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Lettera di un italiano in Svizzera

In e-mail il 17 Ottobre 2017 dc:

Lettera di un italiano in Svizzera

Sono un italiano: fin qui, nessuna colpa.

Appartengono alla “classe 1984”: nemmeno questa una colpa. Una “sfiga” forse si: quella di appartenere ad una generazione di mezzo, quella generazione “Y” nata a cavallo tra gli anni ’80 e ‘90, né “figli dei fiori” (per lo più “figli di papà” in lotta per superbi ideali, almeno finchè non entrati in banca o ottenuto un posto fisso), né figli della globalizzazione (svezzati a pane e smartphone e quanto mai “cittadini del mondo”). Una generazione “ibrida” cresciuta in un mondo jurassico ormai estinto, dopato da un benessere diffuso e indottrinato dal mito della crescita felice.

“Studia e farai strada”, dicevano in tanti: “una laurea in Legge è meglio di un’assicurazione sulla vita”, aggiungevano altri. Ed eccomi qui, a 33 anni, crocifisso dal mercato del lavoro, con una Laurea (cum Laude) in tasca e tanti sogni in un cassetto che non si aprirà mai… Il miraggio resta sempre lo stesso: né la fama, né il successo, né la ricchezza, nemmeno il famigerato “posto fisso”… Semplicemente un lavoro, un dignitosissimo lavoro, che consenta finalmente di esclamare: “ce l’ho fatta!”.

Una doverosa puntualizzazione (per tutti i tastieristi seriali pronti a sparare giudizi come sentenze): non datemi del “choosy” o “kippers” o “neet”, per favore! In primis, perchè odio l’esterofilia imperante: quantomeno usate un epiteto nostrano (“sfaticato”, “fannullone”…); in secundis, poichè non mi sono di certo adagiato sugli allori. La laurea è stata un traguardo raggiunto dopo anni di fuori corso, ma al prezzo di mantenersi a tutti i costi da solo, alternando lavoretti in nero e tirocini “aggratis” (anzi, a proprie spese): per definire al meglio la mia posizione, conierei il neologismo di “diversamente occupato”!

Dimenticavo: oltre ad esser figlio degli anni ’80, sono un figlio del Sud, la medaglia al petto di “sfigato”, dunque, me la sono meritatamente conquistata! Cosa vuol dire, per un giovane – non raccomandato e senza un’impresa di famiglia alle spalle – cercare lavoro al Sud? Il più delle volte un gioco al lotto: con la differenza, in questo caso, di giocare sulla propria pelle!

Arrivati al primo bivio della propria vita (i trent’anni), così, è facile voltarsi indietro ed accorgersi di aver sprecato i propri anni migliori tra cumuli di libri e lavoretti eternamente precari, temporanei, a scadenza… Il prezzo necessario da pagare per non essere scavalcati da chi gioca al rialzo nella disperazione!

Si superano i trent’anni, poi, e si scopre d’improvviso di esser troppo presto invecchiati per il mondo del lavoro: bonus a go-go per l’assunzione di under-29, con buona pace per chi non è né tanto giovane né tanto vecchio!

Allora ci si ributta nuovamente a capofitto negli studi, preparandosi per un concorso pubblico. Peccato che, eliminati tutti quelli per i quali vige il solito dolente limite d’età, di corposi ne restano ben pochi. E quando per mesi ti prepari per uno dei pochi concorsi a cui aspirare (si veda quello per Assistenti Giudiziari), ti ritrovi a tirare le somme con altri 300 mila candidati per poche centinaia di posti!

Giunge inesorabile, così, il momento di pensare alla fuga, a scappare all’estero! Quale meta migliore della vicinissima Svizzera (e dell’italianissimo Canton Ticino)? Ripensi ai tanti che ce l’hanno fatta, trovando la loro fortuna tra la Svizzera, il Belgio e la Germania, e molli tutto – gli affetti e le amicizie di una vita – per partire, pronto a sfidare la sorte per un tozzo di pane.

