Ansia per il futuro? Allora NON leggete cosa vi aspetta. 2 – Lavoro e istituzioni, e una conclusione

Da Hic Rhodus 23 Marzo 2016 dc:

Ansia per il futuro? Allora NON leggete cosa vi aspetta. 2 – Lavoro e istituzioni, e una conclusione

Il lavoro

Schermata 2016-03-06 alle 09.59.51Che il lavoro stia cambiando è sotto gli occhi di tutti. E le tecnologie sono il più potente strumento di cambiamento del lavoro. Studi recenti indicano che il 47% della forza lavoro è a rischio imminente negli Stati Uniti a causa dell’automazione, e la penetrazione dei robot nell’industria e nei servizi è stata documentata abbastanza recentemente anche da HR (in due articoli, il primo QUI e il secondo QUI).

Una delle ricadute sociali di maggiore interesse di questa automazione è l’incremento delle disuguaglianze, in quanto il loro impatto sarà molto diverso in differenti aree del mondo: città tradizionalmente manifatturiere rischiano di soffrire un collasso del mercato locale del lavoro assai superiore a città dove l’automazione avrà meno impatti (uno studio per le città americane QUI, pp. 30-36). Schermata 2016-03-06 alle 10.11.44Naturalmente ci saranno nuovi lavori che rimpiazzeranno quelli persi (addirittura 98 milioni di europei fino al 2025, fonte OxfordMartin su dati Cedefop): l’ampio studio della OxfordMartin appena citato indica in oltre 4 milioni le figure professionali nella sanità necessarie negli Stati Uniti da qui al 2022, ci sono poi la green economy e diversi altri settori. Ma, come indica chiaramente lo stesso rapporto, le nuove occupazioni del futuro richiedono competenze elevate che non saranno sempre immediatamente disponibili risultando, conseguentemente, in un possibile deperimento delle potenzialità di sviluppo:

Schermata 2016-03-06 alle 10.32.37

Un problema chiave resta quindi il prodursi di gap occupazionali gravi dovuti al combinato disposto fra automazione da un lato e rapida possibilità di rimpiazzo di nuove professioni ad alta qualifica.

Ciascuno dei due corni del problema è a sua volta il prodotto di molteplici fattori (demografici, geopolitici, energetici, relativi all’obsolescenza di settori maturi, alle politiche nazionali e così via).

Un esempio chiaro di possibile scenario negativo l’offre la Cina in questi giorni: il governo cinese sta seriamente pensando di ricollocare almeno 6 milioni di lavoratori delle industrie zombie (acciaio, cemento, carbone) ormai improduttive e tenute in vita solo grazie a contributi statali (fonte). Ora, la Cina può ancora permettersi (ma per poco) di immaginare ricollocazioni, pensionamenti e sussidi per una tale massa di persone, evitando così tremende conseguenze sociali. Ma certamente non se lo può permettere l’Occidente. E lo sviluppo tecnologico in questi anni procede a ritmi più veloci di quelli naturali del ricambio generazionale: questo significa che le ragioni dell’economia (sviluppo, produzione, guadagno) si scontreranno con quelle della demografia e della formazione di masse imponenti di lavoratori.

Formazione

E allora diamo un’occhiata prospettica anche a questo tema, che con tutta evidenza diventerà cruciale per la vita di milioni di individui.

Innanzitutto l’Unione Europea – ben consapevole del problema – ha un occhio di riguardo su istruzione e formazione professionale, con programmi ad esse dedicate (fonte: Europarlamento): onestamente la “strategia Europa 2020”, per quanto encomiabile, non sembra all’altezza delle sfide tratteggiate sopra e in Italia – dove il problema è particolarmente acuto – il problema rimane insoluto malgrado le esplicite denunce.

Gli attuali percorsi di istruzione e formazione, infatti, non sembrano rispondere alle esigenze delle persone né a quelle delle imprese. Lo testimoniano i dati dell’indagine Excelsior che, tra le altre cose, denuncia il rischio della carenza di profili professionali adatti a rispondere alle esigenze del futuro del mercato del lavoro italiano.

