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L’assassinio della storia

In e-mail il 4 Ottobre 2017 dc:

Considerazioni Inattuali n°107

25 Settembre 2017

PREMESSA

A proposito di fake news. Un esempio chiaro viene fornito in questi giorni negli Stati Uniti d’America da “La Guerra in Vietnam”, un documentario “kolossal” di 17 ore prodotto dalla rete PBS. Ne abbiamo seguito “on line” le prime due puntate e ci sono bastate. Per chi come noi ha seguito da vicino o da lontano questa violenta e barbarica guerra di aggressione l’indignazione per le mistificazioni, le ipocrisie, le omissioni e i furti di verità è stata o dovrebbe essere unanime. Di questa indignazione si è fatto ammirevole e documentato portavoce John Pilger, famoso nel mondo per le inchieste, i libri, i veri documentari sulle crisi mondiali degli ultimi 50 anni. Segue la traduzione dell’articolo di John Pilger sul tema apparso sulla rete “Counterpunch” il 22 settembre u.s..

Lucio Manisco

L’assassinio della storia

di John Pilger

Uno degli “eventi” più pubblicizzati della televisione americana, “La Guerra del Vietnam”, ha preso il via sulla “Public Broadcasting System”, registi e conduttori Ken Burns e Lynn Novick. Acclamato per i suoi documentari sulla Guerra Civile, la Grande Depressione e la Storia del Jazz, Burns dice di questi suoi filmati sul Vietnam: ”Ispireranno il nostro Paese a discutere e pensare sulla guerra del Vietnam da una prospettiva del tutto nuova”.

In una società spesso privata di memoria storica e schiava della propaganda sul suo “eccezionalismo”, la “prospettiva del tutto nuova sulla guerra del Vietnam” viene presentata come “un’opera epica, storica”. L’imponente campagna pubblicitaria elogia la sua principale finanziatrice, la Banca d’America, la cui sede nel 1971 venne incendiata dagli studenti di Santa Barbara in California come simbolo emblematico della detestata guerra del Vietnam. Burns professa la sua gratitudine “all’intera famiglia della Banca d’America” che “da molto tempo sostiene la causa dei reduci di guerra nel nostro Paese”.

La Banca d’America ha in realtà fornito un sostegno corporativo ad un’invasione che ha provocato la morte di qualcosa come quattro milioni di vietnamiti e devastato ed avvelenato una terra una volta bella. Più di 58.000 i caduti tra i soldati americani e si stima che un numero pressocché uguale di essi si siano suicidati.

Ho visto a New York la prima puntata. Sin dall’inizio non vi lascia alcun dubbio sui suoi intenti. La narrativa esplicita che “la guerra venne varata in buona fede da personaggi onesti sulla base di fatali malintesi, un’esagerata sicumera americana, una generica incomprensione della guerra fredda. La disonestà di queste asserzioni non deve suscitare sorpresa. La cinica fabbricazione di falsi vessilli che portò all’invasione è ormai basata su inoppugnabili documenti. L’”incidente” del Golfo del Tonkino del 1964 – che Burns sostiene sia realmente accaduto – è un esempio indicativo. Le menzogne pullulano in un enorme numero di documenti ufficiali, prime tra tutte le Carte del Pentagono che il grande denunziatore dei misfatti governativi Daniel Ellesberg rese di pubblica ragione nel 1971.

Non c’è mai stata buona fede. La fede è stata sempre marcia e cancerogena. Per me – come dovrebbe essere per molti americani – è molto difficile seguire nel filmato il cumolo di mappe sul “pericolo rosso”, incomprensibili intervistatori, inetti tagli ai materiali di archivio e le disconnesse sequenze dei combattimenti.

