Politica e Società, Storia

Il proletariato non ha patria

In e-mail il 17 Marzo 2011 dc:

Il proletariato non ha patria

di Lucio Garofalo

Da comunista internazionalista sono convinto che l’idea stessa di patria o nazione sia un anacronismo storico, come anacronistici e superati sono gli assetti economici e politici in cui si configurano gli Stati nazionali, che non servono più neanche come “involucro protettivo” del capitalismo, che ormai si muove ed opera in un’ottica globalizzata.

Nel contempo, da meridionalista confesso che mi sta letteralmente nauseando questo clima di finta esaltazione “patriottica”, così come mi infastidisce l’approccio aprioristico di chi affronta il processo “risorgimentale” con uno spirito acritico e apologetico e, nel contempo, con un pregiudizio mentale nei confronti dei “vinti”, cioè con la convinzione (assolutamente errata) che il Sud fosse arretrato economicamente e socialmente prima della cosiddetta “unità”, cioè all’epoca dei Borbone. L’idea per cui il Meridione fosse una realtà da colonizzare militarmente, politicamente e culturalmente, come di fatto è accaduto con l’annessione del Regno delle Due Sicilie da parte della monarchia sabauda.

Ricordo che i Savoia aprirono a Finestrelle, come altrove, diversi campi di concentramento e di sterminio in cui vennero deportati ed uccisi migliaia di soldati borbonici e di briganti (anche donne e persino bambini) all’indomani della cosiddetta “unità d’Italia”, perpetrando una vera e propria pulizia etnica che anticipava la politica di genocidio praticata nei lager nazisti dal regime hitleriano. E questo aspetto costituisce un’altra tessera totalmente rimossa dalla memoria e dagli archivi storici, che serve a svelare il vero volto (sanguinario) della cosiddetta “epopea risorgimentale”.

Come sanguinaria fu anche la cosiddetta “epopea western”, cioè la conquista del West americano compiuta attraverso lo sterminio dei pellerossa, che prima dell’arrivo dei bianchi si contavano a milioni mentre oggi sono meno di 50 mila, emarginati e rinchiusi nelle riserve. Da tale analogia nasce l’idea di un destino parallelo tra Indiani d’America e briganti meridionali, tra l’“epopea western” e l’“epopea risorgimentale”, entrambe mitizzate dalla storiografia ufficiale che ha cancellato completamente la verità storica.

La rilettura storiografica del Risorgimento è un serio tentativo di controinformazione storica, da non confondere con il revisionismo, e comporta una fatica intellettuale notevole, esige un impegno critico costante, come ogni battaglia di controinformazione. Anzitutto, occorre comprendere che i popoli oppressi non si affrancano mai grazie all’intervento “provvidenziale” compiuto da “eroici liberatori” esterni, che si tratti di Giuseppe Garibaldi, dei Savoia o degli Americani (vedi il caso dell’Iraq). Al contrario, i popoli oppressi possono conquistare un livello superiore di progresso e di emancipazione solo attraverso la lotta rivoluzionaria, altrimenti restano in uno stato di sottomissione.

Io non provo alcuna nostalgia sentimentale per il passato, specie per un passato dispotico e feudale, segnato dalla barbarie, dall’oscurantismo, dallo sfruttamento e dall’oppressione delle plebi rurali del Sud. Non ho mai nascosto, anzi ho sempre ammesso la natura reazionaria della causa borbonica, pur riconoscendo una certa dose di legittimità nelle rivendicazioni sociali rispetto alle violenze, ai soprusi e ai massacri commessi dalle truppe occupanti. Pur riconoscendo il carattere antiprogressista e sanfedista del brigantaggio post-unitario, ciò non mi impedisce di indagare meglio le ragioni che spinsero i contadini meridionali a resistere contro gli invasori piemontesi.

