L’argomentazione, cribbio!

Su Hic Rhodus l’1 Giugno (La Crusca può dire quello che vuole, io lo scrivo così!) 2020 dc:

L’argomentazione, cribbio!

di Claudio Bezzi

Siamo spettacolosamente inadatti alla comunicazione complessa. Credo che il linguaggio si sia sviluppato, nell’uomo, per cose tipo “Tigre-con-denti-a-sciabola, scappa!”, o “Tu raccogli erba io scuoio capriolo” o il sempreverde “Dare soldi, vedere cammello”. Perché quando qualcuno poi replica “Ma sei sicuro fosse proprio una tigre coi denti a sciabola?”, o “Vacci tu a cogliere l’erba che io non ne ho voglia”, si apre un ginepraio di discussioni in cui le parole, anziché strumenti di spiegazione e chiarimento, entrano in gioco come elementi che producono nuova confusione e incertezza.

Fortunatamente abbiamo da poco pubblicato la nostra Mappa 30 – Guida pratica al pensiero dove abbiamo necessariamente incluso una discreta bibliografia hicrhodusiana sul linguaggio e come funziona, così i lettori interessati possono andare là a cercare approfondimenti. Anzi, questo post, tutto sommato, è da aggiungere a quanto già indicato nella Mappa 30.

Reduce da alcuni consueti incontri con ragionamenti errati (sì, certo, dal mio punto di vista), ne faccio qui un breve riepilogo, a favore di quei quattro lettori che non si disperano nel solipsismo linguistico.

1) Gli asserti non sono argomenti: ovviamente questo (che in effetti è esso stesso un asserto) è il principe dei “ragionamenti” errati, proprio perché non è un ragionamento. Gli asserti sono mattoni fondamentali della costruzione del pensiero e del linguaggio, nonché elementi caratterizzanti il metodo scientifico. Un asserto è una dichiarazione che viene costruita combinando concetti in modo semanticamente adeguato, cioè in modo che la proposizione abbia un significato. “Hic Rhodus è un blog” è un asserto, così come “Hic Rhodus è un blog che cerca di unire il rigore della documentazione proposta con una scrittura per quanto possibile divulgativa”.

In entrambi i casi nulla viene spiegato, ma solo dichiarato. Gli asserti sono fondamentali nella comunicazione quotidiana, e sono talmente comuni e utili che una gran parte di nostri interlocutori non si accorge che asserire senza spiegare i presupposti degli asserti, induce ad affermare verità indimostrate.

Per esempio: “Hic Rhodus è il miglior blog italiano” è un asserto, formulato in maniera corretta, ma include una “verità” diversa dai due precedenti, perché introduce delle categorie di valore sulle quali nulla si dice: ‘migliore’ in che senso, sotto quale profilo? ‘Migliore’ di tutti? Come si è stimato tale primato?

A parte il comunicare quotidiano, che qui non ci interessa, la politica, il giornalismo, i virologi in TV e la filosofia di Diego Fusaro, sono infarcite di asserti non argomentati che nell’economia del discorso vengono intesi come veri.

Naturalmente il virologo in TV non può tenere una lezione di due ore per spiegare a noi profani le caratteristiche del Covid 19, alla luce di ricerche recenti da lui lette, per potere, alla fine, giungere a determinate conclusioni; in questo caso, quindi, acconsentiamo all’assertività del virologo (in TV, non al convegno scientifico) e ci fidiamo del fatto che dietro quegli asserti ci siano comunque complesse argomentazioni, che semplicemente ci vengono risparmiate.

Questa nostra fiducia è ingenua, naturalmente, ma al momento fermiamoci. La stessa fiducia, anziché ingenua diventa sciocca quando la lasciamo ai politici o ai giornalisti o a Fusaro, ma non vorrei andare oltre spiegando i perché, visto che li troverete in altri articoli di Hic Rhodus.

2) La reazione all’oggetto è una specie perniciosa di fallacia logica: anche se abbiamo già trattato le fallacie logiche nella citata Mappa 30, vorrei segnalare questa specifica, assai insidiosa, peraltro, anche nelle scienze sociali applicate. Se io scrivessi, per esempio: “La magistratura italiana è affetta da una pericolosa deriva populista” (è un asserto) sarei tenuto ad argomentare o, in caso contrario, otterrei un assenso a priori da chi già di suo pensa quel medesimo asserto, e un dissenso altrettanto a priori da chi ha maturato per conto suo pensieri differenti.

