Repetita iuvant. Sugli errori nello scrivere e come risolverli

Da Hic Rhodus 19 Aprile 2017 dc:

Repetita iuvant. Sugli errori nello scrivere e come risolverli

di Michelasan

Gli italiani scrivono. Scrivono tanto, scrivono molto più di una volta, scrivono tutti. E purtroppo, scrivono male.

Sintassi approssimativa, che spesso compromette la comprensione di un testo, errori morfologici (tempi e modi verbali scorretti, pronomi sbagliati, uso ‘creativo’ degli avverbi) e gli onnipresenti, inossidabili e irriducibili errori d’ortografia: così diffusi, fastidiosi, esecrabili ed esecrati.

Si notano di più perché siamo in tanti a scrivere, e ciò che scriviamo ha più visibilità, oppure perché siamo mediamente più ignoranti e commettiamo più errori di un tempo? Di chi è colpa: della scuola o dei social media e della tecnologia digitale? E soprattutto: è possibile porvi rimedio? O conviene piuttosto rassegnarsi alla loro diffusione e sperare che le grammatiche li accolgano e li legittimino come inevitabili mutamenti linguistici?

Che la correttezza della lingua italiana scritta stia subendo una diffusa corrosione è sotto gli occhi di tutti, e da più parti si cerca di reagire: il manifesto dei 600 docenti universitari è solo l’ultimo dei disperati appelli che da più parti si lanciano per cercare di salvare la lingua italiana dallo scempio che ne fanno le nuove generazioni; e non solo loro: nel mirino ci sono sempre più giornalisti e speaker televisivi, politici e insegnanti, proprio coloro da cui ci aspetteremmo un esempio del corretto uso del nostro bel idioma.

tfi0hr6t01-bart-simpson-scrive-alla-lavagna-chi-e-causa-del-suo-mal-pianga-se-stesso_aPer quanto riguarda l’italiano parlato ci si batte per salvare il congiuntivo dall’estinzione, contro l’uso indiscriminato degli inglesismi, del ‘piuttosto che’ con valore disgiuntivo, e così via a difendere la nostra lingua dai quotidiani oltraggi che gli italiani perpetrano ai suoi danni; mentre sul fronte dell’italiano scritto (quando distinguiamo l’italiano scritto dal parlato, trattiamo di due lingue diverse) è l’ortografia che perde i pezzi: nessuno sa più scrivere un monosillabo accentato o una locuzione avverbiale o preposizionale corretti; i pò, i fù, gli apparte, i qual’è, le scielte e le coscenze si sprecano.

E tutto ciò è amplificato dal fatto che mai come oggi l’essere umano ‘scrive’. Nell’era digitale e dei social è enorme il numero di persone che hanno l’opportunità, oltre alla necessità, di scrivere, di esternare la propria opinione, o semplicemente di comunicare con altri esseri umani mediante la scrittura.

Diviene più evidente quindi anche l’errore ortografico; in Italia a metà del secolo scorso era ancora abbastanza diffuso l’analfabetismo (ancora nel 1981, dati del censimento della popolazione italiana, gli analfabeti erano il 3,5 %) (Tullio De Mauro, Guida all’uso delle parole, Editori Riuniti, 2003); l’obbligo scolastico si fermava alla licenza elementare (la scuola media diventa obbligatoria nel 1962) e alla maggioranza degli italiani adulti capitava rarissimamente di dover scrivere qualcosa; non sappiamo se con errori ortografici più o meno frequenti degli attuali, ma difficilmente il nostro scritto avrebbe avuto la visibilità che ottiene oggi.

Significativo è inoltre il fatto che la sanzione sociale dell’errore di ortografia sia una delle forme di riprovazione che meno tolleriamo, memori di vergogne e derisioni subite ai tempi della scuola. Non escludo un pizzico di desiderio di rivalsa in molti dei cosiddetti ‘grammar nazi’, desiderosi di calcare sulle teste altrui il cappello a cono ornato di orecchie d’asino che li terrorizzava da scolaretti. Come ricorda Luca Serianni a proposito dell’ortografia,

pur non rappresentando una delle abilità linguistiche fondamentali, espone chi non la domina a una forte sanzione sociale.

Le radici della disortografia diffusa vengono fatte risalire da molti all’utilizzo delle abbreviazioni negli sms, e tuttavia mi sento in dovere di scagionarle: ben vengano le abbreviazioni, invece, che hanno un passato glorioso che risale ai latini, ed il pregio di essere utilissime quando si prendono appunti oppure quando è richiesta rapidità di comunicazione. Anche se potremmo disquisire a lungo sulla reale necessità di rincorrere la velocità esasperata (e francamente ridicola se si considera il tempo risparmiato scrivendo ‘nn’ invece di ‘non’), le abbreviazioni vengono memorizzate come tali e possono tranquillamente sopravvivere affiancate alle parole scritte per esteso correttamente, senza influenzarle se non in modo marginale. Si tratta di un codice diverso, che solo per pigrizia e disattenzione viene utilizzato, da scolari poco attenti, anche nella produzione scritta scolastica così come da adulti frettolosi; questo codice viene percepito come tale e utilizzato nelle comunicazioni indipendentemente dalla lingua impiegata per scrivere un testo formale. Un esempio: le abbreviazioni più ricorrenti (tvtb, xké, cmq, xò, ecc.) quasi mai danno origine, quando scritte per esteso, agli errori di ortografia più diffusi.

errori-20La produzione della lingua scritta è la più complicata delle quattro abilità linguistiche (parlare, leggere, ascoltare e scrivere): si impara a scuola, e tuttavia le scuole elementari non sono sufficienti per sviluppare una competenza di scrittura adeguata alle molteplici esigenze della vita adulta. Ciò che noi scriviamo è frutto di abilità sviluppate mediante l’elaborazione personale di un procedimento di scrittura che si perfeziona nel corso della scuola dell’obbligo (che dura dieci anni). Si tratta di una competenza di difficile acquisizione, alla quale mi piacerebbe dedicare un altro articolo in futuro.