Lo testimoniano anche i dati sugli abbandoni scolastici degli studenti italiani ancora lontani dai benchmark europei (19,3% in Italia contro l’obiettivo di Lisbona del 14,8%), nonché quelli su forme più o meno marcate di disadattamento scolastico. Dati che sollevano più di un sospetto sulla bassa attrattività per i giovani dei contenuti e delle modalità degli apprendimenti promossi nelle scuole, vuoi perché incapaci di comunicare con il destinatario vuoi perché spogliati di qualsiasi proiezione realistica sull’inserimento lavorativo. […] le proiezioni al 2020 sulla domanda e offerta di lavoro evidenziano che il nostro Paese rischia di farsi trovare impreparato ai prossimi cambiamenti del mercato del lavoro. Sul primo versante, la domanda di lavoro, le ricerche del Centro europeo per lo Sviluppo della Formazione Professionale (CEDEFOP) esprimono la chiara tendenza verso una economia della conoscenza e dei servizi, che avrà bisogno di lavoratori sempre più qualificati.

Nel 2020 l’economia europea domanderà il 31,5% di occupati con alti livelli di istruzione e qualificazione, il 50% con livelli intermedi mentre i posti di lavoro per i soggetti con bassi livelli di qualificazione crolleranno dal 33% del 1996 al 18,5%. (Fonte: Commissione di studio e di indirizzo sul futuro della formazione in Italia)

L’Italia sembra avere imboccato strade diverse, rinunciando a finanziare adeguatamente la ricerca, con un sistema scolastico molto peggiorato nel tempo che non prepara adeguatamente i giovani e con alti tassi di dispersione scolastica: il lettore interessato troverà molti articoli su questi temi qui su HR.

Istituzioni

Ed eccoci alla fine di un percorso. La formazione dei cittadini, capaci di adeguarsi alle esigenze del mercato evitando drammatiche disuguaglianze, è compito delle istituzioni pubbliche, come le politiche energetiche, come quelle rurali e molte altre di cui abbiamo parlato nella precedente puntata. Ma anche le istituzioni, in quanto “prodotto sociale”, evolvono, cambiano, si adattano e non sempre approdano alla migliore condizione per decidere al meglio, e tempestivamente, le politiche pubbliche necessaria per la propria comunità. Quello che occorre, nel terzo millennio, è un governo FLAT Schermata 2016-03-06 alle 11.21.31(Flatter, Agile, Streamlined, Tech-enabled, secondo la definizione del World Economic Forum nel suo documento The Future of Government). Questa idea propone una governance (ciò che viene sintetizzato sotto la prima parte della sigla FLAT) di tipo partecipativo che alcuni autori hanno già argomentatamente criticato come scarsamente possibile nel mondo complesso (ne abbiamo ampiamente parlato su HR).

Analoghe proposte (coinvolgimento dei cittadini, governo come semplice facilitatore nella distribuzione dei servizi, etc.) sono presenti nei rapporti di diversi think tank specie di area anglofona, per esempio in Future of Government di PWC) che vagheggia un “nuovo capitalismo” propositore di economie locali sostenibili, e in Gov2020: A Journey into the Future of Government di Deloitte e altri. Tutto molto ottimistico. L’evidenza mostra una storia assolutamente diversa, di scarsa possibilità reale di partecipazione dei cittadini, di predominio di gruppi di potere non sempre espliciti, di differenze irriducibili nelle forme di governo anche entro comunità retoricamente indicate come omogenee (per esempio entro l’Unione Europea) e, soprattutto, differenze al limite del conflitto fra Paesi “liberali”, Paesi “autoritari”, Paesi teocratici.

Queste ultime differenze sono altamente significative perché il futuro del mondo (controllo demografico, accesso alle risorse, riduzione delle disuguaglianze e tutto quanto visto fin qui) non può che essere armonico, concordato, guidato da una regia unica.  Impossibile progredire da soli, impossibile governare i processi in ambiti ristretti in un mondo che distribuisce i problemi e gli errori (le conseguenze delle guerre, le conseguenze dell’inquinamento, le conseguenze della povertà sono globali anche quando le cause sono locali). Ma, come detto, il potenziale fallimento dei vecchi governi occidentali di fronte alle veloci e imponenti sfide dei prossimi anni è sotto gli occhi di tutti.

