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La finzione al potere negli Stati Uniti d’America

In e-mail l’8 Febbraio 2017 dc:

Considerazioni Inattuali n°100

La finzione al potere negli Stati Uniti d’America

TRUMP: CATASTROFE AMBIENTALE CERTA, NUCLEARE PROBABILE.

Le lancette dell’orologio del giudizio universale a due minuti e trenta secondi dalla mezzanotte. Prevista per l’autunno una nuova e più grave crisi economica in Europa, ma il Donald dice al nostro presidente pro-tempore del consiglio di “avere a cuore l’Italia”

di Lucio Manisco

Il 28 gennaio del 2016, nove mesi prima delle elezioni americane, avevamo previsto la vittoria di Donald Trump e l’ascesa al potere in Francia di Marine Le Pen (vedi Considerazioni Inattuali n° 85). Auguriamoci che la nostra sfera di cristallo in questo 2017 si dimostri fallace e menzognera perché le nostre previsioni sono più catastrofiche di quelle dello scorso anno, non sono intuitive o basate unicamente su una modesta, quarantennale esperienza giornalistica negli Stati Uniti, ma sono basate sui fatti, sul work on progress della nuova amministrazione che ha assunto i poteri a Washington e sono condivise da osservatori politici, economici e scientifici ben più autorevoli di chi scrive queste note. Quanto segue è un elenco sommario ed incompleto dei fatti, degli sviluppi delle ultime settimane.

Abbiamo il capo esecutivo della più grande potenza mondiale che ha esteso alla sfera dell’amministrazione della cosa pubblica e della gestione degli affari internazionali gli stessi metodi leciti e più spesso illeciti che gli hanno permesso di accumulare ricchezza come imprenditore immobiliare. Metodi riassumibili nel dogma dilatato, ossessivo e dissennato che la pubblicità è l’anima della politica e la politica è l’anima del commercio.

Il commercio come utile personale in violazione del conflitto di interessi, esteso al famigerato uno percento di supermiliardari che fanno parte del suo governo. Il tutto spacciato con il brand trumpista, la marca “America First”, l’interesse esclusivo del popolo che richiama alla memoria l’Italia proletaria e fascista dell’antesignano Benito Mussolini.

Al metodo e ai suoi traguardi a breve, brevissima scadenza, si aggiungono l’ignoranza delle procedure legislative e costituzionali di una repubblica federale complessa, oligarchica e caratterizzata da formali e carenti osservanze democratiche, una megalomania psicopatologica, razzismo, sessismo, negazione del problema primario del pianeta e cioè il cambiamento climatico, accompagnata da un irresponsabile approccio alla potenza nucleare degli Stati Uniti come surrogato del loro declino imperiale.

Queste due ultime disastrose, chiamiamole “tendenze”, di Donald Trump hanno indotto i premi Nobel del “Bullein of Atomic Scientists” a portare avanti per il 2017 di trenta secondi a due minuti e mezzo dalla mezzanotte le lancette del loro già allarmante “Doomsday Clock”, l’orologio del Giudizio Universale. Condivide il loro parere il linguista del Massachussetts Institute of Tecnology e radicale saggista politico Noam Chomsky che ha scritto sic et simpliciter che Donald Trump rappresenta una minaccia per il genere umano per quanto concerne il cambiamento climatico e una guerra nucleare. Si è trovato in una compagnia a lui sgradita, quella del “New York Times” del 5 febbraio che in un articolo dal titolo “Il dito sul bottone nucleare” ha scritto:”Il signor Trump ha assunto il potere con ben poca conoscenza del vasto arsenale nucleare, dei missili, degli aerei strategici e dei sommergibili che lo compongono. Ha parlato, in termini allarmanti, dell’impiego di queste armi contro i terroristi e di volere incrementare il dispositivo nucleare americano. Ha anche detto di credere nell’alto valore della impredicability, nel presumibile significato di voler mantenere in drammatica tensione altre nazioni sul suo possibile intento di fare ricorso alle armi nucleari….”.

