Candele obbligatorie per il santo…altrimenti multa!

Candele obbligatorie per il santo…altrimenti multa!

Sul Corriere della sera di ieri si leggeva una sconcertante notizia a firma di Marco Gasperetti. A Pisa oggi si festeggerebbe il santo della versione locale della Menzogna Globale, ovvero (San)Ranieri, amatissimo patrono (a detta del giornalista). Sui palazzi dei lungarni si mettono sempre migliaia di lumini: e fin qui ci sarebbe solo da commentare tale abitudine. L’autore di questo articolo, del resto, scrive “santo” e “San” tra parentesi proprio perché come ateo e laico non riconosce nemmeno il concetto di “santità”, quindi si può ben immaginare cosa può pensare di una festa patronale.

Il punto, però, non è questo.

Un’ordinanza firmata dal sindaco Marco Filippeschi (Pd)…impone dall’alto ai cittadini lumini e «biancherie», le sagome di legno bianco con i cerchi di fil di fer­ro nelle quali sono collocati i picco­li ceri. Chi sgarra dovrà pagare una sanzione dai 200 ai 500 euro. Non solo, dal prossimo anno i pi­sani dovranno fornirsi di ceri e «biancherie» a spese proprie. In ca­so contrario: multa.

E così siamo arrivati finalmente al ripristino della religione di Stato e del culto obbligatorio, non contemplati nemmeno dallo scellerato Concordato. Alla faccia del presunto Stato laico, della Costituzione e di ogni comune buon senso.

Ancora più incredibili le motivazioni: l’asses­sore alle Manifestazioni storiche, Federico Eligi, spiega che si sarebbe applicato l’arti­colo che prevede interventi in caso di degrado urbano. Che faccia tosta! I lumini spenti nei palazzi dei lungarni per san Ranieri, secondo questo bel campione,  sono una vera e propria offesa all’estetica della città. In più, c’è anche un problema sicurezza. Il 16 notte in questa parte di Pisa si spegne completamente l’illumina­zione pubblica e a rischiarare le stra­de sono solo i ceri.

Ora i pisani devono anche ringraziare perché l’amministrazione comunale si preoccupa della loro sicurezza!

Tra le varie reazioni, per ragioni diverse, se ne distinguono due:  Alfonso Maurizio Iacono, preside della facoltà di Lettere e filosofia dell’ateneo pisano dice che è un’ordinanza sbagliata. Non si può imporre a qualcuno di festeggiare un santo con un lumino. E non si può negare a nessuno la libertà di non partecipare a una festa. Poi c’è anche di mezzo la religione. Chi non vuole festeggiare un santo, in questo caso san Ranieri, non può es­sere obbligato oltretutto con un’or­dinanza. Un provvedimento che avrebbe inorridito Hume e Voltai­re.

Ma il filosofo Remo Bodei, docente all’Università della California di Los Angeles, e già conosciuto per certe sue posizioni e per il conciliante libro I senza dio, non si scandalizza più di tanto: del resto lui i lumini li ha sempre accesi (manco a dirlo!). San Ranieri non è più una festa reli­giosa, ma laica, è la festa della città e una brutta ‘Luminara’ non è deco­rosa. Credo che l’ordinanza servirà a farla ancora più bella. E allo stesso tempo sono convinto che non ci sa­rà neppure una multa.

Costui evidentemente non ha dimestichezza con i principi e con la coerenza. Anche se fosse vero, come lui sostiene, che questa disposizione è una grida manzoniana, ovvero un editto che nessuno rispetterà e farà rispettare, resta pur sempre vero che queste anacronistiche disposizioni non sono solo ridicole, ma pericolose: per la logica, il buon senso, l’eguaglianza tra tutti i cittadini, la convivenza civile, la (presunta) laicità dello Stato.

Jàdawin di Atheia, su www.jadawin.info e su www.resistenzalaica.it

La qualità comunitaria del pubblico impiego

Dal gruppo Yahoo! ateismoantagonista (da me fondato) http://it.groups.yahoo.com/group/ateismoantagonista/ un intervento del 24 Maggio 2009 dc del Laboratorio Eudemonia:

La qualità comunitaria del pubblico impiego

Alla voce “pubblico” Wikipedia recita:

“Nell’ambito del diritto, il termine pubblico identifica un bene materiale od immateriale accessibile a tutte le persone senza condizioni, in opposizione a ciò che è di proprietà di un privato, e che è mantenuto e protetto a servizio e godimento della collettività senza l’ingerenza di interessi privati.”

Da queste chiarissime parole deriva immediatamente che ciò che giuridicamente viene qualificato come “pubblico” non può assolutamente essere concesso in modo definitivo a qualcuno in particolare pena la decadenza della sua stessa qualità giuridica. Questa è la ragione, in verità non solo giuridica ma a norma di ogni buon senso, filosofia e logica, per la quale il bene pubblico dei ruoli, poteri e redditi della cosiddetta Pubblica Amministrazione non può essere assegnato a vita e nei fatti appartenere ad alcuno bensì periodicamente re-distribuito, poiché esso va “mantenuto e protetto a servizio e godimento della collettività”.

