornalismo si osservano “fenomeni che non sono mai riconducibili a un fatto solo, per esempio che in Italia sia considerato normale che i giornali appartengano a grandi gruppi di interesse. Ma conservare una certa autonomia è possibile. Giulio De Benedetti, il grande direttore de la Stampa nel dopoguerra, perseguiva il pareggio di bilancio, per garantirsi un margine di indipendenza dalla Fiat e anche Luigi Albertini, che del Corriere è diventato azionista, aveva un suo orgoglio professionale che gli permetteva di non prendere ordini dalla proprietà, così come più tardi anche Scalfari è stato alieno da condizionamenti”.

Quello della proprietà è un problema di contesto (“siamo abituati a giornali di poteri finanziari o di gruppi ideologici”), poi ci sono le deficienze individuali dei giornalisti. Ottone le riassume così: “In Italia in materia di obiettività il massimo che si può chiedere ai giornalisti sembra essere di dichiarare da quale parte stanno, ecco, con una categoria di questo tipo il nostro non è un giornalismo paragonabile a quello del resto dell’occidente”. Ottone ha visto Berlusconi conquistare la Mondadori, prendere possesso dell’azienda preparandosi a espugnare per conto di Bettino Craxi le testate nemiche: “Segrate era la capitale dell’impero, occupata la capitale bisognava estendere l’occupazione alle province”. Poi l’occupazione è fallita, il gruppo Espresso è andato a De Benedetti, ma quella guerra ha chiuso una stagione: “Il tono e la qualità dei giornali dipende molto dalla situazione circostante. Negli anni Settanta e Ottanta il potere politico era in declino e quindi si aprivano maggiori spazi per i giornali”.

Poi c’è stata la breve stagione di Mani Pulite subito seguita dal berlusconismo e “oggi la stampa italiana è molto meno spregiudicata, ma non continuerà a essere così dopo Berlusconi, perché soltanto lui ha il carisma, il denaro e la capacità di tenere tutti in riga”. Per ora, però, resta la domanda: ma in Italia c’è una vera libertà di stampa anche oggi che Cicchitto attribuisce ad alcuni giornalisti la responsabilità di aver armato la mano dello squilibrato che ha colpito Berlusconi a Milano? La risposta Ottone l’ha affidata al suo libro: “L’Italia contemporanea, nella quale è possibile manifestare dissenso, critica e magari vilipendio, non è una dittatura. È però anche vero che in una vera democrazia, in un Paese libero nella sostanza oltre che nella forma, il fiume dell’informazione giornalistica, quell’informazione che si presenta ai cittadini come autonoma e indipendente, non subisce limitazioni, intimidazioni, condizionamenti”.