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Le foibe

In e-mail l’11 Febbraio 2017 dc:

Le Foibe

… Ma nelle Foibe non ci finiranno solo i miliziani fascisti, ci finiranno anche oppositori politici, anche quei partigiani, militanti comunisti di base e anarchici che – pur se in modo estremamente confuso – non guardavano di buon occhi gli intenti nazionalistici e borghesi della resistenza e disertavano le file titine. Persecuzioni portate avanti con ogni mezzo, presumibilmente anche con denunce segrete presso le SS…
Leggi tutto qui sotto dal giornale Comunista Internazionalista Battaglia Comunista del marzo 2011 a pag. 5 link in PDF:

2011-03-01-battaglia-comunista.pdf


Qui sotto Opuscolo di 12 pagine dell’infaticabile Compagno Dino Erba:

  1. [PDF] Nella linea di faglia tra Est e Ovest – Biblioteca Multimediale Marxista
  2. www.bibliotecamarxista.org/…/...


In copertina. Sopra. Incendio dell’Hotel Balkan, avvenuto a Trieste il 13 luglio 1920, da parte delle squadre fasciste, capeggiate da Francesco Giunta e protette da soldati, carabinieri e guardie regie…

STRALCIO…

Su femo i bravi. In fondo xe un brusar Ebrei e Slavi.

CAROLUS CERGOLY,  Fuma el camin, in Ponterosso, Guanda, Parma 1976.

Il riferimento è al forno crematorio della “Risiera di San Sabba” di Trieste,

l’unico operante in Italia, … e xera anca un brusar Italiani…

A Pola xe l’Arena
La Foiba xe a Pisin
Che buta zo in quel fondo
Chi ga certo morbin 
 (1) .
(Canto dei giovani fascisti di Pisino, 1919) 

(1) “A Pola c’è l’Arena, a Pisino c’è la foiba: in quell’abisso vien gettato chi ha certi pruriti.” Lo squadrista istriano Giorgio Alberto Chiurco, nella sua Storia della rivoluzione fascista (Vallecchi Editore, Firenze, 1929) si gloria di un’orrenda serie di violenze, tra cui l’infoibamento di slavi e antifascisti italiani. Cfr. Giacomo Scotti, Foibe e foibe, «Il Ponte della Lombardia», n. 2. febbraio/marzo 1997, numero speciale. 

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CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA
GIANCARLO LANDONIO
VIA STOPPANI,15
-21052 BUSTO ARSIZIO –VA- Italia
(Quart. Sant’Anna dietro la piazza principale)
e-mail:  circ.pro.g.landonio@tiscali.it
……………………………………………….Archivio giornali murali diffusi e affissi in prov. di Varese anno 1996.

Dall’ ex  blog ITALIA ROSSA

Per una soluzione rivoluzionaria della crisi italiana

Domenica, 11 febbraio 2007 (prima edizione)

I morti non sono tutti uguali

Ci sono oppressi e ci sono oppressori; aggrediti e aggressori; vittime e boia .

Solo i primi meritano rispetto

Nelle “Foibe” vennero gettati gerarchi fascisti e nazisti miliziani e collaborazionisti, oppositori vari. La violenza dei partigiani di Tito contro gli invasori fascisti e nazisti, nonché quella dei partigiani triestini, era legittima; fu reazionaria nei confronti di operai e avanguardie comuniste. L’equiparazione postuma dei morti non supera il passato né elimina le responsabilità. La storia non si cancella. Condanniamo il cordoglio odierno, di fascisti e antifascisti, sui morti delle “Foibe” come manifestazione di revanschismo imperialistico e mettiamo in guardia “esuli” italiani e sloveni confinari sulle mire espansionistiche dell’Italia. (Riceviamo e pubblichiamo)

Istria e Trieste, da luoghi di massacri, debbono ritornare centri di INTERNAZIONALISMO PROLETARIO.

