Più siamo peggio è

Nel numero 442 aprile 2020 dc di A-rivista anarchica, all’interno del Dossier Clima, c’è questa interessante intervista, che ripropongo, sul tema a me molto caro (e che mi fa tremendamente incazzare da sempre) della sovrappopolazione:

Più siamo peggio è

intervista di Carlotta Pedrazzini a Luca Mercalli

Perché, quando ci occupiamo di crisi ambientale, è importante parlare anche di controllo delle nascite? Lo abbiamo chiesto a Luca Mercalli, climatologo, divulgatore scientifico, presidente della Società Meteorologica Italiana.

In un sistema chiuso nessuna specie può crescere all’infinito senza creare danni irreversibili all’ambiente in cui è inserita e a se stessa. Nemmeno quella umana.

Eppure parlare di controllo delle nascite in relazione alla crisi climatica e ambientale è considerato un tabù, non solo negli ambienti religiosi e di destra.

Anche la sinistra non ha mai voluto occuparsi seriamente della questione per non entrare in conflitto con la chiesa, lasciando la battaglia per il controllo delle nascite a una minoranza più radicale e anarchica, che la porta avanti da oltre un secolo.

Certo sarebbe scorretto pensare di fronteggiare il cambiamento climatico concentrandosi solo sulla demografia: il controllo delle nascite non sostituisce la critica all’attuale sistema economico e sociale generatore di diseguaglianze e inquinamento, ma questo non può farci tralasciare il tema dell’impossibilità di una crescita infinita, anche della popolazione.

Carlotta – Che relazione c’è tra crescita demografica e crisi ambientale?

Luca – Tutti noi consumiamo risorse e, in una società sempre più tecnologica, ogni persona consuma sempre più energia, beni, materie. Dunque al di là dell’emotività, dei tabù sociali e religiosi di cui possiamo caricare il problema demografico, se ci concentriamo su parametri fisici non c’è nulla da fare: il mondo ha una capacità limitata di rifornirci (di materie prime, di energia, ecc.) e di assorbire i nostri rifiuti, che diventano sempre più complessi.

Quello dell’uso delle risorse non rinnovabili e dei rifiuti non biodegradabili è un problema a lungo termine.

In passato ci sono stati momenti di crisi locali di sovrappopolazione, con relativi problemi alimentari o anche sanitari, ma gli effetti non ricadevano sulle spalle delle generazioni future – pensiamo alla Londra del Seicento, una città sovrappopolata con problemi nella gestione dei rifiuti, che erano organici e biodegradabili e dunque non producevano effetti a lungo termine.

Oggi invece è tutto cambiato, abbiamo materiali complessi, chimica di sintesi, tutto un insieme di prodotti di scarto che sono tossici e che generano lasciti a lungo termine, per secoli, per millenni.

Anche per quanto riguarda il cambiamento climatico, il danno che stiamo facendo oggi è a lunghissimo termine. Il problema odierno è quello dell’irreversibilità delle alterazioni che provochiamo. Se non ci fosse il problema dell’irreversibilità, la questione non sarebbe così pressante, invece lo diventa perché tutti i danni fatti a partire dalla rivoluzione industriale si sono trasformati in problemi globali a lungo termine che andranno a toccare il funzionamento dei processi futuri del pianeta per un periodo indeterminato, per secoli e millenni, compromettendo la vita di tutte le generazioni future.

Come si risponde, da un punto di vista ambientale, a chi parla di crisi demografica e di necessità di fare più figli per sostenere l’attuale sistema economico e sociale?

C’è chi oggi invoca l’aumento della natalità pensando, ad esempio, alle pensioni, senza riflettere sul fatto che le risorse sono finite.

Ma se il sistema pensionistico, così com’è impostato, ha funzionato bene fino a un certo punto e adesso non si sostiene più, possiamo cambiarlo.