Ma se imparare a scrivere comprende l’uso corretto della sintassi e della grammatica in genere, credo sia utile trattare separatamente gli errori di ortografia da quelli morfosintattici, che sono ben più gravi e che spesso, come ho già detto, compromettono la comprensione stessa del testo prodotto. Imparare la corretta grafia delle parole avviene in modo relativamente semplice (se non vi sono problemi come ad esempio la dislessia, la cui incidenza tuttavia è abbastanza rara nella popolazione).

L’ortografia è legata al primo approccio con la lingua scritta e la si acquisisce nei primi anni della scuola elementare, addirittura già nella scuola dell’infanzia, per cui il rigore con cui gli insegnanti danno quello che potrei definire l’imprinting ortografico è fondamentale. Non è dunque trascurabile ciò che recentemente è emerso, in occasione del concorso per il reclutamento degli insegnanti, e cioè che nemmeno la metà dei candidati abbia superato le prove selettive: i nostri insegnanti (dato che chi non ha superato la prova continuerà comunque ad insegnare come supplente) sono ignoranti e commettono anch’essi errori di ortografia (Zecchi, Zunino e Stella per approfondire).

Fortunatamente però si imparano sempre nuovi vocaboli mano a mano che si diventa lettori più esperti. Sempre che lo si diventi. Perché è proprio la lettura la fonte primaria di apprendimento della corretta grafia di una lingua, e quanto maggiore è la frequenza di lettura di una parola, tanto più significativo sarà l’effetto sulla memoria. Nel bene e nel male, come vedremo.

Quindi gli errori di ortografia così diffusi potrebbero essere la spia della sempre più scarsa propensione alla lettura dell’italiano medio, realtà confermata dai dati sulle vendite di libri e quotidiani che sono in costante e preoccupante diminuzione (qui i dati ISTAT).

Tuttavia, per capire le origini del fenomeno della disortografia diffusa, credo sia utile focalizzare l’attenzione sulle nuove generazioni, soprattutto sugli adolescenti che stanno ancora frequentando la scuola e che quindi, a differenza degli adulti che possono essere vittime del noto fenomeno dell’analfabetismo di ritorno, sono ancora immersi in un mondo di sollecitazioni linguistiche molteplici, con la lettura come elemento decisivo; i libri, per gli alunni di una scuola secondaria inferiore o superiore, sono ancora il pane quotidiano. Inoltre è la fascia d’età tra gli 11 e i 14 anni quella in cui attualmente, su tutta la popolazione italiana, si legge di più (idem).

Perché dunque anche i ragazzini in età scolare commettono tutti quegli errori di ortografia che tanto deprechiamo negli adulti? Non sto analizzando la situazione degli alunni delle scuole elementari, poiché loro si trovano ancora nella fase di acquisizione, impegnati nei primi tentativi di riproduzione grafica e sintattica, in cui interferiscono altri fattori che possono compromettere la correttezza degli elaborati. E qui è basilare l’intervento correttivo dell’insegnante, argomento scabroso che riprenderò più avanti.

Parlo invece della fascia intermedia, degli adolescenti dagli 11 ai 14 anni, coloro i quali oltre ad aver già frequentato le aule scolastiche per cinque anni, cominciano anche ad attuare la riflessione sulla lingua, l’elaborazione più sofisticata di modelli di scrittura; ragazzi che interagiscono in differenti modalità di scrittura usufruendo di diverse fonti di acquisizione dei dati.

La mia ipotesi, avvalorata da una seppur limitata sperimentazione sul campo, è che ci siano almeno tre elementi decisivi e controproducenti per un uso corretto della lingua, quasi una serie di interferenze negli input linguistici.

c3d9d17a-2b96-11e4-bf0e-20cf300687d7_500_375Innanzitutto i libri, testi stampati soggetti ad un controllo ortografico abbastanza efficace (i refusi di stampa sono praticamente ininfluenti), che non sono più l’unica fonte dalla quale il cervello in formazione degli alunni acquisisce la forma delle parole, la loro corretta grafia, memorizzandola poi per gli usi futuri. Le applicazioni come whatsapp, la rete Internet, i social network, utilizzano la lingua scritta per comunicare, come mai prima d’ora. Ma chi scrive in rete o sui social producendo e facendo circolare questi testi? Praticamente tutti, sia che si tratti di produttori di testi esperti in grado di scrivere in un italiano corretto, sia che si tratti di altri ragazzini, oppure di adulti che trascurano la lingua, magari i cosiddetti analfabeti funzionali.