Gli asserti sono in realtà invalutabili (se costruiti nel rispetto della logica linguistica); se io non spiego in lungo e in largo il perché di quella frase, non potete sapere se realmente collima oppure no col vostro pensiero sullo stesso argomento. Facciamo un passo avanti: se io dovessi scrivere: “Come sostiene anche Zingaretti, la Magistratura bla bla…”, ecco allora che scatterebbe, in molti lettori, il senso di appartenenza, oppure il semplice pre-giudizio (positivo o negativo) su Zingaretti, del tipo “Io stimo Zingaretti, e se lui dice questo immagino abbia delle buone ragioni, quindi concordo con lui”; mi piacerebbe imbrogliarvi un po’, attorno a un tavolo e con un buon bicchiere di vino, portandovi a concordare su frasi di questo genere e poi, solo dopo, dirvi: “Vi ho fregati! Questa frase l’ha detta Berlusconi, Cicchitto, Salvini, …” e vedere la faccia che fate. Perché molte delle cose che diciamo vengono accettate o rifiutate non perché valutate nel merito, ma perché collegate a un fattore terzo accettato o rifiutato. Se quella frase sulla Magistratura (adeguatamente argomentata) è corretta e giustificabile, allora lo è a prescindere da chi l’ha detta, sia che si tratti di Claudio Bezzi, di Zingaretti o di Salvini (certo, semmai si può aprire un’altra discussione sul perché abbia sentito il bisogno di citare Zingaretti o Salvini, ma si tratterebbe comunque di un’altra discussione).

3) La maledetta ideologia. La madre di tutti gli errori e gli orrori del nostro pensare è l’ideologia, intesa qui in senso negativo. È la sclerotizzazione della reazione all’oggetto, ma in forme tortuose e complicate; l’ideologia è l’elaborata costruzione di argomentazioni quasi tutte corrette e logiche, basate però su alcuni a priori indimostrati, o falsi; l’ideologia mostra quindi un’architettura avvincente – a patto di non scavare a fondo – e solitamente salvifica, morale, finalistica. L’ideologia fa sentire forti di un pensiero pensato da altri, altrove, semmai in un’altra epoca, e ipostatizzato e a volte sacralizzato per l’eternità. Tutto questo artificio vale, ovviamente, per le grandi ideologie, tutte le religioni, per esempio (scusate se da blasfemo quale sono, per spicciare il discorso, includo le religioni nelle grandi ideologie), il comunismo e il fascismo, sono splendidi esempi di ideologie ampie, articolate, capaci di affascinare moltitudini. Poi ci sono le ideologie abbozzate, spezzoni, simulacri, ideologie prêt-à-porter buone da indossare al momento giusto, tanto per esserci e testimoniare il proprio nulla: sovranismo, nazionalismo, razzismo non sono, in sé, delle ideologie, ma fungono alla bisogna quando sono esibite da numerose persone, tutte assieme, per meschine necessità di un nascondiglio.

4) Infine un grande classico: l’omologazione. L’omologazione è il pensiero di massa, è la voce della moltitudine alla quale ci accodiamo per trovare protezione. Spesso inconsapevolmente, e questo è sociologicamente interessantissimo: pensarla tutti alla stessa maniera credendo, veramente, di proporre un pensiero autonomo e originale. L’omologazione è un cardine imprescindibile della tenuta della società nel suo insieme, che non può sopportare un numero eccessivo di anarchici, bizzarri, bastiancontrari, pena il suo collasso. E quindi – per isole, insiemi, “province di significato” – ecco i salviniani lepenisti mio capitano tutti irregimentati dietro il Truce, i renziani che hanno capito tutto e salveranno la Patria dietro il loro leader come un sol uomo, i populisti antivaccinisti contro i microchip sotto pelle che andranno ad aprire il Parlamento come una scatoletta e vaffanculo, e così via per tribù, perché la contemporaneità consente la compresenza di omologazioni apparentemente differenti ma, nella sostanza, affini come meccanismi psicologici, culturali e sociali e tutti, indistintamente, fucine di uomini massificati e senza capacità di pensiero critico.

