Siamo in deficit ecologico: le risorse rinnovabili sono finite

Siamo in deficit ecologico: le risorse rinnovabili sono finite – Repubblica.it. di Antonio Cianciullo su http://www.repubblica.it 19 Agosto 2014.

Malgrado le parole chiare dell’articolo, nessun accenno a quella che, insieme ad altre, è una delle cause del disastro ecologico e planetario a cui stiano andando incontro da almeno due secoli: l’aumento indiscriminato, incontrollato, e volutamente ignorato da tutti, della popolazione mondiale.

Jàdawin di Atheia

Islanda: chi sbaglia paga (e i debiti sono i suoi)

La bandiera dell'Islanda
La bandiera dell'Islanda

Dal blog Vergognarsi.it Informazione e Satira 2.0 del 25 Novembre 2011 dc

Islanda: chi sbaglia paga (e i debiti sono i suoi)

di Leonardo Iacobucci
asinichevolano.altervista.org

Questa è la storia di una rivoluzione. Sta accadendo ora, in Europa: anche se ad accorgersene sono pochissimi. Forse perché a farle da sfondo è l’Islanda: 103 mila chilometri quadrati, 320mila abitanti, una capitale grande come Reggio Emilia, cognomi impossibili.

Quindici anni di crescita economica avevano fatto dell’Islanda uno dei Paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di ‘neoliberismo puro’ applicato nel Paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del Paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi. Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall’altro aumentava il debito estero delle stesse banche.

Nel 2003 il debito dell’Islanda era pari a 200 volte il suo PIL, ma nel 2007 raggiunse il 900 per cento.

La crisi finanziaria globale del 2008 è stata il colpo di grazia. Le tre principali banche islandesi, Landbanki, Kapthing e Glitnir,andarono in bancarotta e furono nazionalizzate, mentre la corona islandese perse l’85% del suo valore nei confronti dell’euro. Alla fine dell’anno l’Islanda dichiarò bancarotta.

Geir Haarde, Primo Ministro di un governo di coalizione socialdemocratica, negoziò 2,100 miliardi di dollari in prestiti, ai quali i paesi nordici aggiunsero altri 2,5 miliardi. Il FMI e l’Unione Europea volevano prendere in consegna il suo debito, dicendo che era l’unico modo per il Paese di pagare il debito ai Paesi Bassi e Regno Unito, che avevano promesso di rimborsare i propri cittadini.

Le proteste e le rivolte continuarono e alla fine hanno il governo dovette dimettersi.

Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.

Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni: un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Fu a quel punto che la rabbia popolare esplose. A guidarla, in qualche modo, erano un cantante e una donna, lesbica. Di fronte alla situazione economica del Paese, i cittadini islandesi scesero in piazza. Non per un giorno solo: per 14 settimane.

Il risultato fu che il Capo di Stato, Olafur Ragnar Grimsson, si rifiutò di ratificare la legge che avrebbe reso i cittadini dell’Islanda responsabili dei debiti bancari e accettò l’appello al referendum. Naturalmente la comunità internazionale non fece altro che aumentare la pressione sull’Islanda. Nel referendum del marzo 2010 il 93% votò contro il rimborso del debito. Il FMI congelò immediatamente i prestiti. Ma la rivoluzione (non trasmessa in TV negli Stati Uniti) non si fece intimidire. Con il supporto di una cittadinanza furiosa il governo avviò indagini civili e penali sui responsabili della crisi finanziaria.

L’Interpol emise un mandato di arresto internazionale per l’ex presidente di Kaupthing, Sigurdur Einarsson, e per altri banchieri coinvolti che fuggirono dal Paese.

In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il Paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale.

Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un’assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l’appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.

Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l’Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.

“Io vado a votare: passaparola”

Andate e andiamo a votare ai 4 referendum nazionali e ai 5 referendum milanesi!