In secondo luogo: leggere non basta. Osservare le parole più e più volte durante la lettura di un testo non è sufficiente: la memorizzazione avviene quando alla visualizzazione segue il gesto della scrittura, ed è importante l’azione della mano che impugna lo strumento di scrittura. Gli scolari tuttavia scrivono sempre meno, digitano perlopiù, e quando lo fanno spesso usano lo stampatello minuscolo o maiuscolo che non ha la stessa efficacia del corsivo. Studi recenti confermano l’efficacia della scrittura a mano in corsivo per lo sviluppo delle funzioni cerebrali nei bambini: non è una buona idea abbandonare la scrittura manuale in corsivo, come hanno già fatto alcuni paesi nel mondo a causa del dilagare della scrittura su tastiera (approfondimenti QUI e QUI).

Un terzo aspetto da non sottovalutare riguarda il supporto sul quale le parole vengono visualizzate: si tratta di uno schermo luminoso, colorato, innegabilmente dall’impatto più significativo dal punto di vista mnemonico. Ed è di importanza fondamentale poiché se la comunicazione scritta è associata ad aspetti emozionali ed affettivi ciò rende la memorizzazione nettamente più efficace (alcune interessanti slide di corsi QUI).

Se poi volessimo analizzare la frequenza con cui il cervello legge una parola (memorizzandone la grafia), e se l’abbia incontrata più volte sulle pagine di un libro o su di uno schermo digitale, il conto è presto fatto: lo schermo digitale, soprattutto per quanto riguarda parole e locuzioni di uso più frequente, batte senz’altro il libro o altri supporti cartacei. È un problema di fonti, ed è evidente quindi come i ragazzi che stanno ancora acquisendo nuovi vocaboli da immagazzinare nella propria memoria a lungo termine, siano fortemente influenzati dalla scarsa qualità degli input: la scorrettezza ortografica degli scriventi, che sono altri ragazzini o adulti poco avvertiti, come già detto.

Non si spiegherebbe altrimenti come mai ci sia confusione negli alunni della scuola secondaria, così freschi nell’apprendimento della lingua eppure così soggetti a frequenti errori, senz’altro più di quanto ci si aspetterebbe.

Senza titolo2Esistono soluzioni o dobbiamo rassegnarci?

Naturalmente nell’opera di “rieducazione” la scuola ha un ruolo fondamentale, a cui tuttavia pare aver rinunciato da tempo. Mi spiego: come già accennato sopra, gli insegnanti, durante la fase di acquisizione e anche oltre, hanno il compito di correggere l’errore ed adottare tecniche in grado di cancellare l’informazione errata sostituendola con quella corretta. I segni rossi e blu sui quaderni dei bambini della scuola elementare e media hanno avuto da sempre questo scopo. Ma negli ultimi decenni hanno assunto una connotazione punitiva e proprio per questo sono stati abbandonati perché considerati deleteri per la crescita dell’autostima degli alunni, per la formazione di un carattere equilibrato nei bambini. Moltissimi insegnanti e genitori, sulla scorta delle idee diffuse dai grandi pedagoghi dell’era della libertà educativa (dall’americano dott. Spock all’italiano Marcello Bernardi), hanno confuso le punizioni con la sottolineatura dell’errore e conseguente correzione. Addirittura molti genitori, che abbracciano tesi di cui forse non hanno approfondito bene presupposti e conseguenze, in caso di difficoltà ortografiche e di disgrafia chiedono agli insegnanti (e in questo sono supportati da psicologi e logopedisti!) di non sottolineare gli errori ortografici dei figli. Il timore dei genitori è che il figlio, umiliato dal segno rosso sul proprio elaborato, acquisisca un senso di inadeguatezza che poi si ripercuoterebbe negativamente anche nei comportamenti della vita di relazione e nello svolgimento dei più diversi compiti quotidiani, compromettendone la crescita sana e serena.

Niente di più sbagliato, a mio parere: una cosa è l’errore ortografico, e la sua correzione, un’altra è il comportamento e la sanzione dello stesso, che può, se mal condotto, ottenere gli effetti di cui sopra così temuti. Tuttavia, anche se molti insegnanti sono consapevoli di questo malinteso di fondo, piuttosto che trovarsi a dover combattere battaglie perse in partenza con agguerriti genitori, timorosi che si leda la “libertà” dei figli di crescere liberi appunto, e quindi sani (binomio tutto da dimostrare, come ben sappiamo visti i disastri educativi delle ultime generazioni) hanno deciso di rinunciare ad evidenziare gli errori di ortografia considerandoli un male minore, tollerandoli e sperando che con il tempo si correggano da soli.

Cosa che tutta via non succederà mai, poiché il cervello non farà altro che consolidare l’errore ripetendolo ed immagazzinando la forma grafica scorretta.

errori-grammaticaliPerché dunque non rivalutare i vecchi metodi? Perché pur non conoscendo le funzionalità del nostro cervello come le conosciamo oggi grazie ai progressi delle neuroscienze, gli antichi maestri sapevano che repetita iuvant.

Che cosa meglio della scrittura ripetuta 20 o 30 volte di una parola consente di correggere l’errore e non ripeterlo in futuro?