Ecco, cari lettori, questi quatto pilastri del pensiero ristretto e sbagliato sono comode scorciatoie quando parliamo di sport (anzi, qui sono d’obbligo!), sono modi veloci per discutere del più e del meno in treno con uno sconosciuto, e stanno alla base della comunicazione strumentale e immediatamente operativa (da “Buono questo spezzatino” a “Fate la raccolta differenziata”). E sembrano andare bene per Facebook e Twitter, sì, certo, ma già su questi social accade che mcluhanamente il medium sia il messaggio, vale a dire: scriverlo su una piattaforma che inchioda quell’asserto e lo fissa per l’eternità, rendendolo disponibile (ed equivocabile) a centinaia, migliaia, milioni di persone (pensate ai tweet di Trump), cambia sostanzialmente tutto. Ecco perché i social, ecco perché la televisione, ecco perché i quotidiani (meno) posso davvero essere strumenti spaventosi di omologazione, veicolazione del consenso, diffusione di stereotipie.

Quindi, almeno tentare – nelle giuste occasioni di discussione politica e filosofica e sociologica – di non asserire banalmente bensì argomentare; di evitare le reazioni all’oggetto (mostrando ancor più di sapere argomentare, e non essere distratti da fattori disturbanti); rifuggite ogni ideologia incominciando col riconoscere gli a priori che condizionano il vostro pensiero, e quindi metterli in discussione e diffidarne; e infine, certo, sempre, ma sempre, e come sempre, fate lo sforzo di un pensiero critico e indipendente, ancorché errato. Insomma: non omologatevi!

Il vuoto e il pieno. L’ultima battaglia.

Il vuoto e il pieno. L’ultima battaglia.

da Hic Rhodus, 26 Marzo 2018 dc, di Bezzicante

Il  vuoto

Siamo circondati dal vuoto. Il Terzo Millennio occidentale è caratterizzato dal vuoto culturale che non può che esprimerne uno sociale. La constatazione di questo vuoto mi opprime, mi schiaccia. Il vuoto ha un peso, ha una realtà. Il vuoto non è il nulla, ma un’assenza di significato che deve, per un principio cosmico, essere riempito da qualcosa: da simulacri, per lo più. Ombre, finzioni, apparenze, illusioni.

Andiamo in non luoghi dove la nostra solitudine interiore viene dimenticata, soffocata dalla moltitudine disperata che li frequenza. Frequentiamo non persone, vuote di cultura e di pensieri, massificate, alienate, con orizzonti valoriali che vanno dall’ufficio alla partita. Usiamo non cose, migliaia di non cose che hanno l’unica ed esclusiva funzione di riempire il vuoto.

Non abbiamo più un passato. Non ci piace, non lo conosciamo e quel po’ che affiora viene distorto e violato per adattarsi al non pensiero dominante. Non abbiamo più un futuro, inteso come prospettiva, orizzonte, destinazione e motivazione. Viviamo imprigionati in una minuscola bolla di presente, eternamente vuota.

Non più cittadini ma consumatori di oggetti a obsolescenza programmata, di tecnologie che non sono più strumenti per uno scopo ma segnali fini a loro stessi: produci-consuma-crepa.

Non più cittadini ma tifosi, perché il tifo come acritico senso di appartenenza è diventato il virus che uccide le democrazie: appartenenze con valori sottilissimi, idee intercambiabili, cornici giustificative fragili. E proprio per questa fragilità il tifo diventa cattivo, assoluto: non ha argomenti, e denudato – come il Re – si scopre vuoto e ha paura.

Senza titolo.001Il vuoto si presenta come mancanza del senso della storia, del futuro, del divenire. Siamo inchiodati qui e ora, intrappolati in un mondo virtuale. In ogni istante un miliardo di notizie: la metà sono false; un altro 30-35% sono parziali e fuorvianti. TAC! è arrivato il nuovo istante, col nuovo miliardo di notizie. Putin è cattivo. Grillo guadagna un pozzo di soldi. Sarà un parrucchino quello di Trump? Marielle Franco uccisa a Rio (Marielle chi?). All’Isola dei famosi due VIP hanno fatto l’amore. Balzerani conciona le sue vittime. C’è un sacco di plastica negli oceani e le api stanno morendo, ci sarà una connessione? Barboni  bruciati; gente picchiata per futili motivi; ragazzini bullizzati si suicidano.

È questa la mancanza di futuro di cui scrivo da un po’… è il senso del fluire storico che è rimasto intrappolato nel secolo scorso. La prospettiva verso la quale dirigersi, che fosse il Sol dell’Avvenire, lo sviluppo senza limiti promesso dal liberismo, l’Europa dei popoli o quel cavolo che vi pare. Non c’è più nulla. Tutto rotola in un meraviglioso piano inclinato in cui la produzione produce, i consumatori consumano, la robotizzazione si robotizza mentre guardiamo Netflix, poi ci lamentiamo che in realtà non c’è niente di buono.