Io sono comunista e non credo negli Stati nazionali, ma nell’internazionalismo. Io non propugno affatto uno “Stato meridionale indipendente”. Solo un pazzo o uno stolto può immaginare una simile prospettiva. Preferisco ipotizzare un’altra situazione, cioè una prospettiva transnazionale o, come si diceva una volta, internazionalista, vale a dire l’idea dell’abbandono e del superamento definitivo degli Stati-nazione, nella misura in cui lo stesso capitalismo è da tempo proiettato in una dimensione transnazionale. Ormai il capitalismo sta letteralmente impazzendo. Basta osservare il terremoto economico e sociale che comincia appena a manifestarsi nelle rivolte sociali e politiche dei popoli arabi e magrebini. I sommovimenti tellurici e sociali si estendono a livello planetario, per cui richiedono prese di posizione nette e coraggiose rispetto ad eventi epocali che stanno sconvolgendo la fisionomia economica, politica e sociale del mondo capitalistico.

In quanto comunista internazionalista il patriottismo non mi interessa affatto. So che il nazionalismo e lo sciovinismo appartengono all’epopea ormai superata della borghesia ottocentesca ed hanno già mietuto milioni di morti nei due tragici conflitti mondiali. L’unico “patriottismo” che dobbiamo riconoscere ed appoggiare è l’internazionalismo proletario, cioè la lotta rivoluzionaria delle masse proletarie, ben sapendo che il proletariato non ha una “patria”. Concludo citando una frase, sempre attuale, di Karl Marx: “Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno.”

Politica e Società

Una riflessione sui 20 anni del PRC

In e-mail il 28 Febbraio 2011 dc:

Una riflessione sui 20 anni del PRC

di Lucio Garofalo

Il mio rapporto politico e personale con Rifondazione Comunista nell’arco della sua storia ormai ventennale, non è stato sempre costante e lineare, ma si è caratterizzato a fasi alterne e in un modo conflittuale, quasi una sorta di sentimento di “amore e odio”. Ho sempre fatto politica seduto “’ncoppa lo ceraso”, cioè sul ciliegio. Ebbene, faccio presente che in cima al ciliegio si respira un’aria salubre, ma soprattutto si ha una visione onesta e distaccata del mondo. Credo che quando si perde il senso  dell’ironia e della  critica, cioè la capacità  di leggere ironicamente e criticamente la realtà, si rischia di farsi inglobare dal “sistema”. Invece, la scelta di sovrastare il mondo dall’alto consente di avere una visione lucida ed obiettiva. Restare “’ncoppa lo  ceraso” è un privilegio concesso alle menti libere di volare in alto, cioè di pensare in grande.

Sono sempre stato un comunista atipico, intransigente verso le ingiustizie commesse dal potere. Senza dubbio sono schietto e leale, perciò inviso ai farisei. A modo mio sono coerente, non un millantatore che predica bene ma razzola male. Probabilmente sono uno che predica male e razzola peggio. Ho sempre diffidato dei custodi dei partiti-chiesa, simili ad altari incensati e a santuari in cui militano maestri ed apostoli, chierici laici e seminaristi devoti con i loro abiti talari e le felpe da battaglia, le processioni e gli inni sacri, le cerimonie liturgiche e le feste, i decaloghi e le penitenze, le confessioni, le scomuniche e le epurazioni, le abiure e le ritrattazioni, gli scandali e gli esorcismi.

All’atto della sua nascita, nel 1991, ricordo che ho immediatamente aderito al progetto ideale che ha ispirato il Partito della Rifondazione Comunista, benché avessi deciso di non farmi la tessera, cosa che avvenne in seguito. D’altronde, la mia provenienza dall’esperienza di Democrazia Proletaria, in cui ho militato nella sezione giovanile di Lioni, mi ha spinto a simpatizzare subito per il nuovo soggetto politico, abbracciando il disegno fondativo (anzi, ri-fondativo) delle aspirazioni comuniste in una fase storica in cui il mondo assisteva al crollo del “socialismo reale” in URSS e nell’Europa orientale.

