Omologati di merda!

Da Hic Rhodus, 30 Gennaio 2020 dc:

Omologati di merda!

di Claudio Bezzi

Ci dice l’Eurispes che Il 15,6% degli italiani nega la Shoah (nel 2004 era il 2,7%). E il 16,1% (era l′11,1% oltre quindici anni fa) ridimensiona la portata dell’Olocausto, sostenendo che avrebbe determinato un numero di vittime inferiore a quanto documentato dai libri di storia.

Ok. Perché i titoloni sui giornali? Non avrei saputo dire se la massa dei negazionisti o quasi-negazionisti fosse il 14,7, il 15,6 o qualcos’altro, ma che fosse una massa consistente era logico. In un’epoca in cui i complottisti delle scie chimiche fanno convegni in sedi istituzionali, i no-vax hanno ampio diritto di parola, i terrapiattisti impazzano, i terrorizzati dal coronavirus hanno crisi isteriche (ieri alla radio, da Nicoletti, una buona metà di ascoltatori in diretta temeva l’apocalisse, imputandola a misteriosi laboratori segreti di guerra batteriologica) e i pentadementi sono al governo, di cosa esattamente dovrei stupirmi?

Ma veramente credevate che il crollo dell’Impero Romano fosse stato causato dall’ennesima invasione barbarica che avrebbe soppiantato il più imponente e meglio organizzato esercito del mondo? Le cause furono interne, le lotte intestine, il cristianesimo, la crisi economica e sociale e via narrando. Ecco: noi stiamo assistendo a qualcosa di simile. Non serve mica un asteroide per distruggerci, né un virus della malora, o l’Isis. Fanno enormi più danni Netflix, Facebook, i selfie, il populismo, la sistematica distruzione della scuola, la democrazia impotente nell’epoca del globalismo, le ideologie che non si decidono a morire, il pensiero breve…

(P.S. Il titolo è una citazione cinematografica… lascio ai cinefili scoprire quale la fonte…)

Tra ISIS e guerra, la speranza è curda

Tra ISIS e guerra, la speranza è curda

Dal sito Osservatorio Afghanistan, 28 Novembre 2015 dc

In primo piano: donne combattenti kurde In primo piano: donne combattenti kurde

Abbiamo intervistato Yilmaz Orkan, membro del KNK (Consiglio nazionale del Kurdistan), per parlare di ISIS (“un fascismo del terzo millennio”), pace (“una bella parola”, ma molto lontana), confederalismo democratico (“un progetto per tutti i popoli del Medio Oriente”). Nelle tenebre del fondamentalismo e della guerra, la questione curda sembra oggi l’unica luce. Con riflessi globali su alcune delle principali problematiche del presente.

G: I curdi sono musulmani e stanno combattendo l’ISIS sul campo. Cosa pensi di chi parla di scontro di civiltà, dell’idea che gli attentati di Parigi sarebbero parte di una guerra tra “mondo islamico” e “mondo occidentale”?

Y: Non si tratta di una guerra religiosa tra l’Islam e le altre fedi. Il fondamentalismo in Medio Oriente non è nato oggi, ma è stato creato decine di anni fa, nel periodo della Guerra Fredda. In quel periodo gli americani e la NATO hanno contribuito alla nascita del salafismo, dell’estremismo islamico, per evitare che il comunismo entrasse in Turchia, in Iran e nel mondo islamico. Per bloccarlo.

