Ansia per il futuro? Allora NON leggete cosa vi aspetta. 1 – Demografia, alimentazione, clima e guerre

Da Hic Rhodus 21 Marzo 2016 dc:

Ansia per il futuro? Allora NON leggete cosa vi aspetta. 1 – Demografia, alimentazione, clima e guerre

Astrologia a parte, che non interessa Hic Rhodus, c’è un serio filone di studi che cerca di prevedere il futuro. Una previsione probabilistica, ovviamente, basata sui dati disponibili al momento e loro proiezioni; una previsione quindi orientativa che nulla ha di deterministico. Si chiamano future studies(generalmente al plurale), sono praticati in numerose branche di studio (da fisici come da sociologi, per intenderci) e se digitate il termine su Google troverete moltissimi materiali che non ho intenzione di proporvi qui. Proverò invece a estrapolare una sorta di piccola sintesi di ipotesi di natura e peso differente (non tutte basate su studi accademici, non tutte parimenti accreditate anche se nessuna ripresa da fonti palesemente screditate e amatoriali). Il quadro complessivo che si delinea non è particolarmente rassicurante; lo riepilogherò alla fine.

Demografia

pil22Mi sembra necessario partire da qui: quanti saremo fra un po’ d’anni? Secondo studi ONUsaremo oltre 9 miliardi nel 2050; la metà di 9 miliardi saranno residenti in soli nove paesi: India, Pakistan, Nigeria, Etiopia, Stati Uniti, Repubblica Democratica del Congo (DRC), Tanzania, Cina e Bangladesh. Ma quel che più conta è che 8 di quei 9 miliardi risiederanno nei paesi più poveri, mentre il ricco Occidente resterà più o meno invariato come popolazione solo grazie alla massiccia immigrazione. Queste proiezioni ONU si basano sull’ipotesi di unadiminuzione globale della fertilità nei paesi in via di sviluppo; in caso contrario altro che 9 Miliardi! Alcune interessanti elaborazioni di questi dati le trovate QUI dove potrete osservare il ritmo forsennato del crescente sviluppo demografico; quando è nato il mio bisnonno in tutto il mondo erano un po’ più di 1,2 miliardi; quando sono nato io eravamo 2,5; quando è nato mio figlio circa 4,5; con mio nipote eravamo già oltre i 7 miliardi…

Alimentazione

Schermata 2016-03-05 alle 16.53.18Per nutrire quei 9 miliardi di individui occorrerà, nel 2050, il 60% in più di cibo rispetto al 2006 (fonte: World Resources Report;QUI una sintesi; QUI il rapporto completo); occorre quindi investire in un’agricoltura che, contrariamente all’attuale, eviti impatti ambientali. Attualmente il settore agricolo è responsabile del 24% della produzione di gas serra e per il 70% dello sfruttamento dell’acqua e delle falde (stessa fonte). È facile capire come l’aumento auspicato di produzione di cibo, ai livelli necessari, deve realizzarsi in maniere completamente differente da quelle attuali. Oltre a produrre cibo in maniera sostenibile diverrà fondamentale imparare a non sprecarlo. Attualmente un quarto di tutto il cibo prodotto al mondo viene sprecato (stessa fonte), particolarmente nel ricco Occidente ma massicciamente anche nell’Asia industrializzata.

Cambiamento climatico e produzione di cibo

Purtroppo per realizzare un’agricoltura sostenibile e sfamare tutti quanti occorre fare i conti col cambiamento climatico già gravemente compromesso, come abbiamo discusso su HR non molto tempo fa. Non si tratta solo di avere terreni coltivabili difesi dalla desertificazione con fonti d’acqua per l’irrigazione eccetera. Ma di economie di mercato che cambieranno in ragione della difficoltà a produrre quel cibo. Guardate per esempio questa figura (fonte: Oxfam):

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Il mais – fonte principale di nutrimento per ampie popolazioni del Sud America – potrebbe raddoppiare di prezzo in caso di scenario climatico negativo; il riso – altro elemento base per molte popolazioni asiatiche – fra il 40 e l’80%. Disuguaglianze alimentari, malnutrizione, mortalità infantile e molte altre sciagure continueranno insomma ad essere all’ordine del giorno.