La mia iscrizione al PRC avvenne per la prima volta nel 1995, quando fui candidato alle elezioni provinciali ottenendo un discreto successo anche in termini numerici. Ma il risultato più importante fu la costituzione di un Circolo nel mio paese. Successivamente ho vissuto un lungo distacco dal partito per rientrare nel 2001 sull’onda delle mobilitazioni contro il G8 di Genova. Nel 2003 ho vissuto un altro momento significativo anche dal punto di vista elettorale quando mi candidai in una lista di Rifondazione alle elezioni amministrative del mio Comune. L’esperienza militante nel PRC è durata fino all’anno seguente. Da allora ho deciso di non rinnovare più la tessera del partito.

Le ragioni del mio allontanamento dal partito sono state di ordine politico e personale. Anzitutto le involuzioni compiute dal magico parolaio, l'(in)Faust Presidente, artefice degli abbagli più clamorosi e delle più tortuose giravolte, della metamorfosi kafkiana per antonomasia, anzi della metamorfosi faustiana, dello zig-zag ideologico. Non si erano mai viste serpentine così azzardate nella storia del movimento operaio e sindacale italiano. E’ estremamente difficile raccontare le innumerevoli svolte e contro svolte compiute dall’ex segretario rifondarolo: prima in senso movimentista, poi ghandiano, infine governista e militarista. Addio alla lotta di classe e al comunismo, addio al sindacalismo operaio, addio al pacifismo, addio al partito. E per cosa? Per una poltrona che fu occupata anche dal fondoschiena della Pivetti? Ma ne valeva la pena? Come il dottor Faust che vendette l’anima al diavolo, l’(in)Faust ha svenduto le battaglie di una vita, ottenendo in cambio un incarico istituzionale simbolico, privo di poteri decisionali.

Poi c’è stato il congresso più infuocato e cammellato nella storia del PRC, in cui si è consumato uno scontro per nulla epico che non ha concesso tregue alle faide intestine tra gli sceicchi del partito. Se qualcuno avesse avuto bisogno di un riscontro, la vicenda ha confermato ancora una volta che i burocrati sanno occuparsi solo di insulsi cavilli burocratici. In una cornice surreale si celebrò l’apoteosi del cretinismo parlamentare. Falsi poeti e parolai al comando del partito, in evidente crisi d’astinenza, sono pronti ad adagiare nuovamente il proprio deretano sugli scranni del Parlamento borghese.

Oggi mi pare che il progetto della Federazione della Sinistra sia una forzatura imposta dalla ristrutturazione del quadro politico che ha affossato i partiti minori. Se le ragioni della nascita del cartello sono di ordine elettoralistico, temo che il processo non possa che approdare ad un’accozzaglia di sigle ereditate dai partiti che si sono già dimostrati subalterni ai poteri forti nel Paese. In passato abbiamo assistito ad un singolare fenomeno di scissione degli “atomi comunisti”. L’ultima “scissione subatomica” è stata quella della “particella vendoliana” dopo il congresso di Chianciano. Tuttavia, voler rimettere insieme le “particelle atomiche” che si erano frazionate in precedenza solo per riconquistare qualche seggio in Parlamento non mi pare un serio progetto comunista.

 

Ateoagnosticismo

Resto ateo, grazie a dio e … a Paolo VI

Ricevo da Lucio Garofalo in e-mail il 7 Gennaio 2010 dc questo interessante scritto personale (che pubblico anche sul mio sito 222.jadawin.info alla pagina “Ateoagnosticismo”:

Resto ateo, grazie a dio e … a Paolo VI

Pochi giorni fa sono convolato felicemente a nozze, celebrate in chiesa con il rito misto.

Qualcuno mi ha chiesto, in modo provocatorio: “Un comunista che si sposa in chiesa?”.

Per tale ragione ritengo giusto ed opportuno esporre le mie ragioni, provando a precisare la mia posizione rispetto alla scelta compiuta. Ebbene, chiarisco immediatamente che il sottoscritto si è sposato in chiesa in qualità di ateo dichiarato.