Le “ foibe” non furono né un genocidio del totalitarismo “comunista” (non c’era comunismo né in Russia né in Jugoslavia ed è una bestialità allineare Marx – Lenin con Tito, Stalin, Mao, Pol Pot); né una pulizia etnica né una “folle vendetta“ attuata da gente disperata; né una “barbarie di guerra”; né una “grande tragedia”; né altro di consimili cose sciorinano giornali e televisioni con grande noncuranza o mistificazione degli avvenimenti storici. Le “foibe”, cui ci limitiamo a quelle del 1945, furono una pratica di giustiziazione politica attuata dall’esercito di liberazione jugoslavo contro i nazi-fascisti e i loro accoliti che, che con le loro atrocità e invasione, avevano causato la morte di 1.700.000 persone.

La presenza delle truppe di Tito a Trieste e Gorizia va dal 2 maggio al 12 giugno 1945. In questi quaranta giorni ci furono esecuzioni e deportazioni nei campi di concentramento jugoslavi ma non ci fu alcun genocidio o pulizia etnica. L’esercito di Tito epurò le due città essendo nei suoi piani, avvallati da Togliatti, spostare il confine fino al Tagliamento, ma non operò alcuna eliminazione sistematica in base alla nazionalità. Le direttive ai comandanti sloveni erano di arrestare i nemici e di epurare in base all’appartenenza al fascismo (gli sloveni avevano giustiziato più di 10.000 connazionali perché collaborazionisti ).

Dal novembre 1945 all’aprile 1948 sono state recuperate dai crepacci tra Trieste e Gorizia circa 500 salme. Metà erano di militari metà di civili. Le “foibe” furono quindi la modalità esecutiva di un più vasto repulisti politico operato con metodi sommari e feroci da una armata di liberazione nazionale che tendeva a stabilire la padronanza sul campo prima delle trattative di pace in una zona di confine conteso.

Il P.C.I. triestino ammetteva la tattica delle “foibe” raccomandando ai propri militanti di non sbagliare bersaglio e di colpire dirigenti responsabili del regime fascista e della RSI membri della milizia e della guardia repubblichina collaboratori aperti dei nazisti . Quindi scaraventare l’avversario nei crepacci faceva parte della lotta antifascista ed era una giusta reazione alla violenza nera. Questo il contesto storico di allora. Dal 1992 operano 2 commissioni miste, una italo- slovena, l’altra italo-croata, per ricostruire questi episodi. Non c’è molto da scoprire. I fatti storici a parte i dettagli sono noti.

L’unico capitolo da ricostruire è la distruzione dei reparti più combattivi della classe operaia giuliana e delle avanguardie comuniste ad opera congiunta del nazionalismo titino e dello stalinismo del P.C.I. triestino. Ma non ci aspettiamo niente dalle predette commissioni e esortiamo perciò quanti hanno a cuore l’argomento e la possibilità di farlo di cimentarsi in questa ricostruzione.

Che oggi gli ex partigiani si inchinino davanti le “fobie” in compagnia degli ex fascisti , i quali per quaranta anni ne hanno fatto un vessillo speculando sul dramma dei profughi da loro creato, non ci sorprende affatto. Fascismo e antifascismo sono due facce della stessa medaglia borghese e già nell’89 il P.C.I. di allora aveva deposto i primi fiori alla “foiba” di Basovizza. Ma è un incolmabile atto di ipocrisia sostenere che tutti i morti sono uguali e che la violenza parifica i soggetti. Nossignori. Le repressioni, le atrocità, gli stermini degli imperialisti e degli oppressori non possono essere equiparati alle uccisioni e violenze dei movimenti nazionali né tantomeno a quelli degli oppressi. La persona umana non è un’entità astratta; è una cellula sociale; e ha un posto di serie A-B-C-D a seconda che appartenga a questa o quella classe, in vita e in morte. Quindi si abbraccino pure i nemici di ieri la storia non si cancella.