Cambiamento climatico e migrazioni

Schermata 2016-03-05 alle 17.33.15Il problema del cambiamento climatico, sia in quanto a desertificazione di aree equatoriali sia come sommersione dalle acque a cause dello scioglimento dei ghiacci, agendo sulla possibilità di produrre cibo, alimenterà i flussi migratori. Le conseguenze dirette e indirette entro il 2100 potrebbero coinvolgere circa 500 milioni di persone (fonte: Focsiv); questi fenomeni sono poco considerati in Europa, dove affrontiamo migrazioni di altro tipo (prossimo paragrafo) e ignoriamo che dal 2008 al 2014, oltre 157 milioni di persone sono già state costrette a spostarsi per eventi meteorologici estremi (fonte: Internal Displacement Monitoring Centre).

Guerre e migrazioni

La violenza ha costretto alla migrazione 38 milioni di persone negli anni recenti; 11 solo nel 2014 (fonte: Internal Displacement Monitoring Centre). Su questo tema abbiamo pubblicato diversi articoli su HR che i lettori troveranno facilmente dove si sottolinea come il fenomeno non sia contingente e temporaneo ma destinato a durare per molto tempo. Schermata 2016-03-05 alle 17.50.04Considerate cheun serio studio delle Nazioni Unite considera – al netto dei flussi dovuti alla guerra e al terrorismo– che per contrastare il drammatico calo di natalità in Europa serviranno entro il 2050 oltre 47 milioni di immigrati, dei quali 12,5 solo in Italia, ma ci sono scenari peggiori (per esempio per mantenere l’equilibrio fra popolazione attiva e non attiva servirebbero addirittura 674 milioni di immigrati in tutta Europa). Vale a dire: per mantenere il nostro tenore di vita, assicurare produttività e PIL al Paese e pagare le pensioni di anzianità, saranno indispensabili, specialmente in Italia, milioni di lavoratori extracomunitari. Naturalmente non ci sono dati sui migranti che arriveranno a causa delle guerre future ma alcune riflessioni possiamo farle.

Le guerre nel futuro

Schermata 2016-03-05 alle 19.43.28Non ci saranno dati, certo, ma previsioni sì; possiamo facilmente immaginare i think tank militari impegnati a costruire scenari, ipotesi, tattiche e strategie per sconfiggere nemici e accaparrarsi risorse. Non ci sono proiezioni pubbliche sul futuro ma abbiamo però indicatori indiretti, per esempio la spesa militare che negli ultimi vent’anni è sempre cresciuta, nel mondo, arrivando alla cifra globale stimata di 1.776 miliardi di Euro nel 2014, pari al 2,3% del PIL mondiale (fonte: Iriad su dati Sipri). Dietro questo dato generale ci sono cambiamenti interessanti; per esempio gli Stati Uniti è notevolmente calata la spesa, cresciuta moltissimo in altri scenari di guerre attuali e (forse) future. Per esempio, del pericolo di un prossimo conflitto Cino-Giapponese abbiamo parlato da poco su HR.

Il cambiamento degli equilibri internazionali

Che il mondo stia cambiando è sotto gli occhi di tutti. Il Medio Oriente sta velocemente collassando e l’avanzata del Daesh e dei suoi affiliati sta cambiando parte dell’Africa. La Cina avanza pretese egemoniche nel Pacifico. Nei prossimi dieci anni dovremo cambiare più volte gli atlanti. Ma al di là delle modifiche dei confini a seguito di guerre, ci sono le già menzionate migrazioni a dare volti nuovi al mondo e – così chiuderemo il cerchio col primo paragrafo – i processi demografici che non fluiscono in maniera analoga in tutti i paesi. Per esempio quelli musulmani hanno tassi di fertilità notevolissimi e da qui al 2050 saranno sostanzialmente in numero analogo, nel mondo, a quello dei cristiani (fonte: Neodemos su dati Pew Research Center). Tutto questo sarebbe assolutamente indifferente se non fosse che i problemi nell’arcipelago musulmano sono ampi, crescenti e cruenti coinvolgendo violentemente il mondo occidentale (ne abbiamo parlato QUI).