Come è potuto dunque accadere che la collettività abbia ceduto a singoli individui particolari la proprietà di fatto esclusiva di un determinato bene pubblico quale è appunto ogni singolo pubblico impiego? Non avrebbe la società dovuto proteggere questi suoi primari beni? Non sarebbe essa andata contro ogni suo interesse ed avrebbe perfino esercitato un’azione al di là dei suoi stessi immediati poteri, poiché un complessivo bene collettivo, così importante come l’intero potere esecutivo e funzionale della Res Pubblica, non poteva essere certo ceduto pena il decadere stesso di quest’ultima?

Ed ancora: qualsiasi governo, delegato da un popolo a fare i suoi interessi collettivi, prima di cedere a vita un ruolo, un potere, un reddito della Repubblica, non avrebbe dovuto interpellare quel suo stesso popolo davanti ad un atto che avrebbe così profondamente dequalificato e ricondotto all’indietro nel tempo l’intera società? I vari governi che si sono succeduti nella storia della nostra Repubblica non avrebbero dovuto porre un sì ponderoso e pregno quesito ai loro rappresentati, prima di permettersi qualsiasi azione deliberativa in proposito?

Ebbene tutto inizia a chiarirsi risalendo ai primi momenti della nostra Repubblica, quando già sulle pagine dei lavori preparatori della Costituzione leggiamo che “[gli articoli] non innovano nè infirmano nulla di ciò che è stata finora la prassi del reclutamento degli impiegati pubblici e privati”, riferendosi con ciò, per quanto qui trattato, al concorso pubblico per accedere ai pubblici uffici. Non si fa alcun riferimento alla durata temporale dell’impiego ma si riprende pari pari il precedente sistema statalista, in cui l’assegnazione a vita dei ruoli della PA creava una casta di statali in vario modo e misura privilegiati rispetto agli altri cittadini.

In effetti nella società pre-repubblicana l’attività svolta dai lavoratori pubblici non è un compito genuino e libero come qualsiasi altro quanto la realizzazione concreta e fedele di ciò che la monarchia pensa: i pubblici addetti sono il braccio, lo Stato è la mente. Il fulcro del rapporto che li lega è una interessata fedeltà reciproca: in cambio del cieco, muto, sordo e mentalmente atrofico contributo del pubblico dipendente la monarchia assicura a questi un ruolo stabile. Solo così infatti essa è in grado di garantirsi un gruppo di sempre obbedienti, fidati perché immutabili, servitori.

Questo legame caratterizza il rapporto tra Stato monarchico e pubblico dipendente sin dalla sua origine. E ripercorrendo la nostra storia, dalla Legge Cavour del 1853, al Fascismo, alle riforme degli anni ’50 ed ’80, fino alle numerose riforme degli anni ’90, per giungere ad oggi, in tutti i casi le successive leggi sono sempre attentissime a non cambiare la sostanza del rapporto. Il pubblico dipendente permane acritico e docile strumento di un potere centrale assoluto che però nel frattempo ha cessato di esistere con la fine della monarchia e l’inizio della repubblica!

Proprio con l’avvento di questa si sarebbe dovuta affermare una generale e verace partecipazione democratica. Il concetto di Repubblica coincide infatti massimamente con quello di una società/comunità che si auto-gestisce, auto-governa ed auto-rinnova in continuazione per il tramite di una partecipazione popolare che si esprime innanzitutto in ambito esecutivo, per un iniziale apprendimento di ognuno dei modi del vivere comune, e poi, per i migliori, nel più impegnativo ambito deliberativo. Com’è, dunque, che tale estesa partecipazione ancora oggi invece manca, così come ancora manca la consapevolezza della pregna essenza di un moderno pubblico impiego?

Purtroppo nei frenetici giorni della nascita della Repubblica non fu possibile, date le vitali urgenze di quei giorni, sviluppare queste riflessioni. Vedendo scorrere i filmati dell’epoca è evidente la condizione di estrema precarietà del Paese che si doveva innanzitutto risolvere. Una volta superate le emergenze si sarebbe potuto e dovuto, allora sì, affrontare con decisione questi temi. Ma l’abietta letargìa cerebrale da indebito privilegio, che aveva caratterizzato fin dalla nascita il pubblico impiego, mantenne il sopravvento sulle necessità della giovane Repubblica.

Coloro che, per titoli, incarichi, retribuzioni ed onori ricevuti, avrebbero dovuto trainare in avanti la società con le loro ricerche, studi e riflessioni, prima di altri “professori” e “professoresse”, si guardarono bene dal compiere il loro dovere. Ed ancor oggi, sia eterna loro vergogna, ad un potere deliberante reso sessant’anni fa effettivamente conforme all’ideale repubblicano non fu poi mai affiancato un complessivo potere esecutivo e funzionale, una pubblica amministrazione, resa conforme anch’essa a tale ideale comunitario.