Oggi noi conosciamo come il cervello crei una sorta di “solco” percorrendo più e più volte la strada lastricata dagli errori ortografici, ed è proprio per questo che bisogna correggere il percorso sbagliato con la ripetizione meccanica della parola corretta. È divertente un esperimento che sono solita fare con gli alunni in classe: il semplice dettato di un testo contenente un assortimento dei più frequenti sbagli. Segue la correzione e una pioggia di pessimi voti. Sì, proprio pessimi voti, perché nulla come le emozioni, positive o negative, aiutano il cervello a ricordare le esperienze. Quindi una bella sessione di lavoro in cui gli alunni (non importa se hanno 11 o 14 anni) devono scrivere 30 volte ciascuna parola, finalmente corretta. Lamentele e mormorii di disapprovazione per una pratica percepita come inutile ed antiquata, vengono rapidamente sostituite dallo stupore dato dall’esito di un successivo dettato, a sorpresa qualche tempo dopo, in cui gli errori precedenti sono stati sanati ed i voti sono ampiamente positivi.

Del resto non capita forse a tutti noi, a volte, un’indecisione sulla corretta grafia di un termine (anche in lingua straniera)? Capita. È normale, visto l’affollamento di dati cui siamo quotidianamente sottoposti e l’interferenza degli errori che sempre più spesso siamo costretti a leggere sugli scritti altrui. E che cosa si può fare per aiutare il nostro povero cervello, così carico di informazioni e a volte così stanco? Si scrivono entrambe le versioni sulle quali si è in dubbio e automaticamente il nostro cervello riconoscerà quella giusta per averla confrontata con il modello, contenuto nel magazzino di memoria personale, dove la corretta grafia è stata scolpita dalle innumerevoli volte in cui se ne è visualizzata la forma corretta.

Credetemi: la conferma di quanto sia potente l’input negativo quando viene reiterato innumerevoli volte (tanto quanto l’input positivo del resto) mi viene dopo una sessione di correzione degli elaborati dei miei alunni: dopo qualche decina di apparte, avvolte, fù, stò, pò e qual’è comincio ad avere dei dubbi anch’io…

Riflessioni di una notte di mezza estate

Da Lucio Garofalo 20 Agosto 2016 dc:

Riflessioni di una notte di mezza estate

Da sempre sono convinto che le droghe e le discoteche forniscano una sorta di arma subdola e solo apparentemente incruenta, che è abilmente impiegata per alienare, rincitrullire e controllare le giovani generazioni, vale a dire per sedare il dissenso e soffocare la rabbia giovanile, senza far ricorso alle forze dell’ordine, alla repressione carceraria, all’azione coercitiva di quelle istituzioni che per natura e vocazione sono deputate proprio a funzioni di ordine pubblico: cito in primis la polizia.

Sia ben chiaro, a scanso di equivoci, che non è una mia intenzione colpevolizzare le discoteche, e tantomeno chi le frequenta. Non mi ritengo affatto un moralista.

Personamente, mi professo un comunista libertario e mi dichiaro a favore della libertà e della possibilità di divertirsi e di svagarsi in un modo, se possibile, sano, corretto ed intelligente. Ma sarei persino incline a concedere “sballi” e trasgressioni entro quei limiti dettati dal buon senso, ma soprattutto da misure o interventi socio-educativi e preventivi sotto il profilo sanitario.

Sono propenso a depenalizzare il consumo delle sostanze stupefacenti (non solo quelle leggere, ma anche pesanti) per favorire provvedimenti volti a regolamentare e razionalizzare le vendite, anzitutto per contrastare ed abolire il cosiddetto “mercato nero” e sottrarre in tal modo una notevole fonte (illecita) di reddito e di potere alle narcomafie.

E via discorrendo.

Giusto per offrire un assaggio delle mie convinzioni e delle mie proposte in materia.

Il proibizionismo, a mio avviso, si è rivelato addirittura più deleterio e controproducente delle abitudini e dei comportamenti considerati “devianti” e che sono oggetto di divieto.

Per la serie: la “cura è peggiore della malattia”. Sempre che sia corretto parlare in termini di “malattia”. Nel contempo, sono convinto che a partire dalla fine degli anni ’60, esattamente dal grande e memorabile raduno di musica e cultura giovanile “pop” svoltosi nell’estate del 1969 a Woodstock, qualcuno (nelle alte sfere) decise di sperimentare e di verificare gli effetti alienanti di alcune sostanze stupefacenti in un contesto di massa.

Non è un caso che il crack e l’eroina, assai più della polizia e del carcere, abbiano mietuto numerose vittime tra i giovani attivisti afro-americani delle Black Panthers, del Black Power o altri movimenti politici statunitensi, così come tra i militanti di formazioni radicali ed extraparlamentari di sinistra, sia in Italia che altrove in Europa, ponendo tragicamente fine ad esperienze giovanili antagoniste e progressiste.

Insomma, si è trattato di un uso palesemente politicizzato, in chiave repressiva, di alcuni stupefacenti. Mi permetto di insistere sulla valutazione dell’utilizzo politico-strumentale di alcune sostanze letali quali l’eroina ed il crack, semplicemente stando ai risultati concreti, tragici e devastanti, sotto gli occhi di tutti. Effetti letali che hanno contribuito a spezzare le singole vite di milioni di giovani in tutto il mondo, stroncando alcune esperienze politiche di militanza attiva, di contestazione e rottura nei confronti del sistema capitalistico dominante.