Due giorni prima lo stesso quotidiano aveva sparato in prima pagina la notizia che il riscaldamento climatico aveva esteso di 27 chilometri, in meno di due mesi, una pre-esistente profonda fessurazione della calotta artica denominata Larsen C: è quindi imminente la separazione di un enorme massa di ghiacci che creeranno nell’Atlantico un iceberg di dimensioni mai prima registrate. L’aumento del livello dei mari sarà sensibile anche se minimo. E c’è anche chi esagera nel blog “Artic News” con un’analisi dal titolo “Estinzione del genere umano entro il 2026?”. Una scadenza decennale viene esclusa dagli scienziati del clima, non altrettanto di una data terminale dei cento anni a cui si arriverebbe per la combinazione di tutti i fattori di inquinamento a cui il neo presidente degli Stati Uniti intende alacremente contribuire con la riapertura di miniere di carbone ed il via libera a due giganteschi oleodotti dal Nord al Sud dell’emisfero nordamericano.

Ma ci sono problemi meno cataclismici ma più immediati che incombono sul mondo industrializzato ed in via di sviluppo. Riguardano la pressoché certa, imminente e grave depressione economica che il protezionismo e le guerre commerciali programmate dal signor Trump colpirà per prima l’Europa, a partire dall’Italia. Ne hanno parlato a porte chiuse ed in pubblico i governanti dell’Unione Europea a Malta e ne hanno parlato in termini duri e sferzanti rivolti al nuovo inquilino della Casa Bianca. Non sembra che il nostro presidente del consiglio si sia unito al coro, concentrando i suoi interventi sulle corresponsabilità europee per i crescenti problemi dell’immigrazione. Sembra comunque che sia stato l’unico a ricevere una telefonata di congratulazioni del Presidente americano che ha proclamato di “avere a cuore l’Italia”. Chi scrive, in quanto italiano, è rimasto turbato dall nozione di occupare una millesimale porzione dell’organo cardiaco di Trump. Se ne dovrebbero preoccupare gli estremisti della destra nostrana, l’allegra brigata dei Salvini & Co., che hanno esultato per la sua vittoria elettorale e dovranno fare ad autunno i conti con un aumento della disoccupazione in Italia. Ma se ne dovranno anche preoccupare quei pochi estremisti dell’estrema sinistra che gioiscono della obsolescenza della NATO proclamata a parole e poi rinnegata dal Donald – un verdetto da noi condiviso prima ancora che l’imprenditore immobiliare abilissimo nel trarre profitti anche dalle sue bancarotte assumesse il potere. Questi saltimbanchi della sinistra, nella definizione di Lenin, ignorano che anche l’amicizia con Putin potrà essere messa da parte nel divide et impera anti Europa del giocatore d’azzardo che occupa la bianca magione di Pennsylvania Avenue.

Lucio Manisco

www.luciomanisco.eu

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Guerre e crisi economiche

19 Gennaio 2010 dc:

Guerre e crisi economiche

Nel famoso libro “Della guerra”, pubblicato postumo nel 1832, il generale prussiano Karl von Clausewitz, che aveva maturato una lunga esperienza nel corso delle guerre napoleoniche (le prime dell’era capitalistica contemporanea), elaborò un’analisi seria del problema, di cui seppe cogliere l’essenza più recondita, applicando una logica hegeliana.

Tra le altre cose, Karl von Clausewitz scrisse la celeberrima frase: “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi”; ed ancora: “La guerra è un atto di forza che ha lo scopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà”.

Hegel, dal canto suo, affermò che “La storia, senza guerre, registra solo pagine bianche”, nel senso che le guerre determinano i principali cambiamenti della storia.

Sviluppando e capovolgendo la dialettica hegeliana su basi storico-materialistiche, il pensiero marxista introdusse ulteriori elementi critici ed innovativi nella valutazione e nella comprensione del fenomeno, riconducendo l’essenza profonda dei conflitti bellici e sociali all’economia in quanto motore della storia, che è “storia di lotta di classe”.

