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Iran: in affanno le avanguardie della regressione

In e-mail da Dino Erba l’8 Gennaio 2018 dc (con alcune mie correzioni):

Iran: in affanno le avanguardie della regressione

Strana illusione ottica, veder dappertutto uno stato di cose che fino a questo momento regna solo in via eccezionale in alcune parti dell’orbe terracqueo.

Karl Marx, Il Capitale, Libro Primo, Sezione Quinta, cap. 14.

Quanto sta avvenendo in Iran rientra a pieno titolo nella generale crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Non ci piove. Tuttavia, le verità troppo vere, come questa, rischiano di cadere nelle banalità, smarrendo per via gli aspetti peculiari che caratterizzano un evento, ovvero il suo background. Aspetti che, nel caso dell’Iran, da almeno quarant’anni, determinano una situazione di crisi nella crisi, con soluzioni momentanee e, di fatto, contingenti. Un rapido schizzo storico è utile per meglio orientarsi.

L’Iran è l’unico Paese extraeuropeo che, nonostante le inevitabili ingerenze coloniali, non ha subito occupazioni, se non temporaneamente e parzialmente, vivendo in una sorta di limbo, creato dall’equilibrio delle forze tra contrapposte Potenze (in origine: Inghilterra e Russia).

È un privilegio che è stato favorito soprattutto da una configurazione geografica protettiva: un altopiano con alte montagne, deserti, steppe (circa il 70% de territorio) e coste dai difficili accessi al mare. Configurazione che pose l’Iran ai margini delle grandi vie di comunicazione terrestri, concentrate nella sua area settentrionale – la più ricca – e rivolte all’Asia centrale.

Un fiacco dispotismo asiatico

Dopo l’invasione di Tamerlano (secolo XIV), l’Iran (o Persia) assunse l’assetto geopolitico che si sarebbe definito nell’Ottocento, raggiungendo una sostanziale unità etnica (persiani), linguistica (farsi) e religiosa (islamismo sciita duodecimano). Le monarchie che si succedettero rappresentarono una forma fiacca di dispotismo orientale che determinò una secolare stagnazione.

Questa situazione era il frutto di una formazione economica e sociale contraddistinta da comunità agricole tendenzialmente autosufficienti, con ridotti contatti con i centri urbani, dove fiorivano attività artigiane e mercantili, anch’esse contraddistinte da un’analoga condizione di autosufficienza. Un potere centrale debole, attraverso i suoi funzionari, manteneva con le campagne un controllo limitato, a causa della crescente ingerenza degli esponenti religiosi (gli ʿulamāʾ) i quali, nelle città, univano spesso le loro ingerenze nei confronti del potere centrale a quelle del ceto mercantile (il bazar). Di conseguenza, il prelievo fiscale risultava frazionato e, tra l’altro, nelle campagne, una parte del prelievo veniva gestita direttamente dalle istituzioni tribali locali (uymaq). Questa situazione condizionava le risorse destinate ai lavori pubblici e all’esercito, tenendole a livelli inferiori rispetto a Paesi come la Cina, l’India e l’Impero Ottomano.

All’inizio del Novecento, la situazione mutò radicalmente: la scoperta di grandi giacimenti petroliferi vide l’intervento diretto dell’Inghilterra, con conseguenze economiche che dettero impulso alla modernizzazione del Paese. Fu un processo tardivo (rispetto a India, Turchia, Cina) che prese avvio solo negli anni Venti del Novecento, ma fu sconvolgente, per impulso della crescente produzione di petrolio (più che triplicata dal 1938 al 1950). Le pur tirchie royalties versate dalle compagnie petrolifere alle casse dello Stato iraniano e, soprattutto, gli interventi infrastrutturali, legati all’estrazione e al trasporto del petrolio, destarono bruscamente l’Iran dal suo secolare isolamento. Ma fino a un certo punto.

Per usare un linguaggio figurato, l’Iran subì massicce e rapide iniezioni di capitalismo, offrendo un ambiente disponibile e senza forti resistenze, che evitò violenti interventi militari. Ciò nonostante, sotto il velo della modernizzazione, permaneva il vecchio background. Al tempo stesso, nelle campagne entrava in crisi la comune agricola, già erosa dai grandi proprietari terrieri, un marcio pilastro della monarchia. Le conseguenze sulla produzione agricola e sul patrimonio zootecnico furono disastrose: entrambe, negli anni Quaranta del Novecento, calarono, mentre la popolazione aumentava del 2,3%.

Negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, grazie all’equilibrio delle forze, in cui veniva a trovarsi tra le aree di influenza sovietica, inglese e, ben presto, yankee, l’Iran poté vivere una condizione che favorì la formazione di una classe tendenzialmente borghese, relativamente indipendente, ma pur sempre con le vecchie tare che la spingevano a cercare un appoggio alle proprie esigenze in ambienti clericali, fieramente reazionari.

Statalismo in salsa laico-yankee

Come in altri Paesi cosiddetti in via di sviluppo, anche in Iran lo Stato assunse un ruolo centrale nelle politiche economiche. Ruolo che divenne decisivo soprattutto con lo Shah Reza Phalavi (1941-1979), fautore di grandi interventi nell’industria pesante, ispirati al modello sovietico. Tuttavia, il centralismo statale dello Shah dovette presto confrontarsi con le spinte autonomiste di quel vecchio ceto mercantile e imprenditoriale che, sull’onda della modernizzazione, stava assumendo caute connotazioni borghesi e auspicava ricadute a vantaggio proprio e del Paese, mettendo in discussione gli accordi capestro con le grandi compagnie petrolifere (le Sette Sorelle). In generale, di fronte a benefici destinati a pochi privilegiati, le condizioni delle masse popolari andavano peggiorando: nel 1951 più dell’80% della popolazione soffriva di denutrizione cronica.

Non appena il governo di Mossadeq tentò la nazionalizzazione del petrolio (1951), dovette subito fare i conti con Gran Bretagna e Usa, i cui interessi si sposarono con quelli dello Shah e del suo entourage, nonché di gran parte del clero, tutti timorosi che gli inevitabili sviluppi riformisti potessero pregiudicare i loro privilegi. Nel 1953, un colpo di Stato made in Usa abbatté il governo riformista di Mossadeq, dopo di che prese piede il regime autoritario di Reza Phalavi che, per 25 anni, poté reggersi grazie alla congiuntura economica espansiva. Il regime cercò di accattivarsi il consenso e le simpatie del ceto medio urbano, offrendo sbocchi nell’apparato statal-industriale e varando riforme (Rivoluzione bianca) rivolte all’emancipazione femminile, all’istruzione e alla sanità, peraltro caldeggiate dai partner occidentali. Infine, lo status quo era garantito dalla sostanziale separazione della città dalla campagna dove, negli anni Cinquanta/Sessanta, viveva oltre il 60% della popolazione.

A metà degli anni Settanta, il clima politico iniziò a scaldarsi: nel 1976, dopo una spettacolare ascesa, il prezzo del petrolio si arrestò, frustrando i faraonici progetti industriali dello Shah e causando una pesante riduzione dell’occupazione (- 40%).

La crisi economica rendeva evidente la stridente sperequazione sociale tra i ceti urbani e quelli rurali. In poco più di dieci anni la popolazione era passata da 25 a 40 milioni, di cui  la maggior parte viveva nelle campagne, dove la riforma agraria dello Shah non aveva portato alcun beneficio, anzi ne aggravò il dissesto. Tanto è vero che ancora oggi la bilancia agricola iraniana – nonostante l’agricoltura occupi circa il 30% della popolazione (pari a 24 milioni) e rappresenti il 20% del Pil – è passiva e l’Iran è costretto a importare derrate alimentari, soprattutto, cereali.

Un crescente flusso di contadini immiseriti che cercava di sbarcare il lunario nelle città, in primis a Teheran (capitale politica ed economica), alimentò un malcontento che si incrociava con l’insofferenza di gran parte del ceto borghese urbano al modello di sviluppo statalista del regime, in cui i «ceti emergenti» traevano opportunità marginali o per lo meno non rispondenti alle loro aspettative.

Punto di riferimento della borghesia fu, ancora una volta, l’alleanza con il clero che, tra l’altro, esorcizzava eventuali sbocchi radicali del movimento popolare, in cui il proletariato industriale andava maturando la propria, pericolosa, autonomia politica.

Fu un’alleanza precaria che saltò non appena venne scacciato lo Shah (febbraio 1979).