Quando si è sciolta l’Unione Sovietica i fondamentalisti erano già là e hanno iniziato a combattere quasi subito per prendersi alcuni Paesi. Prima hanno cominciato i talebani, poi Al Qaeda. Adesso ci sono lo Stato Islamico e tanti altri gruppi, come Al Nusra. Cambia il nome, ma l’idea resta la stessa: il fondamentalismo islamico, che possiamo chiamare anche jiahdismo o salafismo. Oggi questo è un grande problema per il Medio Oriente. Gli estremisti non attaccano soltanto gli occidentali, i cristiani o i fedeli di altre religioni, come gli yazidi. Attaccano anche gli altri musulmani. Per esempio, se ricordiamo la vicenda di Kobane, il 95% delle persone che vivevano in città erano musulmani, musulmani sunniti. Ma il Califfato Islamico ha attaccato Kobane. Solo dopo 134 giorni di resistenza le YPG/YPJ sono riuscite a liberare la città. E adesso Kobane è libera grazie a quella resistenza. Comunque il progetto del califfato rimane quello di attaccare anche dove vivono i musulmani e di organizzarsi in quei Paesi. Una parte dei jihadisti internazionali che sono andati a combattere in Siria e in Iraq dai paesi occidentali, dall’Europa, dall’America, dall’Australia, dal Nord Africa, dal Caucaso, dall’Afghanistan, dal Pakistan adesso sta tornando a casa. Con gli attentati terroristici vogliono fermare alcuni dei Paesi che stanno lottando contro il califfato.

Quello che è successo a Parigi serve a mandare il messaggio alla Francia che non deve combattere il jiahdismo. I fatti successi ad Ankara (contro il partito curdo dell’HDP durante la sua manifestazione per la pace), a Suruç (al centro Amara), a Diyarbakır (al comizio HDP) sono la stessa cosa: attentati contro chi combatte il Califfato Islamico in prima linea, cioé i curdi. Ma sappiamo anche che c’è una coalizione di quasi 38 Paesi che sta bombardando l’ISIS.

Il Califfato Islamico spera di fermarne qualcuno attraverso gli attentati terroristici. La stessa cosa è successa con l’attacco all’aereo russo, perché anche la Russia bombarda l’ISIS. Se andiamo a vedere quello che sta accadendo in Siria e in Iraq, ci rendiamo contro che il Califfato Islamico è una forma di fascismo del terzo millennio. Loro non sono contro i cristiani o contro gli occidentali, sono contro tutti quelli che non li accettano. Quando hanno attaccato per la prima volta in Iraq, a Mosul e poi a Ninova, Sinjar, Tal Afar e dopo ancora a Kobane, in Siria, avevano il programma ben preciso di fare piazza pulita di tutta la popolazione che non accettava di sottomettersi a loro. Cacciando via o uccidendo chiunque non li volesse. Da giugno 2014 ad ora l’ISIS ha ucciso almeno 20.000 curdi, tra Siria e Iraq. E questa cifra riguarda solo i curdi. Poi hanno ucciso arabi, turkmeni, assiri, singoli occidentali, come i giornalisti. Nei territori in cui hanno attaccato hanno fatto tutto questo. Adesso stanno provando a diventare una forza globale, facendo attentati in Libano, in Tunisia e anche in Francia.

Questa cosa è molto pericolosa per tutta l’umanità, perché loro non obbediscono ad alcun principio, nemmeno alle regole di guerra. Al contrario, il loro metodo è attaccare tutti. Per esempio, tu sei un civile, non sai niente, non c’entri niente, ma vieni colpito da un attentato in cui muore tantissima gente. Come a Parigi, ad Ankara…

Adesso davanti a noi c’è questa forza pericolosa e fascista, che capisce solo la lingua della guerra, la lingua militare. Per questo, purtroppo per loro, con i membri dello Stato Islamico non è possibile alcuna soluzione politica. Ciò non toglie che per eliminarli davvero, sia ideologicamente che fisicamente, serve un grande progetto politico per Siria, Iraq e in generale per il Medio Oriente.

G: Pochi giorni fa la Turchia ha abbattuto un aereo russo. L’intervento di Putin in Siria, contro l’ISIS ma accanto ad Assad, rende ancora più complesso il quadro del conflitto siriano. Cosa pensano le forze curde di questo intervento militare.