È più facile cambiare il sistema pensionistico piuttosto che le leggi della termodinamica, eppure questa cosa non riusciamo a capirla. Le leggi fisiche, a differenza dei sistemi pensionistici, sono invarianti, sono così da miliardi di anni e non cambiano secondo i desideri umani; come diceva Leopardi nel Dialogo della natura e di un islandese: “Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo”. Chi non si avvede? La natura, il complesso delle leggi fisiche, chimiche, biologiche che funzionano da miliardi di anni su questo pianeta. Ritengo che sia assurdo voler rimettere in moto la natalità quando si ferma, come in Italia, perché se ciò accade significa che si è raggiunto un equilibrio.

A dire il vero in Italia, anche se la natalità è rallentata, non si è comunque raggiunto un equilibrio, perché si vive molto al di sopra delle proprie possibilità in termini di risorse, che infatti vengono prelevate da altri Paesi del mondo.

Se dovessero vivere utilizzando le risorse del loro territorio, le persone che oggi abitano in Italia, 61 milioni di persone, avrebbero un tenore di vita peggiore di quello degli anni ‘30, perché la terra a disposizione non basta a produrre il cibo che consumano e l’energia che utilizzano.

Alla fine quello che conta, quando si affronta questo argomento, sono i numeri, la quantità di risorse, per questo è necessario il controllo delle nascite; queste cose erano già state dette e scritte più di quarant’anni fa, ma ci si è sempre approcciati all’argomento con un modo scostante e offensivo e il risultato è che oggi siamo ancora fermi qui.

Il concetto è trovare quello che gli ecologi, da oltre 50 anni, chiamano la “giusta capacità di carico”, ossia quel numero di persone che possono stare su un territorio – o, per estensione globale, sull’intero pianeta – vivendo bene e senza creare danni al territorio stesso. Farlo è utile e non va inteso come qualcosa di ideologico, ma di fisico; quel limite, infatti, può essere calcolato, perché ognuno di noi usa una certa quantità di energia, di cibo, di terreno, di legno, di pesce degli oceani, produce una certa quantità di rifiuti.

I tre indicatori a cui guardare quando si affronta questo tema sono: risorse disponibili, numero di esseri umani e livello di vita di questi esseri umani.

È giusto rendere il mondo più sostenibile con l’economia circolare, facendosi aiutare dalla tecnologia, ma dobbiamo tenere conto che se si vuole stare bene e assicurare a tutti un alto livello di benessere, dovremmo essere 2 miliardi. Invece siamo 8.

Perché? Chi ci ordina di continuare a essere sempre di più?

Ovviamente la questione non è ridurre la popolazione attuale, ci tengo a sottolinearlo, ma fermarsi al momento giusto, non continuare a crescere in maniera esponenziale.

IL PERICOLO DI UNA DERIVA AUTORITARIA

Carlotta – Chi si occupa di aborto e di controllo delle nascite spesso viene accusato di voler limitare la libertà delle donne, la loro scelta di maternità. Lo stesso succede a chi mette in relazione aumento demografico e crisi ambientale. Cosa rispondi a chi ritiene che sottolineare la correlazione tra aumento demografico e crisi climatica significa auspicare politiche autoritarie e lesive della libertà delle donne, come le politiche del figlio unico in Cina, ad esempio?

Luca – Dico che è vero il contrario. È proprio nei Paesi in cui si verificano esplosioni demografiche che la libertà delle donne è limitata.

Nelle società patriarcali africane, ad esempio, la donna fa tanti figli anche se non li vuole.

Ci sono persone che dicono che il controllo delle nascite è una limitazione della libertà delle donne, quando invece le donne che fanno tanti figli molto spesso sono quelle che non hanno la libertà di scegliere.

Cominciamo a fare in modo che queste donne abbiano la libertà di scegliere; in tutti i Paesi in cui questo è stato fatto la natalità è sempre scesa.

Se non inizieremo a mettere in relazione l’aumento demografico e la crisi ambientale, le disposizioni autoritarie arriveranno sicuramente.

Lo dimostra l’attuale emergenza sanitaria legata al coronavirus. Non si stanno forse prendendo misure autoritarie? Però le persone con la strizza stanno zitte e le accettano, accettano che si blindino paesi e che si metta la polizia alle porte, ma ci rendiamo conto che si tratta di un coprifuoco che non si vedeva dal 1945?