Nel giro di pochi mesi il clero, cavalcando e blandendo il malcontento dei ceti popolari di origine rurale, represse le tendenze socialiste radicali operaie, emarginò la componente democratico-borghese e rapidamente prese il sopravvento.

Statalismo in salsa nazionalclericale

E sorse così il regime degli ayatollah (la Repubblica Islamica): una versione riveduta e corretta del regime dello Shah, purificato dalle scorie occidentaliste (laiche!), ma altrettanto statalista, se non di più. In pratica, fu un passaggio dallo statalismo laico allo statalismo clericale: dalla padella alla brace!

Gli ayatollah troncarono con gli Usa e si fecero paladini di un deciso nazionalismo che si richiama alla tradizione religiosa sciita. Ma la veste religiosa era ed è più formale che sostanziale, in quanto le vecchie fondamenta della società iraniana erano ormai sconvolte dalle modernizzazioni di Reza Phalavi, in primis dalla riforma agraria. In sintesi: il nuovo regime si basava e si basa sul rapporto gestito dagli ayatollah con la burocrazia statale, gli apparati militari, i tecnocrati delle industrie di Stato e, dulcis in fundo, sulle politiche protezioniste a favore della campagna, stile Coldiretti di democristiana memoria.

Sono tutti rapporti quanto mai prosaici (e volgari), che vengono mascherati accentuando gli aspetti più bigotti e odiosi della shari’ah, come il velo delle donne.

Il pesante clima repressivo, che fin dall’inizio prevalse, trovò la sua giustificazione nella lunga e devastante guerra con l’Iraq (1980 al 1988). Nonostante la conclusione di stallo della guerra, la Repubblica Islamica ne uscì rafforzata, rompendo l’isolamento e assumendo un peso significativo nelle relazioni internazionali. E, soprattutto, il regime definì un assetto economico e sociale che avrebbe retto per circa un ventennio, senza troppe strette repressive, almeno fino alle elezioni del 2009.

Quelle elezioni furono un banco di prova del problematico rapporto del regime con la borghesia imprenditoriale e delle professioni, sempre subalterna e marginale ai centri di potere economico, come le bonyad, (vedi: http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php? storyId=0000002340082), passate dalla cricca dei Phalavi a quella degli ayatollah. Ma ancor più problematico diventa il rapporto con il proletariato industriale, cui potrebbe congiungersi quella che ieri era plebe e che oggi è, a tutti gli effetti, esercito industriale di riserva.

I recenti avvenimenti confermano la debolezza degli equilibri sociali iraniani e dei conseguenti compromessi politici. Via via che la crisi sistemica del modo di produzione capitalistico si approfondisce, tali equilibri sono destinati a erodersi, rendendo fragili le possibilità di mediazione tra le classi sociali. La prospettiva resta comunque un’incognita, poiché, com’è evidente da quanto ho premesso, sarebbe assolutamente fuorviante far previsioni secondo schemi, analogie ed esperienze che si richiamano a Paesi dell’Occidente capitalistico. Come sciaguratamente hanno fatto e fanno molti sedicenti marxisti.

Dino Erba, Milano, 8 gennaio 2018.

Indicazioni bibliografiche

Behman Nirumand, La Persia. Modello di un paese in via di sviluppo. Ovvero La dittatura del Mondo Libero, Con una nota di Hans Magnus Enzensberger, Feltrinelli, Milano, 1968. Forse la prima e importante critica del regime di Reza Phalavii apparsa in Italia.

Alessandro Mantovani (et alii), Rivoluzione islamica e rapporti di classe. Afghanistan – Iran – Iraq, Graphos, Genova, 2006. Nonostante le concessioni alla scuola marxista-leninista, propone una buona documentazione.

Farian Sabahi, Storia dell’Iran 1890-2008, Bruno Mondadori, Milano, 2009. Un excursus storico attraverso la secolare alleanza tra preti e mercanti.

Lotte proletarie in Iran:

–Sur l’Iran:  https://bibliothequedumarxisme.wordpress.com/

–  Iran: «l’abolition de la peur»: http://dndf.org/?p=16575

Modernizzazione, statalismo e libero mercato:

Robert Kurz, Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale, a cura di Samuele Cerea, Mimesis, Milano-Udine, 2017, in particolare cap. VIII: Il naufragio della modernizzazione.

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