La non storia che diventa storia

La non storia che diventa storia

di Luca Immordino

Questa breve trattazione della figura di Luigi IX prende per base esclusivamente l’opera di Le Goff intitolata San Luigi, quindi sono oggetto della presente solo i fatti che l’autore descrive e così come li descrive (lui è decisamente a favore della Chiesa): non si entra nel merito dell’analisi storica di quel dato periodo e di quel dato personaggio, ma si vuol mettere in risalto che certe modalità di far storia, e quindi di tramandare i fatti, non solo non rispecchiano la verità ma anche formano una cultura artificiale che viene utilizzata in funzione strumentalizzante ancor oggi.

San Luigi è solo un pretesto per mettere in luce le costruzioni e le legittimazioni di un potere arbitrario e dogmatico, qual è quello religioso.

Le Goff compie una confusione nella sua ricerca storica tra la ricostruzione del personaggio di Luigi IX, re di Francia, e la sua santità. Una cosa è l’analisi dei fatti, un’altra è la legittimazione dei miracoli avvalorati da elementi non oggettivi, pregiudizi e credenze.

La condizione che permise la santificazione di Luigi IX consistette essenzialmente nel riconoscimento dei miracoli (ben sessantacinque). Le testimonianze dei presunti miracoli sono selezionate senza alcun criterio di verità storica ma prendendo per buone, scevre da ogni critica, presunti fatti miracolosi, considerando verità assolute le dichiarazioni dei vari testimoni appositamente scelti, senza verificarne la fondatezza.

Ecco due esempi tra i miracoli riportati nel testo di Le Goff: “Un cistercense di Chaalis guarisce di un dolore che dalla testa gli si irradiava sino alle reni, indossando un mantello donato da da san Luigi all’abbazia (miracolo XII); le tre cantine parigine inondate sono miracolosamente prosciugate perché, dopo che è stato fatto il segno della croce, è immerso nell’acqua un cappello adorno di piume di pavone che san Luigi aveva portato e aveva poi regalato a uno dei suoi scudieri, di cui la proprietaria delle cantine era vedova (miracolo XLVI)” pagina 715, Jacques Le Goff San Luigi, Giulio Einaudi editore, Torino 1996.

Anche se al termine della sua opera San Luigi l’autore aggiunge che “furono le virtù ancor più che i miracoli a fare di Luigi IX un santo”, le virtù erano sempre quelle considerate tali dalla mentalità dominante del tempo. Ecco alcune testimonianze delle sue virtù: non ridere il venerdì, non mangiare molto e cibi non di suo gusto, digiunare, astensione dai rapporti sessuali, rispettare le feste religiose, esercitare l’esperienza della crociata come penitenza e pellegrinaggio, punire i bestemmiatori, costringere i marinai della crociata a pregare forzatamente.

Oggi come nel passato vi sono situazioni nelle quali si deve apparire ufficialmente in determinati modi e seguendo certi comportamenti: queste circostanze dettate dall’opportunità sono evidenti in San Luigi, così come il caso della lavanda dei piedi. In occasione dell’incontro con i magnates i suoi consiglieri gli suggerirono di non procedervi, perché ciò sarebbe stato lesivo dell’autorità regale mentre, nel senso diametralmente opposto, in certe circostanze e rappresentazioni, soprattutto quelle legate alla santificazione, si mettono in risalto determinati comportamenti considerati pii o giusti. Mostrare il sovrano intento a ripetere la lavanda dei piedi per associarlo al Cristo rafforzava la sua figura in prospettiva delle alleanze col clero e col papato.

La ricostruzione del personaggio è compiuta da Le Goff su testimonianze per lo più rese da uomini di chiesa. La testimonianza scritta della vita di san Luigi dell’unico laico (che era siniscalco del re e fervido credente) era quella di Joinville. In merito alla bontà delle dichiarazioni tutte quelle testimonianze non sono state analizzate astraendosi dalla mentalità di quel tempo e dai condizionamenti di un potere feroce e monarchico: è chiaro che in un’epoca dove per un nonnulla si poteva essere torturati e uccisi, i più erano molto cauti nell’esternare le proprie opinioni su un potente.

Infatti la religione era intesa con i canoni di quel periodo: la natura della monarchia francese era dinastica e per concessione di dio (il re era incoronato tramite la cerimonia della consacrazione ed era ritenuto il tramite tra dio e i suoi sudditi), le paure medioevali erano intrise di superstizioni, come i mongoli rappresentati come le creature descritte nell’apocalisse biblica che, con i loro massacri e le rovine lasciate dopo il loro passaggio, annunciavano la fine del mondo, o le reliquie, la cui perdita poteva decretare la disgrazia di un regno o il cui possesso, viceversa, poteva portare prosperità. Luigi IX comprò importanti reliquie facendole custodire in lussuosi edifici ed esponendole e venerandole per invocare benefici divini, come la corona di spine di Cristo, il chiodo della passione con il quale era stato crocifisso Gesù, eccetera.

