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Io, di chi sono io?

Da Hic Rhodus 24 Aprile 2017 dc:

Io, di chi sono io?

di Bezzicante

Passata alla Camera la legge sul biotestamento. Ora andrà al Senato dove – posso scommettere – subirà variazioni dovendo così tornare alla Camera e, con un po’ di fortuna (a scanso di equivoci, sì, sono sarcastico), fra una cosa e l’altra, potrebbe anche finire la legislatura impedendo alla legge di vedere la luce. Una legge che, malgrado i cattolici à la Binetti si scaldino tanto, è una camomilla rispetto a una vera legge sull’eutanasia, o suicidio assistito. Con questa legge posso chiedere di interrompere le terapie se sono malato terminale; e il medico si può rifiutare di farlo. Per i credenti, immagino, sarà già uno scandalo questo, mentre per i laici stiamo parlando proprio del minimo, ancora insufficiente per dirci soddisfatti. E torniamo sempre allo stesso punto: il grande baratro culturale fra i tanti laici (e cattolici con un minimo di apertura mentale) e i pochi cattolici oltranzisti. Pochi. Perché tutti gli indicatori parlano di un’Italia ormai ampiamente secolarizzata in cui il peso politico dei cattolici è assolutamente sbilanciato. Sarà che abbiamo il Vaticano. Sarà che la Democrazia Cristiana non è mai morta. O più semplicemente che è più comodo, politicamente, non cavalcare i temi etici dalla parte della modernità.

Il punto chiave, da cui nasce questo dibattito fasullo, è stato ripreso anche nel titolo: di chi sono io? Se devo la mia vita a Dio, se vivo per rispondere ai Suoi precetti perché alla fine Suo sarà il giudizio, è inevitabile che non voglia sottrarmi al destino che Lui ha in serbo per me; che voglia vivere la vita così come Lui ha deciso per me, sofferenze incluse, perché Sua è la mia vita. Se Sua è la mia vita io non ne dispongo, non posso concluderla anzitempo, sottraendomi alla Sua volontà. Se invece la vita è mia, e sotto un principio di responsabilità voglio morire, per un motivo che riguarda solo me, la mia rappresentazione del mondo, la mia relazione col mondo, ebbene questa circostanza, questa volontà, sono unicamente mie. È noto che i valori non sono negoziabili: il cattolico non può rinunciare “un po’” alle sue convinzioni, accontentare “in parte” il suo Dio per venirmi incontro… e neppure io, laico, avrei intenzione di accettare una parte di cattolicesimo giusto per quieto vivere. Ognuno ha il sacrosanto (mai aggettivo fu più azzeccato) diritto di esprimere le proprie convinzioni e vivere in base esse, se ciò non impedisce agli altri di vivere bene.

Ed è qui che casca l’asino. Io non penso affatto di imporre ai cattolici l’eutanasia, se loro preferiscono vedere nella sofferenza della malattia la strada verso la santità. Perché mai i cattolici vogliono impormi la loro santità, da me negata, e obbligarmi a vivere secondo le loro coscienze? È esattamente questo che rende sbilanciato e ingiusto il dibattito: i cattolici oltranzisti (o, più in generale, chi difende questa idea) si rifanno a un’etica (in questo caso religiosa, come spesso accade) che non può essere dello Stato. Il punto chiave è semplicemente questo. Lo Stato (moderno, democratico, liberale, occidentale) non può avere etica, perché qualunque scelta etica sarebbe solo di alcuni, e non di tutti, e quindi sarebbe oppressiva per una parte dei suoi cittadini. Senza contare che l’etica cambia col tempo, nelle latitudini, rispetto alle circostanze e via discorrendo. Questi cattolici, quindi, accettano le regole dello stato democratico finché conviene a loro, poi usano gli strumenti che il medesimo stato offre (libertà di pensiero e di rappresentanza politica, innanzitutto) per affermare, e cercare di imporre, scelte etiche che fanno parte di un’altra ontologia, di un’altra provincia di significato, di un orizzonte culturale e valoriale affatto diverso.

Questi cattolici – e guardate che li capisco bene, specie quelli sinceri e non opportunisti – rispondono prima di tutto a Dio, poi alle leggi dello Stato. Ma le leggi di Dio (di quel dio) sono solo loro, mentre le leggi dello Stato sono di tutti, proprio perché laiche. I Testimoni di Geova non pretendono di imporre il rifiuto della trasfusione di sangue a tutti; gli ebrei non ci impongono di oziare il sabato; i vegani non impongono di evitare la carne; i liberali non pretendono di convertire per legge i socialisti. Le minoranze hanno tutte diritto di esistenza e convivenza in un ambiente armonico che le contempli tutte; questa si chiama inclusione. E l’inclusione ha senso, vita e sostanza in uno Stato plurale, tollerante e inclusivo, che accetta tutti ma senza fare prevalere nessuno. La Binetti (e tutti gli altri) si può dispiacere, e naturalmente è libera di biasimare (nel suo fòro interiore) chi la pensa diversamente; può anche scrivere meravigliosi articoli, e fare bellissime conferenze, nelle quali perorare il suo punto di vista, esattamente come l’Associazione Luca Coscioni ha diritto di sostenere la causa dell’eutanasia e cercare di fare proseliti. Quello che trovo inevitabile, ma fortemente irritante, è che Binetti, e tutti gli altri, siano rappresentanti del popolo che utilizzano una doppia appartenenza confliggente: sono parlamentari quando si votano questioni ordinarie, oppure quando occorre sostenere leggi favorevoli ai cattolici; e sono servi di Dio quando si tocca la dottrina cristiana che è, appunto, dei soli cristiani, e neppure di tutti.