La Repubblica Italiana fu di fatto realizzata soltanto per metà ed ancor oggi versa in quelle precarie condizioni. Proprio per questa ragione vera democrazia non si è mai potuta affermare né godere. Perché vera partecipazione mai c’è stata né mai ci potrà essere fintantoché esisterà la casta degli statali.

Dubbio alcuno non v’è che oggi, in un tempo in cui Internet ha dato ad ogni cittadino la possibilità di ricercare e studiare al di fuori dei fuorvianti e sterili percorsi indicati da baroni e baronesse, tenutari dell’incultura del vecchio Stato ottocentesco all’interno di Università ancora non rese davvero pubbliche, tocchi proprio a noi semplici esseri umani e persone qualunque, emeriti signori nessuno, portare a termine un processo di evoluzione sociale avviato tanto tempo fa ed ormai sul punto straordinario di giungere a pieno compimento.

Sta a noi semplici cittadini, prima che gli statali finiscano per ricondurre l’Italia alle originarie condizioni pre-repubblicane, raccontare ad ogni amico e conoscente cosa è successo finora e cosa sta finalmente per accadere. Sta a noi persone qualsiasi coinvolgere tutti quei signori e quelle signore che han fatto finora da frenante guida al movimento progressista invitandoli ad occuparsi della qui presentata fondamentale Questione Pubblica. Sta a noi tutti scrivere ai redattori delle pubblicazioni sulle quali ci siamo erroneamente poggiati intellettualmente per dir loro: basta con le fesserie ed andiamo finalmente al sodo!

Sta a noi pensare fin d’ora ai grandi festeggiamenti che coroneranno non soltanto questo presente nostro importante lavoro collettivo ma anche quello di tutti coloro che ci hanno preceduti e che, nel lungo scorrere del tempo, col loro impegno, coi loro sacrifici, col loro entusiasmo, hanno sempre fatto avanzare l’umana società.

Sandra dei Sorrisi

Danilo delli Abbracci

http://it.wikipedia.org/wiki/Pubblico

http://www.nascitacostituzione.it/05appendici/01generali/00/03/03-giua.htm

http://equo-impiego-pubblico-a-rotazione.hyperlinker.org

Stato “laico”? Proviamo a spiegarci….

Stato “laico”? Proviamo a spiegarci….

Si fa un gran parlare di laico, laicista, laicismo, Stato laico etc, ma non sembra che alcuno abbia messo nero su bianco cosa si intenda veramente. Si proverà qui a fare alcune ipotesi.

Nel sito Jàdawin di Atheia, alla pagina “Una Nuova Società…una Nuova Costituzione”, l’argomento viene trattato compiutamente ma inserito in un contesto più ampio ed ambizioso. Qui invece ci si limita a quanto segue.

È necessario che uno Stato laico, se vuole veramente essere tale, lo sia fin dalle sue fondamenta, che in una democrazia compiuta sono rappresentate dalla sua stessa Costituzione. Sgombrato una volta per tutte il campo dalla fuorviante antinomia laico-laicista, che in realtà non esiste e che è stata montata ad arte dai politici e dai lacché clericali e cattolici del nostro Paese, possiamo enunciare alcuni punti fermi che questa Costituzione laica dovrebbe avere.

1) Lo Stato è indipendente da qualsiasi religione, chiesa, setta o credenza ed è a loro superiore in ogni ordine e grado. Lo Stato non riconosce alcun patto od intesa pre-esistente ed ingloba nel suo territorio l’ex- Stato Vaticano, e nel suo patrimonio tutti i beni di questo, anche internazionali, senza indennizzo alcuno.

È chiaro che una simile situazione si registrerebbe dopo un cambiamento radicale della società italiana: è ovviamente utopistico il solo pensarlo…

2) La Repubblica … è uno Stato ufficialmente a-religioso e fortemente laico: tutte le concezioni del mondo filosofiche, religiose, atee e agnostiche sono ammesse con pari diritti e doveri purché non contrastino con la legge e la Costituzione.

Su questo assioma non ci dovrebbero essere discussioni talmente pare chiaro ed inequivocabile.

3) Ogni organizzazione che si richiami a concezioni del mondo filosofiche, religiose, atee e agnostiche vive, si finanzia e si organizza in modo autonomo dallo Stato il quale può, all’occorrenza, stabilire intese, anche economiche, con ognuna di loro.

In questo modo si colmerebbe la lacuna della nostra Costituzione che non nomina e non considera nemmeno concezioni del mondo che non siano religiose.

4) Le organizzazioni anzidette non hanno diritto ad interferire, in alcun modo, con la vita, le istituzioni e le organizzazioni della Repubblica in modo che prevalga esclusivamente il loro punto di vista. Specificatamente non sono ammesse la presenza, l’organizzazione di culto e la propaganda di tali organizzazioni nell’amministrazione pubblica e dello Stato, nelle imprese di ogni tipo, nelle scuole di ogni ordine e grado, nell’apparato della sicurezza e nella sanità. Ogni eventuale deroga è stabilita a livello locale e approvata dalle autorità centrali.