Qualcuno, per caso, ha sollevato il problema della libertà? Quando i problemi ambientali diventeranno pari a quelli oggi percepiti per il coronavirus o peggio, verranno fatte scelte autoritarie.

Al contrario, la riduzione della popolazione raggiunta attraverso l’educazione sessuale è una disposizione democratica. Fare semplicemente educazione familiare e sessuale, e riconoscere alle donne il ruolo che meritano nella società, risolverebbe la questione.

Carlotta – Visto che nessuna specie, inclusa quella umana, può crescere in maniera illimitata all’interno di un sistema chiuso, è chiaro che dietro alla negazione che fare molti figli influisca sull’ambiente ci siano, di fatto, dei pregiudizi di tipo politico e religioso: politico perché non si vuole che la donna si sottragga all’unico ruolo previsto per lei nella società: il ruolo di madre; religioso perché parlare di controllo delle nascite significa parlare di contraccezione, di aborto, di sessualità libera, significa slegare il sesso dalla procreazione.

Luca – Assolutamente sì, si tratta di temi che frequento di meno perché solitamente mi occupo della parte fisica della questione, ma mi portano a dire che se non apriamo una seria discussione priva di pregiudizi, non potremo risolvere un problema così complesso.

La soluzione non ce l’ha nessuno, e io non voglio certo mettermi nella situazione di dire “so come risolvere, vi do la soluzione”. Mi limito a esporre il problema, la soluzione poi la dobbiamo trovare insieme.

Ci dovrà essere un colossale sforzo scientifico e umanistico, dove tutta la conoscenza che abbiamo dovrà essere messa a disposizione.

Quindi parliamo, affrontiamo l’argomento, perché se non lo facciamo continueremo a vivere nel problema. Se non parliamo, non troveremo certo le soluzioni.

In ultimo, ci tengo a dare qualche consiglio bibliografico: vorrei segnalare il libro di Alan Weisman, Conto alla rovescia (Einaudi 2014), un testo molto interessante proprio sul tema della sovrappopolazione, e i miei due libri Non c’è più tempo (Einaudi 2018) e Il clima che cambia (BUR 2019).

Carlotta Pedrazzini

Il capitalismo uccide la natura. L’alternativa o è anticapitalista o non è

In e-mail l’1 Aprile 2019 dc:

Il capitalismo uccide la natura. L’alternativa o è anticapitalista o non è

1 Aprile 2019

Testo del volantino nazionale

volantino_clima

Il futuro dell’umanità è in pericolo.

La temperatura del pianeta continua a crescere, l’aria che si respira è sempre più contaminata, i ghiacciai si sciolgono, cresce il livello degli oceani, si estinguono molte specie viventi, si estendono insieme siccità e inondazioni. Nove milioni di persone nel mondo muoiono ogni anno per l’inquinamento.

Non sono dati “di parte”, ma una verità riconosciuta da tutta la comunità scientifica.

Eppure è stato necessario un movimento di decine di milioni di giovani per denunciarla agli occhi del mondo.

Ma qual è la causa vera e di fondo della devastazione ambientale? Ci raccontano che sono i consumi individuali sbagliati e gli stili di vita inappropriati. Come a dire che le responsabilità sono di ognuno, e dunque la società non c’entra. Ipocriti! È vero l’opposto.

Alla base di tutto sta proprio un’organizzazione della società e dell’economia che mette il profitto sopra ogni cosa, e che subordina a sé ogni individuo. La dittatura del profitto: questo è ciò che distrugge gli ecosistemi del pianeta.

È la dittatura del profitto che ha sospinto le energie fossili, che ha posto al centro il binomio tra auto e petrolio, che ha marginalizzato le energie rinnovabili.

È la dittatura del profitto che intossica gli alimenti coi pesticidi, che impoverisce i suoli col supersfruttamento, che trasforma in discariche i mari e i fiumi.