Y: Da anni noi curdi diciamo che la Turchia appoggia l’ISIS, Al Nusra e gli altri fondamentalisti islamici. La Turchia ha attaccato l’aereo russo perché la Russia adesso è molto attiva in Siria e sta bombardando i jihadisti dell’ISIS, di Al Nusra e di altri gruppi di estremisti islamici che la Turchia stessa ha creato e che sono composti da cittadini turchi. Come Sultan Murat, Fetih Tugaylari (Brigate di Fetih) o Sham el Ahrar. Questi sono gruppi che i turchi hanno creato contro Bashar Al-Assad, ma sono jiahdisti, sono la stessa cosa dell’ISIS. La Russia è intervenuta in Siria da quasi un mese, con gli aerei e i militari, contro tutti i jihadisti. La Turchia questo non lo voleva, perché ha un altro programma per la Siria.

Voleva solo cambiare la famiglia di Assad e la setta degli aleviti con qualcun altro, con qualche sunnita in grado di portare il sistema dei Fratelli Musulmani, come in Egitto, come in Tunisia durante il primo governo successivo a Ben Alì, o come anche in Turchia, dove Erdogan e l’AKP sono parte dei Fratelli Musulmani. Per queste ragioni adesso in Siria c’è una terza guerra mondiale. Tutte le potenze sono lì, ognuna con il suo programma. L’abbattimento del caccia russo è parte di questa guerra.

G: Di fronte alla possibilità di un coinvolgimento ancora maggiore delle potenze occidentali nel conflitto mediorientale i movimenti si stanno interrogando di nuovo sulla questione del pacifismo. Il quadro, però, è molto diverso da quello post-11 settembre. Lì si trattava di opporsi alle bombe americane, mentre oggi, come dicevi anche tu, la situazione è molto più complessa. Secondo te in questo momento cosa significa chiedere la pace in Siria e cosa è necessario per ottenerla?

Y: Come parola “pace” è molto bella, va bene. Ma arrivare alla pace in Siria è molto difficile. Perché penso che senza eliminare i jiahdisti, i salafiti, non è possibile creare la pace in Siria. E non è solo questo. Per prima cosa Paesi come Turchia, Arabia Saudita, Qatar devono smettere di appoggiare i jiahdisti, quelli dell’ISIS e tutti gli altri. Soltanto dopo questo sarà possibile fermare i jihadisti e costruire un progetto politico di pace per tutta la popolazione che vive in Siria. Ma senza questo passaggio è impossibile parlare di pace in Siria.

G: Da molto tempo lo scontro in Turchia tra Erdogan e il movimento curdo non è uno scontro etnico, ma uno scontro politico intorno al livello di democrazia dello Stato turco. L’Europa sta sostenendo il progetto autoritario di Erdogan politicamente ed economicamente, attraverso i finanziamenti per il contrasto dei flussi di rifugiati, assegnandogli un ruolo chiave nelle politiche migratorie comunitarie, rimanendo in silenzio davanti al massacro del popolo curdo. I governi europei presentano questo appoggio come inevitabile nel breve periodo, proprio per la questione dei flussi migratori e per la guerra in Siria. Quanto è pericoloso, soprattutto in un’ottica di medio termine, uno Stato autoritario turco per tutta l’area mediorientale?

Y: Conosciamo la politica della Comunità Europa prima e dell’Unione Europea poi. La UE non ha mai messo in campo un progetto per risolvere i problemi del Medio Oriente. Ha sempre fatto una politica a breve termine, per periodi transitori, affinché i problemi non arrivassero in Europa. Questa politica transitoria ha fatto aumentare tutti questi problemi. Se l’Unione Europea avesse voluto risolvere la questione curda all’inizio non saremmo mai arrivati a questo punto. Avremmo potuto risolvere tutto più di dieci anni fa. Invece, i “grandi Paesi” dell’Unione Europea hanno continuato a vendere armi alla Turchia, a fare una politica grigia, ambigua, per non scontentare la Turchia. Dall’altro lato, il discorso sui diritti e la democrazia è rimasto soltanto teorico. I curdi non chiedono il separatismo, non chiedono di creare un loro Stato, ma vogliono l’autonomia democratica, anche in Turchia e per la Turchia.

