Tripoli bel suol d’orrore…al rombo del cannon

In e-mail il 26 Aprile 2011 dc:

Considerazioni inattuali n.27

26/4/2011

Tripoli bel suol d’orrore…al rombo del cannon

di Lucio Manisco

Doppio salto carpiato con avvitamento multiplo di Berlusconi: quindi l’Italia bombarda l’ex colonia. Entente cordiale tra un Sarkozy “voyou” e “une bande italienne de cons et de casse-couilles” sul cambio di regime in Libia che va bene al di là del mandato ONU e pertanto viola l’art.11 della Costituzione.

Non bombarderemo mai la Libia… non ho telefonato a Gheddafi per non disturbarlo… i nostri aerei si limiteranno a identificare l’ubicazione degli impianti radar, ma quelli li spengono, e poi faranno solo voli di addestramento… abbiamo posto a disposizione della NATO più di sette basi aeree e la nostra marina…

Era metà marzo: cinque settimane dopo, un ruvido incontro tra il segretario USA alla difesa Gates e quello italiano La Russa che fa lo gnorri e induce il presidente Obama a richiamare telefonicamente all’ordine il capo del governo a Roma. Et voilà: doppio salto carpiato con avvitamento multiplo di Silvio Berlusconi che dà il via ai bombardamenti italiani della Libia; venticinque tornado IDS, AMX e AV-88-plus che lanceranno non bombe a grappolo ma razzi “precisi, precisissimi” contro mezzi e basi missilistiche fuori dai centri urbani per non colpire ma proteggere le vite dei civili, in applicazione, all’insegna di una maggiore flessibilità, della risoluzione 1975 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il giorno dopo l’intesa sottaciuta con il presidente francese Sarkozy (e con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna) sulla necessità di un cambiamento di regime a Tripoli da perseguire con ogni mezzo dalle più grandi potenze militari dell’occidente, qualcosa che va bene al di là della risoluzione ONU e checche’ ne dica il nostro presidente della repubblica viola platealmente l’art.11 della Costituzione.

La nuova entente cordiale tra Sarkozy “voyou” (canaglia) e il capo di una “bande italienne de cons et de casse-couilles” (una banda italiana di idioti e di rompicoglioni – definizioni de “Le canard  enchaîné”) viene celebrata in una conferenza stampa che a parte un più che meritato calamento di brache del nostro governo in materia di immigrati registra livelli di ipocrisia, ad uso e consumo delle rispettive politiche interne, raramente raggiunti dalla diplomazia internazionale. Sarkò modula le sue battute per arginare le brecce aperte nel suo elettorato dalla signora Le Pen e Berlusconi fa altrettanto per blandire la Lega insorta contro i bombardamenti: non gli basta il soccorso ex-rosso del PD pronto a votare a favore dei bombardamenti stessi, ma esclude in termini categorici la necessità di sottoporre la questione all’approvazione parlamentare.

Nel centenario dell’impresa coloniale in Libia riprenderemo così a bombardarla. L’Italia registra in questo settore un sinistro primato: siamo stati i primi nel mondo ad effettuare lanci di esplosivi dal cielo. Nel settembre del 1911 il pilota Giulio Gavotti a bordo di un monoplano Taube innescò e lanciò quattro granate contro i militari turchi nei pressi di Tripoli. I bombardamenti aerei divennero sempre più intensi e “sofisticati” con il passare degli anni, ad esempio con il lancio di quintali di gas asfissianti all’iprite sulle tribù libiche non ancora chiuse nei campi di concentramento e di sterminio.

Ora sono in molti ad augurarsi che i nostri piloti, grazie allo “addestramento” degli ultimi trentacinque giorni non incorrano negli stessi errori del pilota Giammarco Bellini e del capitano Maurizio Coccolone il cui Tornado venne abbattuto dalla contraerea irachena il 18 gennaio 1991 durante la prima guerra del Golfo: se la cavarono con il paracadute e vennero malmenati dalle truppe di Saddam per poi venire rilasciati alla fine del conflitto.