Mi riferisco, ad esempio negli USA, a movimenti afro-americani come le Pantere Nere ed il Black Power (Potere Nero), i cui attivisti furono in gran parte sgominati dall’eroina e dal crack nel corso degli anni Settanta, assai più che dall’azione armata e repressiva degli agenti della polizia.

Lo stesso dicasi per i giovani militanti di altre formazioni politiche della sinistra estrema e radicale, in Italia, in Germania o altrove. In altri termini, sono stati più gli attivisti politici ed i giovani contestatori sterminati da queste droghe pesanti, in tutto l’Occidente, che non quelli arrestati o ammazzati dalla polizia. Per cui affermerei che la cultura o l’ideologia a favore delle droghe sia stata istigata e divulgata ad arte nell’universo giovanile “alternativo”, esattamente a partire dalla fine degli anni ’60, proprio per frenare l’ascesa o il salto di qualità, in termini di consapevolezza politica e di strategia organizzativa, dei movimenti che potenzialmente si rivelarono più eversivi ed insidiosi per il cosiddetto “potere costituito”.

Tali ragionamenti potrebbero sembrare soltanto supposizioni per chi non conosce alcuni “retroscena”. E non lo scrive uno che si appassiona tanto facilmente a fantasie dietrologiche. Ad esempio, durante la guerra in Vietnam, i servizi di “intelligence” si resero conto degli effetti alienanti dell’oppio, di cui il “triangolo d’oro” (formato da tre Paesi del Sud-Est asiatico: Laos, Vietnam e Cambogia) rappresenta tuttora la principale area di produzione del papavero oppiaceo a livello mondiale.

Non a caso, proprio negli anni della guerra in Vietnam, gli stessi americani importarono negli USA (e in tutto l’Occidente) ingenti quantità di sostanze derivanti dall’oppio, invadendo i mercati interni ed iniziando a diffondere ed alimentare la “cultura delle droghe”. Come ho già spiegato, fu posto in essere un vero “esperimento” politico, che la CIA realizzò nel contesto del festival pop di Woodstock, per monitorare gli effetti alienanti prodotti sulle masse giovanili da alcuni tipi di droghe.

Si resero così conto (nelle “alte sfere”) che conveniva sfornare masse di giovani drogati anziché di giovani militanti, attivisti politici coscienti ed organizzati. Attivisti pronti persino alla guerriglia urbana. Non per ripetermi, ma preciso che le droghe più letali usate come vere e proprie armi per sgominare le lotte e le proteste politico-sociali sostenute dai movimenti giovanili nel corso degli anni ’70, furono l’eroina ed il crack, specialmente negli USA.

Invece, a partire dagli anni ’80, con il riflusso nel privato e nell’individualismo borghese, con l’avvento di uno stile o di un modus vivendi frivolo, disimpegnato e ludico, battezzato come “edonismo reaganiano”, i giovani dismisero l’eskimo, rinunciarono a lottare, disertarono la militanza politica e l’impegno sociale, per dedicarsi esclusivamente al proprio ego, a divertimenti di massa standardizzati ed indotti dalla moda e dalla pubblicità commerciale.

Esplosero fenomeni sociali insulsi come i “paninari” e gli “yuppies”. Giusto per intendere ed inquadrare il contesto storico. Ma già l’origine concettuale della voce “divertimento” (dall’etimo latino “di-vertere”, che significa deviare, variare, diversificare) ci aiuta a capire che non è affatto divertente compiere con frequenza gli stessi gesti, le stesse operazioni, ripetere costantemente le stesse attività, sia pure ludiche, per cui anche frequentare una discoteca, a lungo andare rischierebbe di annoiare ed alienare. Voglio dire che i giovani “edonisti” degli anni ’80 non è che sapessero divertirsi. Erano per lo più annoiati e persino depressi. Non a caso, in molti casi facevano uso di alcool e di stupefacenti.

Proprio in quegli anni in discoteca iniziarono a circolare nuove droghe sintetiche, quali l’ecstasy, utili a restare svegli per tutta la notte. Insomma, lo scopo e la funzione strumentale delle droghe restano tuttora quelli di “alienare” i giovani, allontanarli dal loro ruolo più naturale e congeniale, che è quello di essere artefici del progresso e del mutamento della società, protagonisti coscienti ed attivi della propria vita e del proprio “destino”, non invece gregari o fruitori passivi di mode, tendenze, divertimenti calati dall’alto ed imposti da altri.

Berlusconi, le manovre del Palazzo e le rivolte sociali

19 Dicembre 2010 dc

Berlusconi, le manovre del Palazzo e le rivolte sociali

di Lucio Garofalo

Il nuovo movimento studentesco, che ha assunto le dimensioni di una rivolta sociale di massa, è stato demonizzato non tanto per gli atti di devastazione commessi (sempre deprecabili, ma su questo punto conviene ragionare meglio), quanto perché ha osato sfidare il Palazzo, dichiarando esplicitamente di voler sfiduciare il governo dal basso, mentre le congiure e gli intrighi del Palazzo non hanno ottenuto lo scopo di defenestrare Berlusconi e la sua cricca di affaristi, faccendieri e massoni che controlla il Paese.