Che vuol dire questo? Vuol dire che vogliono l’autogoverno della loro regione, delle loro città, dei quartieri, dei villaggi, delle risorse, che vogliono poter parlare e studiare nella lingua madre. Su queste richieste l’Unione Europea avrebbe potuto fare un progetto chiaro, senza doppi giochi. Anche perché tutte queste cose – come la sussidiarietà, la democrazia negli enti locali, la tutela delle lingue – sono già previste come diritti in tutti i Paesi membri del Consiglio d’Europa. Avrebbe potuto aiutare su queste cose, ma non l’ha fatto mai. Quello che fa adesso è semplicemente continuare con la stessa politica, evitando di avanzare richieste più forti verso la Turchia per vincolarla a garantire questi diritti e risolvere le diverse questioni.

Quindi quello che succede adesso è che il popolo curdo è coinvolto in un conflitto enorme sia in Rojava (Siria), che in Turchia, che in Iraq. Ed è proprio contro lo Stato turco e l’AKP che il conflitto è più duro. In tutto il Medio Oriente ci sono oggi due forze che si scontrano: quella progressista, che è rappresentata dai curdi, e quella conservatrice e fondamentalista, legata all’oligarchia turca, o al regime iraniano, o al dittatore Assad, o ai salafiti, allo Stato Islamico o ad altri gruppi jihadisti.

G: E proprio su questo punto ti vorrei porre l’ultima domanda. Dicevamo anche prima che i nomi dei gruppi terroristi cambiano, ma il fenomeno del terrorismo resta. Ed è un fenomeno di carattere storico che dalle guerre, dalle dittature, dalle ingiustizie sociali trae linfa e tende a moltiplicarsi. Oggi il Medio Oriente, che si trova in una situazione di guerra così estesa e crudele, sta diventando un incubatore di nuovi grupi terroristici. In questo quadro disastroso, l’unico progetto che parla di pace e di democrazia, che guarda oltre gli Stati nazionali e le identità religiose, è quello che viene dal movimento curdo e che si pone come un possibile vettore di pace e democrazia per tutti i popoli del Medio Oriente. Perché la questione curda può costituire la chiave di volta di tutto il quadrante mediorientale e cosa è necessario fare per sostenere il vostro progetto?

Y: Dopo tanti anni di lotta nelle quattro parti del Kurdistan abbiamo capito che in Medio Oriente ci sono diversi popoli che vivono insieme e che non è possibile risolvere il problema con nazionalismo, jiahdismo o salafismo. Né l’estremismo etnico, né quello religioso possono risolvere la questione mediorientale. Il conflitto continua. Allora, cosa bisogna fare per risolvere il problema mediorientale e soprattutto quello curdo, che è oggi uno dei più importante di tutto il Medio Oriente perché riguarda quattro Paesi diversi? Sappiamo che in Medio Oriente i popoli più grandi sono cinque: arabi, ebrei, turchi, persiani e curdi. Tutti gli altri popoli hanno Stati nazionali creati tanti anni fa. Nel XX secolo pensavamo che l’autodeterminazione avesse una sola forma: l’indipendenza nazionale e lo Stato nazione.

Al contrario, nel XXI secolo abbiamo capito che l’indipendentismo e la rivendicazione di nuovi Stati è una trappola per i popoli del Medio Oriente. Per questo motivo non pensiamo sia utile utilizzare ancora dei discorsi nazionalisti. Al contrario, lavoriamo sulla prospettiva dell’autonomia democratica per tutte e quattro le parti del Kurdistan. Su un progetto che può riguardare i curdi e tutti i popoli del Medio Oriente: il confederalismo democratico.

Cosa vuol dire questo? Significa che non vogliamo più il separatismo, non vogliamo più dividere, ma al contrario vogliamo realizzare un progetto di convivenza tra tutti i popoli e i gruppi sociali. Un progetto di rispetto reciproco tra differenze etniche e religiose, in cui c’è spazio per tutti, per le donne, per i giovani, per le persone LGBT. Questo è un progetto di convivenza, di uguaglianza, di democrazia e di libertà che riguarda tutti e che vuole fare in modo che i diversi popoli e i diversi gruppi sociali possano autogovernare la terra e i Paesi. Il progetto che chiamiamo confederalismo democratico è quindi un progetto che parla principalmente di convivenza. Pensiamo che oggi solo questo progetto possa garantire un futuro di pace e fratellanza a tutto il Medio Oriente. Altrimenti ognuno continuerà a chiedere un nuovo Paese, un nuovo Stato, un nuovo califfato, o a propagandare un nuovo nazionalismo o un nuovo estremismo religioso. E questo può solo peggiorare le cose, come sta facendo l’ISIS che ha creato un califfato di sunniti in cui tutti i diversi popoli, le diverse fedi devono vivere come dicono loro.