Nella serie dei comunicati stampa in Inghilterra – la BBC trasmetterà l’opera – non vengono menzionati i morti vietnamiti, ma solo quelli americani. “Stiamo solo cercando un qualche significato in questa terribile tragedia” è il commento di Novick. Che conclusione dopo un’autopsia! Tutto ciò apparirà familiare a tutti coloro che hanno osservato come il colossale bestiario dei mass media e della cultura popolare americana abbia revisionato e servito in tavola un grande crimine della seconda metà del ventesimo secolo con film quali “The Green Berets”, “The Deer Hunter”, “Rambo” e così facendo ha legittimato le successive guerre di aggressione. Il revisionismo non si ferma mai ed il sangue continua a scorrere. L’invasore viene commiserato e purificato da ogni senso di colpa mentre si cerca “un qualche significato in questa terribile tragedia”. Citiamo Bob Dylan:”Oh, dove sei stato figlio mio dagli occhi azzurri?”.

La onestà e la buona fede hanno richiamato alla memoria le mie esperienze di giovane reporter in Vietnam: la visione ipnotica della pelle che si staccava come vecchia pergamena dai corpi dei bambini napalmizzati e le bombe a cascata che lasciavano gli alberi pietrificati e decorati da brandelli di carne umana. E il comandante americano Generale William Westmoreland che definiva “termiti” questi esseri umani.

All’inizio degli anni ’70 mi recai nella provincia di Quang Ngai, dove nel villaggio di My Lai tra 347 e 500 uomini, donne e bambini erano stati assassinati (Burns preferisce il termine “uccisi”) dalle truppe americane. Allora l’evento venne presentato come un’aberrazione, “una tragedia americana”, come scrisse Newsweek. Si stima che in questa sola provincia 50.000 persone vennero massacrate nell’era americana del “fuoco a volontà”. Omicidi di massa di cui non venne data notizia.

Più a nord nella provincia di Quang Tri vennero sganciate più bombe di quelle sganciate sulla Germania durante la seconda guerra mondiale. Dal 1975, dopo la fine della guerra in Vietnam, gli ordigni inesplosi hanno provocato 40.000 morti, gran parte nel Vietnam del Sud, il Paese che l’America voleva “salvare”, un palese stratagemma imperialista concepito di concerto con la Francia.

Il “significato” della guerra in Vietnam non è stato dissimile dal significato delle guerre genocide contro gli abitanti originari d’America, i massacri coloniali nelle Filippine, le bombe atomiche sul Giappone, tutte le città della Corea del Nord rase al suolo. Questi i traguardi, le finalità illustrate dal Colonnello Edward Lansdale, il famoso uomo della CIA, protagonista centrale de “The Quiet American”, il romanzo di Graham Greene.

Citando Robert in “La Guerra della pulce”, Lansdale dichiarava: ”C’è un solo mezzo per sconfiggere un popolo che si ribella e non si arrende, distruggere quel popolo. C’è un solo modo di controllare un territorio che alimenta la resistenza, farne un deserto”.

Non è cambiato nulla. Quando Donald Trump ha pronunziato il 19 settembre il suo discorso alle Nazioni Unite – un organismo fondato per risparmiare all’umanità il “flagello della guerra” – egli ha proclamato di “essere pronto, disposto e capace” di “distruggere totalmente” la Corea del Nord con i suoi 26 milioni di abitanti. I presenti hanno trattenuto il fiato non credendo alle loro orecchie. Ma non era certo la prima volta che Trump ricorreva ad un linguaggio del genere. Del resto la sua rivale per la presidenza Hillary Clinton aveva vantato di essere pronta ad “annientare” l’Iran, una nazione con più di 80 milioni di abitanti. Questo è l’”american way”, ora solo gli eufemismi sono venuti meno.

Per tornare sugli Stati Uniti, io sono colpito dal silenzio e dalla mancanza di un’opposizione – nelle strade, nel giornalismo, nelle arti – come se il dissenso ieri tollerato dal comune sentire sia oggi tornato ad essere una metaforica resistenza sotterranea. Certo, c’è il vociferare e la furia contro Trump l’odioso, il “fascista”, ma non contro un Trump simbolo e caricatura di un sistema permanente di conquista ed estremismo.