La guerra umanitaria che secondo le sballate previsioni dei Sarkò, Obama e Cameron avrebbe dovuto concludersi in sette o dieci giorni, sta assumendo gli aspetti di un conflitto tutt’altro che umanitario, di lunga durata e dall’esito incerto. “Momento critico in Libia” è il titolo di copertina dell’Economist di questa settimana che raffigura i tre leaders su tre cammelli nelle uniformi del deserto e della Legione straniera. “Lo sdegno che unificò il mondo per la minacciata macelleria a Bengasi – scrive il settimanale – si sta spegnendo mentre i diversi interessi della coalizione stanno riemergendo”. Un’analisi pessimista che non si spinge fino a una condivisione delle tesi degli “anti-interventisti” che peraltro vengono citate e documentate: il pericolo che truppe occidentali affondino in un pantano simile a quelli afgano e iracheno (c’è già un centinaio di “consiglieri e addestratori militari” francesi, inglesi, italiani e statunitensi a Bengasi e dintorni), le dubbie e variegate motivazioni degli insorti che includono alcuni “jihadisti” tra i quali Hamuda bin Qumu già detenuto a Guantanamo come sospetto dirigente di Al Quaeda, lo spirito combattivo delle tribù fedeli a Gheddafi che sarà anche un clown cruento e feroce e non può certo essere paragonato al Leone del deserto Omar Mukhtar catturato e impiccato dagli italiani nel 1935, ma che sta dimostrando una fierezza e un coraggio mai prima riconosciutigli dai suoi denigratori. Né va dimenticato che quattro delle sue brigate si battono bene in quanto addestrate in terra d’America dai marines di Camp Lejeune nella Carolina del Nord. Altre considerazioni sui due pesi e due misure nei comportamenti del terzetto Sarlozy-Obama-Cameron non vengono menzionate dall’Economist: perché al regime change perseguito in Libia non corrisponde alcun pronunciamento critico sull’Arabia Saudita che interviene militarmente nel Bahrein per sopprimere la rivolta del suo popolo? Perché ingabbiare altre rivolte nello Yemen, in Marocco e prima ancora in Tunisia e in Egitto con le cosiddette formule delle transizioni gestite da despoti sostenuti e finanziati dagli Stati Uniti? Perché alle critiche sia pure aspre rivolte a Assad Bashar nessuna ritorsione diplomatica o economica è stata adottata contro il Governo di Damasco che impiega i carri armati contro i dimostranti che vogliono democrazia e diritti civili?

Lucio Manisco

http://www.luciomanisco.com

N.B. Non divulghiamo i presunti verbali degli scambi tra “Ignacio La Rusa” e Robert Gates per il tramite inusuale impiegato, per la fonte più che sospetta e per il linguaggio da carrettiere attribuito al Segretario della Difesa Statunitense. Es: “What the f… is your government doing with Libya?”.

Berlusconi, le manovre del Palazzo e le rivolte sociali

19 Dicembre 2010 dc

Berlusconi, le manovre del Palazzo e le rivolte sociali

di Lucio Garofalo

Il nuovo movimento studentesco, che ha assunto le dimensioni di una rivolta sociale di massa, è stato demonizzato non tanto per gli atti di devastazione commessi (sempre deprecabili, ma su questo punto conviene ragionare meglio), quanto perché ha osato sfidare il Palazzo, dichiarando esplicitamente di voler sfiduciare il governo dal basso, mentre le congiure e gli intrighi del Palazzo non hanno ottenuto lo scopo di defenestrare Berlusconi e la sua cricca di affaristi, faccendieri e massoni che controlla il Paese.

Si dice che “le vie della politica sono infinite”, ma sarebbe più corretto parafrasare: “le anomalie della politica sono infinite”. In Italia, da almeno quindici anni, le anomalie infinite sono la regola, non l’eccezione. Il maestro dei conflitti di interesse e delle anomalie italiche è un monopolista senza scrupoli che si è impossessato del governo della nazione e lo gestisce come se fosse un’azienda privata. E’ “sceso in campo” nel 1994 annunciando di voler compiere una “rivoluzione liberale” con la gente meno liberale e meno democratica in circolazione, dai fascio-leghisti agli esperti prezzolati dello squadrismo e del fango mediatico. Il “campione del liberalismo” di cosa nostra ha messo in piedi una coalizione sedicente “moderata” aggregando i reduci dell’estremismo neofascista (qualsiasi delinquente da strada sarebbe stato più civile e mansueto del ministro guerrafondaio La Russa visto nell’ultima puntata di Anno Zero) con gli esemplari del leghismo razzista e secessionista, ex squadristi e piduisti, impostori e ciarlatani, urlatori arroganti, squilibrati e sguaiati con i sicari professionisti della disinformazione.

Per quanto concerne la violenza politica, il discorso si fa più vasto e complesso e non può essere ridotto al problema delle molotov o delle vetrine rotte, né conviene chiamare in causa gli “anni di piombo”, le Brigate Rosse ed altro, che anzi rischia di essere un’operazione criminale e mistificante. La situazione politica e sociale odierna è assai diversa, per molti versi peggiore. Oggi gli studenti non godono di alcuna collocazione sociale ed economica stabile, né nutrono speranze di miglioramento futuro. Non hanno neppure una rappresentanza politica come negli anni ’70. In pratica sono orfani e si pretende che si rassegnino ad una vita precaria, senza nemmeno protestare.