E’ logico che ogni qualvolta si parla di “foibe” il clima per gli italiani dell’ex Istria si fa più pesante in quanto cresce l’ostilità di sloveni e croati. Certo che la raggiunta unità post-fascista di ex camice nere e di ex partigiani non prelude a nulla di buono. Essa esprime la grande voglia dei gruppi economico-finanziari e militari di ritornare da padroni in queste terre ed è dunque foriera di nuove e più sanguinose avventure.

I MORTI NON SONO TUTTI UGUALI: CI SONO OPPRESSI E CI SONO OPPRESSORI, AGGREDITI E AGGRESSORI, VITTIME E BOIA.  SOLO I PRIMI MERITANO RISPETTO.

                                                                    Articolo del suppl. al giornale murale di Rivoluzione Com. del 15 settembre 1996, affisso negli ambienti proletari anche recentemente in provincia di Varese.

 —Edizione a cura di—
RIVOLUZIONE COMUNISTA
SEDE CENTRALE: P.za Morselli 3 – 20154 Milano
e-mail: rivoluzionec@libero.it
http://digilander.libero.it/rivoluzionecom/

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Con Dario Fo muore la sinistra del tempo che fu

In e-mail il 16 Ottobre 2016 dc:

Con Dario Fo muore la sinistra del tempo che fu

A Milano, il 15 ottobre 2016, con Dario Fo è stata sepolta la sinistra del tempo che fu. Ovvero, quella sinistra sorta nel corso del Novecento sull’onda, ma spesso ai margini (almeno in Italia), dello sviluppo del modo di produzione capitalistico. Senza mai metterlo in discussione.

La sinistra rappresenta, o meglio ha rappresentato, una corrente politica che cercò di conciliare gli interessi degli operai e dei ceti medi, in breve, del popolo, riconducendoli all’interesse generale, nazionale. Il suo punto di riferimento fu lo Stato, cui delegò le politiche sociali a favore dei «lavoratori» (del braccio e della mente), con il cosiddetto  Welfare State.

Con la crisi economica globale, anche la prospettiva della sinistra entrava in crisi, dal momento che venivano meno i suoi presupposti, ovvero: non c’è più trippa per gatti. La prospettiva di giustizia ed equità sociale (l’equa ripartizione del reddito) subiva una lenta ma inesorabile metamorfosi, lasciando il posto all’equa ripartizione dei sacrifici. Sempre in nome dell’interesse nazionale. In Italia, questa logica di sacrifici aveva i suoi precedenti nella politica di ricostruzione nazionale, sostenuta dal Partito comunista italiano di Palmiro Togliatti nel dopoguerra. Dopo una breve parentesi negli anni del boom economico, la logica  dei sacrifici fu rilanciata nel gennaio 1977 da Enrico Berlinguer (austerità, diceva lui). E da allora la sinistra ha iniziato a scivolare lungo una china che la sta conducendo alla disgregazione.

Nel corso degli anni, in seno al popolo della sinistra, si sono manifestati atteggiamenti divergenti, e a volte anche contrastanti, seppur riconducibili a una comune visione politica di fondo. Dario Fo è stato l’espressione più emblematica di queste diverse anime e, al tempo stesso, ha rappresentato il tessuto connettivo che ha consentito di tenerle unite. Nel bene e nel male.

Il vero esordio politico di Dario Fo avvenne in occasione della bomba di piazza Fontana (12 dicembre 1969). In tali circostanze, la sinistra (Pci e Psi) restò attonita, anzi, inizialmente, condivise la tesi della «bomba anarchica» [vedi: http://www.vbtv.it/2015/12/12/12-dicembre-1969-strage-piazza-fontana-milano/], diffusa da governo e questure. E partecipò implicitamente al linciaggio morale di Pietro Valpreda. Peggio, lo definì fascista.

Controcorrente ci furono solo le poche voci dei sovversivi di nome e di fatto: anarchici e comunisti. A queste voci, Dario dette fiato e contribuì a rafforzarle, grazie anche al successivo concorso di Lotta Continua e di qualche giornalista.