Questo è il punto fondamentale: stabilire per legge che non ci possano essere interferenze di alcun tipo nello Stato e queste, ove vi fossero, debbano non solo essere evitate ma anche punite

5) Per il suo carattere a-religioso ed a-confessionale profondamente laico la Repubblica non riconosce valore al concetto di “santità” o “beatitudine” e quindi vieta per legge l’utilizzo di nomi di santi o beati o concetti religiosi sia per indicare località, strade, luoghi, prodotti e servizi sia per denominare qualsiasi struttura, ente od organizzazione pubblica o privata. Procede quindi, per quanto possibile e seguendo comunque norme di buon senso, a sostituire tali denominazioni con altre più consone.

E questa sarebbe la parola fine che neanche l’illuminista Francia, che del resto irresponsabilmente promuove l’aumento della popolazione, ha mai voluto od osato perseguire.

6) Lo stesso concetto è esteso all’esposizione di simboli, ritratti, immagini, raffigurazioni e simili in e sopra qualunque edificio od ambiente che non sia abitazione privata, con l’eccezione ovvia delle strutture di rilevante interesse culturale ed artistico.

Anche questo concetto mi sembra sufficientemente chiaro ed esauriente: si potrebbe dire che se per Piazza del Duomo o Piazza Duomo, in qualsiasi località, la denominazione potrebbe anche restare, non ha nessuna giustificazione quella di Piazza dei Santi Apostoli. Similmente la “Madonnina” in cima al Duomo di Milano resterebbe al suo posto

7) Per lo stesso motivo lo Stato adotta un calendario laico senza alcun riferimento a santi, beati o concetti religiosi ma, eventualmente, con riferimento a persone e gruppi distintisi nel progresso civico, sociale, scientifico, culturale ed ambientale della collettività. Tale concetto è esteso ad ogni aspetto della comunicazione pubblica ufficiale ed alle imprese ed alle strutture di ogni natura.

8) Similmente le festività religiose sono sostituite con altrettante, ed in maggior numero, festività civili.

Anche questa sarebbe finalmente la definitiva e risolutiva riparazione  ad una ingiustizia profonda nella società civile che, con un minimo di logica e buon senso, non si sarebbe neanche dovuta presentare.

9) Per quanto precede la numerazione e la datazione dovrebbero essere cambiate ma, per ragioni pratiche, diviene obbligatorio per legge, quando necessario, sostituire l’espressione AC o A.C., avanti Cristo, con la stessa espressione avente l’esplicazione, eventualmente per esteso, di ante (data) convenzionale, e di sostituire l’espressione DC o D.C., dopo Cristo, con la stessa espressione avente l’esplicazione, eventualmente per esteso, di data convenzionale.

10) Tutte le riedizioni di qualunque forma mediatica pre-esistente devono essere obbligatoriamente aggiornate in tal senso. Con lo stesso criterio sono punite le violazioni a questa norma anche se espresse solo verbalmente da esponenti pubblici, insegnanti e docenti nell’esercizio delle proprie funzioni compresi, che tali espressioni compaiano o no su mezzi mediatici, a seguito denuncia di qualsiasi cittadino o di funzionario pubblico.

11) L’indagine per accertare la veridicità di tale denuncia sarà svolta dalla Sicurezza Nazionale e dal Dipartimento Giudiziario come di seguito specificato in questo documento.

Questo è un ulteriore passo per scristianizzare definitivamente i costumi sociali: ovviamente Sicurezza Nazionale e Dipartimento Giudiziario sono termini della Nuova Costituzione di cui si è parlato, che rimarrà per sempre nell’immaginazione del suo autore….

12) Ogni partecipazione fisica e/o sostegno economico e finanziario a processioni, sagre, fiere e manifestazioni a carattere confessionale da parte di esponenti o strutture pubbliche è vietato per legge.

Pure questo dovrebbe essere scontato e lapalissiano in uno Stato laico degno di questo nome.

13) Su tutti i mezzi mediatici non esplicitamente confessionali è vietata qualsiasi forma di superstizione religiosa, soprattutto astrologia, cartomanzia, e simili.

14) Con particolare riferimento a giochi, quiz e trasmissioni mediatiche, come radio e televisione ed Internet, argomenti confessionali possono essere trattati col dovuto distacco critico ed in modo assolutamente imparziale. Lo stesso dicasi per i divulgatori e le guide artistiche, che devono conformarsi a quanto sopra esposto.

15) Ogni attività basata su quanto sopra esposto è vietata per legge, ad eccezione che nel proprio nucleo o famiglia per motivi di gioco, e comunque esclusivamente a titolo gratuito.

16) Le violazioni a questo articolo della presente Costituzione saranno punite a norma del Codice Sociale.

E sarebbe quindi ora di finirla che conduttori televisivi, presentatori e guide artistiche diano per scontati la cattolicità ed il pensiero unico degli italiani, e non usino almeno il condizionale quando parlano e presentano argomenti religiosi.