In questo preciso momento, in questo istante, migliaia di persone sono morte. Fermatevi a pensarci un po’. Ci avete pensato? Bravi, intanto che pensavate ne sono morte altre migliaia, in grande parte bambini. In Africa, in Sud America, in Medio Oriente… Un sacco di altra gente marcisce in prigioni fetide, adattissime come ambientazioni di film d’azione. Quella gente viene torturata spesso in maniera orribile, e poiché nel mondo civilizzato dove noi grazie al cielo viviamo ciò non è possibile, chi dispone di buchi come Guantanamo va a torturare là perché così è legale.

Avete almeno sgranato gli occhi? Nel frattempo altre migliaia sono morti ammazzati, stuprati, affogati, o di fame, o in fondo al mare. Ebbene, lo dico con estrema sincerità e non per scrivere qualcosa di sensazionalistico: non me ne frega un cazzo.

Adesso, per favore, fermatevi a pensarci anche voi (mentre altre migliaia di persone muoiono, bla bla…); ammettetelo, non vi importa nulla. Chi fra voi sente profonda la fede cristiana sarà sinceramente dispiaciuto, tutto qui. Chi non ha tale fede vera, profonda, vissuta come conviene, potrà dire di essere (mooolto vagamente) dispiaciuto, ma così, perché bisogna dirlo. Sapete, quando ci si vede e ci si chiede “Come stai?” È solo un modo di dire. Cosa ci importa di come sta la gente? E GUAI se il disgraziato, invece di liquidare il tema con una breve frase rituale, attacca un bottone pernicioso sulla sua colica duodenale, sul fuoco di santantonio che non lo fa dormire, e semmai si prodiga in particolari disgustosi.

Chi ha un’età e ha vissuta l’epoca della riforma manicomiale, se è psichiatra; chi ha vissute le lotte delle donne, se è femminista; chi ha fatto politica nella Prima Repubblica, se è persona politicamente attiva; chi ha studiato quando ne valeva la pena; chi ha letto i libri giusti quando si leggevano i libri; chi ha viaggiato quando il viaggio non era un all inclusive; chi scriveva con la macchina da scrivere e faceva ricerca nelle biblioteche vere, tutti questi e gli altri sono andati in pensione o stanno contando i giorni, disperati, nel vedere la distruzione della psichiatria, dei diritti delle donne, della politica e di tutto il resto da parte di coloro che oggi sono sulla scena.

Il nostro retaggio, quelli per i quali abbiamo lottato e vissuto, figlio mio un giorno tutto questo sarà tuo. Ed è Luigi Di Maio. Ed è Diego Fusaro. Ed è Fabio Volo. Ed è Marco Travaglio. Ed è il bimbominkia che sputa sentenze su Twitter. Tutti costoro sono accumunati da un elemento comune, che caratterizza la nostra epoca di vuoto: il rumore.

Avete notato il rumore che ci circonda? Musica, parole, radio, i vicini, il cane, parole, martello pneumatico, parole, suoneria, parole, parole, parole. Io non riesco più a trovare dieci minuti di quiete assoluta. Impossibile. Il rumore è ottimo per riempire il vuoto, non serve nemmeno il silicone nelle fessure. Rumore assordante di parole per lo più prive di senso. Pareri inconsulti e aggettivi affilati e avverbi contaminanti. Parole. Tutti hanno un’opinione, dieci opinioni, un milione di opinioni. Chi ha competenze è sopraffatto.

In questo vuoto cacofonico sono pochissimi a vedere lontano. Moltissime brave persone che lottano e muoiono nei peggiori posti del mondo, gente come Marielle Franco, appunto: ammazzata. Ormai è più facile ammazzarli, questi sognatori sovversivi, che imprigionarli. Li ammazzi oggi, lasci che qualcuno protesti un po’, poi la nuova serie televisiva, il nuovo campionato del mondo, la fatica di scendere in piazza che poi si arriva sudati all’aperitivo, ecco, fanno il resto. Dopotutto, sapeva quel che faceva, no? Cazzi suoi.