Passano i mesi, e ti rendi però conto che il Paradiso non è di questa Terra… Cerchi un lavoro attinente ai tuoi studi? Ben presto ti accorgi che qui la tua laurea è fondamentalmente “carta straccia”! Cerchi un qualsiasi lavoro, pur umilissimo, che ti permetta di vivere dignitosamente? Nella migliore delle ipotesi, qualora non si richieda il Tedesco Madrelingua (un’oscenità per qualsiasi italiano medio!), o uno dei tanti attestati federali immaginabili (anche per un posto di lavapiatti!) o un permesso di soggiorno (un miraggio senza prima un contratto in mano…), ti rispondono: “ma lei è sprecato per questa posizione…”.

Col morale a terra, continui ancora a cercare la tua strada, tra cartelloni pubblicitari che raffigurano gli italiani come “ratti” e, un po’ ovunque, giornali che sfoggiano titoli a tutta pagina del tipo “Costretti ad emigrare!” (riferiti, stavolta, ai Ticinesi, a causa dell’immigrazione italiana).

Sconfortato, sull’orlo di una crisi di nervi, chiudi gli occhi, e ti accorgi di vivere con un pugno di mosche in mano… ma un tesoro inestimabile attorno: la tua Famiglia, gli affetti più cari, sempre al tuo fianco, comunque pronti a sorreggerti. Ed è in questi momenti che un dilemma, come una preghiera, ti scuote brutalmente la coscienza: si può certamente vivere “per” la Famiglia, ma fin quando si può sopravvivere “di” Famiglia???

G.S. (Un italiano in Svizzera)

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Occupyamo Piazza Affari!

Il volantino della CUB-Confederazione Unitaria di Base

Occupyamo Piazza Affari!

Contro le politiche antisociali del governo e della Bce

I loro affari non devono più decidere sulle nostre vite. Per una società fondata sui diritti civili e sociali, sul pubblico, sull’ambiente e sui beni comuni.

  Misure “lacrime e sangue” sono la ricetta del governo delle banche e della finanza che, con il sostegno del centro-destra e del centro-sinistra, è ormai in carica da oltre tre mesi. Il massacro sociale del governo Monti dilagherà se verrà applicato il trattato europeo deciso dai governi Merkel, Sarkozy e Monti. Ora vogliono cambiare la Costituzione, senza consultare i cittadini e imponendo il pareggio di bilancio. Ora vogliono imporre un trattato, il fiscal compact, che impone la schiavitù del debito per vent’anni. Per vent’anni dovremo sacrificare i diritti sociali e quelli delle lavoratrici e dei lavoratori, per pagare il debito agli stessi affaristi e speculatori che l’hanno creato.

  Una crisi del sistema capitalista da cui le classi dominanti non riescono ad uscire. L’individuazione di “medici” come Monti in Italia o Papademos in Grecia, che in realtà non fanno che aggravare la malattia scaricando sui lavoratori e sulle classi popolari il peso della iniqua distribuzione del reddito con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita e l’eliminazione di diritti conquistati con anni di lotte. Per questo diciamo NO alla precarietà e alla messa in discussione dell’articolo 18, alla distruzione dello stato sociale, dei diritti, della civiltà e della democrazia. Per questo diciamo NO alla distruzione dell’ambiente, alle grandi opere, alla Tav.

  Negazione della democrazia e repressione sono gli strumenti con cui le classi dominanti stanno cercando di fermare e dividere il movimento popolare che va opponendosi al dilagare della precarizzazione e della disoccupazione di massa: lo abbiamo visto in questi giorni in Val di Susa, ma anche contro molte lotte operaie e di resistenza sociale.