Via via che la tesi della «bomba anarchica» mostrava la corda, la denuncia contro la manovra forcaiola del governo acquistò forza. Le manifestazioni e le proteste dilagarono. Anche il Pci rientrò in scena. E riuscì cavalcare la tigre della protesta, imprimendole quella svolta moderata antifascista che avrebbe insabbiato le inchieste. Con buona pace delle istituzioni.

Negli anni Settanta, con Franca Rame (e altri), Dario dette vita al Soccorso Rosso, un importante punto di riferimento contro un’ondata repressiva che aveva nel Pci di Berlinguer la sua punta di lancia. Nello stesso periodo, Franca e Dario sostennero le campagne per il divorzio e l’aborto, che videro il Pci assai tiepido. Erano gli anni del compromesso storico, e il Pci non voleva turbare i rapporti con la Democrazia cristiana.

In seguito, Dario si barcamenò nei flutti di una sinistra sempre più alla deriva, di cui, con maggiore o minore coerenza, cercò sempre di essere la coscienza critica. E lo fu, molto di più di tanti illustri (e pallosi) maîtres à penser.

Con la sua morte, la disgregazione della sinistra non avrà più freni. Come mostra la contrapposizione tra coloro che difendono (con settori della destra) i cascami di una malnata costituzione borghese e coloro che la vogliono riformare, per rendere più forte lo Stato dei padroni.

Poer nano, direbbe Dario.

Dino Erba, Milano, 16 ottobre 2016.

Addenda

È noto che Dario Fo fece parte dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana. Aveva 18 anni. Nel 1946/1947 Enrico Berlinguer, segretario della Federazione giovanile comunista italiana, su direttive di Palmiro Togliatti, aprì le porte della Federazione (e del Partito) a un’infornata di giovani ex repubblichini, alcuni dei quali fecero carriera nel Pci, mentre ex partigiani venivano emarginati [vedi: Pietro Buchignani, Fascisti rossi. Da Salò al PCI. La storia sconosciuta di una migrazione politica 1943-53, Mondadori, Milano, 1998]. Tra questi «fascisti rossi», non mi sembra che ci fosse Dario Fo che, probabilmente, si vergognò sempre dei suoi trascorsi repubblichini e cercò di nasconderli. Nell’esercito di Salò, tra gli attori, ci furono anche Walter Chiari e Ugo Tognazzi. Costoro erano soldati semplici, mentre Giorgio Albertazzi era ufficiale ed ebbe responsabilità di comando. E non se ne vergognò mai.

Silvio Berlusconi: l’ultimo “comunista”

Dal blog Panta Rei…(lo spazio libero di Gaspare Serra!)  http://gaspareserra.blogspot.com/ del 7 Gennaio 2012 dc

Silvio Berlusconi: l’ultimo “comunista”

Storia di un Paese improvvisamente svegliatosi “contro nano”…

di Gaspare Serra

Il dato è tratto: Silvio Berlusconi è morto! (politicamente, s’intende…)
Il 12 novembre, rassegnando le dimissioni, il Cavaliere ha irrimediabilmente inciso la parola “fine” su di una stagione politica protrattasi quasi un ventennio, inaugurata e conclusasi praticamente allo stesso modo: con un videomessaggio agli Italiani, coerente fino all’ultimo con il suo inimitabile stile da “tele imbonitore”.

Era il ‘94 quando il magnate italiano delle tv commerciali “scendeva in campo” annunciando una “rivoluzione liberale”, riuscendo in un’impresa dai più giudicata temeraria: smontare pezzo per pezzo l’impetuosa “macchina da guerra” dell’allora Pds, segnando di fatto l’avvento della seconda Repubblica.
Un’era geologica nel frattempo è trascorsa, segnata dal trapasso dall’età delle “monetine” (di Craxi) a quella delle “papine” (di Silvio), ultime comparse di quel “teatrino” (si direbbe ormai “festino”) della politica di cui il Cavaliere si era presentato come acerrimo avversario (almeno prima di assumere anch’egli in esso una parte da protagonista!).
Eppure l’ex Premier può vantare oggi di aver già raggiunto almeno un traguardo: essersi ritagliato un ruolo da protagonista nei libri di storia che leggeranno i nostri figli (anche se, sul contenuto della “narrazione berlusconiana”, è probabile che in molti storici non mancherà la tentazione di calare un “velo pietoso”, desiderando archiviarla in fretta!).