17) La repubblica non riconosce la famiglia, così come storicamente conosciuta, come unica forma possibile di aggregazione tra gli individui e favorisce, di conseguenza, forme diverse di aggregazione, con pari dignità. La repubblica individua, nella forma del nucleo abitativo, brevemente denominato nucleo, la struttura di base di aggregazione e fa obbligo al/ai/alle componente/i del nucleo la registrazione e l’aggiornamento dello stesso ad ogni sua variazione, sia nell’ubicazione sia nella composizione, entro sei mesi dal loro verificarsi. L’origine di ogni individuo, precedentemente stabilita dai concetti di paternità e maternità, è stabilita con il criterio di appartenenza comunitaria, riferita alla/alle persona/e componenti il nucleo che, volontariamente e di comune accordo, ne diano comunicazione. In mancanza di ciò lo Stato provvede obbligatoriamente a esami clinici e genetici per stabilire, per quanto possibile, l’origine di ogni individuo. In caso di esito negativo, o nell’impossibilità di identificare i possibili progenitori, provvede a fornire un’identità all’individuo.

Ci si rende conto che qui si va nella fantapolitica e del resto l’autore non nega il suo interesse per la fantascienza…..

18) Non per motivi religiosi o filosofici ma per motivi di eguaglianza sociale ed individuale e nel pieno rispetto del concetto di laicità assoluta e per la dignità della donna e dell’uomo, lo Stato vieta per legge in modo assoluto l’uso di copricapo e veli che nascondano, per motivi religiosi e/o superstiziosi, tutto o in parte il corpo dei cittadini e degli immigrati senza cittadinanza. A titolo esemplificativo si fa riferimento al velo ed al burka islamici ed al turbante indiano.

Anche in questo caso chiarezza e rigore devono risultare senza dubbi caratteri distintivi di uno Stato degnamente laico ed egualitario: niente razzismo o discriminazione su base etnica o religiosa, quindi, come solo chi è in malafede può supporre, ma equità e dignità della persona difese ad oltranza.

19) Tutti i cittadini hanno diritto a professare, esercitare in pubblico, organizzare, manifestare e propagandare la propria concezione del mondo, atea o agnostica o religiosa, e la propria convinzione politica nei limiti stabiliti dall’Articolo … della Costituzione e dalle leggi in vigore.

20) Il carattere ecclesiastico o filosofico e il fine di religione o di culto o di concezione del mondo d’un’associazione od istituzione non possono essere causa di limitazioni legislative, né di gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di sua attività.

21) Nessuno può essere privato, per motivi politici, religiosi, filosofici od ideologici, della capacità sociale, della cittadinanza, del/dei nome/i proprio/propri.

Questi tre punti sono già garantiti dalla nostra vigente Costituzione ma sono trattati in modo limitativo ed implicitamente escludono atei e agnostici dalle garanzie che difendono.

22) Le pene non possono consistere in trattamenti contrari alla Dichiarazione Internazionale dei Diritti dell’Uomo e devono tendere alla rieducazione effettiva del condannato e al suo reinserimento a pieno titolo nella comunità. Non è ammessa la pena di morte, nemmeno nei casi previsti dalle cosiddette precedenti leggi militari di guerra. Non è ammessa la pena dell’ergastolo. La pena detentiva, compresi i casi di omicidio e di strage, non può superare i quindici anni.

L’argomento appena esposto non è prettamente inerente alla laicità ma si ritiene che sia comunque importante nel contesto di una società civile ed egualitaria che tenga nel giusto conto i diritti della donna

23) Il matrimonio religioso, ideologico, filosofico o politico non è riconosciuto dalla legge ed ha carattere esclusivamente privato. Se contrasta con i diritti del nucleo è sanzionato dal Codice Sociale.

Logica conseguenza dell’abolizione del Concordato con la Chiesa Cattolica.

24) La Repubblica ha un’alta concezione della vita e della sua qualità, dalla nascita alla morte…Per le stesse motivazioni lo Stato regolamenta, con apposita legge, l’eutanasia. La Repubblica vieta per legge l’accanimento terapeutico e lo sanziona con pene detentive. La Repubblica gestisce in proprio la campagna demografica per il contenimento della popolazione e la diffusione gratuita di tutti i metodi anticoncezionali. Lo Stato regolamenta, con apposita legge, l’istituto dell’aborto e ne rende, nei limiti di legge, unico avente diritto di decisione la donna. Lo Stato garantisce, con apposita legge, l’uso delle tecniche di fecondazione assistita, omologa, eterologa o per clonazione. Lo Stato, quando sia possibile, favorisce l’istituto dell’adozione in alternativa alla fecondazione assistita. Lo Stato non ammette l’obiezione di coscienza da parte di chiunque e rende obbligatori, per il personale medico, paramedico e professionale, i trattamenti sopra esposti.

In un solo colpo verrebbero spazzati via secolari discriminazioni religiose e moralistiche su qualità della vita, nascita, morte, eutanasia, aborto, adozione e fecondazione assistita. Per quanto riguarda la clonazione, che senz’altro farà orrore ai più, si rimanda alla lettura di altri documenti, già citati, per approfondire meglio la scottante questione.