Recentemente Akhilesh Pillalamarri, a partire da considerazioni sull’impossibile coniugazione fra democrazie liberali e teocrazie islamiste, si interroga sui possibili sviluppi di governi “vincenti” rispetto alle sfide di cui abbiamo parlato:

The problem with democracy in the long run is that it will always be hijacked by people with an agenda or special interests simply because it is impossible for hundreds of millions of people to directly participate in the government. Groups with money, power, or influence easily sway governmental policies by claiming to be doing the “will of the people.” This trend has become especially pronounced over the past few decades in countries as different as the United States and India. In a country with multiple interest groups and multiple cultures like India, it is very hard to get anything done without protests, despite best intentions. What is to be done when a country cannot experience good governance because individuals and groups within it hide behind the plutocratic shield of electoral democracy? There is an answer to this question from Asia, though it is much maligned in the West. It is a system of governance that avoids both the pitfalls of totalitarianism, North Korea style, and the dysfunctionalism seen in modern American politics. The concept of semi-liberal autocracy is not new nor is it unique to Asia — many 18th and 19th century Enlightenment European states were also organized on such lines. In short, this method of governance and development amounts to rule by an oligarchy that fills its ranks with technocrats or knowledgeable individuals that can dominate the system, whatever its formal constitutional structure: monarchy (Victorian Britain, Meiji Japan), aristocratic alliance (the United Arab Emirates, essentially), republic (the Founding Fathers of the United States), or a single-party state like China. Decisions are made and implemented at the highest level with relatively little outside interference but at the same time, people are free to go about their daily lives without the state constantly breathing down their necks. (Fonte: The Future of Government: What We Can Learn from Asia, “The Diplomat”, 19 Giugno 2015).(Nota mia: non trovo corretto l’inserimento di un testo non tradotto)

L’idea che il modello cinese – così poco conosciuto e molto ideologicamente equivocato – possa diventare un modello di efficacia democratica anche in Occidente è sostenuto da diversi commentatori, come per esempio Daniel A. Bell sull’AtlanticEric X. Li sul New York Times e altri. In questo momento non sto prendendo parte: ciò che sto riferendovi, in conclusione a questo paragrafo, è che ciò che servirebbe – così ben descritto idealisticamente dai primi think tank citati, auspicato dall’Unione Europea, eccetera – pare difficilmente raggiungibile, in tempi ragionevoli e con efficacia, dalle forme di governo occidentali basate su un concetto di democrazia liberale che aveva ragion d’essere – e possibilità di dispiegare i suoi effetti – nel secolo breve, come tale velocemente passato, e che immaginare nuove forme di democrazia guardando a come sviluppano altre forme di governo non è vietato, non è un tabù nella più acclamata delle democrazie liberali dell’Occidente. Discuterne, comunque la si pensi, è diventato urgente.

Tentiamo una conclusione

La conclusione a queste due puntate di sguardi veloci nel nostro possibile futuro dipende molto dal personale livello di ottimismo di ciascuno. Si possono cercare altre e diverse fonti, si può calcare la mano su questi fattori o su altri, ma è difficile sottrarsi all’idea di un imminente punto di svolta nella condizione umana.

Un numero enorme e crescente di individui che lotterà per l’accesso alle risorse, per l’acqua e il cibo, lottando contro condizioni climatiche sempre più avverse; migrazioni bibliche; cambiamenti dei confini nazionali; guerre. Ma anche sviluppo scientifico e tecnologico, miglioramento delle pratiche mediche, possibilità di vite più lunghe e interessanti… per alcuni. Non per tutti.

Comunque la pensiate credo il futuro riservi aspre disuguaglianze nel globo, sia fra Paesi diversi sia internamente ai Paesi (sul tema troverete diversi articoli qui su HR): le disuguaglianze potranno essere stemperate, se non risolte, solo con governi capaci di cambiare, adattarsi, integrarsi fra loro, anche immaginando forme differenti di governance, di accesso dei meritevoli alle cariche decisionali, di distribuzione delle risorse.