Mister B è (politicamente) morto.
Eppur Lui sembra non accorgersene… come se nessuno dei suoi “consiglieri di corte” abbia ancora avuto l’ardore di premonirlo!
Contro l’impietoso responso dell’anagrafe, a dispetto delle separazioni (politico-familiari) subite e bufere (giudiziar-sessuali) patite, il Cavaliere par ancor convinto di poter “resistere, resistere, resistere”… come se nessun cataclisma si fosse nel frattempo abbattuto sulla politica italiana!
Come un don Giovanni tradito dal tempo (ma che non perde tempo, tra una defaillance e l’altra, a guardarsi allo specchio…), come un indomito “don Chisciotte de Arcore” incitante gli ultimi suoi servitori a seguirlo, l’Unto d’Arcore par sicuro di riuscire a domare ancora una volta gli Italiani dando prova dell’ennesima resurrezione (politica, s‘intende).

Il tempo, però, è un giudice più supremo di ogni corte, più impietoso di ogni toga, “implacabile” nelle sue sentenze.
E così colui che 17 anni fa si presentava al Paese come l’“homo novus” (geniale imprenditore di successo, modernizzatore e fuori dagli schemi), oggi -se non altro per sopraggiunti “limiti d’età”- appare soltanto l’ombra di se stesso… il reduce di una seconda Repubblica ancor minorenne… (eppur già scomparsa!).
Per questo Mister B (che si ricorderà nei libri di storia come il più grande “estetista” degli ultimi 150 anni!) appare oggi come l’“ultimo giapponese”: come quei reduci dagli occhi a mandorla della Grande Guerra dimenticati dal loro Paese in una miriade di isolotti oceanici ai confini del mondo (dove per anni son sopravvissuti continuando a resistere contro un nemico immaginario, con la sola compagnia di armi arrugginite), allo stesso modo il Cavaliere, già da tempo abbandonato dai suoi stessi alleati, continua a combattere come un “protagonista solitario” della storia, un patriota disposto a immolarsi per una causa (l’anticomunismo) nella quale nessuno più crede!

Sinceramente convinto di esser sceso da cavallo (piuttosto che esser stato “disarcionato” dalle cancellerie europee e dai mercati!), il Cavaliere non ha perso occasione nel corso della sua prima uscita pubblica da dimissionario per blandire l’arma più logora del suo repertorio: l’anticomunismo!
Il clima, però, è irrimediabilmente mutato: non sono in pochi, anche tra i suoi stessi sostenitori, a interrogarsi se valga la pena rispolverare antichi slogan ideologici e populisti in una fase in cui il Paese tutto, sotto attacco della speculazione internazionale, corre seri rischi di “default”.
L’impressione che emerge è che l’incorreggibile Silvio, a corto d’argomenti, speri di “riesumarsi” tirando fuori dal cilindro sbiadito il solito “asso della manica”, il “cavallo di troia” più esibito della retorica berlusconiana, emblema di una destra (quella italiana) confusa e sguaiata.

“La sinistra non è cambiata, sono ancora gli stessi”, ha sentenziato lo scorso 25 novembre Berlusconi dal palco di un convegno dei Popolari liberali, aggiungendo che sarebbe “l’uomo più felice se dalla sinistra arrivasse quella maturazione verso la libertà, verso un rapporto libero tra cittadini e Stato, mentre loro vogliono che lo Stato sia superiore al cittadino, con il cittadino messo al servizio dello Stato”.
Mr. Bunga Bunga ha ricordato per l’ennesima volta i motivi del suo impegno politico: “siamo scesi in campo nel ’94 per non lasciare il Paese in mano a quelli che nel loro profondo sono rimasti comunisti. Per questo stesso motivo siamo ancora in campo! I comunisti non hanno mai fatto i conti con il loro passato e con gli orrori di una ideologia spaventosa, la più disumana e criminale della storia dell’uomo che ha prodotto solo miseria, disperazione e più di 100 milioni di morti!”.
Infine, l’Uomo d’Arcore ha così rassicurato i suoi sostenitori: “siamo e resteremo in campo per garantire a tutti di poter vivere in un Paese democratico e libero… continuiamo a combattere uniti!”.