E questa dittatura del profitto non è un effetto spiacevole di politiche sbagliate, che si può correggere con qualche riforma. È il pilastro su cui si regge l’intera organizzazione della società. Un’organizzazione che si chiama capitalismo. Senza la messa in discussione del capitalismo, in ogni Paese e su scala mondiale, non vi sarà la riconciliazione tra specie umana e natura.

Questa riconciliazione è non solo necessaria ma possibile.

Il potenziale tecnico delle energie rinnovabili (sole, vento, acqua) consentirebbe di coprire per oltre 10 volte i bisogni energetici dell’umanità. Una riconversione ecologica dell’economia mondiale creerebbe una mole immensa di nuovo lavoro socialmente utile.

Ma solo il rovesciamento della dittatura dei capitalisti, in ogni Paese e in una prospettiva mondiale, potrà aprire la via a questa riorganizzazione razionale dell’economia. Una riorganizzazione ecosocialista: nella quale sarà la maggioranza della società a decidere finalmente come, cosa, per chi produrre, e non un pugno di miliardari.

In ogni Paese i governi e lo Stato tutelano gli interessi di questi miliardari. Basti pensare che l’ENI incassa ogni anno in Italia ben 16 miliardi di sussidi pubblici per continuare a inquinare.

Soldi versati indistintamente da vecchi e nuovi governi. Soldi presi da salari, pensioni, sanità, istruzione. Soldi sottratti (anche) alle bonifiche ambientali, al trasporto pubblico su ferro, al riassetto idrogeologico del territorio. Per non parlare dei 70-80 miliardi versati ogni anno alle banche per pagare gli interessi sui titoli di Stato e gonfiare il portafoglio dei loro grandi azionisti. Gli stessi che siedono nei consigli di amministrazione delle grandi aziende inquinanti.

Occorre fare piazza pulita di tutto questo. Il movimento studentesco che si è levato il 15 marzo ha potenzialità enormi. Altri vogliono dirottarlo su falsi binari, magari elettorali. Noi vogliamo invece portare al suo interno un progetto anticapitalista, unendo attorno ad esso tutti coloro che lo condividono.

Partito Comunista dei Lavoratori

Prima l’ambiente e la salute

In e-mail da Democrazia Atea il 07 Agosto 2018 dc:

Prima l’ambiente e la salute

La gestione dei rifiuti in Italia non è considerato dal punto di vista ambientale, ma purtroppo, come molte altre cose che riguardano l’ambiente, solo dal punto di vista economico e di potenzialità redditizia.

La criminalità organizzata ha preso in mano da anni queste attività, creando il fenomeno delle Ecomafie.
Non è un caso che il nostro Paese abbia numerose procedure di infrazione aperte per il mancato recepimento di direttive europee sul tema ambientale.
La collusione tra politica e criminalità impedisce al nostro Paese di fare progressi in questo campo, mette a rischio la salute dei cittadini e dell’ambiente, e grava sui cittadini anche dal punto di vista economico a cause delle conseguenti sanzioni.

La direttiva 2008/98/CE è stata in realtà recepita con il DL 205/2010 ma il rapporto Rifiuti Urbani 2013 dell’ISPRA mostra un quadro sconfortante.
La percentuale di raccolta differenziata in Italia, analizzata nel suo complesso, ha raggiunto il 52,6%, poco al di sopra della percentuale obiettivo del 2007.
L’obiettivo 2012, che è del 65%, è troppo lontano da raggiungere: a livello regionale solo Veneto e Trentino hanno raggiunto l’obiettivo 2011 del 60%, e, a livello provinciale, solo 19 province italiane si sono adeguate a questo obiettivo.

L’analisi di questo documento potrebbe occupare pagine e pagine, ma il risultato è che l’Italia deve rivedere e aggiornare tutto il sistema di gestione, adeguandosi e anche proponendo soluzioni alternative rispetto alla legislazione europea.

Il primo caposaldo deve essere, invece della parola riciclaggio, la parola riduzione.