Chi scrive non pretende né che il suo punto di vista venga acriticamente accettato né che tali argomenti non siano degni di ulteriore discussione ed analisi, ma ritiene che, ancorché utopistiche, le argomentazioni fin qui esposte rappresentino l’unico approccio deciso e senza tentennamenti opportunistici per delineare, senza ombra di dubbi, quali possano essere le caratteristiche di uno Stato e di una società decisamente, inequivocabilmente e conseguentemente laici e areligiosi.

Jàdawin di Atheia

CEI batte cassa e governo risponde

9 Dicembre 2008 dc: dal Windows Live Spaces di Sestante http://se-stante.spaces.live.com/  e su www.jadawin.info Politica e Società 5-2008:

CEI batte cassa e governo risponde

Caro ministro Tremonti,
indiscusso esponente di questa coalizione, Lei che, pur di portare  un po’ di sollievo al disastrato bilancio dello Stato non ha esitato a chiudere un occhio verso chi ha evaso il fisco, permettendogli di cavarsela con il pegno delle Una tantum, che con un piccolo sacrificio fiscale ha reso possibile il rientro di parte dei capitali illecitamente esportati, che ha magistralmente applicato la finanza creativa nella cartolarizzazione della vendita di edifici pubblici per raggranellare qualche soldo, salvo  poi accorgersi in quale stato ci ha ridotto questo genere di acrobazie finanziarie, che pur di salvaguardare le finanze statali  non deflette dai tagli e lascia manifestare studenti, pensionati e sindacati, non sa che è molto rischioso usare le forbici in certe parti sensibili della società come la Chiesa Cattolica? Non si distragga, non sia troppo zelante. Forse Lei, data la Sua esperienza, è sicuro di non essere facilmente disarcionabile. Ma mi creda! Sono molte le orecchie sensibili al grido di dolore proveniente dagli esponenti vaticani, e non solo dalla sua parte politica, sa? E per giunta mi si dice che in questo è anche recidivo. 
Tra i vari giornali che si sono occupati delle rimostranze di Monsignor Stenco ai tagli alle scuole private (cattoliche), peraltro prontamente accolte, scelgo l’articolo di Miriam Mafai su la Repubblica di sabato scorso che mi pare colga più degli altri nel segno