Da questo breve scritto gran parte dei lettori ne deducono che certe descrizioni di gesta virtuose erano esagerazioni del passato, che magari Luigi IX non era tutto questo stinco di santo e così via. Il problema è che tutt’oggi Luigi IX è considerato un santo ed in quanto tale venerato. Quindi le discutibili decisioni prese nel XIII secolo dal potere ecclesiastico sono valide ancor oggi, nonostante siano cambiati i canoni di valutazione, non solo dello stesso potere religioso, ma anche dei credenti.

Ciò che preme sottolineare in questo articolo non è il fornire un giudizio su questo presunto santo, ma evidenziare il fatto che la trasmissione culturale, imposta da una piccola ma potente fetta della società, viene utilizzata tutt’ora ed è legittimata a riconoscere certe figure storiche e non storiche come assolutamente positive in quanto sacre, e quindi presunte assolutamente buone.

La Chiesa muta al cambiare della società adeguando anche le sue idee, ma rimane fissa sui vecchi retaggi: per questo ancora oggi Luigi IX è considerato un santo e la Chiesa ancora non ha abolito tale suo status.

La Chiesa cambia idea a seconda dei periodi storici. I canoni del 1200 sono diversi da quelli odierni ed in gran parte condannati e condannabili nelle nostre società. Il papa era un monarca assoluto e si scagliava contro coloro che avevano una concezione diversa da quella che si voleva far passare per ufficiale: il risultato fu l’uccisione e la tortura legalizzata con l’istituzione dell’Inquisizione (1) e delle crociate. San Luigi fu il primo sovrano francese ad eseguire le condanne di tali tribunali religiosi, dopo che nel 1233 il papa Gregorio IX introdusse l’Inquisizione, e condurre la fase decisiva della crociata per reprimere gli Albigesi additati dal papa come eretici.

Quello che nel medioevo era considerato normale, degno di apprezzamento ed un valore oggi sarebbe condannato, ma a quei tempi era giusto e legittimo. Persone che potevano essere molto buone o avere interpretazioni migliori relative alla dottrina venivano considerate eretiche e sottoposte al metodo inquisitorio. Il risultato finale è che sono passate alla storia solo le persone che la Chiesa ha santificato, come San Luigi, e magari tante altre buone persone sono state descritte e tacciate come immorali e cattive. Spesso non vi sono le contro testimonianze di gente che parlava di questi personaggi considerati santi, non vi sono racconti diversi con eventi diversi, ma solo i racconti selezionati dalla Chiesa e tramandati nei secoli.

Sarebbe più giusto ora cancellare certe persone dai santi del calendario. La serena analisi delle vicissitudini storiche ha insegnato che la religione ha trasmesso la memoria dei personaggi che voleva tramandare e nel modo che voleva tramandare, chi era contro era considerato eretico e ucciso o condannato all’oblio.

(1) “Per estirpare i residui – assai vivaci – dell’eresia la Chiesa inventò allora un tribunale eccezionale, l’Inquisizione, introducendovi un nuovo e perverso tipo di procedimento, detto appunto inquisitorio. Esso è aperto da un giudice allertato da una denuncia, dalla voce pubblica o dalla scoperta di un elemento materiale che rivela l’esistenza di un crimine o di un delitto … Il procedimento inquisitorio … tende a ottenere la confessione del colpevole, prova considerata la più obiettiva e irrefutabile … il provvedimento inquisitorio praticato dall’inquisizione è segreto, si svolge senza testimoni e senza avvocati che intervengono in difesa dell’imputato, il quale, se vi è denuncia, ignora il nome dei suoi accusatori. La volontà di molti inquisitori di costringere alla confessione gli imputati di eresia, sospettati di essere dei dissimulatori e dei bugiardi, spinge all’uso della tortura, che tende a generalizzarsi nel corso del XIII secolo. Quando il tribunale dell’Inquisizione pronuncia, come avviene di frequente, una condanna grave (il carcere a vita o la morte sul rogo), la Chiesa, che vuole aver l’area di conservare le mani pulite, affida al potere laico il compito di eseguire la sentenza.” Pagine 29-30 Jacques Le Goff San Luigi, Giulio Einaudi editore, Torino 1996.