Infatti, io e la mia consorte abbiamo deciso e concordato con il parroco la formula del rito misto, la quale prevede la possibilità di contrarre matrimonio tra membri della chiesa cattolica apostolica romana ed esponenti di diverse confessioni religiose, non cattolici oppure non credenti ed atei come il sottoscritto, che siano battezzati o meno.

In pratica il sottoscritto non ha partecipato ai vari momenti del rito cattolico, astenendosi dal recitare le preghiere e le formule di culto, astenendosi soprattutto dalla liturgia eucaristica celebrata al termine della cerimonia: ad esempio, nel pronunciare le formule tipiche del matrimonio cattolico, il sottoscritto non ha mai menzionato dio.

Per i cristiani il rito del matrimonio misto non rappresenta, sul versante della diversità religiosa, un atto impossibile. Tale soluzione matrimoniale è prevista dal diritto canonico, ma probabilmente nelle nostre zone non è stata applicata in modo frequente.

Il 31 marzo 1970 il pontefice Paolo VI scrisse “Matrimonia Mixta”, una lettera apostolica redatta in forma di “Motu Proprio”, ossia assunta di “propria iniziativa” dal papa. In questo testo sono state impartite le norme relative ai matrimoni misti. Tale lettera, altrimenti nota come Dispensa Paolina, è estremamente importante e significativa per comprendere i notevoli progressi, a tratti persino rivoluzionari, compiuti dalla dottrina cattolica e dal codice del diritto canonico nell’ambito specifico del matrimonio.

Dunque, sebbene sembri che mi sia parzialmente piegato, chiedendo la celebrazione di una formula mista che mi riconosca come ateo e non credente, in realtà la mia scelta è stata quella di un “compromesso” compiuto per amore verso mia moglie e mio figlio.

Per quanto concerne la procedura da seguire, occorre anzitutto rendere esplicita al sacerdote la propria eventuale posizione di credente in un’altra fede, o di ateo, e concordare la celebrazione di un rito matrimoniale misto. Per ciò che attiene alla cerimonia religiosa, in effetti non cambia nulla, tranne il fatto che la parte di fede diversa, o non credente, si astiene dal partecipare alle fasi della liturgia cattolica, alle preghiere e soprattutto al momento dell’eucarestia. Comunque confesso che, malgrado io sia un ateo, durante la celebrazione del matrimonio mi sono emozionato ugualmente.

Ma perché sono ateo? E soprattutto, perché resto ateo, grazie a dio?

Proverò a rispondere brevemente a questo interrogativo, se possibile senza complicare troppo il ragionamento, che è essenzialmente di ordine teorico e filosofico.

La mia adesione alle posizioni dell’ateismo convinto e praticante, direi quasi fondamentalista (per usare una sorta di ossimoro concettuale), deriva anzitutto da una riflessione “astratta” molto semplice e chiara, che si spiega e si comprende facilmente.

In teoria, se dio non esistesse tanto meglio, vuol dire che avrebbe ragione chi lo rinnega. Ma anche se dio esistesse, il discorso logico non muterebbe di una virgola in quanto:

1)    se dio è onnipotente, come asseriscono i suoi vescovi e rappresentanti in terra o le sacre scritture, perché non interviene per eliminare la violenza e il dolore?

2)    se invece dio non è onnipotente e non può fare assolutamente nulla contro il male insito nel mondo, allora è come se dio non esistesse, è un essere inutile, una sorta di soprammobile neanche tanto bello da vedere, dato che è invisibile;

3)    la terza ipotesi, la più accreditata dalla dottrina ufficiale della chiesa e pure dagli atei, si basa sulla teoria formulata da Sant’Agostino, uno dei padri spirituali della chiesa cattolica apostolica romana, ossia che dio ha concesso all’uomo il dono del libero arbitrio, vale a dire la libertà di pensare ed agire assumendosi le proprie responsabilità, dunque anche la possibilità e la capacità di negare dio.

Sulla base di tali premesse teoriche, forse oltremodo semplificate, si evince chiaramente il percorso filosofico e razionale che mi ha condotto verso un approdo di tipo ateistico, così come discende pure un sentimento di sincera gratitudine verso dio, in quanto mi ha concesso il prezioso dono del libero arbitrio, grazie al quale sono (appunto) ateo.

Insomma resto ateo, pur essendomi sposato in chiesa. Una simile scelta non equivale ad un gesto di incoerenza, come è fin troppo facile obiettare, in quanto le mie convinzioni non sono minimamente scalfite da un rito nuziale celebrato dal sacerdote sull’altare.

Lucio Garofalo

Politica e Società

L’Italia è una Repubblica “antimeritocratica” fondata sul lavoro precario

L’Italia è una Repubblica “antimeritocratica”

fondata sul lavoro precario

A volte mi chiedo perché in Italia, come altrove, la cosiddetta “meritocrazia” venga invocata solo nei riguardi dei lavoratori subordinati, che sono sempre più soggetti e vincolati a parametri di efficienza produttiva, evidentemente per costringerli a farsi sfruttare in modo crescente, mentre tali principi meritocratici non valgono e non sono applicati nei confronti dei livelli padronali, ossia i megadirigenti e i supermanager che percepiscono compensi abnormi a prescindere dal rendimento e dai risultati ottenuti. Si pensi, ad esempio, al caso dei quadri dirigenti responsabili del fallimento dell’Alitalia o ad altri scandali e bancarotte indubbiamente eclatanti nella recente storia nazionale.

E’ evidente che un sistema economico sociale che pretenda di essere meritocratico, solo a chiacchiere, non potrebbe conciliarsi con la realtà di un paese clamorosamente ingiusto e sperequato, eccezionalmente sprecone, corrotto e mafioso come l’Italia.

Il nostro Paese si regge su un assetto economico privo di ogni criterio di giustizia sociale e materiale, di democrazia economica e di equa redistribuzione del reddito nazionale, è uno Stato in cui si evidenziano comportamenti furbeschi, spregevoli e cialtroneschi, in cui si registra il primato mondiale dell’evasione fiscale, in cui si pretende di imporre ai lavoratori, già fortemente precarizzati e sottosalariati, uno standard di meritocrazia e di efficienza produttiva in senso unilaterale, rischia di degenerare in modo ineluttabile, causando drammatiche iniquità, divaricazioni crescenti e sperequazioni assolutamente inaccettabili, scatenando dunque contraddizioni sociali esplosive. A maggior ragione in una fase storica contrassegnata da una gravissima recessione economica come quella attuale, una crisi di sistema che è di natura strutturale ed è estesa su scala globale.

Pensare (ingenuamente) di introdurre una concezione meritocratica in Italia, come altrove, equivale a compiere una vera rivoluzione sociale e materiale, etica e culturale.

Per adottare un regime di autentica meritocrazia, credo che occorra promuovere una profonda trasformazione, in senso egualitario, della struttura economico-sociale e della mentalità comune, attuando un cambiamento epocale sul piano politico e culturale.

In altri termini, la vera meritocrazia è possibile e praticabile solo in una società formata da lavoratori liberi ed uguali, in una società autenticamente comunista: “una società dove ognuno produce secondo le sue possibilità e riceve secondo i suoi bisogni”. Questo è un modello di società estremamente meritocratica, prima ancora che democratica.

Dunque, l’antitesi tra comunismo e meritocrazia è solo apparente. Con buona pace (e scandalo) dei ciarlatani e dei farisei dell’ideologia filo-capitalista: mi riferisco ai falsi liberisti, ai finti apologeti e fautori del sistema meritocratico quali, ad esempio, Berlusconi, Tremonti, Brunetta, Padoa Schioppa, Tronchetti Provera e i loro lacchè.

Lucio Garofalo, 30/11/2009 dc