La parola riciclaggio ci autorizza a produrre tonnellate di rifiuti nell’utopia che possano essere riciclati, e ci deresponsabilizza.
Dobbiamo produrre meno rifiuti, cambiando le modalità di produzione e distribuzione, riducendo al minimo gli imballaggi superflui, e anche trovando nuove modalità igienicamente compatibili che permettano utilizzo di materiali non plastici.

Il secondo caposaldo deve essere: no alla plastica.

La plastica non è riciclabile, può essere riutilizzata ma prima o poi diventa un rifiuto da smaltire, la cui combustione, se non effettuata sotto un controllo competente, può produrre materiale tossico.

Il terzo caposaldo: chi produce rifiuti paga per lo smaltimento.

I cittadini non possono pagare un prodotto ad un prezzo che comprende anche il suo imballaggio o contenitore, e poi dover pagare anche per lo smaltimento dello stesso.
Questo autorizza le industrie a non curarsi della quantità di rifiuti che producono.
Sarebbe auspicabile, per alcuni prodotti, il vecchio vuoto a rendere, che permetteva un riciclo vero e continuo, senza creare inutili intermediari che si occupano del riciclaggio.

Il quarto caposaldo: responsabilizzare.

I cittadini devono essere informati e responsabilizzati sulla quantità di rifiuti che producono e sui metodi alternativi.
Sapere che tutto ciò che esce da casa finisce in una discarica in qualche lontano luogo ci fa disinteressare, almeno fino a quando, come è successo, il lontano luogo diventa un luogo vicino casa nostra.

Il quinto caposaldo: i rifiuti devono essere gestiti creando un reddito alla comunità interessata.

Berlino è un esempio di come lo smaltimento dei rifiuti possa rappresentare un modo di trovare risorse per la comunità.
Le scelte legislative hanno responsabilizzato i produttori e i consumatori ed è stata veicolata una propensione al riciclo che oggi costituisce fonte di ricchezza.

Il metodo adottato a Berlino non privilegia tuttavia il parametro della redditività, ma antepone sempre la salute dei cittadini e dell’ambiente.

 

ILVA: il cancro e la cura

da Democrazia Atea 15 agosto 2012 dc:

ILVA: il cancro e la cura

Da circa 20 anni lo Stato ignora i dati resi noti dall’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità – i quali denunciano cifre inquietanti sulle morti per cancro da inquinamento. Gli operai dell’ILVA sanno da sempre che in quegli stabilimenti il prezzo per lavorare è quello di accettare l’eventualità di una cancro, ed accettano con rassegnazione il loro destino.

Una classe operaia così poco politicizzata, così ammansita, così succube e incapace di organizzarsi per difendere la propria salute e quella dei propri figli è un autentico miracolo liberista. E quando si parla di miracoli spunta la Curia di Taranto. Quello stabilimento fu inaugurato da un dittatore vaticano, Paolo VI, cui fu intitolato anche un quartiere di operai che non è distante da un altro quartiere popolare, Tamburi, sorto accanto agli stabilimenti.

Quei quartieri non si sono mai distinti per aver aperto sedi di partito e di organizzazioni sindacali in grado di formare una classe operaia emancipata. Quei quartieri piuttosto pullulano di oratori e di sedi di associazioni cattoliche, per intenderci quelle che fanno del volontariato la loro bandiera, un volontariato inteso ed attuato come negazione del diritto e della dignità ma anche come occasione per lavarsi le coscienze.

I partiti e i sindacati sono stati assenti, non hanno investito nel promuovere campagne di sensibilizzazione e di attivismo politico.

Oggi Monti su quello stabilimento si inventa un conflitto con la magistratura, colpevole di aver bloccato la somministrazione di morte. Con stile intimidatorio si mandano ispettori per indagare sull’operato del magistrato ben sapendo che nel nostro sistema democratico la correttezza di un provvedimento giudiziario può essere esaminata da un magistrato superiore e non da un ispettore al guinzaglio del potere politico. E mentre si consuma lo scontro istituzionale, il vescovo di Taranto si è già messo in moto per cavalcare l’onda della difesa degli operai, perché una occasione di protagonismo di così estesa visibilità sarà difficile che si ripeta.

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea
http://www.democrazia-atea.it