Dove sono andati a finire i fantasmi delle grandi manifestazioni contro la guerra che invadevano Washington negli anni settanta? Dove è finito l’equivalente del movimento per il “congelamento” o blocco degli armamenti che negli anni ottanta sulle strade di Manhattan chiedeva a gran voce al presidente Reagan di ritirare dall’Europa i missili nucleari a media gittata? La mera energia e persistenza morale di questi grandi moti popolari nel 1987 contribuirono in gran parte a convincere Reagan a portare a buon fine il negoziato con Mikhail Gorbachev sul Trattato della Forza Nucleare a medio Raggio che pose fine a tutti gli effetti alla Guerra Fredda.

Oggi, secondo documenti segreti della Nato pubblicati dal quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung, questo trattato vitale verrà probabilmente abrogato di pari passo con l’incremento della pianificazione e individuazione dei bersagli da colpire con armi nucleari. Il ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel ha levato alto il monito contro “la ripetizione dei peggiori errori della guerra fredda. Vengono posti a grave rischio tutti i buoni patti Gorbachev-Reagan sul disarmo e sul controllo degli armamenti. La minaccia per l’Europa è di diventare nuovamente teatro operativo per l’addestramento all’impiego di armi nucleari. Dobbiamo levare la nostra voce contro questo sviluppo”.

No di certo in America. Le migliaia e migliaia di persone che avevano sostenuto la “rivoluzione” di Bernie Sanders nella campagna presidenziale dello scorso anno collettivamente non hanno detto una parola su questi pericoli. Il fatto che la maggior parte delle violenze dell’America sul pianeta non è stata perpetrata dai Repubblicani o da un loro mutante come Trump, ma da liberal Democratici rimane un tabù. Ad Obama va l’apoteosi, con sette guerre simultanee, un primato presidenziale che include la distruzione della Libia come Stato moderno. La defenestrazione ordinata da Obama del governo eletto dall’Ucraina ha ottenuto l’effetto voluto: il massiccio dispiego delle forze Nato a guida americana su quelle frontiere occidentali della Russia attraverso cui venne lanciata l’invasione nazista del 1941.

La “svolta sull’Asia” di Obama nel 2011 ha dato il via al trasferimento della maggior parte delle forze navali ed aeree sui teatri asiatico e del pacifico con l’unico proposito di confrontare e provocare la Cina. Si può sostenere che la campagna di assassinii in ogni angolo del mondo del Premio Nobel per la Pace sia stata la più estesa impresa terroristica dopo il 9/11.

Quella che negli Stati Uniti passa per “sinistra” si è alleata a tutti gli effetti con i più torbidi recessi del potere istituzionale, principalmente il Pentagono e la CIA, per eliminare qualsiasi accordo di pace tra Trump e Putin, per restituire alla Russia il ruolo di potenza nemica sulla base, priva di prova alcuna, di presunte interferenze nelle elezioni presidenziali del 2016.

Il vero scandalo è la subdola assunzione di poteri da parte di rappresentanti di interessi guerrafondai per i quali nessun americano ha mai votato. La rapida ascesa del Pentagono e delle agenzie per la sorveglianza e il controllo durante l’amministrazione Obama costituisce uno storico trasferimento del potere a Washington. Daniele Ellesberg lo aveva giustamente definito un colpo di Stato. I tre generali che gestiscono Trump ne sono visibili testimoni. Tutto ciò non aiuta a penetrare in quei “cervelli liberali nella salamoia alla formalina della politica d’identità”, come vennero memorabilmente definiti da Luciana Bohne. Mercificata e a prova di mercato la “diversità” è il nuovo marchio di fabbrica: questa non è più la classe che serve il popolo senza differenze di genere e di colore e tantomeno viene menzionata la responsabilità di tutti per fermare una guerra barbarica e porre fine a tutte le guerre.

“Come cazzo si è arrivati a questo punto?” si chiede Micheal Moore nel suo spettacolo a Broadway “Termini della mia resa”, un vaudeville sugli insoddisfatti e arrabbiati che ha come fondale un Trump Grande Fratello. Avevo ammirato il film di Moore “Roger e me” sulla devastazione economica e sociale della sua città natale Flint nel Michigan, anche l’altro film “Malaticcio” sulla corruzione dell’assistenza medica in America. Nello spettacolo dell’altra notte il suo pubblico, tutto felice e battimano, sembrava plaudire alla sua rassicurazione che “noi siamo maggioranza” e il suo invito a “impeach, a destituire Trump, mentitore e fascista”. Un messaggio che sembrava indicare: se turandovi il naso aveste votato per Hillary Clinton la vita avrebbe avuto nuovamente un corso prevedibile.