La guerra “umanitaria”

In e-mail il 26 Marzo 2011 dc:

La guerra “umanitaria”

di Lucio Garofalo

L’idea di una “guerra umanitaria” o “guerra per la pace”, come quella che viene propagandata dai mass-media in questi giorni, costituisce un orrendo ossimoro concettuale che tuttavia riesce a riscuotere ampi consensi e simpatie presso l’opinione pubblica mondiale. I concetti di guerra e pace sono un’evidente contraddizione terminologica che nessuno può negare.

Anche in passato si ricorreva ad ossimori concettuali per giustificare le guerre come, ad esempio, le “guerre sante” (si pensi solo alle crociate in Palestina). Oggi le “guerre umanitarie” o “guerre per la pace” sono il più sofisticato e, nel contempo, controverso stratagemma lessicale e ideologico inventato dall’imperialismo per ripararsi dietro un volto più ‘umano’ e più accettabile, perché abilmente camuffato, per coprire i crimini commessi in nome di un ideale assolutamente ipocrita.

Che la causa “nobile” consista poi nella fede religiosa, nella democrazia o nella libertà, nella pace o nell’umanitarismo, è irrilevante in quanto l’intervento bellico è in ogni caso brutale e sanguinoso, ma soprattutto l’ipocrisia che si traveste sotto il falso ideale è la stessa, nella misura in cui gli interessi sono ignobili e disonesti, riconducibili facilmente agli affari delle potenze occidentali che mirano ad impossessarsi delle ricchezze altrui. Quindi, anche questa è un’altra (l’ennesima) guerra compiuta in nome della voracità consumistica dell’occidente.

Non è banalmente una questione di pacifismo. La storia dimostra che le guerre non costituiscono la giusta soluzione per questo tipo di problemi, non sono uno strumento utile per salvaguardare i diritti umani, nella misura in cui le guerre non risolvono i problemi ma rischiano di aggravarli e moltiplicarli.

Infatti, il principale pericolo che si corre è di incendiare l’intero fronte dei Paesi arabi, incentivando e fomentando le spinte oltranziste ed islamico-integraliste che, almeno finora, erano parse inesistenti o comunque marginali nelle rivolte sociali del Maghreb, causando una pericolosa escalation militare in Medio Oriente, che è una polveriera ad alto rischio di esplosione.

Sgombrando il campo  da ogni ipocrisia bisognerebbe porsi almeno un paio di interrogativi. Anzitutto, perché la risoluzione dell’Onu n. 1973 non viene applicata in tutte le circostanze in cui i diritti umani sono violati? Perché si interviene militarmente in Libia ma non si interviene per bloccare, ad esempio, la repressione delle rivolte in Bahrein, nello Yemen e negli altri Paesi della penisola arabica e del Golfo persico, oppure non si è intervenuto quando Israele commetteva atti di violenza contro la popolazione palestinese della striscia di Gaza?

Oltretutto non si può fingere di non sapere che Gheddafi è stato fino ad ieri il principale alleato degli interessi occidentali e un ottimo socio in affari del governo Berlusconi e di altre cancellerie europee, in quanto è più facile e conveniente stringere patti scellerati e stipulare intese poco pulite con i regimi tirannici e dittatoriali piuttosto che con governi democratici.

Detto ciò, non bisogna sottovalutare le ragioni riconducibili al controllo delle risorse petrolifere di cui la Libia è uno dei principali produttori, né si può dimenticare, o fingere di non sapere che la Libia del colonnello Gheddafi costituisce da sempre un acquirente importante di armamenti occidentali, in particolare italiani. Ricordiamo che l’Italia risulta tra i primi cinque Paesi al mondo nell’esportazione di armi da guerra. Non a caso la resistenza delle truppe libiche si sta rivelando più tenace del previsto anche perché le armi in dotazione all’esercito di Gheddafi sono tecnologicamente avanzate e soprattutto di fabbricazione italiana.

Sulla base del ragionamento esposto, si può asserire che l’intervento bellico in Libia non abbia nulla a che spartire con esigenze di natura “umanitaria” o “pacifista”, né con altre motivazioni più “nobili”, ma c’entra solo il folle e spietato cinismo degli affari, l’arroganza di un sistema economico scellerato, sprovvisto di umanità e di un minimo di razionalità, mosso da una logica ferrea basata sulle leggi perverse e disumane del business economico.

Resta un’amara constatazione circa il senso racchiuso nei principi fondamentali della nostra Costituzione. Ad esempio l’articolo 11, benché sulla carta sia inviolabile, è stato tradito e vilipeso talmente tante volte da essere diventato lettera morta.