Energia

Gli scenari fin qui delineati parlano di cambiamenti climatici che renderanno difficile un’agricoltura sostenibile capace di sfamare i miliardi che saremo. E di guerre. Una delle principali motivazioni delle guerre è l’acquisizione di fonti di energia. Anche se la necessità di carburanti fossili sta già diminuendo (fonte: World Energy Outlook) e continuerà a diminuire, a favore di energie alternative più pulite, la necessità di idrocarburi resterà impellente nei prossimi anni. Basti pensare che ancora oggi 1,2 miliardi di persone non hanno accesso all’elettricità, e che il 95% di costoro vivono nell’Africa subsahariana e in Asia (fonte). Per alcune di queste popolazioni, per esempio i cinesi e gli indiani, progresso e benessere significa ovviamente anche un’automobile, un condizionatore d’aria e altri simbolici strumenti di una vita più agiata che, in milioni di esemplari, impattano in maniera devastante sull’ambiente e sul consumo energetico. Uno studio prospettico di alcuni anni fa, definito “ottimistico” dal suo stesso autore, mostra un picco di consumo energetico che va esaurendosi in questi anni e che declinerà (ma non in maniera uguale in tutte le aree del mondo) fino al 2100:

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Fonte: Gian Paolo Beretta, World Energy Consumption and Resources: An Outlook for the Rest of the Century for the Rest of the Century

Ma risorsa – come abbiamo accennato trattando della produzione di cibo – è anche l’acqua; uno studio un po’ datato stimava che nel 2025 Schermata 2016-03-06 alle 09.40.08il 40% della popolazione mondiale vivrà in aree con problemi (da moderati a estremi) di insufficienza d’acqua, e che tale percentuale potrebbe salire al 60% combinando i dati dello sviluppo industriale, cambiamento climatico, etc. (fonte). L’OECD, proprio in ragione di questo quadro, sostiene progetti per un’agricoltura moderna capace di consumare meno acqua (fonte, anche della figura a fianco: OECD).

Riassumendo questa prima parte: la popolazione mondiale cresce a ritmi difficilmente sostenibili; i bisogni di cibo e acqua si moltiplicheranno ma, complici i cambiamenti climatici e l’industrializzazione, i terreni coltivabili, le risorse d’acqua e le fonti energetiche diverranno problematici. Ciò produrrà massicce migrazioni e potenziali scenari di guerra.

Vedremo nella seconda parte cosa accadrà (forse) nel futuro per altri importanti aspetti sociali.

Per un partito di classe rivoluzionario

Volantino del PCL-Partito Comunista dei Lavoratori, in occasione dell’Expo, 26 Aprile 2015 dc:

Per un partito di classe rivoluzionario, in Italia e nel mondo

Il Primo Maggio simbolo dell’unità di classe internazionale dei lavoratori contro lo sfruttamento del capitale.

Il Primo Maggio 2015 esordio dell’ EXPO a Milano, simbolo di sfruttamento, speculazione, profitto.

Questa sovrapposizione di date dà un carattere particolare a questo Primo Maggio a Milano.

EXPO: PROPAGANDA CAPITALISTA E SFRUTTAMENTO OPERAIO

La cassa propagandistica dell’Expo esalta il capitalismo come fattore di progresso contro la fame nel mondo. Mai la propaganda fu più ipocrita. La fame si aggrava in Africa e in India, per via dell’accaparramento delle terre per la produzione dei biocombustibili, del saccheggio delle risorse, dell’impatto dei cambiamenti climatici indotti dall’industrializzazione capitalista, dello spopolamento e impoverimento delle campagne. Mentre la corsa all’abbattimento dei costi da parte dell’industria alimentare, in reazione alla caduta del saggio di profitto, peggiora la qualità dei cibi (e moltiplica le frodi alimentari) nelle stesse metropoli del capitalismo. La vetrina dell’Expo serve anche a nascondere tutto questo.

