Italiani brava gente? Questa sì che sarebbe una novità!

Su Hic Rhodus il 13 Marzo 2020 dc:

Italiani brava gente? Questa sì che sarebbe una novità!

di Claudio Bezzi

Ben comprendendone la necessità positiva, e in parte apprezzando anche lo sforzo, non nego di stupirmi un pochino nella descrizione dell’italianità positiva, capace, vincente che ne danno Cerasa sul FoglioBergamini sul RiformistaSevergnini sul Corriere e altri.

Intanto: calma e gesso. Aspettiamo di veder passare una settimana, poi due, poi semmai tre, senza vedere benefici immediati (deve passare “la coda” dell’epidemia, quella degli infettati in questi giorni che si manifesteranno nei giorni a venire), e vedremo come si comporterà il paese. Vedremo le partite iva a spasso senza reddito, i baristi chiusi, le aziende in ginocchio, ma anche semplicemente la vicina di casa senza il parrucchiere, l’umarel senza lavori in corso da guardare, lo studente senza movida e il giovane rampante senza apericena. Vedremo cosa diranno, cosa faranno.

Squarci di interviste, filmati apparsi sui quotidiani, ma anche la mia semplice osservazione diretta, vanno tristemente ad aggiungersi alla grande fuga da Milano dei giorni scorsi, all’assalto ai supermercati, alla gente che continua ad ammucchiarsi ignara, a formare un quadro complessivo che a me pare confermare che no, per niente, gli italiani sono gli stessi inaffidabili di sempre.

A questo punto mi assale un dubbio: e se tutta la mia diffidenza sulle capacità degli italiani di essere ordinati, razionali, composti, fosse solo un mio enorme errore? Se fossimo un popolo stravagante, sì, sempre a un passo dal baratro, ma alla fine capace di quel colpo di reni che ci rende così speciali, così sublimi? Che bello essere italiani! E che si fottano in Europa, che mica ci hanno capiti! Noi, ora, ci caviamo fuori dall’impaccio con un esempio storico di civismo, mo vediamo cosa combineranno loro, visto che l’onda virale gli si sta scagliando addosso! Ecco: se mi fossi sempre sbagliato io? Un vecchio brontolone, un cinico fuori della realtà, ecco quello che sono! Uno che gioca a fare l’antitaliano fuori tempo, che se lo potevano permettere il buon Montanelli, Pasolini anche, forse Moravia, ma io…

E però – ve lo dico – un tarlo continua a rodermi. Possibile che un popolo così virtuoso (virtuoso solo alla fine, sì, in zona Cesarini e preso per bavero, ma al dunque virtuoso) abbia potuto esprimere una classe dirigente così assolutamente sotto la soglia della decenza? Possibile che il meraviglioso e maledetto Sud stia già col culo stretto temendo l’affollamento negli ospedali, che farebbe crollare in due e due quattro una Sanità cronicamente malandata e saccheggiata (da chi? Dai sabaudi?). Possibile che certi stronzi che non nomino con nome e cognome per non beccarmi una querela (non ho i soldi di Travaglio, io non posso permettermelo) possano andare in giro a dire cose orrende, spaventose, false, non solo senza essere denunciati ma ricevendo lodi, ricevendo soldi, accumulando fan? Come si conciliano questi estremi?

Insomma: l’ipotesi di una virtù italica che al dunque saprebbe emergere, mi pare scontrarsi con tutta la storia italica, almeno dal ‘900 a oggi, che in mille modi mi mostra particolarismo, egotismo, superficialità, piccole furbizie e ricerca della linea di comportamento civico meno faticosa possibile.

Sto cercando allora di riflettere, da sociologo, sulle interdipendenze fra sottosistemi (economico, sociale, culturale…) per cercare di capire se sia possibile essere, assieme, dei furbetti da strapazzo ma anche dei pazienti disposti a sacrifici; dei populisti gradassi ma anche dei generosi capaci di solidarietà; dei fanfaroni egocentrici ma anche cittadini con senso civico. 

Pensa che ti ripensa non trovo una sola teoria sociologica, antropologica, psicologico-sociale, in grado di confortarmi in questa visione positiva.

I valori che sottostanno al tipico carattere nazionale (narcisismo, egoismo, familismo…) sono totalmente contrari ai valori che sorreggono il buon comportamento civico (sacrificio, senso della comunità, responsabilità). A meno di non ricorrere a teorie psichiatriche quali il doppio legame di Bateson, che farebbe di noi un popolo non solo meraviglioso, ma anche completamente pazzo. Può essere…

Chi vivrà (è tristemente il caso di dirlo) vedrà. Il vostro stanco e cinico blogger promette solennemente che una volta passata questa crisi (qualche settimana come dice Conte? Qualche mese come suggeriscono le proiezioni matematiche?) verrà su queste pagine a lodare le meravigliose virtù dei suoi connazionali, se sarà stato il caso di lodarle, facendo una feroce autocritica e promettendo di migliorare il suo caratteraccio per il futuro. 