E questo non è possibile. Il nostro progetto è un progetto moderno, democratico, realizzabile. In Medio Oriente diversi popoli hanno vissuto insieme per migliaia di anni. È necessario diffondere la fratellanza e il rispetto, perché se un popolo non ne rispetta un altro, diventa impossibile vivere insieme, in pace e in democrazia. Pensiamo che il progetto del confederalismo democratico sia una soluzione a tutti questi problemi.

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Il fine ultimo delle teorie complottiste

Il fine ultimo delle teorie complottiste

di Lucio Garofalo 7 Gennaio 2012 dc

Il prototipo originario delle numerose concezioni esoteriche e complottiste è il Mein Kampf di Adolf Hitler. In un certo senso, il Mein Kampf rappresenta una sorta di “bibbia” contemporanea per i suoi epigoni. Senza correre il rischio di esagerare, si potrebbe definire come il “testo sacro” dei fautori più fanatici del complottismo, il “manuale” pratico e teorico-letterario, la principale fonte d’ispirazione a cui attingono le più assurde e svariate dietrologie esoteriche di provenienza nazista, o cripto-nazista.

La dottrina e la propaganda hitleriane erano ossessionate dalla retorica e dalla mistica incentrate sulla teoria del complotto esoterico giudaico per il dominio del mondo (gli Illuminati). L’ipotesi della cospirazione giudaica discende dalle opere di Alfred Rosenberg, l’ideologo ufficiale del nazional-socialismo. Il quale era convinto di rinvenire prove documentarie a favore delle sue idee nei famosi Protocolli di Sion. Non a caso Hitler (come gran parte dell’élite nazista) nutriva una passione viscerale per l’occultismo e l’esoterismo, l’astrologia e l’alchimia (gli stessi colori ufficiali del vessillo nazista sono i colori sacri dell’alchimia: nero, rosso e bianco), la magia, il mondo del mistero e del paranormale. Ma al di là delle visioni mistiche e deliranti di Hitler e Rosenberg, il fascino delle ideologie esoteriche e complottiste si spiega probabilmente in virtù della loro ingenuità farisaica e semplicistica, del loro conservatorismo forcaiolo, nella misura in cui offrono all’immaginario collettivo un comodo e rassicurante capro espiatorio identificabile in “cospiratori” che agiscono per corrompere e dominare il sistema, che siano gli Ebrei piuttosto che i massoni, o gli untori di manzoniana memoria.

In materia di complotti e trame segrete la storia offre numerosi casi emblematici di congiure di palazzo, tradimenti, azioni eversive e cospirative, dai tempi degli antichi imperatori romani, dall’assassinio ordito contro Giulio Cesare ad episodi più recenti, ai tentativi falliti contro lo stesso Hitler, ma le trame “oscure” del potere non sono riducibili a vicende che servono solo a mistificare la realtà delle cose, a banalizzare la narrazione storica sul potere. La cui natura è più articolata e complessa di quanto le farneticanti dietrologie esoteriche lascino supporre.

Il potere vigente nel quadro capitalistico, si pensi alle grandi banche d’affari, alle multinazionali, alle famigerate agenzie di rating, alle società assicurative, e ai “mostruosi” comitati d’affari e di potere che fanno capo al capitale finanziario cosmopolita, al di là dei nomi delle singole soggettività, a prescindere da ogni comoda narrazione mistica o esoterica, è costituito da un’entità anonima estremamente complessa e articolata, difficilmente identificabile in una sola, “onnipotente” personalità, o in un blocco compatto di individui criminali e privi di scrupoli, ed è tantomeno rappresentabile come un’associazione segreta e cospirativa su scala mondiale, come si tende a fantasticare nell’immaginario collettivo.