Chiediamo ai giovani e alle donne, alle lavoratrici e ai lavoratori, ai precari, ai pensionati e ai migranti, ai movimenti civili, sociali e ambientali, di organizzare insieme una risposta a tutto questo con una grande manifestazione nazionale a Milano il prossimo 31 marzo

Unire le lotte per un’opposizione sociale e politica di massa, capace di incidere, dal territorio, alla scuola e all’università, alle lotte per il lavoro: dalla Argol di Fiumicino alla Wagon-Lits di Milano, alla Alcoa di Portovesme, alla Fincantieri, alla Esselunga, alla Fiat e alle lotte dei migranti. Vogliamo manifestare assieme a tutti i popoli europei, schiacciati dalle politiche di austerità e dal liberismo, in particolare al popolo greco, sottomesso ad una tirannide finanziaria che sta distruggendo il paese.

  Vogliamo un diverso modello sociale ed economico in Italia e in Europa, fondato sul pubblico, sull’ambiente e sui beni comuni, per riconvertire il sistema industriale con tecnologie e innovazione, per la pace e contro la guerra, per lo sviluppo della ricerca sostenendo scuola pubblica e università, per garantire il diritto a sanità, servizi sociali e reddito per tutti, lavoro dignitoso, libertà e democrazia.

  Il 31 marzo tutte e tutti in piazza a Milano:

manifestazione nazionale a Piazza Affari

Occupyamo Piazza Affari. Costruiamo il nostro futuro

Piazzale Medaglie d’Oro ore 14-MM3 Porta Romana

 

Comitato Promotore “OccupyamoPiazzaAffari”

 

 Confederazione Unitaria di Base

Milano, V.le Lombardia, 20 tel. 02.70631804

cub.nazionale@tiscali.it  www.cub.it  http://www.cubvideo.it

 

Flessioni e ri-flessioni irpine

In e-mail dall’amico Lucio Garofalo il 24 Maggio 2009 dc:

Flessioni e ri-flessioni irpine

Se in questa noiosa campagna elettorale si volesse discutere seriamente (per quanto possibile in una campagna elettorale) delle questioni più dirompenti che turbano l’esistenza quotidiana delle nostre popolazioni, si dovrebbe prendere spunto dalla ferita più dolorosa che offende l’Irpinia, ma il discorso si potrebbe estendere facilmente a tutte le aree interne e depresse del Mezzogiorno. Mi riferisco al triste problema della disoccupazione giovanile, alla totale assenza di prospettive e speranze legate a un lavoro decente e a una vita dignitosa per l’avvenire delle giovani generazioni. Dunque, proviamo a svolgere un’analisi il più onesta e obiettiva possibile sull’attuale situazione politico-sociale in Irpinia.

Il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia è assai elevato in quanto si aggira oltre il 52 per cento: quindi, nella provincia di Avellino un giovane su due è disoccupato. Inoltre, e questo è motivo di ulteriore apprensione e amarezza, il numero dei disoccupati che hanno varcato la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Notevole è anche il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che nutrono scarsissime speranze e possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo, anche in Irpinia si sono diffusi a dismisura i rapporti di lavoro atipici e precarizzati, soprattutto nella fascia di giovani tra i 20 e i 25 anni, ossia tra i giovani alla loro prima occupazione lavorativa, assunti con contratti a breve termine.

Per non parlare dello sfruttamento del lavoro nero. Il numero di lavoratori stranieri presenti in Irpinia è in fase di crescita esponenziale negli ultimi anni. Lo sfruttamento di manodopera straniera a basso costo, pagata quasi sempre a nero, costituisce un problema molto grave ed esteso, che investe soprattutto i lavoratori immigrati che inevitabilmente ne pagano le conseguenze. Infatti, anche in Irpinia si registrano percentuali davvero inquietanti di omicidi bianchi, vere e proprie stragi sul lavoro di cui quasi nessuno parla. In larga parte le vittime dell’infortunistica sul lavoro sono costituite da manodopera di origine straniera impiegata nel settore dell’edilizia.