Non solo. L’Expo di Milano in quanto tale è stato ed è un autentico manifesto della cinica legge del profitto. Da ogni versante. Cementificazioni selvagge, con danni permanenti al territorio, per ingrassare la rendita fondiaria ( Fiera Milano). Moltiplicazione dei costi delle infrastrutture, per incassare risorse pubbliche, con l’inevitabile contorno di mazzette e infiltrazioni mafiose. Ma soprattutto super sfruttamento dei lavoratori coinvolti, connesso agli appalti al massimo ribasso: turni di lavoro massacranti, lavoro precario, lavoro nero, negazione dei diritti più elementari in fatto di sicurezza sul lavoro, per generosa concessione delle burocrazie sindacali. Infine la vergogna di migliaia di giovani “volontari” indotti a lavorare gratis in cambio di una menzione nel curriculum, per non assumere i lavoratori precari del Comune. Mentre la giunta Pisapia, acclamata nel 2011 da tutte le sinistre ( SEL e PRC in testa, ma non solo) ha tagliato oltre 50 milioni di servizi sociali per destinarli al finanziamento di questa fiera dello sfruttamento. Altro che “primavera arancione”!

Non è finita. Sull’Expo monta la fanfara propagandistica del governo Renzi. L’aspirante Bonaparte vuole appuntarsi sul petto la medaglia dell’Expo agli occhi del grande capitale, italiano e mondiale. Per questo chiede “ordine e disciplina”. La pretesa di un regime speciale di ordine pubblico nei mesi dell’Expo ( e del Giubileo) con l’imposizione del divieto di sciopero nel settore trasporti è indicativa: lo stesso governo che ha distrutto l’articolo 18 per i nuovi assunti fa leva sull’Expo per sperimentare una ulteriore restrizione di altri diritti democratici fondamentali. Nel mentre promuove una riforma elettorale e istituzionale che mira a concentrare nelle mani del Capo tutte le leve fondamentali del potere.

UNIRE IL FRONTE DI CLASSE, PER UNA SVOLTA UNITARIA E RADICALE

Se questo è il quadro generale diventa chiaro il compito di tutte le avanguardie di classe in questo primo Maggio a Milano. Non si tratta di limitarsi a celebrare un contro evento sul terreno mediatico. Si tratta di fare del primo Maggio una giornata di preparazione e ricostruzione dell’opposizione di classe al governo Renzi e al capitale finanziario, nella prospettiva di un’alternativa di classe .

Al fronte unico del capitale e dei suoi partiti va contrapposto il fronte unico dei lavoratori e di tutte le loro organizzazioni. All’aggressione radicale del capitale contro il lavoro, va contrapposta una radicalità di classe uguale e contraria . L’esperienza di questi anni di crisi ha mostrato il completo fallimento della gestione riformista dello scontro sociale. Lo scontro sul Job Act è stato esemplare. Da un lato la massima determinazione a vincere.

Dall’altro (Camusso, Landini) il balbettio di atti rituali, senza piattaforma di lotta e prospettiva. Così non si può andare avanti. Nè si può replicare con logiche autocentrate e minoritarie, in ordine sparso, di pura dissociazione dagli apparati. Occorre ricomporre un vero fronte di massa; definire una piattaforma unificante di rivendicazioni di classe, a partire dalla richiesta della riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga, per ripartire fra tutti il lavoro esistente; avviare su questa piattaforma una mobilitazione generale vera, continuativa, accompagnata da una svolta radicale delle forme di lotta ( occupazione delle aziende che licenziano, cassa di resistenza). Una grande assemblea nazionale di delegati eletti nei luoghi di lavoro potrebbe varare questa svolta unitaria e radicale di lotta del movimento operaio.

Dare battaglia su questa proposta di svolta in ogni luogo di lavoro, in ogni sindacato classista, è compito di tutte le avanguardie di classe ovunque collocate, al di là di ogni divisione di sigla e di organizzazione.