In caso contrario io – e il blog tutto – faremo il nostro usuale lavoro di riflessione e di critica, e non cercheremo di indorare la pillola con lodi immeritate a un popolo che da decenni non pare azzeccarne una.

Intanto, spero come voi,

#iorestoacasa

(In copertina: il vostro blogger guarda mestamente fuori della finestra, dovendo restare in casa. Foto scattata da lui medesimo) (Nota mia: foto omessa)

Vendola, forse sei tu che non sei mai stato un “compagno”?

Vendola, forse sei tu che non sei mai stato un “compagno”?

Io l’ho letto su un numero di la Repubblica di luglio, ma chissà in quanti altri quotidiani e siti c’è più o meno lo stesso articolo.

Nichi Vendola avrebbe detto (uso il condizionale perché non ho affatto fiducia sulla credibilità di quanto leggo, sui giornali cartacei e in internet, men che meno nelle frasi “virgolettate” – che significherebbe, cari “giornalisti”, PAROLE TESTUALI!) “nel Pci mi dicevano che non si doveva dire ‘amico’, che bisognava dire ‘compagno’. Ho passato tutta la vita a ripetermi questa frase. Ma ora ho capito che era una stronzata, perché è stato un alibi per molti crimini. Io preferisco stare con molti amici, che mi aiutano a crescere”.

Caro Vendola, ammetto candidamente che non mi sei affatto simpatico e, a scanso di equivoci, preciso che non è certo perché sei omosessuale. Alcuni dei motivi per cui non mi sei simpatico potrebbero essere anche poco, o per nulla, veramente importanti. Allora preferisco entrare appena appena nel merito.

Vedi, usare l’appellativo di “compagno” non è un alibi in sè per, come dici, (giustificare) molti crimini. Non è che chiamando gli altri iscritti allo stesso partito “compagni” automaticamente si approvano crimini e misfatti commessi da pochi o molti altri, aderenti alla stessa idea, che magari in buon fede neanche si conoscono.

I crimini a cui penso tu ti sia riferito sono quelli noti: sono quelli dello stalinismo (cosa ben diversa dal comunismo) che il Pci, fedele alla “linea” di Mosca pur vantando una propria “via italiana al socialismo”, non ha mai condannato decisamente, nemmeno tardivamente ma di cui, anzi, è stato complice. Ma, allora, tu perché ti sei iscritto al PCI? L’iscrizione al partito comporta l’adesione ai principi a cui il partito si ispira: se questi principi, anche attraverso l’uso del termine “compagno”, non si confacevano al tuo intimo convincimento perché ti sei iscritto e hai partecipato alla vita del PCI, come poi a RC e ora a Sel? In Sel non saprei, ma mi risulta che anche in Rifondazione si usava il termine “compagno”: nei partiti a sinistra del PSI il termine era chiaro, si rifaceva in maggior misura all’esperienza della rivoluzione bolscevica del 1917.

Forse tu eri nel Pci come tanti lo sono stati: senza sapere, senza conoscere, senza capire, spesso senza proprio volerlo.

Tirare fuori questa questione dopo tanti anni mi sembra dare ragione a Gianluca, che scrive nel sito ufficiale di Sinistra Ecologia e Libertà “nel tentativo di piacere un po’ a tutti ti stai vendendo pure la pelle, che schifo”.

Forse forse la verità è che proprio tu, in realtà, non sei mai stato un “compagno”?

Nella tua replica, che cito da http://www.repubblica.it/politica/2011/07/14/news/addio_compagni_vendola_meglio_amici_ma_sul_sito_di_sel_parte_la_rivolta-19085989/ , hai detto che in realtà non hai mai rinunciato a quella parola che trovi bellissima e che hai  “semplicemente criticato un’idea che nel vecchio Pci era abbastanza consolidata, che all’interno del partito bisognasse essere compagni ma non necessariamente amici” aggiungendo che “talvolta si poteva essere compagni coltivando tenaci inimicizie”. Ecco, è qui il problema: quanto ci fosse di veramente “comunista” nella vita vera e nelle relazioni interpersonali di un partito, il Pci, che secondo il mio modesto parere aveva abbandonato, di fatto, quegli ideali, quei comportamenti, quell’etica di cui tanto ancora sparlava. E non da poco, ma da tanto tempo, ancora prima della seconda guerra mondiale. Ideali, comportamenti ed etica che anche in tutti gli altri partiti comunisti del mondo erano solo una parvenza di quell’autentico spirito rivoluzionario che animava i primi bolscevichi. Lungi dall’affermare che prima che Stalin e lo stalinismo diventassero dominanti ci fosse la purezza rivoluzionaria, la correttezza e la sincerità nei rapporti personali al cento per cento, sempre e comunque. Però….c’era una bella differenza!

Ma il discorso mi porterebbe lontano, perché tanto ci sarebbe ancora da dire. Come, ad esempio, che un credente non dovrebbe proprio definirsi ed essere definito comunista. Per me, “vecchio” ateo ancor prima di comunista, l’espressione “comunista credente” continua a rimanere un ossimoro. Forse per chiarezza dovrei dire “marxista”, spero di essere stato chiaro ugualmente.

Jàdawin di Atheia