Avanti quindi, ancora e ancora, per l’affermazione dei diritti civili che riguardano la visione etica di ogni singolo individuo; questioni personali e non negoziabili.

La mappa che riassume i principali post su temi analoghi:

 

Mappa 24 Ingombrante cattolicesimoEcco i link:

Il tema:

Vaticano:

Laicità dello Stato:

Ingerenze e provocazioni:

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La via francese al fine vita

La via francese al fine vita. su Lucidamente 2 Gennaio 2015 dc

Il silenzio tra la vita e la morte

da Il Fatto Quotidiano di giovedì 2 dicembre 2010 dc

(correzione ortografica di Jàdawin di Atheia)

Mario e gli altri

Il silenzio tra la vita e la morte

di Marco Politi

Nell’estrema sobrietà del suo gesto Mario Monicelli ci ha consegnato un interrogativo doppio sulla vita e sulla morte.

Qual è la sostanza della prima, che la rende degna di essere continuata? Qual è il significato della scelta di affrontare la seconda, volontariamente, precedendo il doloroso disfacimento del corpo?

“I morti parlano”, diceva Arthur Schnitzler per indicare che il loro apparente assentarsi costituiva un segno presente per i sopravvissuti. Monicelli, con quel volto scavato segnato dalla barba, così simile al bronzo di un filosofo greco, non lascia dietro di sé un “fatto di cronaca”, ma una questione su cui misurarsi.

La grande assente

LA MORTE è la grande assente dello stile di vita contemporaneo. L’immagine del morente circondato dai suoi cari, cui rivolge l’ultima parola e dai quali riceve l’accompagnamento per il trapasso, appartiene al passato.

Scomparsa è la famiglia allargata. Ma, soprattutto, il trend vitalistico della società attuale rimuove ferocemente il morire.

La morte non si deve vedere tranne quando appare sugli schermi televisivi come elemento di eccitazione circense. La morte va allontanata e nascosta nelle stanze di ospedale. Chi è al tramonto viene affidato alla badante, quasi sempre straniera, a maggior ragione simbolo di provenienza da un altro mondo. Chi è morente è ospedalizzato.

Ma poi un Monicelli, con la ricchezza della sua vita, della sua opera, del suo pungente irridere tutto e tutti, si presenta una sera nelle nostre case e costringe tutti a interrogarsi.

Da Tien an men a Eluana

LA PRIMA domanda è: di chi è la vita. Ricordo nel 1989 che i giovani dissidenti cinesi recandosi alla piazza Tien an men per l’ultima fiammata di manifestazioni, destinate a concludersi nel sangue, portavano intorno alle tempie una fascia rossa con scritte, che chiedevano perdono ai genitori perché mettevano a rischio la vita.

Li vedevo seguire una carriola, con l’organetto che suonava l’Internazionale, e dinanzi alla battaglia decisiva loro non dimenticavano che la vita era stata un dono ricevuto.

Per il credente la vita è un dono di Dio, sacro.

E in nome di questa sacralità accetterà di bere sino alla fine il calice della sofferenza. Per il filosofo, che ha il suo orizzonte etico nell’immanenza, la vita è un miracolo o (come per Leopardi) una sventura, di cui non può che decidere il soggetto. Non si può immeschinire la questione in contese di bande faziose, in un raffazzonato addobbarsi di livree guelfe o ghibelline come i tristi urlatori berlusconiani, che la sera della morte di Eluana Englaro ulularono in Parlamento “assassini”.

Sulla soglia della morte, dove il passo è sospeso verso “là”, ci si può soltanto fermare rispettando la coscienza di chi sta per scegliere.

Alcuni punti fermi si possono, però, intravvedere. Non esistono vite non degne di essere vissute.

Ogni corpo e ogni psiche martoriati dalla sorte – quale che sia – hanno il diritto di essere seguiti e assistiti. Per questo meritano rispetto le suore misericordine di Como, che per quattordici anni si sono prese cura amorevole di Eluana sperando contro ogni speranza.

Ma non esiste neanche Parlamento, chiesa o tribunale che   possa decidere sulla persona, quando valuta della propria vita. Solo io posso decidere cosa è degno per me. Soltanto la coscienza del singolo individuo può valutare il senso o il nonsenso di un accanimento terapeutico o il peso di una spirale di trattamenti dolorosi e alla fine inutili. È ciò che Eluana aveva ben presente. Tenere in vita con la spada della legge è altrettanto crudele che toglierla.