Può darsi che abbia ragione. Invece di insultare il mondo intero come fa Trump, la “Grande Annientatrice” avrebbe attaccato l’Iran e lanciato missili su Putin, quest’ultimo da lei paragonato a Hitler: un paragone blasfemo se si pensa ai 27 milioni di russi caduti nella resistenza all’invasione nazista.

“Ascoltatemi bene – ha detto Moore – a parte quello che fanno i nostri governi, gli Americani sono amati in tutto il mondo”.

E ci fu il silenzio.

John Pilger
(Da “Counterpunch”, 22 settembre 2017 l’articolo di Pilger anche sul sito http://www.luciomanisco.eu)

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Patatrac dei democratici: destino cinico e baro.

In e-mail, Considerazioni Inattuali n°96, 9 novembre 2016

Patatrac dei democratici: destino cinico e baro.

TRUMP TRIONFA CON IL 25 PER CENTO DEGLI AVENTI DIRITTO AL VOTO.

Il gran finale della campagna elettorale richiama alla memoria l’ultima scena di Zabriskie Point, il film di Antonioni. Tremate, tremate Governanti inetti: populisti di tutto il mondo unitevi. Gli operatori dell’informazione fanno ammenda. Per poco. Hanno già iniziato conversioni e ad effettuare i primi salti sul carro del vincitore.

di Lucio Manisco

Trump… Trump… USA, USA! “È un trionfo, è anche uno shock!” intitola The New York Times. La kermesse post elettorale segue le procedure tradizionali. Il Presidente eletto elogia l’avversaria sconfitta che fino a due giorni fa voleva mandare in galera e invita tutti a rimarginare le ferite da lui stesso aperte con una campagna elettorale grondante di insulti e vilipendi degli avversari e dei dissidenti repubblicani. E naturalmente si appella all’unità della nazione tutta.

Più amarognolo il discorso di concessione dell’ex-first lady, ex senatrice, ex segretaria di Stato, parole e parole sui valori da preservare ma che rievocano sotto traccia l’italico destino cinico e baro.

Buon ultimo Barak Obama che insieme a Michelle aveva profuso impegno ed eloquenza per la signora che avrebbe dovuto affidare alla storia il suo primato politico perseguendo le stesse direttive da lui enunciate e male applicate per otto anni. Gran parte del discorsetto pronunziato nel giardino delle rose della Casa Bianca è stato così dedicato ad una difesa del suo operato ed alla negazione dei fallimenti che lo hanno contraddistinto. Fallimenti che hanno contribuito alla sconfitta della stessa signora.

Barak Obama potrebbe ora apporre a questi suoi fallimenti un minimo ma importante riparo con un atto di generosità: concedere un pardon, una grazia presidenziale ai detenuti politici negli Stati Uniti, primi fra tutti Mumia Abu-Jamal, il gionalista afro-americano in carcere dal 1982 ed ora in fin di vita, Leonard Peltier, il pellerossa incarcerato nel 1977, Chelsea (Bradley) Manning del Wikileaks in una prigione federale dal 2013 che ha tentato tre volte di suicidarsi. Dubitiamo che il Presidente sia capace di gesti generosi del genere alla fine del suo mandato.

Dureranno intanto ben poco i mea culpa dei commentatori politici e soprattutto dei mass media statunitensi per non aver valutato e previsto gli effetti della delusione e della rabbiosa ostilità di una parte dell’elettorato attivo contro l’establishment che ha prodotto il cataclisma Donald Trump – qualcosa di molto simile all’ultima scena di “Zabriskie Point”, il film di Michelangelo Antonioni.