Sestante

Costituzione dimenticata

di Miriam Mafai

Giulio Tremonti era noto fino ad oggi come il più rigoroso, persino spietato ministro dell´Economia, tanto da essere soprannominato “signor no”. Qualcuno, non solo dell’opposizione ma anche della maggioranza, gli chiedeva di allargare i cordoni della borsa a vantaggio dei pensionati, o dei licenziati, o dei precari? No, non si possono purtroppo sforare le cifre del bilancio, rispondeva il nostro ministro. La risposta fino a ieri era sempre la stessa: no. «Tagliare, tagliare le spese» era il suo mantra. Crolla il soffitto di una scuola a Rivoli e si scopre che molte altre scuole sono a rischio? Occorrono fondi per mettere le nostre scuole a norma? No, la risposta è sempre no. Il bilancio dello Stato non lo consente.
Eppure ieri, finalmente il ministro Tremonti ha detto sì. Nel giro di un paio d’ore ha trovato i soldi per soddisfare la richiesta che gli è venuta dal Vaticano di aumentare lo stanziamento già fissato in bilancio per le scuole cattoliche. Contro il taglio originario di circa 130 milioni di euro aveva tuonato monsignor Stenco, direttore dell’Ufficio Nazionale della Cei per l’educazione, minacciando una mobilitazione nazionale delle scuole cattoliche contro il governo Berlusconi e il suo ministro delle Finanze.
La minaccia ha avuto ragione delle preoccupazioni del ministro. Nel giro di poche ore il sottosegretario all’economia Giuseppe Vegas, a margine dei lavori della Commissione Bilancio del Senato sulla Finanziaria, rassicurava il rappresentante delle scuole cattoliche. «Abbiamo presentato un emendamento che ripristina il livello originario di finanziamento. Potete stare tranquilli. Dormire non su due ma su quattro cuscini?» .
Dunque il taglio previsto in finanziaria non ci sarà. E non ci sarà la minacciata mobilitazione delle scuole cattoliche contro Berlusconi e Tremonti. Soddisfatti, ma solo per ora, i vescovi italiani. Soddisfatto, per ora, il Pontefice che però alza il prezzo e chiede nuove misure «a favore dei genitori per aiutarli nel loro diritto inalienabile di educare i figli secondo le proprie convinzioni etiche e religiose». In parole più semplici, c´è qui la richiesta rivolta allo Stato italiano di smantellare il nostro sistema scolastico a favore della adozione del principio del “bonus” da assegnare ad ogni famiglia, da spendere, a seconda delle preferenze, nella scuola pubblica o nella scuola privata.
Naturalmente nessuno contesta il diritto «inalienabile» delle famiglie di educare i figli secondo le proprie convinzioni etiche e religiose. E non ci risulta che nella nostra scuola pubblica si faccia professione di ateismo. E l´insegnamento della religione non è affidato a docenti scelti dai rispettivi Vescovi? Cosa si vuole dunque di più?
Anche a costo di essere indicati come “laicisti” vale la pena di ricordare che l´articolo 33 della nostra Costituzione, ancora in vigore, afferma che «enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione senza oneri per lo Stato». E che nel lontano 1964 un governo presieduto da Aldo Moro venne battuto alla Camera e messo in crisi proprio per aver proposto un modesto finanziamento alle scuole materne private. Bisognerà dunque aspettare quasi quarant´anni perché un governo e una maggioranza parlamentare prendano in esame la questione delle scuole private e della loro possibile regolamentazione e finanziamento. E saranno il governo D´Alema e il suo ministro dell´Istruzione Luigi Berlinguer a volere, e far approvare, una legge sulla parità scolastica che prevede, ma a precise condizioni, un finanziamento non a tutte le scuole private ma a quelle che verranno riconosciute come «paritarie». Tutta la materia in realtà, nonostante alcuni provvedimenti presi nel frattempo, è ancora da regolare (non tutte le scuole private, ad esempio, possono essere riconosciute come «paritarie»).
Anche per questo, per una certa incertezza della materia, ho trovato per lo meno singolare l´intervento di due autorevoli esponenti del Partito Democratico a sostegno della richiesta delle gerarchie. Maria Pia Garavaglia, ministro dell´istruzione del governo ombra del Pd, e Antonio Rusconi, capogruppo del Pd in Commissione Istruzione al Senato, hanno subito e con calore dichiarato di apprezzare le rassicurazioni fornite, a nome di Tremonti, dal sottosegretario Vegas. Ma non ne sono ancora soddisfatti. Chiedono di più. Sempre per le private. Chiedono cioè che vengano garantiti «pari diritti agli studenti e alle famiglie» È, quasi con le stesse parole, la rivendicazione già avanzata dalle gerarchie.
Ma è davvero questa, in materia scolastica, la posizione alla quale è giunto il Pd? E se sì, in quale sede è stata presa questa decisione? È giusto chiederselo, è indispensabile saperlo. Anche perché ha ragione chi, come don Macrì, presidente della Federazione che riunisce la scuole cattoliche, lamenta che la strada che porta al bonus trova un ostacolo «nell´articolo 33 della Costituzione che sancisce che le scuole private possono esistere senza oneri per lo Stato».
E allora, che facciamo? Per rispondere alle esigenze delle scuole cattoliche butteremo alle ortiche l´articolo 33 della Costituzione?

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Due piccole osservazioni, l’articolista dice: “Naturalmente nessuno contesta il diritto «inalienabile» delle famiglie di educare i figli secondo le proprie convinzioni etiche e religiose. E non ci risulta che nella nostra scuola pubblica si faccia professione di ateismo”.
A prescindere dal fatto che non ci troverei niente di male se qualcuno nella scuola o dappertutto facesse professione di ateismo, voglio sottolineare che i genitori hanno il diritto di educare i loro figli secondo le proprie concezioni del mondo, purché la pretesa non sia esclusiva e le famiglie non diventino dei recinti chiusi, ma il confronto sia il più possibile democratico e aperto, altrimenti non sarebbe infrequente imbattersi nella protesta di genitori di fronte a una manifestazione del pensiero dell’insegnante sulla religione, sul sesso o sulla politica.
Più avanti l’articolista, parlando della posizione del PD così si esprime: “Anche per questo, per una certa incertezza della materia, ho trovato per lo meno singolare l’intervento di due autorevoli esponenti del Partito Democratico, a sostegno della richiesta delle gerarchie. […] Ma è davvero questa, in materia scolastica, la posizione alla quale è giunto il Pd? E se sì, in quale sede è stata presa questa decisione? È giusto chiederselo, è indispensabile saperlo.”
Eh, cara Miriam. Domanda retorica. È inutile farti andare retrospettivamente all’approvazione dell’articolo 7 della Costituzione, quello che recepisce il concordato clerico-fascista, approvato anche dal PCI, basterebbe ricordarti, ad esempio, che l’attuale segretario del PD ha proposto di intitolare la stazione termini di Roma a Giovanni Paolo II.