È insensato contrapporre artificialmente un “partito della vita” e un “partito della morte”. Sono finti partiti.

Esistono solo la vita e la morte. E la grandezza o la disperazione del momento della scelta. Poiché scelta e coscienza sono inalienabili, non ha senso pretendere di etichettare le scelte in superiori o sbagliate. Seneca, che affronta la morte per preservare la sua libertà, non è inferiore a san Cipriano, che affronta i carnefici per non rinnegare il suo Dio. Coraggioso è Welby, che non teme di staccare il sondino. Coraggiosa è Daniela Martini, affetta da Sla, che il suo paese in Valdarno ha adottato per sostenerla nella battaglia contro la malattia.

Entrambi vanno aiutati, entrambi vanno sostenuti e accompagnati nel cammino che sentono di fare.

Una comunità da coinvolgere

IL LORO destino, tuttavia, ci coinvolge. Non basta affermare farisaicamente la libertà dell’individuo, abbandonandolo al suo destino.

Mary Ann Glendon, già presidente dell’Accademia delle Scienze pontificia (che riunisce notoriamente scienziati credenti e atei), sostiene che il grande nodo del crescente invecchiamento della popolazione in Occidente è di evitare di “spingere” gli anziani a desiderare la morte come soluzione più facile.

Sarebbe la morte indotta, un misfatto ipocrita dei sistemi che premiano solo l’efficienza.

Nessuno va lasciato solo, nessuno va lasciato disperato. Vita e morte devono tornare a diventare un evento della comunità, un fatto di noi tutti, se non vogliamo che il liberismo finanziario che ha già causato le catastrofi sociali sotto l’occhio di tutti, si saldi ad un darwinismo liberista, in cui l’iniezione si sostituisce semplicemente al salto nel burrone. A tutti, nelle loro scelte, è giusto stare accanto.

L’altro giorno, quando, silenziosamente, Mario Monicelli ha fatto irruzione nelle nostre esistenze, moltissimi a Roma e altrove hanno provato per un attimo l’inquietudine di questi pensieri. A lui e a tanti sconosciuti dobbiamo dare una risposta.

Ocean terminal

La battaglia per il testamento biologico è un tema importante, che riguarda ciascuno di noi. Non possiamo lasciare che la decisione rispetto al modo in cui vogliamo concludere con dignità la nostra vita possa essere presa da qualcun altro, si tratti di un medico, un politico o un sacerdote. Per questi motivi le forze che compongono la Federazione della Sinistra, hanno organizzato la seguente iniziativa:

Presentazione del libro Ocean terminal, di Piergiorgio Welby.

Sabato 30 gennaio 2010 ore 11.00

Sala Caduti del Lavoro, Palazzo della Provincia Via Zamboni 13, Bologna

Ne parleranno insieme:

Mina Welby – Associazione Luca Coscioni

Francesco Galofaro – docente di semiotica presso lo IED di Milano

Serafino D’Onofrio – Rete Laica Bologna

Il romanzo autobiografico di Piergiorgio Welby, recentemente pubblicato, costituisce la testimonianza di una vita che non soccombe né si rassegna alla sofferenza causata dalla terribile malattia degenerativa che lo ha segnato nella carne, trovando la forza di battersi per l’affermazione dei diritti civili contro il pregiudizio e la conservazione clericale. Una vita che si è conclusa con un esempio di straordinario di autodeterminazione come il suicidio assistito. Il libro è anche il bilancio di un’epoca, dalle battaglie pacifiste, al problema dell’eroina, alle lotte biopolitiche del duemila.

***

Siete tutti invitati a partecipare!

Rete Laica Bologna http://retelaicabologna.wordpress.com/

Autodeterminazione, Testamento biologico, Eutanasia: Petizione al Parlamento

Petizione presente nel sito dell’Associazione Luca Coscioni in data odierna 27 Novembre 2008 dc, questo il testo (da me allineato in Giustificato), andare al sito per compilare la petizione

 

Jàdawin di Atheia

 

 

Autodeterminazione,Testamento biologico, Eutanasia:

Petizione al Parlamento

Noi sottoscritti,
chiediamo che nelle scelte relative alla fine della vita sia rispettato il diritto all’autodeterminazione di ciascun individuo, per abbattere il fenomeno dell’eutanasia clandestina e di quella cattiva morte “all’italiana”, fatta di violenza contro i malati, accanimento terapeutico e imposizione di sofferenze;
chiediamo il riconoscimento legale del testamento biologico attraverso il quale le scelte individuali siano obbligatoriamente rispettate e che includa la possibilità di rinunciare alla nutrizione e idratazione artificiale;
chiediamo anche che sia effettuata un’indagine conoscitiva parlamentare sull’eutanasia clandestina e gli altri aspetti della morte all’italiana, e che siano discusse le proposte di legge per la legalizzazione o depenalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito.