Alla ricerca del proletariato perduto. Le tante storie del comunismo italiano.

In e-mail il 18 Maggio 2016 dc:

Alla ricerca del proletariato perduto. Le tante storie del comunismo italiano.

Recentemente, sono stati pubblicati alcuni libri sul comunismo italiano che, sotto differenti profili, propongono una panoramica utile per capire e affrontare la storia del movimento comunista che in Italia, ebbe un’evoluzione e un’involuzione del tutto particolari.

Il comunismo italiano generò infatti una tendenza marxista rivoluzionaria (la cosiddetta Sinistra comunista «italiana») che, seppure in ambiti limitati, ha avuto un rilievo politico e teorico a livello internazionale[1]. Al tempo stesso, ha generato una tendenza nazional-popolare che si è proposta come alternativa sia al modello politico di matrice sovietica sia alla socialdemocrazia classica. Seppure implicitamente, questi libri sottendono le implicazioni che le specificità storiche e sociali italiane ebbero sulla nascita e gli sviluppi del movimento comunista, sia nella versione rivoluzionaria internazionalista sia in quella moderata nazional-popolare.

Le metamorfosi politiche, ovviamente, hanno coinvolto socialmente il proletariato, il cui ruolo, nel corso degli anni, veniva però sminuito e, alla fine, svaniva del tutto. Motivo per cui, le ricostruzioni storiche del movimento comunista italiano spesso perdono di vista il vero protagonista della storia. Cerchiamo di rintracciarlo.

Un esempio di concezione politologica della storia

[Rivoluzione Comunista], La fine del P.C.d’It. Il Congresso di Lione 1926, Vol. V, Edizioni L’Internazionale, Milano, 2015.

Il volume fa parte della Storia documentaria del comunismo italiano pubblicata degli internazionalisti di Rivoluzione Comunista. Dedicato a un nodo cruciale nella storia del comunismo italiano, il Terzo congresso del Partito comunista d’Italia (Lione, 1926), il volume è assai più ponderoso, rispetto ai quattro precedenti, le pagine sono 470. Raccoglie una gran mole di documenti, molti dei quali inediti o poco conosciuti, accompagnati da brevi note.

I documenti sono sicuramente interessanti, in quanto trattano un periodo estremamente denso di eventi di grande rilievo sia per l’Italia che per l’Unione Sovietica. In Italia il fascismo divenne regime; in Unione Sovietica si affermò la tesi di Stalin-Bucharin sulla possibilità del socialismo in un solo Paese.

Sono eventi politici che, a distanza di quasi un secolo, richiedono una contestualizzazione storico-sociale che spieghi in quali frangenti avvennero.  La spiegazione è invece del tutto assente. È un’assenza assai grave, tenendo conto che nella breve introduzione al volume (37 pp) ci sono anatemi perentori in merito a questioni tutt’altro che scontate (se non con il senno di poi, di cui son piene le fosse): questioni come appunto il «socialismo in un solo Paese», la «bolscevizzazione» dei partiti della Terza Internazionale, il fascismo e l’antifascismo, con tutti gli eventi di contorno. Dulcis in fundo, l’introduzione si conclude con la sentenza che a Lione si consumò la sconfitta del comunismo rivoluzionario a favore del nazional-comunismo di matrice stalinista.

Per inciso, tra le cause della sconfitta, viene annoverata la responsabilità politica della Sinistra comunista «italiana» che aveva in Amadeo Bordiga in suo punto di riferimento e, in generale, anche della corrente di opposizione di matrice trotzkista. Sono affermazioni pesanti che dovrebbero essere argomentate. E, soprattutto, tutti i giudizi espressi dovrebbero essere sostenuti da una pur breve definizione del periodo storico in cui quegli scontri politici avvennero. Altrimenti si cade in petizioni di principio che lasciano il tempo che trovano. Come devo tristemente constatare.

E devo infine constare che in questa esposizione è del tutto evanescente la lotta sociale, la lotta tra le classi, mentre prevale una concezione politologica della storia. Ovvero la «lotta delle idee». Stravagante visione per chi si richiama al marxismo. D’altro canto, analoga via hanno battuto i fratelli (coltelli) di Programma Comunista nella Storia della sinistra comunista da loro curata, con la parziale eccezione del Primo volume (1964), curato personalmente da Amadeo Bordiga[2].

Opera inutile? No, la raccolta propone un’apprezzabile documentazione, soprattutto dove il confronto politico mostra spunti analitici il cui approfondimento consentirebbe di dare dignità storiografica a studi che, altrimenti, non escono dalle secche della politologia. Ed è questo il lavoro che sarebbe da fare.

Le aberrazioni della politologia

Corrado Basile, L’«ottobre» tedesco del 1923 e il suo fallimento. La mancata estensione della rivoluzione in Occidente, Colibrì, Paderno Dugnano (Milano), 2016.

Il libro rilancia la tesi di Corrado Basile già avanzata in precedenza[3]. E già in precedenza, avevo evidenziato le aberrazioni politologiche insite in quella tesi, in particolare laddove Basile esaminava la risposta di Bordiga alla proposta di Karl Korsch (1926) di dar vita a una corrente internazionale di opposizione alla degenerazione del Komintern[4].

Questione cui fa cenno anche il libro di Rivoluzione Comunista (p. 348), esprimendo una valutazione critica analoga a quella di Basile.

Nella sua ricostruzione del cosiddetto «Ottobre tedesco» del 1923 Basile aveva posto i presupposti di una visione meramente politologica che sfocia nel (social) nazionalismo «rivoluzionario». Più recentemente, ho sottolineato come il suo tormentato iter politico fosse approdato all’antiamericanismo più becero, spacciato per antimperialismo, finendo nelle allegre schiere della brigata dei nostalgici di baffone e dei negazionisti olocaustici[5].

Sia ben chiaro che non faccio alcuna analogia tra le aberrazioni di Basile e l’ingenua ricostruzione che Rivoluzione Comunista fa di quel periodo (1926). Voglio solo denunciare i rischi di una simile impostazione storiografica, cui contrappongo l’esempio di Danilo Montaldi.

Un tentativo di concezione materialistica della politica

Danilo Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia (1919-1970), Centro d’Iniziativa Luca Rossi (Milano) – Colibrì, Paderno Dugnano (Milano), 2016. Nuova Edizione[6].

Finalmente, dopo anni d’attesa, ecco la nuova edizione del prezioso saggio di Danilo Montaldi, corredata con note che ne accompagnano la lettura dopo i decenni trascorsi dalle questioni e dagli eventi affrontati.

Lo definisco «tentativo» in quanto la morte accidentale di Danilo (1975) interruppe la sua difficile impresa che, tra l’altro, si arresta al 1970, un anno alla soglia di eventi (il compromesso storico) che avrebbero portato allo scoperto la natura retriva del Partito comunista italiano di fronte alle prime tensioni sociali alimentate dall’incipiente crisi del modo di produzione capitalistico.

Ci sono gli inevitabili difetti di tutte le opere postume (se non incompiute) e, di conseguenza, la lettura non è sempre agevole. Ma è l’impresa stessa che è stata quanto mai impegnativa e le lettere incluse nella nuova edizione documentano le difficoltà incontrate.

Nel dipanare i momenti salienti del comunismo italiano, spesso, l’autore passa da un argomento all’altro, evocando episodi e persone che, quando scriveva, erano stati sommersi dalla coltre d’oblio della storia scritta dai vincitori. E, solo in seguito, sarebbero riemersi nelle successive ricostruzioni storiche, svolte anche grazie al fondamentale contributo e, soprattutto, grazie allo stimolo politico di Montaldi. E allora avrebbero riconquistato significato politico e validità storica.

La storia del comunismo italiano è strettamente intrecciata alle vicende della Russia sovietica, nelle cui circonvoluzioni bisogna trovare il bandolo della matassa. Pur affrontando problematiche politiche, Montaldi cerca sempre il contatto con la realtà sociale italiana che, nel corso di mezzo secolo, aveva subito notevoli mutamenti. L’«espe-rienza proletaria» è il filo conduttore attraverso cui egli intende mostrare come il sentimento anti-nazionale (se non internazionalista) maturato dai proletari italiani durante la Prima guerra mondiale e che animava lo spirito del Partito comunista d’Italia nel 1921, sarebbe stato riconvertito, o meglio costretto, nell’alveo nazionale (se non nazionalista), da Antonio Gramsci, con illusioni progressiste (se non rivoluzionarie), e da Palmiro Togliatti, in nome di una realpolitik squisitamente conservatrice.

Stalin fu complice, fu il pretesto, e non l’artefice dell’involuzione nazional-popolare, come spesso si dice. Fu questa metamorfosi maturata a Lione nel 1926 a creare le premesse del grande partito nazional-popolare che, pur cambiando pelle, è giunto fino ai giorni nostri, svolgendo sempre un ruolo di primo piano nell’amministrazione e nel governo del Bel Paese. Caso unico, nel panorama dei Partiti comunisti europei nati nell’ambito della Terza internazionale. E questo bel risultato, grazie a quel nazionalismo cui Basile attribuisce valenze rivoluzionarie.

Segnalo altri tre libri che sono meno significativi per la storia della Sinistra comunista italiana, ma che offrono interessanti spunti di riflessione per la storia del Partitone. E dei proletari …

Adriano Guerra, Comunismo e comunisti. Dalle «svolte» di Togliatti e Stalin del 1944 al crollo del comunismo democratico, Dedalo, Bari, 2005.

Non è recentissimo ed è un po’ cerchiobottista, ma la sua documentazione è assai utile per capire i rapporti che il Pci ebbe con Mosca. Certamente, furono rapporti difficili, ma anche nei momenti più caldi non ci fu una piatta subordinazione. Togliatti e il gruppo dirigente da lui forgiato (il partito «nuovo») seppero infatti trovare le soluzioni «creative» per stabilire un equilibrio con la «casa madre» che consentisse autonomia al partito italiano.

Il frutto di quella «creatività» fu la «via nazionale al socialismo», il cui percorso avvenne sempre all’insegna della massima prudenza (come dicono i preti). Queste esperienze contribuirono a creare i cauti equilibri politici, interni ed esterni, in cui si plasmò il partito nazional-popolare di Togliatti e di Berlinguer, «partito di lotta e di governo». Nonostante il profilo basso della sua azione politica, il Pci riuscì sempre a riassorbire il dissenso, anche di fronte a drammatici eventi (Ungheria, 1956) o a forti tensioni sociali (la contestazione studentesca e l’«autunno caldo» nel biennio 1968-1969). Ma prudenza e cauti equilibri finirono per ingabbiare in schemi politici obsoleti le dinamiche sociali scaturite dal boom economico. Il risultato furono ibridi compromessi, sulla pelle dei lavoratori del braccio e della mente.

Sull’altro versante, intanto, il partito concorrente, la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, aveva vissuto una situazione analoga, dovendo fare i conti con la tutela Usa. Ne derivarono scelte politiche deteriori che distorsero il successivo sviluppo della società italiana. Contro le nefaste conseguenze delle ingerenze vatican-yankee, il Pci fece un’opposizione di facciata, tanto chiassosa quanto inconcludente[7], favorendo invece gli inciuci che furono la strisciante premessa del futuro compromesso storico, quello che Guerra chiama «comunismo democratico»! I frutti avvelenati si vedono oggi, con il Partito Democratico, in cui son confluite le anime dannate del Pci e della Dc[8].

Franco Andreucci, Da Gramsci a Occhetto. Nobiltà e miseria del PCI 1921-1991, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2014.

Nonostante contenga  una gran mole di informazioni e di riferimenti, il libro non ha citazioni bibliografiche, salvo rimandare il tutto alla vasta bibliografia finale. L’autore, benché sia uno «storico di professione», ha scelto un taglio  giornalistico, a tutto vantaggio di una lettura molto scorrevole. Penso che sia stata una scelta voluta, per esprimere giudizi spassionati sulle vicende  del comunismo italiano, senza dover fornire «pezze giustificative» a ogni piè sospinto.

L’autore è stato un «intellettuale organico» e ha vissuto a stretto contatto con gli ultimi 25 anni del Pci, ne ha studiato la storia e ha curato la pubblicazione delle opere del suo leader massimo. Inoltre, ebbe anche incarichi politici a livello istituzionale. Andreucci parla quindi con cognizione di causa e con un pizzico di comprensibile risentimento, soprattutto quando evoca un clima poco edificante di relazioni umane[9]. In realtà porta solo allo scoperto lati non troppo «oscuri», dopo che tanta acqua è passata sotto i ponti del Partitone.

Il libro è un drammatico affresco sociale di quel «popolo della sinistra» che, per settant’anni, affrontò grandi sacrifici, rischiando la vita in nome di un ideale. E questa è la Nobiltà.

I sacrifici potevano essere sorretti solo da grandi aspettative, da un sogno, il comunismo, che bisognava saper alimentare. Fu alimentato sfruttando il mito sovietico, e, aimè, quella realtà non era proprio il «paradiso in terra». Anzi, era un inferno. Nonostante ciò, la pillola veniva addolcita, per far accettare a operai e contadini scelte politiche fallimentari.

E tutte le volte che la disillusione subentrava bisognava saperla gestire, possibilmente a vantaggio del Partito. E, in questo, Togliatti & Co. furono maestri, trasformando le sconfitte in vittorie. E questa è la Miseria.

Miseria tanto più deprecabile quanto più il disastro sovietico divenne palese. In Italia, il sipario venne calato sullo spettacolo del comunismo .

Fu allora che i corifei delle menzogne divennero i più spietati accusatori della prospettiva stessa della rivoluzione e del comunismo[10].

I proletari poterono solo leccarsi le ferite. E non hanno ancora smesso.

Roberto Festorazzi, Rivoluzionari. Il secolo comunista raccontato da Gino Longo, Pietro Macchione Editore, Varese, 2016.

Gino (Luigi Libero) Longo è il figlio di Luigi, «vice capo amato» del Partito comunista italiano. Nel corso della sua lunga vita, è nato nel 1923, Gino Longo ha vissuto la parabola del movimento comunista internazionale di matrice sovietica e ne ha conosciuto molti esponenti. Nel 1991, dopo l’ultima (ma non ultima) metamorfosi del Partitone, ha posto fine alla sua lunga militanza, smettendo anche di votare, e ha stilato un memoriale di duemila pagine. Sono ricordi vissuti in presa diretta, conditi con qualche simpatico e pungente pettegolezzo. Roberto Festorazzi ne ha fatto una sintesi (solo 330 pagine), di piacevole e, per certi versi, sorprendente lettura. Molti episodi e molti leader sono ricondotti a dimensioni ben più piccole da quelle tramandate da un’agio-grafia ancora persistente. Ma soprattutto a sorprendere sono le opinioni del «vecchio marxista». Un esempio, per restare in argomento, è il giudizio sul congresso di Lione:

«Soltanto con il III Congresso di Lione del 1926, Gramsci scalzerà definitivamente Bordiga dalle posizioni di predominio, dentro il Pci, avviando quella pericolosa deriva verso l’imitazione dei modelli staliniani che minerà a fondo l’indipendenza e l’originalità del partito italiano». [p. 30]

E sempre per restare in argomento, altrettanto sorprendente è la valutazione della natura economica e sociale sovietica che Longo assimila al modo di produzione asiatico (dispotismo orientale), grazie all’ardito passaggio dall’antistatalismo di Karl Marx allo statalismo di Fedinand Lassalle, operato da Stalin.

Peccato che questi e altri eloquenti giudizi ci giungano fuori tempo massimo. Ma forse non è mai troppo tardi …

Dino Erba, Milano, 18 maggio 2015.

Di seguito, due piccole note che dovrebbero far riflettere i nostalgici del vecchio Pci.

La prima nota è un esempio dell’ardito trasformismo che brillò in occasione delle elezioni amministrative del 1956 e che preannunciò la cosiddetta operazione Milazzo, ovvero il sostegno all’elezione dell’ex DC Silvio Milazzo alla presidenza della Regione siciliana (1958) che vide il Pci e il Msi alleati «in nome dei superiori interessi dei siciliani».

Milazzo, espulso dalla Democrazia Cristiana, aveva dato vita all’Unione Siciliana Cristiano Sociale. Auspice dell’operazione (benedetta da Togliatti) fu Emanuele Macaluso che oggi fa il moralista.

La seconda nota mostra in modo inequivocabile il radicale sentimento antistatale di Karl Marx. Soprattutto, ci dice che il vecchio Karl qualificò «merda dello Stato» quella burocrazia che poi volle «costruire il socialismo» a proprio esclusivo vantaggio. E non solo in Russia … Ma questa è un’altra storia.

Entrambi gli articoletti sono tratti da: «il Programma Comunista», a. V, n. 12, 5-12 giugno 1956.

[1] Vedi il recente: Philippe Bourrinet, Internationalisme ou «national bolchevisme». Le deuxième congrès du Kapd (1er- 4 août 1920). Le «congrè des dècisions» èliminations du national-bolchevisme, Parti, Unions et IIIe Internaionale, Edizione a cura di Philippe Bourrinet, Parigi, 2014.
[2] [il programma comunista], Storia della sinistra comunista, Edizioni il programma comunista, Milano, 1964. Disponibile in: http://www.quinterna.org/.
[3] Victor Serge, Germania 1923. La rivoluzione mancata, Con un saggio introduttivo di Corrado Basile, In Appendice: Karl Radek, Paul Frölich, Arthur Moeller van der Bruck, Ernst Reventlow. Comunismo e movimento nazionale. Shlageter, un confronto, Graphos, Genova, 2003.
[4] Vedi: Dino Erba, Presentazione alla seconda edizione in: Dino Erba, Ottobre 1917 – Wall Street 1929. La Sinistra comunista italiana tra bolscevismo e radicalismo: la tendenza di Michelangelo Pappalardi, Quaderni di Pagine Marxiste, Milano, 2010 (2a ed.).
[5] Vedi: Dino Erba, Corrado  Basile alla Calusca: una brutta faccenda. I fascisti son sempre fascisti, anche se tinti di rosso, Milano, 23 marzo 2015.
[6] Con l’occasione, ricordo la relazione inedita di Arturo Peregalli presentata al Dibattito su Danilo Montaldi (Centro Sociale Scaldasole, Milano, 1 febbraio 1992), disponibile nel sito: http://www.avantibarbari.it/
[7] Vedi: Ermanno Rea, Mistero napoletano. Feltrinelli, Milano, 1995. Il libro è uno spaccato di proto iniciucio, foriero di grandi disastri, che provocò l’intervento risentito dell’ineffabile Giorgio Napolitano.
[8] A questo proposito, ricordo il recente: Massimo Teodori, Il vizietto cattocomunista. La vera anomalia italiana, Marsilio, Venezia, 2015.
[9] Una descrizione di quel bel clima in: Guido Morselli, Il comunista, Adelphi, Milano, 1976. Nel 1965, Morselli lo aveva ingenuamente proposto all’Einaudi, il direttore editoriale era  Italo Calvino che lo respinse con le motivazioni tipiche di un buon gesuita zdanoviano.
[10] Un esempio tra i tanti, Maria Antonietta Macciocchi che non smise mai di raccontar balle. Leggi una perla: Franco Andreucci, Da Gramsci a Occhetto, op. cit., p. 258.

No ad un nuova impresa di Libia!

dal Partito Comunista dei Lavoratori 16 Marzo 2016 dc:

No ad un nuova impresa di Libia!

È ora di dire basta alle guerre del capitalismo, alle guerre per i profitti di pochi pagate da tutti. Non un uomo, non un soldo, per la nuova impresa di Libia!

Solo la liberazione della società dal capitalismo e dall’imperialismo può dare una vera pace all’umanità. Solo una rivoluzione socialista può porre fine alle guerre.

Rullano i tamburi di una nuova impresa di Libia.

Il governo Renzi reclama la guida della missione internazionale.

L’Italia si appresta a tornare nella sua vecchia colonia, dove già inaugurò campi di concentramento e gas asfissianti contro la resistenza berbera al prezzo di 100.000 morti.

Dicono che l’obiettivo centrale dell’intervento è sconfiggere ISIS.

Mentono. L’obiettivo vero è la spartizione della Libia. È il controllo dei suoi giacimenti petroliferi, dentro una lotta spietata tra Francia e Italia, fra Total ed ENI.

Il capitalismo francese ha giocato di anticipo mandando truppe a Bengasi a sostegno del generale Haftar, per mettere le mani sui giacimenti petroliferi della Cirenaica. Tutta la stampa italiana chiede a Renzi di intervenire per non farsi scavalcare dai francesi e difendere gli interessi dell’ENI. Renzi teme di perdere voti infilandosi in una avventura. Ma non vuole perdere la faccia agli occhi di quel grande capitale tricolore che si è candidato a rappresentare in Italia e nel mondo. Per questo si è assicurato, per decreto (10 febbraio), il controllo diretto delle truppe speciali tramite i servizi segreti: un decreto che assegna loro, testualmente, “licenza di uccidere e impunità per i reati”.

Il governo Renzi taglia i fondi della sanità, minaccia le pensioni di reversibilità, abbatte i trasferimenti pubblici ai comuni e ai servizi, regala ai padroni continui tagli di tasse. Ma trova i soldi per prolungare la missione militare in Afghanistan, per mandare altri 500 soldati in Iraq, e ora per “la licenza di uccidere” in Libia. La chiamano “guerra al terrorismo”. Ma dopo vent’anni di cosiddette “guerre al terrorismo”, proprio il peggiore terrorismo fondamentalista conosce uno spaventoso sviluppo, con gravi conseguenze sulla sicurezza stessa di persone innocenti nelle città europee. “Le loro guerre, i nostri morti”, questo il bilancio. Mentre la fuga disperata dalle guerre di enormi masse umane viene respinta in Europa da muri, ruspe, fili spinati, e da un’ondata di odiosa xenofobia, al prezzo di nuove morti e nuove sofferenze. In una spirale senza fine.

È ora di dire basta alla guerra, alle guerre del capitalismo, alle guerre per i profitti di pochi pagate da tutti. Non un uomo, non un soldo, per la nuova impresa di Libia!

Solo la liberazione della società dal capitalismo e dall’imperialismo può dare una vera pace all’umanità. Solo una rivoluzione socialista può porre fine alle guerre.

Per questo lotta il Partito Comunista dei Lavoratori, l’unico partito della sinistra italiana che non ha mai appoggiato missioni militari.

Partito Comunista dei Lavoratori

Grecia: sciopero generale contro Tsipras

Comunicato del PCL Partico Comunista dei Lavoratori 12 Novembre 2015 dc:

Grecia: sciopero generale contro Tsipras

Sciopero generale in Grecia 12 Novembre 2015 dc

12 novembre. Milioni di lavoratori e lavoratrici in Grecia sono oggi in sciopero generale contro le politiche del governo Tsipras. Lo sciopero è stato indetto congiuntamente dai sindacati del settore pubblico e privato.

A due mesi dalla vittoria elettorale di Tsipras il governo Syriza-Anel sta fedelmente applicando le politiche di lacrime e sangue concordate con la troika. Taglio ai sussidi per le pensioni minime, colpi alla contrattazione collettiva, aumento dell’Iva sui beni di prima necessità, tagli drastici alla spesa sanitaria e aumento dei tickets per le cure, sviluppo delle privatizzazioni nei trasporti e servizi. Una valanga che nuovamente si abbatte sulle condizioni sociali di una popolazione povera già saccheggiata da anni e anni di memorandum.

Il governo Syriza-Anel sta continuando la politica dei suoi predecessori. Se possibile in termini ancor più pesanti, a fronte di una crisi sociale ulteriormente aggravata.

Emerge in tutto il suo cinismo il vero volto della politica di Tsipras. Altro che stella dell’opposizione alla troika, come continuano a presentarlo i Vendola e i Ferrero di casa nostra!

Dopo la clamorosa capitolazione alla troika in luglio, Tsipras ha scelto di andare subito al voto prima che le masse popolari potessero sperimentare le conseguenze sociali dell’accordo stipulato. In questo modo Tsipras ha potuto incassare un voto di fiducia alla propria persona e alla propria popolarità da parte di masse stremate da anni di lotta e sfiduciate nella propria forza.

Ma la ruota gira. Gli inganni hanno le gambe corte. A soli due mesi dalle elezioni politiche grandi masse iniziano a capire e vedere con i propri occhi, e a sperimentare sulla propria pelle, la continuità della dittatura del capitale finanziario europeo, di cui il governo Syriza-Anel è leale esecutore.

Lo sciopero generale di oggi può segnare l’apertura di una fase nuova. Quella della ricostruzione di una opposizione di massa alle politiche di austerità, alla troika che le comanda, al governo che le gestisce.

Si conferma una volta di più che il “riformismo” non solo è una truffa ma è una maschera dell’austerità. Solo una rottura anticapitalista (abolizione del debito pubblico, nazionalizzazione delle banche, esproprio dei grandi gruppi capitalistici a partire dagli armatori) può avviare una vera svolta sociale in Grecia. Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e sulla loro forza, può realizzare questa rottura.

I nostri compagni del Partito Operaio Rivoluzionario greco (EEK) sono oggi in piazza con i lavoratori in sciopero sulla base di questo programma anticapitalista. Il PCL è al fianco dei lavoratori greci in lotta contro Tsipras, in piena solidarietà con i compagni di EEK.

La vostra lotta è la nostra lotta!

Partito Comunista dei Lavoratori

A la guerre com’ a la guerre

Comunicato del Partito Comunista dei Lavoratori del 7 Ottobre 2015 dc:

A la guerre com’ a la guerre

corteo metalmeccanici
corteo metalmeccanici

Siamo a un passaggio inedito della vicenda sindacale italiana. Confindustria ha di fatto dichiarato la “serrata contrattuale”, dopo aver preteso la rinuncia preventiva ad ogni aumento salariale ed anzi aver chiesto indietro, in più settori, 80 euro dai lavoratori.

Il Governo non ha stanziato risorse per i rinnovi contrattuali del pubblico impiego nella legge di stabilità, visto che lo stanziamento previsto di 400 milioni corrisponde grosso modo ad un aumento di 20 euro per dipendente. E questo dopo un blocco contrattuale di sette anni e la sentenza della Consulta. Intanto lo stesso governo che ha cancellato l’articolo 18 e che diserta i propri doveri contrattuali si riserva di intervenire d’autorità sulla struttura stessa del contratto nazionale, con un colpo di mano senza precedenti.

Di fronte a questa valanga annunciata la burocrazia sindacale balbetta impaurita, in una paralisi totale di iniziativa reale. La CISL cerca di salire da sola sul carro del vincitore chiedendo in cambio una qualche foglia di fico, ma invano. La burocrazia CGIL, come un pugile suonato, si limita a ripetere parole di “critica” verso Squinzi e verso il governo, che non servono a nulla e non contano nulla. Maurizio Landini copre con la evocazione verbale di una ‘”occupazione delle fabbriche” che ovunque ha sempre evitato , la propria sostanziale passività.

La risultante è semplice: mentre governo e padronato sparano cannonate contro i lavoratori, i dirigenti sindacali abbandonano di fatto il movimento operaio, coprendosi dietro il paravento di frasi vuote. Questo è ciò che sta accadendo.

É necessario reagire. Basta balbettii. É necessario e urgente il più vasto fronte di classe e di massa, contrapposto al fronte comune tra padroni e governo. É necessario e urgente opporre alla radicalità straordinaria di padroni e governo una radicalità straordinaria, uguale e contraria, dei lavoratori e delle lavoratrici.

Va preparato uno sciopero generale vero capace di bloccare l’Italia sino a quando la resistenza di padroni e governo non sarà piegata.

Va predisposta una cassa di resistenza nazionale a sostegno di questo sciopero. Va organizzato in tutto il Paese un piano d’azione di massa che accompagni lo sciopero e lo sostenga ( blocco delle merci, occupazione delle aziende che ignorano i diritti sindacali, ecc.). Non si dica che “non vi sono le forze”. Gli otto milioni di lavoratori , privati e pubblici, interessati ai contratti sono una grande forza. Cui si possono unire milioni di precari, di disoccupati, di popolazione povera del Nord e del Sud, colpiti parallelamente da una legge di stabilità che taglia le prestazioni sanitarie per finanziare la detassazione delle ville e nuovi regali fiscali ai profitti.

Questa forza complessiva deve essere semplicemente motivata, organizzata, e resa cosciente di sé. Se questa forza sarà dispiegata davvero tutto diventerà possibile. Se questa forza, come in passato, verrà ignorata e dispersa, padroni e governo avranno la vittoria in tasca. Con un nuovo effetto di demoralizzazione e passivizzazione di milioni di lavoratori. A beneficio dei Grillo e dei Salvini.

Facciamo appello a tutte le avanguardie di lotta ovunque collocate perchè uniscano la propria azione attorno alla parola d’ordine di uno sciopero generale vero, unitario e di massa. Perchè facciano di questa parola d’ordine uno strumento di battaglia politica tra i lavoratori e nei propri sindacati. Perchè si apra il varco di un movimento unitario reale di lotta. Perchè emerga ovunque l’esigenza di una direzione alternativa ad una burocrazia sindacale fallimentare.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per un partito di classe rivoluzionario

Volantino del PCL-Partito Comunista dei Lavoratori, in occasione dell’Expo, 26 Aprile 2015 dc:

Per un partito di classe rivoluzionario, in Italia e nel mondo

Il Primo Maggio simbolo dell’unità di classe internazionale dei lavoratori contro lo sfruttamento del capitale.

Il Primo Maggio 2015 esordio dell’ EXPO a Milano, simbolo di sfruttamento, speculazione, profitto.

Questa sovrapposizione di date dà un carattere particolare a questo Primo Maggio a Milano.

EXPO: PROPAGANDA CAPITALISTA E SFRUTTAMENTO OPERAIO

La cassa propagandistica dell’Expo esalta il capitalismo come fattore di progresso contro la fame nel mondo. Mai la propaganda fu più ipocrita. La fame si aggrava in Africa e in India, per via dell’accaparramento delle terre per la produzione dei biocombustibili, del saccheggio delle risorse, dell’impatto dei cambiamenti climatici indotti dall’industrializzazione capitalista, dello spopolamento e impoverimento delle campagne. Mentre la corsa all’abbattimento dei costi da parte dell’industria alimentare, in reazione alla caduta del saggio di profitto, peggiora la qualità dei cibi (e moltiplica le frodi alimentari) nelle stesse metropoli del capitalismo. La vetrina dell’Expo serve anche a nascondere tutto questo.

Non solo. L’Expo di Milano in quanto tale è stato ed è un autentico manifesto della cinica legge del profitto. Da ogni versante. Cementificazioni selvagge, con danni permanenti al territorio, per ingrassare la rendita fondiaria ( Fiera Milano). Moltiplicazione dei costi delle infrastrutture, per incassare risorse pubbliche, con l’inevitabile contorno di mazzette e infiltrazioni mafiose. Ma soprattutto super sfruttamento dei lavoratori coinvolti, connesso agli appalti al massimo ribasso: turni di lavoro massacranti, lavoro precario, lavoro nero, negazione dei diritti più elementari in fatto di sicurezza sul lavoro, per generosa concessione delle burocrazie sindacali. Infine la vergogna di migliaia di giovani “volontari” indotti a lavorare gratis in cambio di una menzione nel curriculum, per non assumere i lavoratori precari del Comune. Mentre la giunta Pisapia, acclamata nel 2011 da tutte le sinistre ( SEL e PRC in testa, ma non solo) ha tagliato oltre 50 milioni di servizi sociali per destinarli al finanziamento di questa fiera dello sfruttamento. Altro che “primavera arancione”!

Non è finita. Sull’Expo monta la fanfara propagandistica del governo Renzi. L’aspirante Bonaparte vuole appuntarsi sul petto la medaglia dell’Expo agli occhi del grande capitale, italiano e mondiale. Per questo chiede “ordine e disciplina”. La pretesa di un regime speciale di ordine pubblico nei mesi dell’Expo ( e del Giubileo) con l’imposizione del divieto di sciopero nel settore trasporti è indicativa: lo stesso governo che ha distrutto l’articolo 18 per i nuovi assunti fa leva sull’Expo per sperimentare una ulteriore restrizione di altri diritti democratici fondamentali. Nel mentre promuove una riforma elettorale e istituzionale che mira a concentrare nelle mani del Capo tutte le leve fondamentali del potere.

UNIRE IL FRONTE DI CLASSE, PER UNA SVOLTA UNITARIA E RADICALE

Se questo è il quadro generale diventa chiaro il compito di tutte le avanguardie di classe in questo primo Maggio a Milano. Non si tratta di limitarsi a celebrare un contro evento sul terreno mediatico. Si tratta di fare del primo Maggio una giornata di preparazione e ricostruzione dell’opposizione di classe al governo Renzi e al capitale finanziario, nella prospettiva di un’alternativa di classe .

Al fronte unico del capitale e dei suoi partiti va contrapposto il fronte unico dei lavoratori e di tutte le loro organizzazioni. All’aggressione radicale del capitale contro il lavoro, va contrapposta una radicalità di classe uguale e contraria . L’esperienza di questi anni di crisi ha mostrato il completo fallimento della gestione riformista dello scontro sociale. Lo scontro sul Job Act è stato esemplare. Da un lato la massima determinazione a vincere.

Dall’altro (Camusso, Landini) il balbettio di atti rituali, senza piattaforma di lotta e prospettiva. Così non si può andare avanti. Nè si può replicare con logiche autocentrate e minoritarie, in ordine sparso, di pura dissociazione dagli apparati. Occorre ricomporre un vero fronte di massa; definire una piattaforma unificante di rivendicazioni di classe, a partire dalla richiesta della riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga, per ripartire fra tutti il lavoro esistente; avviare su questa piattaforma una mobilitazione generale vera, continuativa, accompagnata da una svolta radicale delle forme di lotta ( occupazione delle aziende che licenziano, cassa di resistenza). Una grande assemblea nazionale di delegati eletti nei luoghi di lavoro potrebbe varare questa svolta unitaria e radicale di lotta del movimento operaio.

Dare battaglia su questa proposta di svolta in ogni luogo di lavoro, in ogni sindacato classista, è compito di tutte le avanguardie di classe ovunque collocate, al di là di ogni divisione di sigla e di organizzazione.

COSTRUIRE IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE: IN ITALIA, IN EUROPA, NEL MONDO

Ma congiuntamente si pone il nodo politico. Non c’è ricomposizione di un’altra direzione di marcia del movimento operaio e sindacale senza la costruzione di un’altra sinistra politica. La vecchia sinistra ha fatto bancarotta. La sinistra cosiddetta “radicale”, quella che si è genuflessa ai Prodi e ai Pisapia, quella che ha scambiato le ragioni del lavoro con ministeri e assessorati, si è suicidata con le proprie mani. Larga parte dell’avanzata populista tra le stesse fila dei lavoratori (renzismo, grillismo, salvinismo) ha capitalizzato lo spazio liberato dalla disfatta della sinistra. Va allora costruita una sinistra rivoluzionaria. Non una sinistra di Landini, all’ennesima ricerca del “compromesso onorevole” col capitale. Non una sinistra puramente antagonista, di sola contrapposizione al padrone e allo Stato. Ma una sinistra che coniughi l’antagonismo radicale ai padroni e alla Stato con la prospettiva di un’alternativa di società e di potere. Una sinistra che in ogni lotta lavori a sviluppare la coscienza politica dei lavoratori verso la comprensione della rivoluzione sociale come unica via di liberazione. Una sinistra che proprio per questo non si limiti al terreno sindacale e agisca ovunque in una logica di massa. Una sinistra che ponga apertamente la prospettiva del governo dei lavoratori come l’unica reale alternativa.

Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL), l’unico che si contrappose ai Prodi e ai Pisapia, è impegnato quotidianamente nella costruzione del partito di classe e anticapitalista dei lavoratori.

L’esigenza di un’altra direzione del movimento operaio e degli sfruttati si pone non solo in Italia. Si pone in Europa, a fronte del fallimento di ogni ricerca di compromesso riformatore col capitale e con la UE ( Syriza). Si pone sul piano mondiale, a fronte della capitolazione sciovinista alla “propria borghesia”; di un mercato internazionale della forza lavoro che mette gli operai delle più diverse latitudini in concorrenza spietata tra loro; di migrazioni bibliche e disperate di masse umane in fuga dalla guerra e dalla fame. Unire tutto ciò che il capitale divide, in Italia, in Europa, nel mondo, per un altro ordine sociale sul pianeta: questo è il compito di un partito internazionale della classe per cui lavorare in ogni paese. Questo è il progetto del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, di cui il PCL è sezione italiana.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Eduardo Galeano

Dalla newsletter del 20 Aprile 2015 dc di www.puntorossoblog.com (da me corretta oggi 24 Novembre 2015 dc di alcuni errori, in alcuni casi avventurosamente interpretando quanto scritto):

Eduardo Galeano

come metafora della cultura critica, necessaria ai movimenti antisistemici. Con alcune considerazioni finali sul ruolo del Forum Sociale Mondiale.

di Giorgio Riolo

Ci sono opere e persone che, al di là del valore intrinseco, grande o piccolo, non importa, svolgono un ruolo formidabile nel contesto storico in cui sorgono. Diventano metafore di un moto storico, di un cammino in corso.

Diciamo subito che il valore letterario e di contenuti degli scritti di Galeano era veramente grande. Fossero libri o i suoi tipici folgoranti pezzi giornalistici egli mostrava quale forza si può celare nella penna, se la si sa usare e a qual fine usarla.

Sciascia ricorreva a questa metafora della penna come spada, pensando al suo ruolo di scrittore e di intellettuale. Impensabilmente coincidente con quello che l’analfabeta bracciante siciliano riteneva a proposito del valore, dell’importanza della cosa scritta. Ma oggi con il minimalismo, la ciarlataneria chiassosa, le parole in libertà, in ogni dove (la falsa democrazia del Twitter, Facebook e minchiate varie), tutto ciò assume distanza, alterità omerica, biblica.

La cultura, la letteratura, la grande arte non cambiano il mondo, sicuramente. Ma è sacrosanto che esse contribuiscano a preparare, a invogliare, a spingere gli esseri umani a “desiderare” un altro mondo, a cambiare la propria vita e la vita quindi dei gruppi associati. L’antropologia culturale viene prima della politica, sostanzia la politica e la spinge in avanti. Non al contrario, come taluni bonzi si ostinano a pensare e a praticare. Il risultato necessario, di causa ed effetto, come il giorno segue alla notte, è inevitabilmente la malapolitica.

Molti della mia generazione, tra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta, avevano come uno dei retroterra di formazione il cosiddetto terzomondismo, allora spesso declinato come visione manichea di bene e di male, dislocati spazialmente, centro e periferie, Nord e Sud, mondo sviluppato e mondo sottosviluppato (il terzo mondo) ecc. Poi immediatamente aggiornato, una volta considerato che la dinamica si riproduceva all’interno degli stessi centri sviluppati e all’interno delle periferie stesse (ricchi e poveri, padroni e salariati, classi dominanti e classi subalterne ecc.).

Ma una cosa è certa. Il terzomondismo costituiva allora la forma ingenua, ma fondamentale, indispensabile, del pensare che la storia dell’umanità è la globalizzazione-mondializzazione, accelerata in modo impressionante dal sorgere del capitalismo e dalla sua prorompente, irrefrenabile vocazione a espandersi e a occupare i quattro angoli del pianeta. Che il sistema è mondiale immediatamente e non per astrazione. Che occorreva il “pensiero planetario” (Ernesto Balducci) come grado minimo, come primissima base, per un discorso serio e sensato sul mondo. Che tutto cambia a misura della prospettiva con cui si guarda il mondo.

E così si cercava di sfuggire all’eurocentrismo, al colonizzatore e all’imperialista che era in noi (e molta sinistra questo non lo faceva) e si cercava di guardare il mondo “dal rovescio della storia” (Teologia della Liberazione). Di guardare con gli occhi dei popoli vessati, depredati, umiliati dal colonialismo prima e dall’imperialismo poi. Tutto cambia, ripetiamo.

Opere come “Le vene aperte dell’America Latina” del 1971, prima, e in seguito le tre parti di “Memoria del fuoco” (apparse tra il 1982 e il 1986), vennero ad aggiungersi al breviario minimo di questo pensiero planetario di cui avevamo bisogno, che avidamente cercavamo. Così come i tanti interventi, articoli e saggi, inconfondibili, che il fine letterato-intellettuale e attivista ci ha offerto fino alla fine dei suoi giorni.

Latinoamericano come prima sostanza e radice, come prima attenzione, come un entomologo che scruta il brulicare della propria gente, che scruta la microstoria, la vita quotidiana, i recessi della storia, così spesso trascurati, ma che sa collegare la sua prospettiva latinoamericana, la sua realtà, alla prospettiva mondiale. Che sa collegare la microstoria e la vita quotidiana alla macrostoria, alla politica, alle dinamiche più vaste. Alle lotte necessarie in America Latina e nel mondo. Poiché la concezione della penna come spada implica sempre mettersi in gioco, agire, collaborare con altri gruppi umani, con partiti, con gruppi, con movimenti sociali affinché qualcosa cambi. Altrimenti ci si limita a scrivere libri, ci si rifugia nel piccolo narcisismo dell’intellettuale, anche se raffinato.

Il ricordo, la perdita di Eduardo Galeano ci impone di fare alcune modeste, non peregrine, considerazioni sui movimenti antisistemici.

Altri hanno scritto e scriveranno molto e bene su di lui.

Recentemente, concluso il Fsm (Forum Sociale Mondiale) di Tunisi del 2015, Roberto Savio, un giornalista-saggista molto attivo nel movimento altermondialista, uno dei fondatori del Fsm, ha scritto un intervento critico, una sorta di bilancio dello stesso Fsm dopo 15 anni di esistenza. Di bilanci ne abbiamo fatti nel passato in vari scritti e interventi. Qui ripetiamo solo alcuni spunti.

Anche se con le sue parole, Savio riprende nel suo articolo la vecchia questione delle due anime del Fsm e quindi del movimento altermondialista. Da una parte, per utilizzare la metafora di un altro fondatore del Fsm, François Houtart, il Forum è una sorta di “Woodstock sociale” (il Fsm come “spazio aperto”, come luogo di ritrovo e di messa in comunicazione dei tanti attori mondiali contro il neoliberismo), dall’altra è una sorta di Internazionale in cui organizzarsi e in cui assumere direttive, vincolanti per gli stessi attori, per contrastare il neoliberismo e il capitalismo e le sue dinamiche, opprimenti popoli, ambiente, diritti ecc.

Queste due anime rimangono e condizionano e hanno condannato il Fsm nel tempo, dall’iniziale forza e rilevanza mondiali, fino al marzo 2003 (“la seconda potenza mondiale” secondo The New York Times e la retorica e metafisica di cui dicevo in un mio precedente articolo), alla attuale relativa irrilevanza. Come dice Samir Amin, le lotte decisive nel mondo ormai si svolgono fuori dal Fsm. Come afferma Savio, non c’è osmosi tra Fsm e mondo. Non è investita nel suo processo l’intera società civile globale. Alla quale appartengono, aggiunge Emir Sader, anche i partiti e le formazioni, partitiche e di movimento, sostanziate di materiale umano che lotta, pensa, si istruisce, agisce contro il sistema. Superando il rituale autoreferenziale dei Fsm, con i ripetitivi seminari, workshops, di edizione in edizione, mentre fuori nel mondo infuriano guerre, conflitti, crisi climatica, emergenze sociali, ambientali, democratiche ecc.

Savio incentra molto il suo discorso sul ruolo del Consiglio Internazionale del Fsm. Il suo ruolo si è ridotto a quello del “facilitatore” e non quello, indispensabile, che miri a creare visione e strategia. Che miri ad avere un minimo di “verticalità”, di organizzare, senza venir meno alla “orizzontalità” delle pratiche e delle procedure.

Aggiungo solo, rispetto al discorso di Savio, che molto ruolo nel Fsm e nel Consiglio Internazionale hanno le élite mondiali, spesso europee e Usa, ma non solo, che possono pagarsi viaggi e soggiorni, soprattutto organismi come Ong ecc., che dispongono di molti mezzi. I movimenti sociali di Asia, Africa e America Latina, ciascuno costituito da milioni, e non migliaia, di aderenti spesso non dispongono dei mezzi necessari, non dico per essere presenti al Consiglio Internazionale, ma anche semplicemente per inviare un delegato a partecipare a una qualche edizione del Fsm.

Un solo episodio, come testimonianza personale, per tornare a Galeano e per concludere.

Al Fsm di Porto Alegre 2005, il quinto della serie, un gruppo di 19 intellettuali, strettamente legati al movimento altermondialista, tra i quali Galeano, Saramago, Amin, Houtart, Ramonet, Savio, Walden Bello, Aminata Traorè, Perez Esquivel, Petrella, Wallerstein, Frei Betto e altri, firmarono un testo, passato come “Manifesto di Porto Alegre”, contenente alcune affermazioni di principio e l’indicazione di 12 punti come programma minimo del movimento altermondialista. Per prendere seriamente di petto la questione “un altro mondo è possibile”, oltre la retorica e l’autonarrazione gratificante di cui sopra. I punti erano semplici indicazioni di lavoro, non direttive del Consiglio Internazionale. Ma erano punti precisi.

La reazione di tanti, non tutti fortunatamente, piccoli leaderini di movimento, di Ong ecc., tra i quali molti italiani, autoreferenziali i più, è stata stizzita. Si trattava di discutere, magari di proporre variazioni, integrazioni e via dibattendo. Ma la cosa è stata interpretata come ingerenza, come violazione della Carta dei Principi del Fsm, come lesa maestà democratica e via movimentando.

È l’usuale invocazione della democrazia quando non si hanno argomenti veri, coerenti, e si elude la vera questione: come essere efficaci e antisistemici veramente. Non a parole, una volta raggiunta e superata la soglia iniziale della presa di coscienza, della cultura e del sapere del movimento, della delegittimazione del sistema, della sottrazione del consenso. Per tentare di cambiare veramente le cose.

E in ciò concorrono le parole e le idee, la penna appunto, come quella di Galeano, e la lotta quotidiana, la politica e il movimento contro le brutture del mondo, altrimenti chiamate neoliberismo, capitalismo, imperialismo, razzismo, sessismo ecc.

La difficile, faticosa, necessaria sintesi di sempre.