COSTRUIRE IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE: IN ITALIA, IN EUROPA, NEL MONDO

Ma congiuntamente si pone il nodo politico. Non c’è ricomposizione di un’altra direzione di marcia del movimento operaio e sindacale senza la costruzione di un’altra sinistra politica. La vecchia sinistra ha fatto bancarotta. La sinistra cosiddetta “radicale”, quella che si è genuflessa ai Prodi e ai Pisapia, quella che ha scambiato le ragioni del lavoro con ministeri e assessorati, si è suicidata con le proprie mani. Larga parte dell’avanzata populista tra le stesse fila dei lavoratori (renzismo, grillismo, salvinismo) ha capitalizzato lo spazio liberato dalla disfatta della sinistra. Va allora costruita una sinistra rivoluzionaria. Non una sinistra di Landini, all’ennesima ricerca del “compromesso onorevole” col capitale. Non una sinistra puramente antagonista, di sola contrapposizione al padrone e allo Stato. Ma una sinistra che coniughi l’antagonismo radicale ai padroni e alla Stato con la prospettiva di un’alternativa di società e di potere. Una sinistra che in ogni lotta lavori a sviluppare la coscienza politica dei lavoratori verso la comprensione della rivoluzione sociale come unica via di liberazione. Una sinistra che proprio per questo non si limiti al terreno sindacale e agisca ovunque in una logica di massa. Una sinistra che ponga apertamente la prospettiva del governo dei lavoratori come l’unica reale alternativa.

Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL), l’unico che si contrappose ai Prodi e ai Pisapia, è impegnato quotidianamente nella costruzione del partito di classe e anticapitalista dei lavoratori.

L’esigenza di un’altra direzione del movimento operaio e degli sfruttati si pone non solo in Italia. Si pone in Europa, a fronte del fallimento di ogni ricerca di compromesso riformatore col capitale e con la UE ( Syriza). Si pone sul piano mondiale, a fronte della capitolazione sciovinista alla “propria borghesia”; di un mercato internazionale della forza lavoro che mette gli operai delle più diverse latitudini in concorrenza spietata tra loro; di migrazioni bibliche e disperate di masse umane in fuga dalla guerra e dalla fame. Unire tutto ciò che il capitale divide, in Italia, in Europa, nel mondo, per un altro ordine sociale sul pianeta: questo è il compito di un partito internazionale della classe per cui lavorare in ogni paese. Questo è il progetto del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, di cui il PCL è sezione italiana.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Verecondia luterana e vergogna vaticana

Dal sito Aetheria lux del 15 Novembre 2011 dc:

Verecondia luterana e vergogna vaticana

di Roy

Con la piccola performance di ieri, Benedetto XVI ha pensato bene di rinverdire quella fame di papa ecologista che si è costruito nel tempo -il “De Gloria Olivae” della profezia pseudo-malachiana, che da ciò deriverebbe, secondo una certa vulgata su questi appassionanti millenarismi.

Fama immeritata, ad essere eufemistici, come se facessero Dracula presidente onorario dell’Avis.

Alla base dell’ ecodisastro totale infatti, vi è quella spaventosa moltiplicazione dei terrestri che la Chiesa ha sempre benedetto, e per la quale ha mobilitato tutte le più incredibili alleanze diplomatiche per impedire che passassero linee decrementiste in occasioni delle varie conferenze internazionali in cui si sfiorava il problema.

Dalla Cina di Mao, all’ America di Reagan, passando per il carnaio islamico, il Vaticano non si è fermato davanti a niente e nessuno pur di alimentare questo folle crescete et moltiplicorum. Wojtyla è stato una vera disgrazia, peggio di una piaga d’egitto, e il suo cartavelinico successore è destinato a rimanere per sempre nel suo cono d’ombra.

Venire a parlare di consumi insostenibili, “dannosi per l’ambiente e per i poveri” è la solita raggelante, ipocrita, mistificazione vaticana.