(Un atto di immodestia: vedere “Considerazioni inattuali n. 88” del 3 marzo 2016 dal titolo “Trump alla Casa Bianca” dove si riteneva ancora improbabile ma più possibile di prima la vittoria del cialtrone repubblicano dovuta anche ad una Clinton “Giovanna d’Arco senza virtù e compromessa da trascorsi negativi e quanto mai equivoci”).

Perché dureranno poco le resipiscenze e le autocritiche? Perché prevarrà il vecchio adagio del malcostume giornalistico USA “If you can’t lick ‘em, join them”, se non puoi sconfiggerli, unisciti a loro. Si sono già verificate le inversioni a 180 gradi: prima tra tutte quelle della CNN, da anni in rovinoso declino, che abbandona la sua asettica e fittizia neutralità e preannunzia un cambiamento di registro da parte di Trump già deciso e che diventerà radicale il 20 gennaio 2017 quando entrerà nell’ufficio ovale di Pennsylvania Avenue: il neo eletto verrà cioè condizionato dalle sane istituzioni democratiche del sistema e dall’assunzione di responsabilità finora ignorate per via di un’esasperata campagna elettorale.

Non è vero che le donne dovranno rinunziare ai loro diritti, tornare ai fornelli e rendersi più disponibili al machismo trionfante nella repubblica stellata. Qualche correzione forse alle unioni di fatto, ai matrimoni gay, all’aborto, alle pari opportunità, ma nulla di drastico e sostanziale. La politica estera e le aperture alla Federazione Russa di Putin? Ma il neo-presidente non è già impegnato ad aumentare a dismisura il bilancio della difesa? I ventinove milioni di nuovi posti di lavoro? Basterà mantenere bassi i salari e promuovere l’ammodernamento delle infrastrutture, ridurre con qualche dazio le importazioni senza guerre commerciali. Gli alleati della NATO possono tranquillizzarsi, basterà che aumentino i contributi finanziari alla difesa comune e via dicendo.

Per concludere alcuni dati sul voto dell’otto novembre di cui non si trova traccia sui mass media USA e su quelli europei. È saltato il mitico “balance of powers” del sistema tra poteri esecutivi, legislativi e giudiziari. Trump dominerà un Senato ed una Camera dei rappresentanti a maggioranza repubblicana amica e sodale, ridurrà gli oneri fiscali con decreti esecutivi che aumenteranno il già astronomico debito pubblico, e nominerà un magistrato ultraconservatore al posto vacante della Corte suprema (avremo così cinque giudici dell’ultra destra e quattro di destra moderata).

Pochi dati sull’aritmetica dei risultati elettorali che a livello ufficiale minimizzano o ignorano del tutto il fenomeno dell’astensionismo, una peculiarità da primato del sistema USA.

Su una popolazione che supera i 321 milioni gli aventi diritto al voto sono 240 milioni, quelli che lo hanno esercitato per via della registrazione obbligatoria sono stati 122 milioni, 58 milioni e rotti per Trump, forse a conteggi ultimati qualche migliaio in più per la Clinton e 5 milioni 970 mila per gli indipendenti che dovranno attendere mesi prima di sapere a chi sono andati (è il Collegio Elettorale a trasformare un’eventuale maggioranza minima nei suffragi nazionali della candidata democratica in una vera e propria debacle: sono 290 i delegati del collegio che hanno assegnato la vittoria a Trump sui 228 concessi alla Clinton). Se si tiene presente l’alto numero degli astenuti che non esercitano il loro diritto di voto per ostilità allo establishment come gli afro-americani perché derivano questa ostilità dalla loro estraneità alla supremazia sistemica dei bianchi, il risultato vero è che il signor Donald Trump è stato eletto con il 25 per cento dei voti.

Nei prossimi giorni si farà un gran parlare dei flussi elettorali, della defezione in campo democratico dei giovani sostenitori del socialista Bernie Sanders, del voto ispanico, di quello dei bianchi anziani e acculturati. Non si parlerà o si parlerà ben poco della lobby ebraica anche se il Primo Ministro Netanyahu ha proclamato Trump un vero amico di Israele. È una lobby ovviamente legittima che esercita una notevole influenza grazie alla sua devozione alla causa ed alla sua grande abilità. Non indica le sue divergenze o ostilità per un candidato alla presidenza o assessore comunale perché indifferente o contrario alle repressioni sanguinose della nazione palestinese, ma estende un appoggio ufficiale o ufficioso a qualsiasi suo avversario politico anche se poco presentabile nel contesto elettorale americano.