Le manifestazioni del 14 dicembre hanno visto partecipare oltre centomila persone. Non è dato sapere quanti fossero i poliziotti in piazza, ma non è corretto affermare che dall’altra parte gli “aggressori” fossero migliaia. Altrimenti potrebbero creare un esercito, per cui potrebbero organizzare un’insurrezione di massa. In questi casi il numero è determinante. Si dice che 10 teppisti sono una banda, mentre 10 mila formano un esercito. Inoltre, occorre precisare che in mezzo agli scontri s’infiltra sempre qualche provocatore addestrato dalle forze di polizia, per cui la situazione diventa più caotica.

Una cosa è certa: nessuno ha la bacchetta magica per risolvere i problemi, nessuno può prescrivere ricette e soluzioni precostituite, o almeno questo movimento di massa non crede più ai parolai e ai pifferai magici. Si tratta di un movimento che è sorto spontaneamente ed ha assunto connotazioni ed istanze sempre più decise e radicali, espresse in una maniera sempre più dura ed energica. Probabilmente anche a causa delle esperienze negative trascorse ed in seguito a circostanze che hanno visto tali istanze inascoltate e non recepite da nessuno all’interno dei palazzi istituzionali.

In passato, ad esempio negli anni ’70, il PCI tentava di filtrare e rappresentare (a modo suo, in base a logiche e convenienze elettorali) le istanze provenienti dal basso, anche dai movimenti più estremi e radicali. Oggi si contempla il deserto e forse è meglio, nel senso che i movimenti sono costretti ad auto-organizzarsi in modo da rappresentare e rivendicare fino in fondo le proprie istanze sociali e politiche. Ed è normale che in un vuoto di rappresentanza politica ci possa essere qualcuno che decida di urlare per farsi ascoltare e magari qualcun altro scelga di adottare metodi più aggressivi e veementi. Se poi si aggiunge qualche balordo e qualche provocatore infiltrato, il gioco è fatto. Ma è indubitabile che la violenza, fine a se stessa, non risolve i problemi, dato che a questo scopo dovrebbe servire la politica, intesa come risposta equa e democratica (non autoritaria, non clientelistica, non paternalistica) ai bisogni e alle richieste dei cittadini.

Il punto è che la politica istituzionale è ridotta ormai ad un ruolo autoreferenziale e non si occupa della vita reale della gente, ma si adopera solo al fine di preservare i propri privilegi e il proprio potere, che è subordinato ai centri di dominio sovranazionale che fanno capo alla finanza e al capitalismo globale. Il Palazzo non si prodiga affatto per risolvere i problemi concreti della gente, non ascolta e non accoglie le istanze avanzate dai movimenti. Perciò, è inevitabile che questi movimenti tendano a radicalizzarsi.

Occorre comprendere che le violenze sono un parto degenere di un sistema violento e corrotto, sempre più marcio ed incancrenito, capace di produrre soprattutto “merci” putride come l’odio e la violenza, di cui si serve per legittimare la propria esistenza. Una metastasi favorita dalla manipolazione delle notizie e dal terrorismo psicologico che i mezzi di comunicazione di massa attuano per costringere l’opinione pubblica in uno stato di tensione e ricatto permanente. La violenza è parte integrante di una società che la vitupera solo quando a praticarla sono gli altri, mentre è autorizzata ed esercitata legalmente in termini di diritto e potere istituzionale quando è opera del sistema stesso, come gestione armata a tutela dell’ordine sia all’interno, cioè in termini di repressione poliziesca, che all’esterno, ossia in termini di guerra e gendarmeria internazionale.

E’ stata messa in moto una sorta di mostruosa fabbrica della violenza e dell’odio, che genera comodi capri espiatori per suscitare e giustificare il bisogno di interventi repressivi da compiere all’interno e all’esterno delle società affaristiche e guerrafondaie. In questo meccanismo perverso e criminale trovano una loro ragion d’essere i vari Bin Laden ed affini, i violenti e i terroristi che rappresentano uno spauracchio utile ad una logica di riproduzione perenne della violenza istituzionalizzata che serve a perpetuare i rapporti di forza, di comando e subordinazione, sia all’interno, cioè sul piano nazionale, che all’esterno delle società imperialistiche ormai in fase di decomposizione avanzata.

Gli avvelenatori del clima politico che si spacciano per innocenti

Dal Windows Live Space dell’amico Sestante http://se-stante.spaces.live.com

Eccoli qua i soliti fanfaroni. Basta la scusa di una deprecabile aggressione di uno squilibrato che ci buttano addosso le accuse di ogni male. Come se non fossero stati loro ad attaccare pesantemente – e non da ora – i mezzi di comunicazione non allineati, la magistratura e i giornalisti dalla schiena dritta, dare dei coglioni a chi non la pensa come loro e usare un linguaggio da taverna perfino in ambito internazionale. È inutile che blaterano. L’aureola dei santi non ce l’hanno.