Anzitutto perché l’ insostenibiltà dei consumi si determina in relazione alla capacità di carico di un ambiente, che è vincolata alle risorse (non infinite) dell’ambiente stesso e al numero di persone che lo abitano. Più sono gli abitanti, più i consumi di ciascuno dovrebbero assottigliarsi, per rimanere nei limiti della capacità di carico e non creare deficit ecologici. E’ la vecchia metafora della torta, più sono le mani che vi si allungano, più si riduce la fetta pro-capite. Per cui è ovvio che è sul numero delle mani che dovremmo concentrare la nostra attenzione e i nostri sforzi, è in funzione d’esse che varia la consistenza della fetta-fettina-briciole che toccherà a ciascuno. E’ la popolazione il fattore primario da cui ogni altro dipende, compreso il livello sostenibile o meno di qualsiasi consumo. Il discorso del papa è una vergogna.

Ancora, come ottenere la riduzione dei superconsumi dei paesi ricchi? Provi S.S. a fermare qualcuno per la strada e dirgli che deve rinunciare a qualcosa che ha o potrebbe avere nella sua disponibilità, la casa al mare, la Bmw “pensa ai bambini dell’Angola che non ce l’hanno” o 3 ore di Facebook quotidiano, potrà solo sognarselo.

E’ lo stesso motivo per cui la politica predica quotidianamente crescita e benessere, potrebbe fare altrimenti? Sì, se vuole perdere le elezioni. E’ sempre più benessere ciò che il mondo ricco-già ricco vuole, non la sua diminuizione.

E il mondo povero-ancora povero, vuole la stessa cosa. Ma è possibile, ecologicamente possibile, tutto ciò?

Se poi anche qualcuno si dimostrasse più sensibile, l’ecosistema globale non ne avrebbe alcun sollievo.

Se uno pensa che lasciando più spesso la macchina in garage avrà dato il suo piccolo contributo ad un minore affumicamento del pianeta, si sbaglia di grosso. Non é che la benzina che lui non consumerà, rimarrà invenduta. E non é che il perfido petromilioniaro di turno estrarrà qualche barile di petrolio in meno all’anno perchè il nostro virtuoso cittadino, insieme a qualche manipolo di altri coraggiosi come lui, avrà rinunciato all’auto. Quel petrolio verrà estratto comunque, quella benzina venduta comunque, in ogni caso qualcun altro provvederà all’acquisto e al relativo affumicamento dell’ atmosfera.

Stessa cosa per il cibo, i consumi dei cinesi potranno presto, da soli, assorbire più di quello che il mondo intero può mettere assieme nelle esportazioni cerealicole sempre più depauperanti il top-soil globale.

E poi le vituperate bistecche, quelle per la cui produzione si immette tanta di quella CO2 in circolo che anche Dio si spaventa. Perché il principio è questo:

a) o uno i soldi per comprare (macchine, benzina, piadine, bistecche e tutto quello che vi pare) ce li ha, e allora compra, con tanti saluti ai consumi insostenibili;

b) oppure nisba, è povero e dobbiamo trovare il modo di mettergli in mano i soldi per fargli fare la sua parte nella sua distruzione dell’ambiente, come al suddetto punto a.

Questo non vuol dire che non si debba pensare all’ambiente, rassegnati, inerti o allegramente spreconi; ma neanche attendersi di risolvere cosi i problemi.

E’ come nella teologia luterana: le buone opere vanno fatte comunque, ma non sono queste a salvare. Solo il decremento demografico potrebbe.

Dire che é possibile, nelle attuali condzioni, una crescita economica globale, equilibrata ed ecologicamente sostenibile, è una panzana di proporzioni sovramondiali. Con 7 mld di anime in continuo e disperato aumento, non potrebbe essere altrimenti.

Ci vorrebbe la soluzione fantastica, la “quadra” in pessimo gergo politico. E infatti Benedict chiede un diverso modello di sviluppo, una cosetta da nulla.

Con *questo* sistema di sviluppo, inquinante, energivoro, dissipativo di risorse, siamo già oggi in troppi e destinati ad esserlo in misura sempre maggiore, direttamente proporzionale alla crescita demografica che la Chiesa vergognosamente incoraggia per i suoi vantaggi. Salvo poi chiedere alle nazioni più progredite di diminuire i consumi.

Ai cattolici che siano uomini di mente e di cuore, persone di buon senso e di buona volontà: pensateci, prima di annuire alla prossima draculata vaticana.