E voi, difensori della Costituzione più bella del mondo, adoratori indignati dell’onestà e del nuovo che avanza, deturpatori seriali di prati e sentieri, voi che non siete razzisti ma persone di buon senso che non se ne può più di questi negri, ecco, voi, tutti voi, omologati di merda (cit. da “Maledetti vi amerò”, quindi da cinefili, quindi colta), voi non siete miei simili, o meglio: io, IO non sono in niente simile a voi, e il fatto che abbia anch’io due gambe e due braccia non v’inganni. Io sarò sempre il vostro nemico.

Il pieno

Ma il mondo è talmente grande e complesso che contiene anche le sue contraddizioni, e i germi per tutti i potenziali cambiamenti che noi non riusciamo a vedere e a sognare. Le esperienze di vita vissuta, di solidarietà, di comunità, di sacrificio, di pensiero, di costruzione di realtà positive macchiano il vuoto di molteplici, innumerevoli piccole isole di senso. Comunità ed esperienze laiche e religiose. Dove c’è bisogno, e rischio, e disperazione, nella prima linea della violenza e della malattia, come nel vuoto omologato della nostra società dove persone e gruppi usano la parola per richiamare, per segnalare, per ammonire, per indicare un’alternativa. Un percorso possibile. Un orizzonte verso il quale dirigersi.

Senza titolo.002Vorrei chiamare queste persone, tutte, avanguardie con questo significato specifico: individui che anziché omologarsi nel pensiero dominante immaginano, e attivamente indicano, uno scenario sociale, economico, culturale, morale, artistico, quelchevolete diverso, dove la diversità costituisce una rottura di schemi dati per assodati, una discontinuità alla quale lo statu quo si oppone, perché vista come minacciosa. La società dell’omologazione conosce il pericolo delle avanguardie e ha elaborato delle contromisure efficaci: l’assimilazione. Nella società globale dell’omologazione c’è posto per tutti i valori e il loro contrario, per tutti i comportamenti e per la loro negazione. Difficile essere discontinui per più di poco, essere irriverenti a sufficienza per produrre effetti durevoli, essere “nuovi” senza diventare immediatamente uno fra i tanti, tutti nuovi, tutti uguali.

Prendete le proteste a seno nudo delle Femen: in pochi anni sono diventate patetiche e imitate dall’industria pubblicitaria. I comportamenti sessuali tutti accettati e trattati con un linguaggio politicamente corretto, così come sono sparite dal vocabolario “femmina”, “negro”, “zingaro”, “puttana”, “handicappato”, “spazzino” e tante parole evocative, segnanti, connotate, certamente stigmatizzanti, è vero… Tutti stiamo attenti alle diversità ma, per includerle, dobbiamo usare un linguaggio poco connotato, sfumato, che di fatto sottolinea la nostra difficoltà ad accettare.

Senza titolo.001Le avanguardie si perdono in questo possente meccanismo omologatorio che tende a farle scomparire fra le altre, l’ennesima bizzarria, l’ennesima originalità che, con un po’ di fortuna, potrebbe essere trendy per una stagione. In più la sirena del successo, dell’effimero riconoscimento di quanto sei avanguardista, ma che bravo! ma che figo! e dai di televisione, di interviste, di libri, di blog! Controllare i presunti avanguardisti col successo mediatico è la strada più facile per smascherarli come falsi, poveri vanesi di limitato spessore culturale, o morale, o creativo. L’altro modo infallibile per smascherare i falsi avanguardisti da quelli veri è il rumore prodotto; gradassi insopportabili che urlano, additato, sbattono porte, dichiarano, statuiscono, predicano chiassosamente, producendo quel rumore di fondo utile solo a riempire il vuoto delle idee.

Il mondo dello spettacolo acceca i primi; quello della politica i secondi: Grillo, Emiliano, Bersani, De Magistris, Salvini, Berlusconi, esistono in quanto strillano. Riempiono il nostro vuoto col loro rumore, segno inequivocabile della loro nullità. Guardiamo piuttosto a coloro che lavorano (anche in politica) a testa bassa, ventre a terra, producendo cambiamenti reali e significativi.