Si dice che “le vie della politica sono infinite”, ma sarebbe più corretto parafrasare: “le anomalie della politica sono infinite”. In Italia, da almeno quindici anni, le anomalie infinite sono la regola, non l’eccezione. Il maestro dei conflitti di interesse e delle anomalie italiche è un monopolista senza scrupoli che si è impossessato del governo della nazione e lo gestisce come se fosse un’azienda privata. E’ “sceso in campo” nel 1994 annunciando di voler compiere una “rivoluzione liberale” con la gente meno liberale e meno democratica in circolazione, dai fascio-leghisti agli esperti prezzolati dello squadrismo e del fango mediatico. Il “campione del liberalismo” di cosa nostra ha messo in piedi una coalizione sedicente “moderata” aggregando i reduci dell’estremismo neofascista (qualsiasi delinquente da strada sarebbe stato più civile e mansueto del ministro guerrafondaio La Russa visto nell’ultima puntata di Anno Zero) con gli esemplari del leghismo razzista e secessionista, ex squadristi e piduisti, impostori e ciarlatani, urlatori arroganti, squilibrati e sguaiati con i sicari professionisti della disinformazione.

Per quanto concerne la violenza politica, il discorso si fa più vasto e complesso e non può essere ridotto al problema delle molotov o delle vetrine rotte, né conviene chiamare in causa gli “anni di piombo”, le Brigate Rosse ed altro, che anzi rischia di essere un’operazione criminale e mistificante. La situazione politica e sociale odierna è assai diversa, per molti versi peggiore. Oggi gli studenti non godono di alcuna collocazione sociale ed economica stabile, né nutrono speranze di miglioramento futuro. Non hanno neppure una rappresentanza politica come negli anni ’70. In pratica sono orfani e si pretende che si rassegnino ad una vita precaria, senza nemmeno protestare.

Le manifestazioni del 14 dicembre hanno visto partecipare oltre centomila persone. Non è dato sapere quanti fossero i poliziotti in piazza, ma non è corretto affermare che dall’altra parte gli “aggressori” fossero migliaia. Altrimenti potrebbero creare un esercito, per cui potrebbero organizzare un’insurrezione di massa. In questi casi il numero è determinante. Si dice che 10 teppisti sono una banda, mentre 10 mila formano un esercito. Inoltre, occorre precisare che in mezzo agli scontri s’infiltra sempre qualche provocatore addestrato dalle forze di polizia, per cui la situazione diventa più caotica.

Una cosa è certa: nessuno ha la bacchetta magica per risolvere i problemi, nessuno può prescrivere ricette e soluzioni precostituite, o almeno questo movimento di massa non crede più ai parolai e ai pifferai magici. Si tratta di un movimento che è sorto spontaneamente ed ha assunto connotazioni ed istanze sempre più decise e radicali, espresse in una maniera sempre più dura ed energica. Probabilmente anche a causa delle esperienze negative trascorse ed in seguito a circostanze che hanno visto tali istanze inascoltate e non recepite da nessuno all’interno dei palazzi istituzionali.

In passato, ad esempio negli anni ’70, il PCI tentava di filtrare e rappresentare (a modo suo, in base a logiche e convenienze elettorali) le istanze provenienti dal basso, anche dai movimenti più estremi e radicali. Oggi si contempla il deserto e forse è meglio, nel senso che i movimenti sono costretti ad auto-organizzarsi in modo da rappresentare e rivendicare fino in fondo le proprie istanze sociali e politiche. Ed è normale che in un vuoto di rappresentanza politica ci possa essere qualcuno che decida di urlare per farsi ascoltare e magari qualcun altro scelga di adottare metodi più aggressivi e veementi. Se poi si aggiunge qualche balordo e qualche provocatore infiltrato, il gioco è fatto. Ma è indubitabile che la violenza, fine a se stessa, non risolve i problemi, dato che a questo scopo dovrebbe servire la politica, intesa come risposta equa e democratica (non autoritaria, non clientelistica, non paternalistica) ai bisogni e alle richieste dei cittadini.

Il punto è che la politica istituzionale è ridotta ormai ad un ruolo autoreferenziale e non si occupa della vita reale della gente, ma si adopera solo al fine di preservare i propri privilegi e il proprio potere, che è subordinato ai centri di dominio sovranazionale che fanno capo alla finanza e al capitalismo globale. Il Palazzo non si prodiga affatto per risolvere i problemi concreti della gente, non ascolta e non accoglie le istanze avanzate dai movimenti. Perciò, è inevitabile che questi movimenti tendano a radicalizzarsi.

Occorre comprendere che le violenze sono un parto degenere di un sistema violento e corrotto, sempre più marcio ed incancrenito, capace di produrre soprattutto “merci” putride come l’odio e la violenza, di cui si serve per legittimare la propria esistenza. Una metastasi favorita dalla manipolazione delle notizie e dal terrorismo psicologico che i mezzi di comunicazione di massa attuano per costringere l’opinione pubblica in uno stato di tensione e ricatto permanente. La violenza è parte integrante di una società che la vitupera solo quando a praticarla sono gli altri, mentre è autorizzata ed esercitata legalmente in termini di diritto e potere istituzionale quando è opera del sistema stesso, come gestione armata a tutela dell’ordine sia all’interno, cioè in termini di repressione poliziesca, che all’esterno, ossia in termini di guerra e gendarmeria internazionale.