Anche la Fillea-Cgil di Avellino denuncia tale situazione di emergenza già da qualche anno: “Purtroppo – così dichiara nel giugno 2007 il segretario Antonio Famiglietti – i cantieri privati continuano a sfuggire ad ogni controllo. (…) la Fillea richiama ancora una volta ad un maggior controllo preventivo da parte degli organi preposti, riguardo all’osservanza delle norme di sicurezza nei cantieri irpini e operanti in Irpinia. Abbiamo più volte evidenziato che nei confronti della manodopera straniera occorre prevedere misure di formazione maggiori, poiché spesso i lavoratori stranieri sono inconsapevoli dei rischi connaturati all’attività edile e il più delle volte ignari della esistenza di leggi volti a tutelare la loro incolumità”. Ma cosa fanno i “sepolcri imbiancati” della politica locale? Evidentemente sono troppo occupati in campagna elettorale a dispensare facili promesse che non saranno in grado di mantenere, ma che servono a carpire ed ingannare la buona fede degli sprovveduti che ancora credono a tali impostori.

Ma torniamo al punto di partenza di questa riflessione, vale a dire al tema della disoccupazione giovanile. Questa rappresenta in ogni caso una tragedia collettiva in quanto produce effetti di depressione e disgregazione che lacerano il tessuto sociale di una comunità, esponendo i soggetti più indifesi al ricatto politico-clientelare dei notabili locali e comprimendo gli spazi di libertà e convivenza democratica. Pertanto, è una conseguenza “inevitabile” che i migliori cervelli delle nostre zone siano condannati alla fuga, ad una sorta di esilio forzato che li obbliga ad emigrare oltre i confini del proprio territorio, in alcuni casi persino all’estero, per ottenere ed esercitare una professione adeguata alle proprie aspettative, per conquistare un lavoro dignitoso che li metta in condizione di affermarsi, seppure in un luogo distante dalla famiglia e dal paese d’origine. In molti casi, mettendo radici altrove, senza fare più ritorno nella terra natia.

Ebbene, la nuova emigrazione irpina rivela aspetti a dir poco sconcertanti, che sono totalmente ignorati o sottovalutati, trattandosi di una fuga in massa di cervelli, ossia un’emigrazione giovanile di tipo intellettuale, un esodo di intere generazioni di giovani che mostrano notevoli percentuali e livelli di scolarità. Infatti, gli elementi più intelligenti, colti e preparati fuggono dal luogo in cui sono nati, cresciuti e dove hanno studiato, anche perché non intendono (giustamente) soggiacere al ricatto clientelare imposto dai notabili locali che li costringono a mendicare la concessione di un lavoro che, invece, è un diritto che spetta a ogni cittadino, sancito nel dettato costituzionale.

Quindi, occorre riconoscere un dato di fatto talmente palese che indica l’inasprimento e il peggioramento delle condizioni di vita in cui versano le fasce sociali colpite dalla povertà e dalla precarietà materiale, anche e soprattutto in seguito all’attuale crisi economica internazionale. Tali problemi esistono e si aggravano pesino nei piccoli centri della nostra provincia, che non rappresentano più le “oasi felici” di un tempo, oltretutto perché si è allentata quella secolare rete di reciproca solidarietà che in passato sorreggeva le nostre comunità, un tempo considerate (giustamente) a misura d’uomo.

Negli ultimi anni, a causa della globalizzazione economica neoliberista (contestata in tante parti del mondo) la realtà irpina ha accusato una nuova, improvvisa accelerazione storica che ha spinto fasce sempre più ampie di popolazione, soprattutto giovanile, verso il dramma della disoccupazione e dell’emigrazione, dell’emarginazione, della precarietà e della disperazione. In questo contesto di pesanti difficoltà esistenziali le devianze giovanili, i suicidi e le nuove forme di dipendenza – dall’alcool e dalle droghe pesanti – sono solo gli indizi più inquietanti e sintomatici di un diffuso malessere economico e sociale di cui nessuno, tanto meno i politici, sembra voler prendere atto.