La “coalizione sociale” di Maurizio Landini

Ricevuto in e-mail il 25 Marzo 2015 dc il comunicato del PCL:

La “coalizione sociale” di Maurizio Landini: fronte unico di lotta o specchietto riformista per allodole?

Maurizio Landini e la FIOM hanno promosso l’iniziativa della coalizione sociale: “una iniziativa rivolta a unire tutti i lavoratori e i soggetti colpiti contro l’alleanza fra Governo e Confindustria”. Messa così, chi potrebbe essere in disaccordo? Da anni il PCL rivendica l’esigenza del più vasto fronte unico di classe contro governo e padronato. L’avvento del governo Renzi, il suo progetto reazionario bonapartista, il salto dell’offensiva dominante contro lavoro e diritti, rendono ancor più necessaria e urgente la costruzione del fronte di classe di tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento. Gli ammiccamenti verso il renzismo da parte dei vertici FIOM nei primi sei mesi del governo Renzi avevano rappresentato una enormità, che ha provocato danni, paralizzato lotte, confuso coscienze. Il fatto che l’aggressione frontale da parte di Renzi ai lavoratori e al sindacato abbia successivamente costretto Landini a collocarsi all’opposizione del renzismo, è in sé positivo. La “coalizione sociale” antigovernativa vuole formalizzare e consolidare , dopo le lotte d’autunno,questa ricollocazione? Ben venga.

Ma non è tutto oro ciò che brilla.

In primo luogo una coalizione sociale ha senso se è un fronte unico d’azione. E l’azione unitaria deve essere tanto radicale quanto radicale è l’offensiva del governo. Così non è stato e non è. La scelta di CGIL e FIOM al piede di partenza dell’autunno di opporsi all’attacco all’articolo 18 fu naturalmente positiva. Ma il bilancio dell’opposizione è stato disastroso. Nessuna svolta radicale delle forme di lotta. Rinuncia all’occupazione delle fabbriche persino nelle condizioni più favorevoli (AST Terni). Assenza di una reale piattaforma di lotta unificante del movimento. Convocazione di uno sciopero generale (12 Dicembre) non per dare continuità alla lotta ma per chiuderla con un atto simbolico. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il governo ha proseguito la sua strada come un rullo compressore senza incontrare resistenza, se non verbale.

Il licenziamento arbitrario per nuovi assunti è passato, persino nella forma del licenziamento collettivo. Una sconfitta pesante. Sia in sé, sia per gli effetti sul morale delle masse. Il fatto che i generali della campagna d’autunno (Camusso e Landini) non traggano alcun bilancio del proprio operato conferma e aggrava le loro responsabilità. Basta l’ invenzione della “coalizione sociale” per rimuoverle? Ma soprattutto: coalizione sociale per cosa? Non basta elencare diritti e ragioni, se non si indica e promuove con chiarezza una svolta generale nell’azione di lotta. Convegni, incontri, manifestazioni, seppur in sé positive, non spostano di una virgola i rapporti di forza reali fra le classi sul piano generale e nei luoghi di lavoro. Nè li sposta una proiezione di cartello del sindacato verso l’associazionismo civico ( Libera, Emergency, Arci).

Non c’è surrogato possibile della necessaria azione di lotta-continuativa, concentrata, radicale- di milioni di lavoratori, lavoratrici, precari, disoccupati. La battaglia democratica contro i progetti istituzionali reazionari del governo è importantissima. Ma solo la mobilitazione centrale della classe può darle forza d’urto e prospettiva. Aprire un confronto unitario sulle condizioni e premesse di una vera svolta di lotta è e resta la prima necessità. Senza svolta reale di mobilitazione la “coalizione sociale” diventa la copertura di una ritirata e di una sconfitta.

In secondo luogo, si pone un nodo politico.

Landini precisa che la “coalizione sociale” non è né un partito, né una lista elettorale. Ma parallelamente abbondano i riferimenti a Syriza, Podemos, o alle origini del partito laburista. Poichè a pensar male ci si azzecca, mettiamola così: Maurizio Landini prende tempo per vedere se entrerà la carta di una sua possibile successione ai vertici della CGIL, riservandosi in caso contrario un proprio investimento politico. L’ambiguità voluta di oggi copre un’incertezza di futuro. Comprensibile e legittimo. Tuttavia, al netto di questa considerazione, ci permettiamo due osservazioni.

La prima, minore, è che le fortune di Syriza e Podemos sono dovute non ad alchimie politiche ma alla radicalizzazione sociale di massa che ha percorso Grecia e Spagna negli anni di crisi: una radicalizzazione sociale che ha cercato e trovato l’espressione elettorale in sinistre non compromesse nelle politiche di austerità. In Italia abbiamo una situazione capovolta: da un lato sinistre politiche suicidatesi con le politiche dei sacrifici e dall’altro pesante arretramento dei livelli di mobilitazione di massa. Renzismo e Grillismo ne sono l’effetto. Non c’è scorciatoia e trovata “politica” che possa aggirare questa realtà. Pensare di forgiare in laboratorio una sinistra politico/elettorale di successo senza una svolta di lotta di milioni di proletari e di giovani significa coltivare l’ennesima illusione.

La seconda osservazione è sostanziale. Quale soggetto politico di rappresentanza? Non saremo certo noi a negare l’assenza in Italia di una rappresentanza politica maggioritaria del movimento operaio e degli sfruttati, e dunque di una direzione politica delle loro lotte. Ma l’assenza di questa rappresentanza non è forse il prodotto cumulativo del fallimento pregresso di tutte le forme ed esperienze di “compromesso riformatore” col centrosinistra e il capitalismo italiano? Riproporre in forme diverse quel canovaccio fallito non può essere la risposta al fallimento. Si indica il faro di Syriza, si promuovono brigate Kalimera in terra greca, si presenta Tsipras come la nuova terra promessa e leva di riscatto della sinistra italiana. Ma paradossalmente lo si fa nel momento stesso in cui la realtà si vendica della finzione. Nel momento stesso in cui la pretesa di Syriza di “un compromesso riformatore” con gli Stati (imperialisti) strozzini si conclude nella resa obbligata ai creditori, nella cancellazione di fatto delle solenne promesse elettorali, nel tradimento delle aspettative di cambiamento. C’è in questa sequenza la lezione profonda dei fatti, che hanno la testa dura: non c’è uno spazio reale riformista nella crisi capitalistica europea e nella camicia di forza dell’Unione. Una sinistra che voglia ricomporsi attorno a questa illusione fallita non avrà davanti a sé alcun futuro storico. Persino se avesse un immediato futuro politico.

La costruzione del partito di classe rivoluzionario è e resterà la bussola del nostro lavoro. In ogni fronte unico di lotta, in ogni battaglia di massa, in ogni occasione di incontro, confronto, manifestazione. 28 Marzo incluso.

Partito Comunista dei Lavoratori, 15 marzo 2015