Ebbene, nel corso della storia millenaria dell’umanità, ma soprattutto nell’epoca contemporanea, segnata e dominata dalle forze soverchianti del capitalismo e dell’imperialismo economico, le riflessioni elaborate da von Clausewitz e da Hegel, ma soprattutto l’analisi critica suggerita dal marxismo, hanno avuto un riscontro effettivo.

Nelle sue fasi cicliche di espansione, ma soprattutto nei suoi momenti di crisi, il capitalismo ha generato miseria e sfruttamento, morti, catastrofi e distruzioni, barbarie e guerra. Da almeno 100 anni il capitalismo è in fase di decadenza e le crisi esplodono periodicamente. L’attuale catastrofe economica è il frutto di cento anni di decadenza del capitalismo, che ormai è in una fase di putrefazione avanzata e irreversibile.

In passato, per scongiurare altre depressioni economiche come, ad esempio, quella del 1929, il sistema capitalistico ha escogitato diverse soluzioni praticabili all’interno del sistema stesso, ossia all’interno dell’orizzonte capitalistico, mediante il ricorso all’interventismo statale e all’ampliamento della spesa pubblica. Si pensi, ad esempio, a soluzioni di ispirazione keynesiana quali il New Deal. Oppure ha intrapreso risposte neoimperialiste per conservare e consolidare lo statu quo, l’ordine padronale esistente.

Le politiche neocoloniali e neoimperialistiche non sono servite solo per la ricerca di nuove aree di sbocco per le merci provenienti dai paesi capitalistici più sviluppati o di un luogo ove reperire materie prime e risorse energetiche a buon mercato, e manodopera a basso costo, ma sono state anche un modo efficace per conquistare zone del mondo in cui accrescere il capitale senza dover affrontare la concorrenza di settore.

Parimenti, l’intensificazione della corsa agli armamenti, la conversione bellica dell’industria, imposta dalle multinazionali dell’industria pesante, metal-meccanica, siderurgica e petrolifera, fu la via scelta dalle classi dominanti per uscire dalla pesante depressione del 1929, che ha inevitabilmente condotto ad una nuova, sanguinosa guerra mondiale (a nulla servì la tragica lezione impartita dalla prima guerra mondiale).

Il nazifascismo fu un altro tipo di risposta, di segno apertamente reazionario, delle classi dirigenti dell’epoca alla crisi sociale ed economica esplosa nel primo dopoguerra, e contribuì ad acuire le tensioni e i conflitti interni alle potenze imperialistiche europee e occidentali, accelerando il cammino che trascinò i popoli al tragico conflitto mondiale.

Durante i 25 anni successivi alla seconda guerra mondiale, in tutti i paesi maggiormente industrializzati, inclusa l’Italia, si verificò un ciclo di espansione economica diffusa, un periodo storico indicato con l’espressione “boom economico”. Nel corso degli anni ’70 questa fase di crescita venne frenata dalla crisi del dollaro e del sistema monetario internazionale, che portò nel 1971 alla fine degli accordi di Bretton Woods, con la dichiarazione unilaterale statunitense di inconvertibilità del dollaro in oro, ma soprattutto dalla crisi petrolifera del ‘73 determinata dalla guerra del Kippur, combattuta in Medio Oriente, che causò un pauroso innalzamento del prezzo del barile.

E veniamo all’odierna catastrofe economica e sociale.

L’attuale crisi investe l’apparato economico complessivo, mettendo in discussione l’intero modo di produzione capitalistico su scala mondiale. Infatti, quella in corso  è una crisi di sovrapproduzione, nel senso che negli anni si è determinato un ciclo di sviluppo e di accumulazione smisurata dei profitti, derivanti da un eccessivo sfruttamento dei produttori, cioè gli operai. I quali, a dispetto dei ritmi, degli orari e degli standard di rendimento produttivo senza dubbio elevati, si sono progressivamente impoveriti. E ciò è avvenuto in tutto il mondo, per effetto di un processo di globalizzazione economica imperialista che ha generato condizioni crescenti di miseria, precarietà e sfruttamento, imponendo livelli sempre più bassi del costo del lavoro su scala internazionale, malgrado gli operai delle fabbriche facciano più del loro dovere.