Questi cambiamenti, se mai ci saranno, serviranno presto, perché veloce sta arrivando il punto di non ritorno, e purtroppo è difficile immaginare di cambiare, tutti noi, nell’arco di questa generazione e della prossima, in maniera così epocale e condivisa. E, se volete, è questo il vero nocciolo del mio personale pessimismo.

Imbonitori e cruda realtà

Negli show con il Gotha industriale e finanziario, nelle conferenze stampa e ogni volta che gli si presenta l’occasione, il nostro Premier non fa altro che dispensare sicurezza a piene mani: la crisi sembra un raffreddorino da curarsi con i pannicelli caldi o un rimedio approntato lì per lì. Sa fare da par suo il cavalier servente con la Marcegaglia, sbracciandosi per rassicurarla, manco a dirlo, di soddisfare tutti i suoi desideri: fondi di garanzia, piani di intervento con le banche e via dicendo. Per le altre categorie ci sono solo i tagli. Se però proviamo a tirare fuori i dati, come fa oggi su la Repubblica Tito Boeri, riformista sì, ma non incline alla facile demagogia, allora il quadro si fa fosco e tutt’altro che rassicurante.
 
Sestante, 26 Ottobre 2008 dc

Una misura per i nuovi poveri

———————————————————————–
DOMENICA, 26 OTTOBRE 2008
Pagina 1 – Prima Pagina
L´analisi 
Una misura per i nuovi poveri    
TITO BOERI
———————————————————————–
Siamo in uno di quei periodi di “politica straordinaria” in cui è possibile fare quelle riforme che non riescono in tempi normali. La prima riforma da fare è quella che ci permette di ridurre i costi sociali della disoccupazione.

Sarà anche un modo di accorciare la recessione facilitando lo spostamento di lavoro dalle imprese in crisi alle nuove imprese che sorgeranno e contenendo  la caduta dei consumi. Si tratta di riordinare gli ammortizzatori sociali, introducendo un sussidio unico di disoccupazione che copra tutti quelli che perdono il lavoro, indipendentemente dal settore produttivo, dalla dimensione di impresa o dal loro contratto di lavoro. Non più disoccupati di serie A e disoccupati di serie B, con una copertura molto più alta di quella fornita dai selettivi schemi attuali, che vengono oggi concessi a non più di un disoccupato su cinque.

Di fronte al forte aumento delle ore di Cassa integrazione ordinaria (+24 per cento nei primi 8 mesi del 2008), il governo ha deciso in questi giorni di aumentare di circa 100 milioni la dotazione del fondo che deve erogare indennità di disoccupazione “in deroga” alla normativa esistente. In buona parte questi fondi vengono in realtà utilizzati a favore dei disoccupati di serie A, quelli che già oggi accedono alla Cassa integrazione. Ci saranno, comunque, alcune estensioni selettive ad alcune piccole imprese, limitatamente ai fondi disponibili. Ma chi deciderà chi può accedere e in base a quali criteri?

Abbiamo tanti, troppi esempi, di un uso degli ammortizzatori sociali come strumento di politica industriale. No, le regole di accesso devono essere chiare e uguali per tutti, non lasciate all´arbitrio della classe politica.

Le recessioni sono sempre un´utile cartina di tornasole per capire quali sono le vere priorità di un esecutivo. L´”imperativo categorico” del nostro presidente del Consiglio, più volte ribadito in queste settimane, sono gli aiuti di stato all´industria automobilistica. Sergio Marchionne ha presentato il conto: 40 miliardi. In nome della difesa dei posti di lavoro. Il Libro Verde approntato dal ministero del Welfare in effetti si dilunga sulla «fiducia e complicità fra capitale e lavoro», l´«alleanza strategica fra imprenditori e i loro collaboratori», la «virtuosa alleanza tra mercato e solidarietà». Ma gli aiuti di Stato alle imprese sono molto costosi e allungano le recessioni ostacolando le inevitabili ristrutturazioni. Facciamo due conti. Oggi l´auto occupa circa l´1,5 per cento dei lavoratori dipendenti del settore privato in Italia. Se diamo all´auto anche “solo” un quarto di ciò che chiede Marchionne, per “difendere” gli altri posti di lavoro dovremmo spendere 985 miliardi, circa due terzi del nostro prodotto interno lordo.