Non molto tempo prima il Cavaliere -ancora nelle vesti di Premier- aveva sentito l’urgenza di interloquire direttamente con i telespettatori della trasmissione Kalispera per ribadire il seguente concetto: “I comunisti italiani si sono imborghesiti, hanno imparato a vestirsi con capi firmati e scarpe fatte su misura, pasteggiano a caviale e champagne. Hanno cambiato il nome più volte ma il trucco non ha funzionato perché sono rimasti gli stessi di prima con gli stessi pregiudizi, lo stesso modo di fare politica… l’abitudine di mistificare la realtà, demonizzare l’avversario e calunniarlo cercando di farlo fuori!”.
Poco conta poi se gli stessi metodi non sono affatto stati disprezzati dall’entourage del Cavaliere, servitosi delle stesse armi (la “demonizzazione” dell’avversario, a tutti i costi e con tutti i mezzi) per far sistematicamente fuori:
1- giornalisti scomodi (si ricordino le calunnie all’ex direttore de l’Avvenire, Dino Boffo);
2- magistrati protagonisti (si vedano i casi del giudice Mesiano -accusato da giornalisti compiacenti di indossare in pubblico indecenti calzini turchesi!- e del pm Boccassini -accusata d’aver simpatizzato sentimentalmente “negli anni ’70” con un giornalista militante dell’estrema sinistra-);
3- e alleati ribelli (si ricordi l’attacco a Fini sulla vicenda della casa di Montecarlo, orchestrato dall’ormai noto affarista Lavitola!).

Niente di nuovo, dunque: Berlusconi persevera nel suo “sproloquio” preferito (secondo solo alle sue ormai celebri “barzellette”!).
Anzi, di nuovo qualcosa c’è: questa volta -forse per la prima volta- il ritornello più caro al Presidente suona davvero “stridulo” agli Italiani, come una litania ormai trita e ritrita quasi più di quelle note gag di Totò e Peppino mandate in replica innumerevoli volte sugli schermi televisivi!
Non è difficile controbattere, ad esempio, che in Italia non è facile intravedere più nemmeno un’“ombra rossa”: dei sostenitori di quella contestata ideologia non ne è rimasta più nemmeno traccia nelle Istituzioni!
“Al lupo, al lupo!”, sembra imperterrito ammonire il Cavaliere…
Ma chi sarebbe lo “spauracchio” del Presidente? Chi gli “eversori rossi” che attenterebbero alle nostre libertà?!
Il freddo e tecnocrate Mario Monti (di fatto nominato dalla “culona tedesca” -come ribattezzata da “il Giornale”- per realizzare quelle riforme liberali che la destra italiana non è stata in grado in un ventennio nemmeno di cantierare)?
Il fuori dagli schemi Nichi Vendola (che persino Bertinotti accusa di star spingendo Sinistra e Libertà verso una socialdemocrazia di stampo europeo)?
Gli ormai consunti D’Alema e Veltroni (tra gli ultimi post-comunisti che siedono in Parlamento e tra i primi promotori di un governo di tecnici e banchieri e di un’alleanza politica coi post-democristiani)?
Oppure Giorgio Napolitano (ex comunista che oggi siede al vertice dello Stato con il non secondario merito di risultare l’unica autorità pubblica che vanta ancora della fiducia della stragrande maggioranza degli Italiani)?
Gira e rigira, rischiamo di finire con lo scoprire come l’ultimo comunista nei dintorni risiede a Mosca… (ed ha la non pratica consuetudine di regalare “lettoni” agli amici di vecchia data!).