Comunque sia siamo entrati in Europa e nel mondo nella nuova era trumpista: le turbolenze saranno certe ed inevitabili. Allacciamo le cinture.

Lucio Manisco

http://www.luciomanisco.eu

Ricordati di santificare il potere

In e-mail il 4 Settembre 2016 dc:

Ricordati di santificare il potere

di Piotr

Io credo – mi disse, e questo lo disse proprio a me – che, se la gente pensa che Hitler abbia ucciso 6 milioni di ebrei, certamente esagera. Hitler non era così malvagio.
Potrebbe aver ucciso al massimo tre o quattro milioni di ebrei
”.

Intervista a padre Vladimir Felzmann, ex dirigente dell’Opus Dei, su Escrivá de Belaguer, 11 maggio 1984 (da Peter Hertel: “Opus Dei. Documenti e retroscena”. Claudiana 1997 –
Peter Hertel è un giornalista cattolico: meglio specificarlo, non si sa mai).

Queste dunque le  parole – “sante” pour cause – del fondatore dell’Opus Dei. Questo personaggio fu canonizzato nel corso di una cerimonia tenutasi il 6 ottobre 2002 alla presenza di politici, 400 vescovi e circa 300 000 pellegrini provenienti da tutto il mondo.

Tra gli illustri ospiti, indimenticabile fu l’ex premier ex comunista Massimo D’Alema.

Ricordate le sue parole?

Questa canonizzazione è un grandissimo evento che non può passare inosservato.
Ho accettato l’invito per questo e non solo.
Sono qui, infatti, anche per il rispetto che si deve alla Chiesa cattolica, alle sue istituzioni, alla sua storia, ai suoi testimoni, ai suoi simboli: ed il nuovo santo Escrivá de Balaguer è certamente uno di questi
”.

Si beccò le critiche di Gianni Vattimo, Paolo Flores D’Arcais e Antonio Tabucchi. Ma in fin dei conti, cosa non si fa per il potere!

Oggi Francesco I (notasi: “Francesco”, il santo dei poveri – sic!), completando il processo iniziato dal suo predecessore, canonizzerà madre Teresa di Calcutta.

Vado a Calcutta con regolarità da non so quanti anni e non ci ho messo molto a scoprire che i kolkatiani svicolavano come anguille quando gli chiedevo un parere su madre Teresa.

Alla fine ho messo le carte in tavola e ho ammesso che a me non piaceva.

Si è aperta allora una fiumana di critiche circostanziate e spesso durissime alla oggi neo santa e al suo operato.

Ho sentito testimonianze dirette, letteralmente raccapriccianti, di persone che avevano visitato le sue “cliniche”, ovvero le sue topaie (censurate senza mezzi termini dalle prestigiose riviste The Lancet e British Medical Journal), dove l’unica cura che i malati, lasciati praticamente a se stessi, ricevevano era il “tocco” della miracolante “madre”.

Chissà perché mi ricorda un po’ il Tibet sotto il regno di Sua Santità il Dalai Lama, dove l’unica cura ammessa era il santo piscio dei lama stessi (con buona pace degli “umanitaristi” e degli “antimperialisti antiautoritari” à la “Free Tibet”).

E non si venga a tirare in ballo la povertà dell’India.

A Calcutta ci sono ospedali pubblici  dignitosissimi, dove il paziente è curato da personale specializzato che si avvale di tecnologie mediche moderne.

L’unica stravaganza che potreste vedere sono le capre e gli altri animali che a volte i parenti in visita si portano con sé e lasciano nel cortile dell’ospedale.

Obnubilata dall’orrida ideologia della sofferenza (che per le menti bacate “avvicinerebbe a Dio”) la neo-santa negava antidolorifici ai malati terminali.