Sestante

Laicamente No al Crocifisso, a Ragusa applicata la Costituzione

Da Micro Mega on line http://temi.repubblica.it/micromega-online del 5 Dicembre 2008 dc:

Laicamente No al Crocifisso, a Ragusa applicata la Costituzione

di Michele Martelli

Ieri a Valladolid, oggi a Ragusa. In Spagna come in Italia. Due Paesi con un pezzo di storia in comune: decenni di dittatura clerico-fascista. Poi finalmente riscattati da una Costituzione laica, liberal-democratica. Nella città spagnola il giudice Valentin Sastre ha ordinato qualche giorno fa la rimozione dei crocifissi dalla scuola pubblica. A Ragusa il presidente del Tribunale Michele Duchi ha respinto la richiesta di riesporre i crocifissi nella aule giudiziarie avanzata dall’Ordine degli avvocati. Analoga a quella di Sastre la motivazione addotta dal giudice Duchi: «Il nostro è uno Stato laico, multietnico e multireligioso dove hanno gli stessi diritti ebraici, musulmani, buddisti o cattolici. E chiunque, entrando in un ufficio pubblico, ha diritto di non vedere simboli religiosi che possano disturbarlo. Lo Stato laico deve mostrarsi assolutamente imparziale». Il ragionamento non fa una grinza, è salutarmente tautologico. Lo Stato laico, areligioso, se privilegiasse qualche religione, non sarebbe più laico. Sarebbe di parte. Tradirebbe se stesso. Quindi non lo può e non lo deve fare. Punto e basta.

Ma il fanatismo antilaicista, e antidemocratico, non ha riguardo né alla logica né ai fatti. Ed ecco l’Ordine avvocatesco ragusano: «Una sciocchezza considerare una discriminazione il simbolo religioso in cui si riconosce il nostro popolo». Dunque, milioni di cittadini italiani, non credenti, o credenti in altre fedi, non fanno parte del “nostro popolo”. Sono pura “sciocchezza” incarnata. Senza diritto a credere in altri simboli, o a non credervi affatto.

Altrettanto straordinariamente (il)logico il proclama della Gioventù Italiana ragusana, affiliata alla Destra di Storace, che ripete: «Il crocifisso è espressione dell’identità del nostro popolo». Del popolo, anzi del popolino di destra, ovviamente, nostalgico del ventennio. Ma aggiunge: «L’unica fonte normativa dell’esposizione del crocifisso nelle aule di udienza è la circolare emanata il 29 maggio del 1929 dall’allora ministro di grazia e giustizia Alfredo Rocco». Per la giovane vecchia Destra italiana la fonte normativa in fatto di Stato e crocifisso è il codice Rocco, promulgato dopo le “leggi fascistissime” del 1926 (soppressione dei partiti antifascisti e inizio ufficiale della dittatura). E nel clima del patto concordatario tra il Dux e il Vaticano. Quel patto che, dopo 60 anni di Italia laica e liberale, fece del cattolicesimo la religione di Stato, e del crocifisso il simbolo pubblico, assieme a quello monarchico e fascista. Per favore, qualcuno spieghi ai giovani vecchi destri italo-ragusani che siamo nel 2008. Nel frattempo, c’è stata la Resistenza antifascista. E la Costituzione repubblicana, che riconosce la libertà e l’eguaglianza davanti alla legge di tutte le confessioni religiose (art. 3 e 8). E c’è stata anche la revisione del Concordato (1984). In virtù della quale il cattolicesimo nell’Italia laica non è più religione di Stato. Da ciò son nate in questi anni le giuste richieste di tanti cittadini per ottenere la rimozione da tribunali e scuole pubbliche di crocifissi e altri simboli religiosi. Perché, se esposti in luoghi istituzionali, sono simboli di antipluralismo e clericalismo, non di laicità. Sintomatici dell’attuale clima di deriva autocratica il diktat del sindaco berlusconide di Ragusa:«Il crocifisso dov’era rimane. E dove non c’è si metterà». Un piccolo conflitto di poteri, ma che riflette quello di ben più grosse dimensioni a livello nazionale. Da un lato il magistrato (potere giudiziario) che applica la Costituzione. Dall’altro il sindaco (potere esecutivo) che pretende sostituire alla Costituzione la propria volontà. Un Berlusconi in miniatura: «La Legge la faccio Io, Io sono la Legge». I magistrati devono sottomettersi. Si ricordi, signor sindaco, che nemmeno il ventennio mussoliniano riuscì a sopprimere del tutto l’autonomia della magistratura. Per i processi politici il regime dovette creare un proprio braccio giudiziario, il Tribunale Speciale. A suggello di tutta la vicenda, davvero pietose, strappa-lacrime, le parole del vescovo di Ragusa: «Cristo si è immolato per salvaguardare i diritti dei più deboli. La giustizia degli uomini è una trama che riesce a prendere solo moscerini perché le realtà più forti sfondano la rete». Parole, come sempre quelle dei prelati, contorte e allusive. Mai sufficientemente chiare. Che vuol dire il vescovo? Che i grandi delinquenti (i padrini della mafia?) mai incappano nella giustizia umana, mentre i “moscerini” pagano sempre? Poveri cristi, come Cristo condannati “per niente”. Lasciamo almeno che si consolino con lo sguardo rivolto ai crocifissi sulle pareti dei tribunali! Perché poi possano alzarlo all’alto dei cieli, al Giudice Divino, in attesa di essere ricompensati in eterno dei torti subiti. Il crocifisso in tribunale? Una garanzia di giustizia per i poveretti nell’aldilà. Un’assicurazione di impunità per i grossi ladroni nell’al di qua. Se così fosse, saremmo davvero di fronte ad una logica aberrante!

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