Io vado a votare: passaparola

Inutilità da sovrappopolazione

Dal molto interessante blog Aetheria lux http://aetherialux.blogspot.com qualcuno la pensa come me riguardo la sovrappopolazione. L’articolo è del 26 Dicembre 2010 dc:

Inutilità da sovrappopolazione

di Roy

Essere in troppi è una colpa? Sì lo è, se stiamo morendo (come stiamo morendo) di questo.

Lo sarebbe comunque in un pianeto finito, in cui la qualità della vita è inversamente proporzionale all’affollamento: più siamo e peggio stiamo.

La Germania ha attualmente 82 mln di abitanti e scenderà a 72 nel 2050, con un calo della Elderly Support Ratio da 3 a 2 (World Population Data Sheet, PRB). Insomma, decremento e invecchiamento, benedetto “inverno demografico” che turba i sonni dei corifei del crescete et moltiplicorum.
L’Etiopia invece, partendo da  un cifra simile -85 mln- schizzerà a 174 (calo ESR da 17 a 11).

Cioè si toglierà lo sfizio di rimpolpare il suo già florido carnaio di quasi 100 mln di anime e sarà un po’ meno giovane.
Popolazione under 15: 14% per la Germania, 44% per l’Etiopia.

Ora, nell’anno di grazia 2010 ormai al termine, cosa accomuna quella che è una delle nazioni più ricche al mondo con una delle più povere? Ovvio e semplice: sono entrambe sovrappopolate. In modo diverso, sia chiaro.

Il compianto professor De Marchi insegnava che la sovrappopolazione è una fattispecie a doppia tipizzazione: o è per densità, o è per accrescimento demografico.

Il caso tedesco rientra nella prima variante. La Germania è un paese con un percorso del tutto unico alle spalle, la storia splendida e tragica di una nazione che sembra essere stata luteranamente predestinata dalla sorte a battere sentieri impervi e solitari. Due guerre mondiali perse, con relative e sostanziali perdite territoriali, l’esodo seguìto al crollo del III Reich di milioni di tedeschi stanziati ad Est -secoli dopo l’epopea dei loro antenati colonizzatori oltre l’Elba- una notevolissima immigrazione subìta poi e a cui anche l’Italia ha dato il suo cospicuo contributo.

Se non possono esserci giustificazioni per l’essere in troppi, almeno qui esiste qualche attenuante. Soprattutto l’attenuarsi della pressione antropica sul proprio territorio con la prevista diminuizione della popolazione.

Che scusa ha l’Etiopia? Io non riesco a trovarne nessuna, pur con tutta la sua storia plurimillenaria alle spalle.

Non c è scusa per crescere in 100 anni di un fattore pari a 9 o giù di lì. Come se l’Italia andasse per i 450 mln al 2050. Nel 1984 una carestia fece (si stima) più di un milione di morti alle falde del Kilimangiaro, una tragedia epocale a soli 26 anni di distanza dal presente. Niente, non hanno imparato la lezione.

Se in media nascono 5,4 figli per ogni femmina-fattrice nella nostra cara vecchia Abissinia, è chiaro che non hanno imparato niente. A dire il vero, sono in buona compagnia.

Al vertice Cina-India di New Dehli di 10 giorni fà, il viceministro cinese degli Esteri è venuto fuori con questa raggelante esternazione:

“C’è abbastanza spazio nel mondo perché Cina e India possano svilupparsi insieme”

(Hu Zhengyue, da AgiChina24, 2010)

Tutti i demografi prevedono che al 2050 il termitaio indiano avrà già superato quello cinese, 1,6 mld vs 1,4.