In compenso riservava le migliore cure a se stessa, in cliniche svizzere esclusive. Singolare quindi che, nel suo caso, il rifiuto della sofferenza l’abbia invece talmente avvicinata a Dio da diventare santa.

Misteri della fede.

Ci sono fondatissime inchieste che, con logica stringente basata anche sul confronto tra le entrate e lo stato indegno in cui erano lasciati i suoi “assistiti”, deducono che la santa si riservava oltre che le migliori cure anche la gran parte del cucuzzaro delle donazioni miliardarie che riceveva.

Amica e sostenitrice dei peggiori arnesi politici della sua epoca, dai criminali dittatori haitiani Papà Doc e Baby Doc (i famigerati Duvalier) al dittatore nicaraguense Somoza, c’è il sospetto fondato che una parte del cucuzzaro andasse a loro.

Noi aspettiamo con curiosità di vedere quali nuovi vip si succederanno a D’Alema nel tessere le lodi dei fondamentalisti e oscurantisti periodicamente esaltati dal Vaticano (non dimentichiamoci che, a seguito di un’inchiesta ordinata dalle alte sfere cattoliche, Padre Pio era stato definito da padre Agostino Gemelli, un medico e non propriamente un progressista, un “imbroglione psicopatico”, ma tant’è).

Nel frattempo faccio notare un’analogia mediatica.

Il TG2 (e siamo nel 2016!) dava per scontata la verità oggettiva della famosa “guarigione” su cui si basa la farsa della canonizzazione di madre Teresa.

Ne parlava come si può parlare del fatto che 2+2=4.

Un dato certo, ovvio.

Allo stesso modo lo stesso organo informativo pubblico, prendendo l’occasione della manifestazione “umanitarista” sulla Siria (alla quale hanno partecipato un numero risibile di stipendiati delle organizzazioni promotrici – veramente quattro gatti), dava per scontato l’altro giorno che i buoni sono i “ribelli” e il cattivo è “Assad”.

Insomma, la guerra contro Assad come atto di fede.

A seguito di questo assioma cosucce come la decapitazione di bambini venivano descritte come semplici marachelle da parte dei “ribelli”, su cui non valeva nemmeno la pena di soffermarsi più di tanto.

Ovviamente questi disinformatori pubblici nemmeno si ponevano il dubbio che magari queste cosucce, assieme a molte altre, riescono a spiegare come mai il 75% dei Siriani stia col loro Presidente, il 10% sia neutrale e solo uno stimato 15% stia coi “ribelli” (secondo l’ultima stima occidentale nota).

Mi ricorda un reporter più onesto del New York Times che un anno e mezzo fa scriveva all’incirca così: “Qui a Latakia le ragazze siriane fanno il bagno in bikini. A Raqqa se non portano il burqa rischiano la fustigazione.

Non sorprende che a Latakia siano tutti dalla parte di Assad”.

L’Occidente in fase terminale, alla ricerca di antidolorifici e di inesistenti cure miracolose, che fa un santo dietro l’altro perché non sa più a che santo votarsi, rivela così tutta la sua schizofrenia: da un polo iperlaicismo progressista come religione ufficiale e arma ideologica mirata (ad esempio da non utilizzare con l’Arabia Saudita) e dall’altro polo iperoscurantismo come religione occulta ma profonda, come sentimento e arma da scatenare contro i nemici dell’impero.

Una religione profonda perché insita negli strati psichici di chi fa della propria vita una ricerca del potere e del dominio sugli altri.

E tra poco si arriverà a un’altra boa di questo viaggio verso l’oscurità.

Perché se Donald Trump non è il verso giusto, la possibile elezione alla Casa Bianca della sanguinaria psicopatica Hillary Clinton è di sicuro il verso sbagliato dei prossimi eventi.

“Sanguinaria psicopatica”, chiederete voi?

Sì: ricordatevi il suo folle ghigno e le sue indegne parole alla notizia che Gheddafi era stato linciato.

Pensateci un po’ e poi discutiamo pure.

Piotr