La scarsità di un lavoro degno di questo nome, lo spauracchio dell’emigrazione (anche per le fasce sociali più scolarizzate), il ricatto sempre più anacronistico, ma tuttora vigente, delle clientele politico-elettorali, la crescente precarizzazione dei contratti di lavoro e più in generale della stessa esistenza, l’assenza di tutele e diritti: queste sono tra le cause più drammatiche e strutturali che producono il disagio materiale ed esistenziale dei nostri giovani. Intere generazioni che crescono e si formano culturalmente nella nostra terra, ma poi sono costrette ad emigrare per far valere le proprie capacità, per trovare un ambiente in cui vivere decorosamente e realizzarsi non solo dal punto di vista professionale, ma anche sul piano sociale. Se invece restassero, sarebbero costrette ad umiliarsi, ad inchinarsi al solito “santo protettore”, oppure a farsi mantenere a vita dalle proprie famiglie. Queste condizioni non sono per nulla dignitose, e in nessun caso permettono di affermare la propria indipendenza economica, ma soprattutto di conquistare la piena autonomia sotto il profilo umano, sociale e politico. Si tratta di situazioni precarie e ricattabili, segnate da dolorose frustrazioni interiori.

Preciso altresì che l’espressione “disagio giovanile” è errata e fuorviante, in quanto il disagio non è riconducibile ad un dato anagrafico. È invece più corretto riferirsi al “disagio sociale”, benché questo malessere investa soprattutto le “categorie” dei giovani e degli anziani, ossia le fasce più fragili della nostra società, essendo più esposte alle difficoltà, anzitutto materiali, che l’esistenza quotidiana impone agli esseri umani, offrendo scarse speranze e possibilità di superamento. Occorre aggiungere che anche un’elevata percentuale della popolazione senile sopporta stenti e privazioni derivanti soprattutto dalla solitudine e dall’abbandono, disagi che in passato erano ammortizzati da una fitta rete di relazioni di mutua solidarietà tra le generazioni, che ora non esiste più, almeno nelle forme e nelle dimensioni di un tempo.

Oggi l’Irpinia è un vasto comprensorio di piccoli comuni di montagna, soggetti ad un inarrestabile calo e invecchiamento demografico, centri che non offrono più nulla o quasi ai giovani, sia sul versante delle prospettive e delle opportunità occupazionali, sia sul piano delle occasioni di svago, dei momenti di aggregazione e di crescita culturale, tranne pochi bar, pub o altri tipi di locali pubblici in casi eccezionali, è una provincia ridotta ad essere un luogo di noia e desolazione esistenziale, per cui attecchiscono atteggiamenti insani e pericolosi, si affermano in misura crescente devianze e dipendenze da alcolici e droghe di vario tipo, abitudini impensabili fino a 25/30 anni fa.

Negli ultimi anni, il problema delle tossicodipendenze giovanili è uno dei fenomeni sociali che hanno subito una notevole accelerazione e trasformazione storica anche nelle nostre zone, assumendo proporzioni e caratteristiche di massa che prima erano ignote. Questo aspetto è uno dei segnali che attestano in modo inequivocabile i mutamenti economico-sociali e antropologico-culturali che si sono compiuti nelle nostre zone. In una società di massa, in cui prevalgono tendenze e abitudini di tipo edonistico e consumistico, è inevitabile che si affermi anche un consumo massiccio di quelle sostanze definite “droghe”, anzitutto per un effetto di emulazione e omologazione culturale, vale a dire in virtù di un efficace strumento di persuasione, comunemente definito “moda”.