Le conseguenze immediate sono evidenti a tutti: un drastico calo dei consumi, destinati a ridursi ulteriormente, alimentando in tal modo la tendenza recessiva in atto; un incremento esponenziale della disoccupazione e della precarizzazione, con inevitabili conseguenze in termini di drammatici costi umani e sociali, di ulteriore indebolimento e degrado dei lavoratori del sistema produttivo e, quindi, un progressivo abbassamento degli acquisti di beni di consumo. Ciò innescherà un meccanismo vizioso che autoalimenterà la crisi recessiva, sino al tracollo definitivo e globale del capitalismo, che cadrà irrimediabilmente in rovina, almeno nelle forme e nei modi finora conosciuti.

A nulla potrà servire l’assunzione di rimedi inutili e tardivi, di provvedimenti illusori di pura facciata quali la riduzione dei megacompensi dei supermanager e dei dirigenti di banca, o di misure tese alla “moralizzazione” (si fa per dire) e alla regolamentazione dei mercati finanziari e all’abolizione dei paradisi fiscali. Tutte misure annunciate enfaticamente, ma che non sono state ancora applicate, essendo di fatto inapplicabili.

Nel caso odierno, la fuoriuscita dalla crisi è possibile solo attraverso la fuoriuscita definitiva e totale dal sistema capitalistico. Ovviamente tale prospettiva, sempre meno teorica e sempre più realistica, turba non poco i capitalisti e i loro servi. Per arginare l’esplosione di rivolte, sommosse e conflitti sociali come quelli a cui stiamo assistendo ovunque nel mondo, i capitalisti invocheranno l’adozione di soluzioni politiche, magari estreme, di segno apertamente autoritario e reazionario (stile nazifascismo in versione aggiornata, per intenderci), e che sul versante propriamente economico potranno condurre ad una nuova, pericolosa corsa al riarmo e, di conseguenza, ad uno sbocco bellico imperialistico, ad un lungo periodo di guerre sanguinose su scala internazionale.

E’ evidente che non basta appropriarsi dei mezzi produttivi, né rovesciare il quadro dei rapporti di forza esistenti, ma occorre trasformare in  modo rivoluzionario il sistema di organizzazione e gestione della produzione stessa. Infatti, le imprese capitalistiche sono state create per ottenere ingenti profitti privati sui mercati e non per soddisfare le esigenze primarie delle persone. E’ la loro struttura e natura intrinseca ad essere viziata.

Occorre riconvertire le aziende verso la produzione di beni di prima necessità, in modo che il valore d’uso riacquisti il suo antico primato sul valore di scambio, e che l’autoconsumo delle unità produttive create su territori geograficamente limitati e politicamente autogestiti in termini di democrazia diretta, prevalga sulle false esigenze consumistiche, cioè sui bisogni indotti dal mercato capitalistico, eliminando la subordinazione delle istanze sociali rispetto alle leggi del profitto economico privato.

Bisogna prendere atto che qualsiasi istanza di sinistra che proponga finanziamenti alla ricerca, all’innovazione e allo sviluppo, chiedendo di rafforzare la crescita del PIL nazionale, senza propugnare o rivendicare la socializzazione della proprietà, alla lunga si rivelerà una iattura per gli interessi delle classi operaie. I sindacati e i partiti di sinistra non devono battersi per rilanciare la competitività economica delle imprese private, ma devono dimostrare che nonostante la competitività e la produttività il sistema non funziona e risulta invivibile ed inaccettabile per tutti i lavoratori del mondo.

In altri termini, bisogna rimettere in seria discussione il paradigma stesso dello sviluppo economico. Di per sé il concetto di “sviluppo” non presuppone un miglioramento delle condizioni di vita della gente. Non possiamo più adottare criteri “quantitativi” quali, ad esempio, il PIL di una nazione, o quello pro-capite, per misurare il tasso di eguaglianza e giustizia sociale, di progresso e democraticità di un paese. Sono necessari altri parametri e altri indicatori di ordine sociale, etico e culturale, che esprimono valori umani in termini di qualità della vita, e non più solo di quantità e di sviluppo economico.

Lucio Garofalo