Ora, inserisco QUI il link ad un post di Luca Pardi, segretario di Rientro Dolce, contenente i risultati del recente State of World 2010 del World Watch Institute. Anche a tralasciare il dato sulla popolazione-limite mondiale calcolata rispetto all’attuale consumo di biocapacità degli Usa (eh sì, consumano tanto questi americani…) e a focalizzarci sul corrispondente livello italiano globalizzato, le cose non vanno molto meglio: la tabella riportata da Luca indica 2,7 mld. Metti contro i 3 mld indiani e cinesi prossimi venturi, e buonanotte al secchio, da soli questi 2 paesi saranno in grado di superare la biocapacità massima del pianeta rapportata al nostro standard di consumo. E considerate che al 2050 questa biocapacità scenderà di parecchio rispetto ad adesso, il degrado ambientale non perdona. Se 3 mld sono troppi già ora, pensate a quanto di più lo saranno fra 40 anni di ulteriore e massiccio inquinamento, desertificazione, deforestazione, e col carico da undici della catastrofe climatica che ci stiamo regalando.

La cosa fantastica è che i lietopensanti del prolificismo globale diranno a questo punto che anche gli italiani consumano troppo. Sono capaci di proporre più figli e meno consumi per ciascuno, si può essere più imbecilli di così?

Punto primo, se va bene, il riccone italo-occidentale dirà di non volere di più, che non si sente la coperta corta ed è contento così. Non certo in molti, con questi chiari di luna. Ma nessuno si augurerà mai di essere più povero o meno ricco. Proporre di dimezzare i consumi dei paesi ricchi è una boutade buffonesca. Succederà quando ci avrà costretti la natura, non certo per solidarietà verso chicchessia.

2a), per quanto il riccone di cui sopra possa essere un completo sempliciotto, si renderà comunque conto (a meno di non essere un ectoplasma imbevuto di benpensiero fino al midollo, chiaro) che i consumi non sono mai “troppo” in sé. Lo diventano quando ad essere troppa è la popolazione a cui si rapportano.

Se fossimo 1 mld al mondo, nessuno parlerebbe degl iperconsumi americani. Adesso sono diventati iperconsumi perchè la natalità del terzo mondo li ha resi tali, avendo preso da decenni la tangente ipergalattica che ci porterà agl’ 8, ai 9 o 10 mld, nessuno può prevedere adesso con esattezza dove questa valanga andrà a fermarsi.

Forse sarebbe meglio ridurre la popolazione, anzichè i consumi. Meglio pochi e ricchi, piuttosto che infestanti e agonizzanti.

2b), poi ci sono quelli che propongono entrambe le cose, i buonisti-veltroniani (alcuni in buona fede, altri meno), diminuire i consumi “ma anche” la popolazione.

Ma se una volta diminuita la popolazione, ci fosse ancora la necessità di ridurre la nostra affluenza (la stessa da Italietta in recessione persistente da 2 anni almeno) allora vorrebbe solo dire che siamo ancora in troppi.

3) la crescita demografica é avvenuta in massima parte non per mancanza di contraccezione, ma per proposito deliberato. Le risorse attraverso cui gli etiopi intendono tirare a campare passano proprio attraverso le infornate di 5 figli e passa per ogni donna. Più figli, più possibiltà di sopravvivere per chi li sforna. Con un bel ricatto imposto al resto del mondo. Ma di questo ne riparliamo al 2011.

Conclusioni: proporre la riduzione dei consumi perchè Cina e India stanno aumentando i loro o perchè vorremmo che l’Etiopia facesse altrettanto é
1) utopico; 2a-b) insensato; 3) ingiusto e automortificante.

La tragica ironia di tutto ciò é che siamo talmente in troppi con i nostri 7-prossimi 9/10 mld di anime, che alla fine non ci sarà neanche bisogno di tutti per schiantare l’ecosistema ed estinguerci. Una sorta di attuazione futura del pensiero di Asimov che fa da presentazione al blog, ripresa e proiettata dall’originario piano sociomediatico (tanto numerosi che la morte non farà neanche più notizia)  a quello ecologico-economico (il mondo collasserà senza aver avuto bisogno del contributo degli africani, così tanti che il loro numero non consentirà loro di svilupparsi).

“Abbastanza spazio” per lo sviluppo di Cina e India, come no, abbastanza per loro soltanto.

Scusate se esiste il resto del mondo.