Oggi il fine ultimo di queste dietrologie è camuffare o mistificare la natura reale delle crisi capitaliste, e di questa crisi in particolare, per non scaricare le colpe sul sistema. Il quale, a seguire queste teorie fino in fondo, potrebbe funzionare se non fosse corrotto e sabotato da presunti cospiratori, da congiure giudaiche piuttosto che massoniche, o di altra origine. Simili congetture sono pericolosissime poiché distolgono l’attenzione dalle vere cause della crisi, che sono irrisolvibili almeno nel quadro capitalistico. Il capitale finanziario cosmopolita è un’entità anonima ed impersonale. Se è giusto parlare di capitale finanziario internazionale, considerando l’insieme dei fenomeni e le loro connessioni, non vuol dire che esista un disegno cospirativo unificato ed organizzato, come immaginava Adolf Hitler. E come sostengono i suoi epigoni sparsi, di ieri e di oggi.

Il sottoscritto non nega l’esistenza in Italia e in Grecia del regime dei banchieri, di tecnocrati quali Monti, Draghi ecc., che sono funzionari ed esecutori del capitale finanziario internazionale. Sin dal primo momento mi sono impegnato per denunciare pubblicamente, con vari articoli, la natura autoritaria, golpista e criminale, di questi regimi politici. Nel contempo cerco di far capire che, malgrado il salto di qualità compiuto sul versante della strategia politica dal capitale finanziario, un’entità anonima che si incarna ovviamente in alcune figure che fanno capo alle grandi banche d’affari, alla BCE, al FMI, alle agenzie di rating ecc., tuttavia ciò non mi impedisce di andare oltre questa elementare evidenza che nessuno è così sciocco da negare, poiché esiste un regime dei banchieri che si è ufficialmente insediato all’apice delle gerarchie statali in Italia e in Grecia. Quello che fino a ieri era un potere “occulto” che agiva “dietro le quinte” (uso una terminologia cara ai fanatici di complotti), oggi è uscito apertamente allo scoperto, per cui nessuno, tranne chi è cieco o in malafede, osa negarne l’esistenza.

Eppure la struttura del potere capitalistico è molto più estesa, articolata e profonda di quanto sembri e di quanto gli ottusi simpatizzanti di dietrologie vogliono far credere. Ed è inutile ripetere quanto ho già precisato a proposito della complessità e della natura impersonale e cosmopolita del capitalismo finanziario. Il punto critico dell’analisi che bisogna elaborare è la proletarizzazione massiva che porta ad un consumo sempre più ristretto, cioè alla miseria di massa, ma questa è appunto l’irreversibile conseguenza del dominio del capitale finanziario, che non è traducibile in una congiura. Il problema  è capire se di fronte all’insorgere delle proteste popolari il complesso del capitale finanziario è in grado di coordinarsi, oppure se una iniziativa forte del proletariato può accentuarne le divisioni interne.

Se si trattasse di un centro cospirativo unitario e coeso la domanda non avrebbe senso e, per vincerlo, servirebbe allearsi con alcuni settori della borghesia. In tal senso occorre sottolineare l’implicazione pratica più significativa dell’intero discorso, portando alle estreme conseguenze il sillogismo implicitamente contenuto nelle dietrologie esoteriche: se il potere del capitale finanziario fosse una struttura davvero monolitica, priva cioè di contraddizioni interne, un centro cospirativo rigidamente chiuso e settario, come pretendono di credere e farci credere i fautori di tali concezioni, temo che quel tipo di potere sarebbe inviolabile e non esisterebbero possibilità, né speranze, di salvezza per il genere umano. Per cui converrebbe rassegnarsi all’impotenza. E’ questa la conseguenza finale, ovviamente implicita, che scaturisce dal ragionamento insito nelle dietrologie esoteriche oggi nuovamente in voga.