E’ stata messa in moto una sorta di mostruosa fabbrica della violenza e dell’odio, che genera comodi capri espiatori per suscitare e giustificare il bisogno di interventi repressivi da compiere all’interno e all’esterno delle società affaristiche e guerrafondaie. In questo meccanismo perverso e criminale trovano una loro ragion d’essere i vari Bin Laden ed affini, i violenti e i terroristi che rappresentano uno spauracchio utile ad una logica di riproduzione perenne della violenza istituzionalizzata che serve a perpetuare i rapporti di forza, di comando e subordinazione, sia all’interno, cioè sul piano nazionale, che all’esterno delle società imperialistiche ormai in fase di decomposizione avanzata.

Sulla natura della crisi

Sulla natura della crisi

La pesante recessione economica sta facendo riemergere molti segnali che inducono a ragionare meglio sull’origine e sulla natura della crisi, che non è solo economica, in quanto tradisce uno stato di decadenza e dissoluzione di un mondo imperniato storicamente sulle fragili certezze della scienza e della tecnica al servizio del profitto economico privato. Si tratta di un sistema di convinzioni pompate e sbandierate come assiomi granitici, ma che si sono rivelati per ciò che sono: facili ed ingenue illusioni. La crisi economica globale è solo l’aspetto più evidente di un processo di decomposizione avanzata di un ordine sociale incentrato sui dogmi della nuova religione pagana del capitale che si arroga il ruolo di padrone assoluto del mondo. E’ la religione più ottusa e fanatica che venera il dio denaro, promuove con ogni mezzo il feticismo del mercato, predica l’adorazione cieca dei falsi idoli del neoliberismo e del consumismo più sfrenato, esercita il culto idolatrico di un modello di sviluppo talmente vorace, inquinante e distruttivo che in pochi lustri ha saccheggiato le principali risorse ambientali del pianeta, depredando popoli ed ecosistemi che per millenni erano rimasti inviolati.

Lo stato di irreversibile putrescenza in cui versa l’odierna società tardo-capitalista, è talmente palese da non poter essere negato nemmeno dai fautori più esaltati e incalliti della globalizzazione neoliberista. Le classi dominanti non sono più in grado di propugnare e proporre in modo credibile alcun valore etico e spirituale, alcuna visione o idea di società e di progresso che possa infondere nell’animo delle giovani generazioni una vaga fiducia nell’avvenire, eccetto l’apoteosi acritica del presente, tranne l’offerta incessante, ma destinata fatalmente ad esaurirsi, di beni effimeri per antonomasia, legati al consumismo materiale, per cui le odierne classi dirigenti rappresentano lo specchio più patetico e grottesco del declino e della decomposizione sociale in atto.

La realtà dimostra in modo irrefutabile che l’attuale modello di sviluppo economico, imposto per secoli dall’occidente con la violenza delle armi e il ricatto alimentare, con la propaganda ideologica e mediatica, attraversa una fase di crisi non solo strutturale, nella misura in cui non riesce più a convincere, incapace com’è di sedurre ed attrarre la gente che abita sul pianeta, in particolare i giovani e i popoli del Sud del mondo. Basti pensare a quanto sta accadendo negli ultimi anni in un vasto continente come l’America Latina, scosso e rinvigorito da forti spinte anticapitaliste ed antimperialiste. Si pensi a quanto accade altrove, in Africa, in Medio Oriente, in Estremo Oriente, ecc.

Ma cosa potrebbe fare ognuno di noi? Non so gli altri, ma per quanto mi riguarda nutro alcune convinzioni consolidate e alcune speranze. Io sono un insegnante. Nel mio ambito di competenza potrei contribuire a promuovere una presa di coscienza critica da parte dei giovani. Non inseguo l’assurda pretesa, assolutamente ingenua e velleitaria, di cambiare il mondo con la mia professione quotidiana. Tuttavia, qualcosa si potrebbe cominciare a fare, anzitutto nelle scuole. Faccio un esempio concreto e praticabile.

Detto francamente, auspico che un giorno, anche nelle scuole pubbliche italiane si approdi finalmente all’adozione di un autentico e necessario spirito laicista, ad un approccio relativistico e interculturalistico nella comunicazione tra docenti e discenti, nel processo di scambio ed interazione didattica che dovrebbe costituire il rapporto centrale nel quadro delle dinamiche socio-relazionali della scuola, benché prevalgano altri interessi, momenti e mansioni professionali. Come, ad esempio, gli incarichi legati allo svolgimento delle cosiddette “attività aggiuntive”, delle “funzioni strumentali”, dei “progetti di arricchimento” (arricchimento per chi?). Tutti ruoli che, allo stato attuale degli stipendi riconosciuti agli insegnanti italiani (i più miserabili d’Europa), attraggono i docenti distraendoli dal loro compito primario: la crescita e l’educazione dei giovani.

Questo spirito di apertura, tolleranza e liberalismo etico e civile, rappresenta una preziosa linfa vitale, una forma mentis assai importante e proficua per la formazione culturale e la piena emancipazione intellettuale della personalità umana. Infatti, credo che non arrecherebbe alcun danno ai nostri studenti se cominciassimo a far conoscere le ragioni degli altri, cioè di quelle genti e culture per noi estranee e distanti, in particolare di quei popoli comunemente ritenuti “inferiori”, “incivili”, “sottosviluppati”, per far comprendere che non lo sono e che avrebbero molto da insegnarci. Come avrebbero potuto trasmetterci utili insegnamenti i popoli pre-colombiani (Aztechi, Maya, Incas) in diversi ambiti dello scibile umano, come la matematica, l’astronomia, l’architettura. Purtroppo, quei popoli sono stati annientati brutalmente, la loro cultura e il loro sapere sono stati cancellati e sepolti nell’oblio dall’uomo bianco occidentale.