Meglio lasciar perdere l´etica kantiana e spendere qualcosa di più di 100 milioni per aiutare i disoccupati, tutti, a cercare un impiego alternativo senza che finiscano in condizione di povertà. Risorse aggiuntive possono anche essere reperite nell´anacronistico provvedimento di detassazione degli straordinari. Ragion pura vorrebbe: siamo in recessione, periodi in cui le imprese non hanno bisogno di ore extra.

Per capire perché dobbiamo dotarci di ammortizzatori sociali che coprano tutti coloro che perdono il lavoro basta leggere un rapporto pubblicato questa settimana dall´Ocse (Growing Unequal?, http://www.oecd.org). Si basa su indagini campionarie sul reddito e la ricchezza delle famiglie nei paesi dell´organizzazione. Mostra che in Italia le disuguaglianze di reddito sono esplose e la povertà è quasi raddoppiata durante la grande recessione del 1992-3. Inoltre, i poveri in Italia sono più poveri che negli altri Paesi Ocse: a parità di potere d´acquisto, il 10 per cento (decile) più povero della popolazione italiana sta peggio del 10 per cento più povero negli altri paesi Ocse e nella stessa Repubblica Ceca. Per i ricchi avviene esattamente l´opposto: il reddito medio del dieci per cento più ricco della popolazione è più alto in Italia che in Francia e nella media dei Paesi Ocse. La distanza tra il reddito del decile più ricco e il decile più povero in Italia è abissale: i più ricchi guadagnano mediamente 10 volte quanto i più poveri.

Altrove il rapporto è da uno a otto. Tra i Paesi europei è di uno a sette. Il nostro è diventato, dopo l´ultima grande recessione, un Paese per ricchi. La povertà è superiore alla media europea in quanto sia a incidenza (numero di persone che sono povere) che a distanza tra il reddito medio di chi è povero e la soglia di povertà, una misura di quanto dovrebbe essere aumentato il reddito delle famiglie per azzerare la povertà. Oggi più di un italiano su dieci ha un reddito inferiore a una soglia di povertà pari a circa 7.500 euro all´anno per un single o a 15.000 euro per una famiglia di 4 persone. Il rischio
di povertà si avvicina al 15% per le famiglie con figli ed è ancora più alto tra chi ha meno di 18 anni. La concentrazione della povertà tra le famiglie con figli e i più giovani è ancora più evidente quando si guarda a indicatori di deprivazione materiale, come la percentuale di famiglie che dichiara di avere problemi nel riscaldare la propria casa. Le cause principali di povertà sono legate al mercato del lavoro (perdita del posto di lavoro o salari più bassi per qualche membro della famiglia) piuttosto che al cambiamento nella struttura famigliare o alla diminuzione dei trasferimenti dello Stato, cause preponderanti dell´entrata in povertà in altri Paesi. Il fatto è che in Italia solo il 12,5 per cento dei trasferimenti statali va al 20 per cento più povero della popolazione, contro una media nei Paesi Ocse del 25% e superiore al 30% in molti Paesi europei, tra cui il Regno Unito.

Non c´è dunque tempo da perdere per evitare che questa nuova recessione porti a un ulteriore e brusco incremento della povertà e delle disuguaglianze.

Anche politici interessati solo alla loro rielezione dovrebbero pensarci due volte prima di rimandare nuovamente questa riforma. A perdere terreno in Italia non sono state solo le famiglie più povere. Hanno perso anche le classi medie, quelle decisive nel determinare l´esito delle elezioni: il reddito dell´individuo che si colloca esattamente a metà nella distribuzione del reddito è diminuito in rapporto al reddito medio negli ultimi 15 anni. E l´Italia è il Paese europeo, dopo l´Ungheria, con la percentuale più alta di persone (più di un terzo della popolazione) che si sentono a rischio di povertà. Chi non sa dare risposte a questi disagi diffusi si condanna a perdere le prossime elezioni. Bene non farsi ingannare da sondaggi effettuati prima della tempesta, quella vera. C´è già una legge delega per la riforma degli ammortizzatori sociali. È il tempo di esercitarla.