 

 

Esseri umani estinti entro cento anni

Dal sito http://www.corriere.it 20 Giugno 2010 dc:

«È una situazione ormai irreversibile e penso sia tardi per porvi rimedio»

«Esseri umani estinti entro cento anni»

La catastrofica previsione del biologo Frank Fenner

Cause: esplosione demografica e consumi fuori controllo

Il biologo Frank Fenner

 

MILANO – La razza umana si estinguerà nel giro dei prossimi cento anni e così pure un sacco di specie animali. A dirlo è nientemeno che Frank Fenner, 95enne professore di microbiologia dell’Australian National University, ma soprattutto lo scienziato che ha contribuito a debellare il vaiolo. Stando all’eminente cattedratico, a far precipitare gli eventi saranno l’esplosione demografica e i consumi fuori controllo, due fattori ai quali gli uomini non riusciranno a sopravvivere, mentre a dare inizio alla caduta sarebbero stati i cambiamenti climatici.

IRREVERSIBILE – «L’homo sapiens sarà estinto probabilmente nei prossimi 100 anni – ha detto Fenner al giornale The Australian – e lo stesso accadrà per molti animali. È una situazione ormai irreversibile e penso sia davvero troppo tardi per porvi rimedio. Non lo manifesto perché la gente sta comunque tentando di fare qualcosa, anche se continua a rimandare. Di certo, da quando la razza umana è entrata nell’era nota come Antropocene (termine coniato nel 2000 dallo scienziato Paul Crutzen per definire l’era geologica attuale, in cui le attività dell’uomo sono le principali fautrici delle modifiche climatiche, ndr), l’effetto sul pianeta è stato tale da poter essere paragonato a una delle epoche glaciali o all’impatto di una cometa. Ecco perché sono convinto che faremo la stessa fine degli abitanti dell’isola di Pasqua.

Attualmente, i cambiamenti climatici sono ancora in una fase molto iniziale, ma già si vedono dei considerevoli mutamenti nelle condizioni atmosferiche. Gli Aborigeni hanno dimostrato che potrebbero vivere per 40 o 50mila anni senza la scienza, la produzione di diossido di carbonio e il riscaldamento globale, ma il mondo non può e così la razza umana rischia di fare la stessa fine di molte altre specie che si sono estinte nel corso degli anni».

La catastrofica e pessimistica visione di Fenner non sembra, però, trovare grande rispondenza fra i suoi stessi colleghi. «Frank può anche avere ragione – ha spiegato il professor Stephen Boyden, oggi in pensione, al Daily Mail – ma alcuni di noi hanno ancora la speranza che si arrivi a prendere consapevolezza della situazione e che, di conseguenza, si mettano in atto i cambiamenti necessari a raggiungere un vero sviluppo ecosostenibile».

CRISI GLOBALE – «La razza umana – gli fa eco Simon Ross, vice presidente dell’Optimum Population Trust – si trova ad affrontare delle autentiche sfide come i cambiamenti climatici, la perdita della biodiversità (ovvero, l’estinzione di alcune specie animali, ndr) e una crescita senza precedenti della popolazione». Ma c’è chi all’agghiacciante previsione di Fenner mostra in qualche modo di crederci e se la scorsa settimana il principe Carlo aveva messo in guardia dai pericoli legati alla crescita così impetuosa della popolazione mondiale, un altro scienziato, il professor Nicholas Boyle dell’università di Cambridge, si è spinto anche oltre, ipotizzando il 2014 come la data del “giudizio universale”, spiegando (nel libro “2014: Come sopravvivere alla prossima crisi globale”) che il mondo si sta infilando in una crisi globale senza precedenti, che avrà influenze estremamente più vaste dell’attuale crisi economica internazionale.

Nel 2006 era, invece, toccato all’esimio professor James Lovelock lanciare l’allarme circa una diminuzione della popolazione mondiale nel prossimo secolo, quantificabile in 500 milioni di unità, a causa degli effetti del riscaldamento globale, sostenendo che nessun tentativo di cambiare il clima avrebbe davvero risolto il problema, ma avrebbe semplicemente permesso di guadagnare del tempo.

Simona Marchetti