Sono convinto che questa sia l’interpretazione più corretta e accettabile dell’umanesimo laico, che probabilmente costituisce la linfa vitale e la spina dorsale della cultura e della “civiltà occidentale”, la cui storia è comunemente (ed erroneamente) concepita come una linea di crescente progresso che parte dalla civiltà greco-romana classica e giunge sino ad oggi, percorrendo due momenti storici che hanno segnato e generato un’importante rivoluzione culturale e sociale in Europa: la rivoluzione umanistica rinascimentale del 1400-1500 e la rivoluzione illuministica realizzatasi nel XVIII secolo. Tuttavia, questa visione idealistica è esattamente quella di uno sviluppo spiritualistico che in realtà cela una grave mistificazione storica, mentre sottintende un altro tipo di sviluppo di ordine economico e colonialista sostenuto dal mondo “occidentale”, esercitando una spinta politica di orientamento eurocentrico e cristiano-centrico. Mi riferisco al processo di espansione violenta delle principali potenze europee nella storia.

Per tali ragioni il razzismo è insito e istituzionalizzato nella storia, nella cultura e nella società dei bianchi occidentali. In tal senso, il razzismo non è solo e non è tanto un comportamento individuale, quanto soprattutto un fenomeno sociale e istituzionale, che appartiene intimamente alla storia e alla cultura del mondo bianco occidentale. Una storia che è in sintesi un percorso di violenze, crimini, ruberie, raggiri e mistificazioni, poste in essere contro il resto dell’umanità. Finché la nostra società si ostinerà ad ignorare il razzismo istituzionalizzato in essa latente, le tragiche colpe dell’occidente non saranno mai espiate, né svaniranno i sensi di colpa che turbano la coscienza sporca dell’occidente. Ma è pur vero che la rinuncia a fare qualcosa di concreto e significativo contro il razzismo istituzionalizzato presente nella nostra società, si spiega chiaramente col fatto che la società occidentale trae il suo benessere e la sua opulenza economica proprio dall’esistenza del razzismo stesso, che serve a legittimare lo sfruttamento materiale dei popoli del Terzo Mondo. Senza questo razzismo istituzionalizzato e questo sfruttamento economico, la società occidentale scomparirebbe immediatamente.

Come è spesso accaduto in passato (si pensi a Roma nei confronti di Cartagine) i vincitori scrivono e riscrivono la storia, falsificandola e rettificandola a proprio esclusivo vantaggio. Così si è verificato nel caso dei pellerossa, la cui storia è stata raccontata e divulgata dal cinema western, che ha celebrato come “epica” la conquista del West, degli sterminati territori occidentali del continente nordamericano, sottratti con la forza delle armi, con mille trucchi ed inganni ai legittimi abitanti indigeni, le tribù pellerossa, mistificando e alterando la verità storica. Da questi scippi, massacri, raggiri, totalmente occultati e distorti, commessi dai pionieri, dai colonizzatori e dai soldati bianchi, hanno tratto origine i miti e i cliché, ovviamente artificiosi e fittizi, legati alla cosiddetta “epopea western”: dallo stereotipo del cowboy solitario, onesto e coraggioso, al luogo comune dell’indiano selvaggio e crudele. La mitologia hollywoodiana ha riproposto lo schema manicheo di sempre, l’equazione semplicistica “bianco = buono” e “indigeno = selvaggio = malvagio”, un modello che si ripete e si rinnova da secoli in ogni occasione in cui i bianchi occidentali si sono incontrati e scontrati con esponenti di altre culture e altri popoli, considerati “inferiori”, ”incivili” o “sottosviluppati”, per cui sono stati soggiogati con le armi, con astuti stratagemmi ed altri strumenti coercitivi o fraudolenti.

L’occidente è sempre stato sconvolto dall’idea della violenza, quando ad usarla sono gli altri: i pellerossa, i negri, gli islamici, ecc. Ma come giudicare le efferatezze e i delitti perpetrati dall’occidente? Il punto è questo: chi detiene il potere detta legge e decide chi sono i “buoni” e i “cattivi”. E’ sempre stato così, sin dai tempi antichi. I Romani erano maestri nel campo, come insegnano Giulio Cesare e gli altri storici e conquistatori latini.

L’ignobile violenza della guerre, delle stragi, delle rapine, dei falsi trattati di pace e via discorrendo, è sempre stata dissimulata ipocritamente sotto vesti posticce, sbandierando di volta in volta nobili ideali assolutamente inesistenti quali, ad esempio, i valori della “fede religiosa” (si pensi all’epoca delle Crociate in Palestina), della “civiltà” e del “progresso” (si pensi alle conquiste coloniali in America, in Africa, in Asia), della “libertà” e della “democrazia” in tempi per noi più recenti e noti. Ogni riferimento alla guerra in Iraq o alle altre guerre attualmente in corso nel mondo, è puramente casuale.

Lucio Garofalo, 6/12/2009 dc