Da “Il Fatto Quotidiano” di martedì 15 dicembre 2009 dc

Io confesso

di Marco Travaglio

Ebbene sì, han ragione Cicchitto, Capezzone e Sallusti, con rispetto parlando.

Inutile negare l’evidenza, non ci resta che confessare: i mandanti morali del nuovo caso Moro siamo noi di Annozero e del Fatto, in combutta con la Repubblica e le procure rosse. Come dice Pigi Battista sul Corriere, abbiamo creato “un clima avvelenato”, di “odio politico”, roba da “guerra civile”.

Le turbe psichiche che da dieci anni affliggono l’attentatore non devono ingannare: erano dieci anni che il nostro uomo, da noi selezionato con la massima cura (da notare le iniziali M.T.), si fingeva pazzo per preparare il colpo. E la poderosa scorta del premier che si è prodigiosamente spalancata per favorire il lancio del souvenir (come già con il cavalletto in piazza Navona) non è che un plotone di attivisti delle Brigate Il Fatto, colonna milanese Annozero. Siamo stati noi. Abbiamo spacciato per cronaca giudiziaria il racconto dei processi Mills, Mondadori e Dell’Utri, nonché la lettura delle relative sentenze, mentre non era altro che “antiberlusconismo” per aprire la strada ai terroristi annidati nei centri di igiene mentale.

Ecco perché non ci siamo dedicati anche noi ai processi di Cogne, Garlasco, Erba e Perugia: per “ridurre l’avversario a bersaglio da annichilire” (sempre Battista, chiedendo scusa alle signore). Ci siamo pure travestiti da leader del centrodestra e abbiamo preso a delirare all’impazzata. Ricordate Berlusconi   che dà dei “coglioni” alla metà degli italiani che non votano per lui, dei “matti antropologicamente diversi dal resto della razza umana” ai magistrati, dei “golpisti” agli ultimi tre presidenti della Repubblica, dei fomentatori di “guerra civile” ai giudici costituzionali e ai pm di Milano e Palermo, dei “criminosi” a Biagi, Santoro e Luttazzi, che minaccia Casini e Follini di “farvi attaccare dalle mie tv” perché “mi avete rotto il cazzo” e invoca “il regicidio” per rovesciare Prodi? Ero io che camminavo in ginocchio sotto mentite spoglie e tre chili di cerone. Poi, già che ero allenato, mi sono ridotto a Brunetta per dire che questa “sinistra di merda” deve “morire ammazzata”.

Ricordate Bossi che annuncia “300 uomini armati dalle valli della Bergamasca”, minaccia di “oliare i kalashnikov” e “drizzare la schiena” a un pm poliomielitico, sventola “fucili e mitra”, organizza bande paramilitari di camicie verdi e ronde padane perché “siamo veloci di mano e di pallottole che da noi costano 300 lire”? Era Santoro che riusciva a stento a coprire il suo accento salernitano con quello varesotto imparato alla scuola di dizione.

Ricordate Ignazio La Russa che diceva “dovete morire” ai giudici europei anti-crocifisso? Era Scalfari opportunamente truccato in costume da Mefistofele. E Sgarbi che su Canale5 chiamava “assassini” i pm di Milano e Palermo e Caselli “mafioso” e “mandante morale dell’omicidio di don Pino Puglisi”? Era Furio Colombo con la parrucca della Carrà.

E chi pedinava il giudice Mesiano dopo la sentenza Mondadori per immortalargli i calzini turchesi? Sandro Ruotolo, naturalmente, camuffato sotto le insegne di Canale5.

Chi si è introdotto nel sistema informatico di Libero e poi del Giornale di Feltri e Sallusti per accusare falsamente Dino Boffo di essere gay, Veronica Lario di farsela con la guardia del corpo, Fini di essere un traditore al soldo dei comunisti? Quel diavolo di Peter Gomez.

Chi ha seviziato Gianfranco Mascia, animatore dei comitati Boicotta il Biscione? Chi ha polverizzato la villa della vicedirettrice dell’Espresso Chiara Beria dopo una copertina sulla Boccassini? Chi ha spedito a Stefania Ariosto una testa di coniglio mozzata per Natale? Noi, sempre noi.

Ora però ci hanno beccati e non ci resta che confessare. Se ci lasciano a piede libero, ci impegniamo a non dire mai più che Berlusconi è un corruttore amico di mafiosi. Lui è come Jessica Rabbit: non è cattivo, è che lo disegnano così.