In questo ragionamento occupa una posizione centrale la mercificazione del “tempo libero”. La società borghese ha ormai imposto un’ideologia mistificante del “tempo libero”, inteso falsamente come una frazione della propria esistenza quotidiana libera da impegni di lavoro e di studio da poter destinare agli svaghi, ai divertimenti, alle vacanze, ossia ai consumi economici. Tale mistificazione ideologica è funzionale ad un processo di mercificazione e privatizzazione del “tempo libero” che è diventato un ulteriore momento di alienazione dell’individuo nella fruizione passiva e meramente consumistica di prodotti offerti dall’industria del “tempo libero” e del “divertimento” quali, ad eempio, il sesso, la musica, lo sport e, ovviamente, le droghe. Per la serie “sex, drugs and rock’n roll”. Tali fenomeni di massificazione, mercificazione e alienazione del “tempo libero” sono evidenti anche nei piccoli centri di provincia in cui viviamo.

È estremamente difficile determinare con esattezza la portata di un fenomeno come il consumo di sostanze stupefacenti nei nostri paesi, ma basterebbe guardarsi un po’ intorno con maggiore attenzione per rendersi conto della realtà. I Ser.T (Servizio Tossicodipendenti), ad esempio, non sono affatto rappresentativi della situazione delle tossicodipendenze in Irpinia perché in tali centri si recano generalmente quegli eroinomani che hanno necessità di assumere il metadone oppure quando, segnalati dalla prefettura, sono obbligati a seguire una terapia. Dunque, stabilire con precisione quanti siano i consumatori di altre sostanze (ovvero cannabis, cocaina, crac, kobrett, psicofarmaci, alcool) è praticamente impossibile.

Un dato certo e inoppugnabile è che piccoli paesi con più o meno 4 mila abitanti, come Andretta, Caposele o Frigento, hanno assistito ad una crescita davvero inquietante del fenomeno negli ultimi anni. In queste piccole comunità irpine si conta ormai un elevato numero di giovani tossicomani che fanno uso di sostanze letali quali l’eroina, il kobrett e il crac, i cui centri di spaccio sono da ricercare fuori dal nostro territorio, ossia altrove, in luoghi notoriamente riconosciuti nelle periferie e nei quartieri più degradati dell’area metropolitana di Napoli, come, ad esempio, Scampia e Secondigliano.

Tali dati, pur nella loro agghiacciante “asetticità”, ci consegnano un quadro allarmante di cause che probabilmente inducono i nostri giovani più validi ad allontanarsi dal posto in cui sono nati e cresciuti, per riscattarsi altrove, per realizzarsi non solo nell’ambito professionale, esprimendo tutto il loro potenziale talento, che invece finirebbe mortificato se restassero nella loro terra. Tali evidenze non possono non turbare la nostra coscienza, ma soprattutto dovrebbero indurre quanti sono deputati a livello politico-istituzionale ad adottare i provvedimenti più adatti a risolvere le drammatiche emergenze sociali come quella dei decessi per overdose, oppure dell’emigrazione e della disoccupazione giovanile, del lavoro nero e degli infortuni sul lavoro. Si tratta indubbiamente di questioni distinte, ma che esigono un’analisi lucida, razionale e unitaria, in grado di comprenderne e spiegarne le cause reali.

Ebbene, quali sono le proposte emerse in questa scialba campagna elettorale? Quale è stata finora la risposta messa in campo dalle istituzioni politiche locali? Nella peggiore delle ipotesi, nulla. Nella migliore, il ricorso alle forze dell’ordine, l’intensificazione dei controlli e dei posti di blocco, insomma la repressione poliziesca, come se questi metodi coercitivi, oltre che inutili, potessero rimediare al malessere diffuso nelle nostre comunità, che scaturisce da altre emergenze sociali che ancora non hanno trovato una soluzione idonea e razionale: mi riferisco alla disoccupazione di massa, alla nuova emigrazione, alla precarizzazione delle condizioni di lavoro e di vita, all’assenza di diritti e tutele, di speranze e possibilità per tanti giovani, e meno giovani, dell’Irpinia.

Lucio Garofalo