Dobbiamo tutti diventare avanguardie. “Tutti”, nel senso di tutti coloro che hanno testa, cuore, volontà, indipendenza di giudizio. Poco più di quattro gatti. Ma l’orizzonte si stringe e si avvicina; il vuoto presto ci inghiottirà tutti, il futuro cesserà di esistere e l’ultimo seme appassirà. Tutti dobbiamo batterci, e lottare contro questo destino, che non è inevitabile. Una lotta accanita con pochi e chiari punti fermi:

1.     nessuna verità; solo relativismo sociale. Se il relativismo è sempre stato un pilastro del pensiero libero, è diventato oggi una vera strategia di sopravvivenza, perché fabbricare il falso non solo è facile, ma è diventata la regola;

2.     nessun a priori, nessuna ideologia fondativa, nessun territorio proibito solo perché qualcuno, un tempo, lo proibì. Significa: scrollarsi prepotentemente dalle spalle le ideologie del ‘900 che rimangono, a volte intatte e a volte camuffate, i più potenti vincoli del pensiero libero (libero, innanzitutto, di creare discontinuità);

3.     nessuna censura, nessun linguaggio “politicamente corretto”, perché la lotta dell’avanguardia partirà necessariamente dal linguaggio, che viene costantemente sottoposto a revisione, a costrizione, a omologazione. L’omologazione dei buoni sentimenti e delle giuste motivazioni è devastante e ne abbiamo costantemente degli esempi eclatanti che abbiamo segnalato puntualmente qui su HR.

Senza titolo.001Tutto qui. Ma difficile, difficile… Le pressioni sociali sono fortissime, malgrado l’apparenza contraria. Sembriamo tutti liberi nelle nostre diversità ma si tratta di libertà effimere, superficiali, riconducibili al melting pot mercantilista che ci domina, al pensiero globale che trita e digerisce le diversità effimere.

Essere avanguardia oggi (nel senso detto) significa ergersi sopra la massa degli omologati e cercare di far loro alzare lo sguardo a un altrove faticoso; che si tratti di scenari economici, di modelli di convivenza, di forme artistiche, di espressioni di solidarietà, di progetti politici… Ognuno di noi ha in questo un suo destino: la persona di fede additerà un orizzonte etico, di solidarietà e fratellanza; la persona di scienza uno che contemperi progresso e umanesimo; l’artista forme d’arte indipendenti e realmente nuove… Non è possibile una uniformità e aggregazione delle molteplici forme di speranza e rinnovamento oggi auspicabili. E non è detto che alcune di queste forme, anche generose, di proposta e di esempio, non confliggano fra loro. Non ha importanza il caos purché contrasti l’entropia dell’omologazione.

Avanti dunque!

Due parole soltanto: che Hic Rhodus sia sul versante liberistico e io su un altro finalmente l’ho capito. Che sia sul versante dell’abbandono delle ideologie, viste così cattive come io nemmeno immagino, anche. E che ne consideri una in particolare, quella comunista, identificandola fin dall’inizio con la sua deforme degenreazione stalinista, anche questo l’ho capito, ma, pur anch’io ormai avendo abbandonato, cosa fresca, freschisssima, ogni autodefinizione di di sinistra, rivoluzionario etc., non riesco ad accettare il concetto.

Ma la frase “…Chi non ha tale fede vera, profonda, vissuta come conviene, potrà dire di essere (mooolto vagamente) dispiaciuto, ma così, perché bisogna dirlo” non mi piace proprio, perché contrappone a chi ha fede, vista comunque come situazione positiva, a quelli che questa fede non hanno, allegramente accomunando gli idioti e i cretini, tantissimi, agli atei e agli agnostici, non proprio pochi (come me) che non hanno bisogno di una fede per avere opinioni decise ed anche compassionevoli, e nel concreto.

Anche “…chi scriveva con la macchina da scrivere e faceva ricerca nelle biblioteche vere” non mi piace, io scrivo col computer e col tablet, posso benissimo fare ricerce nelle biblioteche virtuali e, con lo sforzo che la mia certamente scarsa intelligenza mi consente, distinguere il vero dal falso e dall’approssimativo. Mi aspetto ora che venga condannato anche l’e-book come fece Umberto Eco e siamo a posto. Mi vengono in mente i miei compagnucci degli anni Settanta e Ottanta che, stupidamente, davano già allora tutte le colpe possibili al computer in sè (e atutto ciò che ne deriverebbe), e io mi sforzavo, invano, di spiegare loro che non è il mezzo in sé a dover essere giudicato nel bene, nel male e nella maggioritaria via di mezzo, ma il modo con cui il mezzo viene usato.

Beh, mi spiace, ma il “cammino” che voi indicate io non lo voglio compiere con le persone di fede, perché proprio contro queste, che fanno parte della massa omologata ed ignorante che tanto, e giustamente, viene criticata in questo articolo, bisogna procedere fermamente con un unico intento: andare avanti e spazzarle via.

Jàdawin di Atheia