Laicità e Laicismo, Politica e Società

Perché la sinistra non sceglie la laicità?

Su MicroMegaa il 21 Febbraio 2019 dc:

Perché la sinistra non sceglie la laicità?

di Matteo Gemolo

A Ginevra è stata di recente confermata con un referendum la legge sulla laicità che vieta ai funzionari pubblici di esibire simboli religiosi nell’esercizio delle loro funzioni. Una norma di buon senso eppure fortemente contrastata dalle forze politiche di sinistra che, annebbiate da un malinteso multiculturalismo, hanno perso completamente la barra della laicità e dei diritti.

Col 55,05% dei voti favorevoli, attraverso un referendum domenica 10 febbraio Ginevra ha dato la propria benedizione alla nuova legge sulla laicità (LLE 11764), voluta e approvata nel maggio del 2018 dal Consiglio di Stato. Dopo due anni di approfondimenti e studi da parte della Commissione dei diritti dell’uomo e sotto l’impulso in particolare del magistrato e consigliere liberale Pierre Maudet, gli 11 articoli che compongono questa legge si ripromettono di aggiornare e ricontestualizzare la precedente normativa che Ginevra aveva adottato agli inizi del ‘900 e rivisto l’ultima volta nel 2012.
La legge del 2018 si staglia sul panorama multiculturale svizzero attuale con l’obiettivo chiaro e netto di osteggiare la sempre più forte diffusione di fenomeni in contrasto col convivere democratico, quali radicalismo, fanatismo, proselitismo e comunitarismo religioso.
In modo particolare, questa legge rappresenta un passo importante proprio nel processo di secolarizzazione della Svizzera stessa, la cui carta costituzionale (vale la pena ricordarlo) si apre ancora con l’originario motto risalente al 1848: “Au nom de Dieu tout-poussant”, retaggio di un passato calvinista mai realmente dimenticato. Se, da un lato, la Costituzione federale della Confederazione svizzera enuncia esplicitamente principi come la libertà di coscienza e di culto, dall’altro, quella stessa carta non impone una neutralità religiosa che altre democrazie nel continente europeo hanno ritenuto necessario implementare (prima fra tutte la Francia), lasciando di fatto aperta la possibilità ai singoli cantoni di determinare la propria religione “ufficiale”. Non stupirà dunque constatare che tra tutti i 26 cantoni svizzeri, le sole Ginevra e Neuchâtel rimarcano in Costituzione la propria natura “laica”.
Come enunciato in testa al progetto di legge, gli obiettivi dell’LLE 11764 sono i seguenti: 1) proteggere la libertà di coscienza, di credenza e non credenza; 2) preservare la pace religiosa; 3) definire la cornice appropriata alle relazioni tre le autorità e le organizzazioni religiose.

 

Gli articoli 2 e 3 definiscono la “neutralità religiosa dello Stato” e rimarcano il seguente principio: “Lo Stato è laico. Esso osserva una neutralità religiosa. Non finanzia né sponsorizza alcuna organizzazione religiosa.” Sulla falsariga di questi primi tre articoli, i restanti 8 precisano come questa laicità “teorica” si possa e debba concretamente esplicitare.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non tutte queste norme hanno entusiasmato i sedicenti progressisti seduti nel ramo sinistro del parlamento ginevrino.
Alcune di esse, in particolare l’articolo 6 e 7, hanno dato aria all’ennesima tromba “islamofobica”, suonata in perfetta sincronia dai soliti rappresentati delle comunità religiose e, come da copione un po’ più stonati, anche dai membri del Partito Socialista, dei Verdi e di Ensemble à gauche. Ad essere contestate sono le misure che impongono una rinnovata neutralità religiosa, obbligando i funzionari in contatto col pubblico e gli eletti dei consigli cantonali e municipali a non ostentare alcun simbolo religioso durante l’esercizio delle proprie funzioni.
Dunque: via le grosse croci appese al collo, via kippah e via pure i veli… ma mentre per quel che riguarda i primi due casi, la sinistra ginevrina non sembra aver lamentato alcun attentato alla libertà religiosa (con buona pace dei vari cattolici ed ebrei ortodossi in città), un gran baccano si è creato intorno alla tanto vessata questione del velo islamico.
Tra le varie voci, il socialista Cyril Mizrahi ha rimarcato sprezzante quanto questa nuova legge sulla laicità, al contrario della precedente del 2012, tenda ad “imporre la laicità a tutti”, rappresentando una “negazione del fenomeno religioso” tout court. Come se “negare il fenomeno religioso” ed “imporre la laicità” in quello stesso spazio pubblico in cui cittadini si recano per ricevere dei servizi da parte dello Stato (comuni, scuole ecc.), rappresentasse un fatto antidemocratico e liberticida.
La socialista Carole-Anne Kast ha rincarato la dose con queste preoccupanti parole: “Se passerà la legge, sarò costretta a separarmi da cinque donne che indossano il velo. (…) Queste donne aiutano i bambini a scuola o si prendono cura di loro dopo la scuola. Cosa dirò ai genitori?”
Tra le fila di una certa sinistra dal laicismo a giorni alterni si dà ormai per scontato che quelle donne non potranno che scegliere di tenersi il velo; si dà ormai per consumato lo scontro tra laicità e comunitarismo e nel farlo la si dà vinta di fatto a quell’idea razzista, bigotta e coloniale che vuole rappresentare le donne musulmane come appartenenti ad una comunità religiosa incapace di trasformarsi, evolvere e mettersi in discussione.
Quello che sembra non venire colto da coloro i quali continuano a confondere i diritti degli individui con i diritti delle comunità è che, al contrario di alcune pratiche comunitariste sul corpo delle donne realmente violente, l’esercizio della laicità richiesto ai rappresentati pubblici in questa nuova legge non ha un carattere invasivo, non amputa e non recide, non lede in alcun modo la persona, né tanto meno priva l’individuo della libertà di professare il proprio culto.
La rimozione di un velo o di un kippah dalla testa di chi rappresenta lo Stato è meramente temporanea e segue questo basilare principio: vi è il diritto del cittadino a vedersi garantita una neutralità religiosa nello spazio pubblico che precede ed è prioritario rispetto al diritto dei singoli funzionari pubblici e rappresentati delle istituzioni di vestirsi come diavolo gli pare.
Una questione seria ed incredibilmente attuale si apre dunque di fronte a noi: perché lasciare ai soli fedeli religiosi la possibilità di ostentare i propri simboli mentre quella stessa libertà non viene concessa, per esempio, ai tifosi di una squadra di calcio o ai membri di un club di poker? Perché i crocefissi sui muri delle scuole sì e gli educatori con le magliette da hooligan o i berretti con visiera di protezione no? All’interno di un contesto laico, perché la religione continua ad avere dei canali preferenziali rispetto ad altri accorpamenti tra individui di natura culturale, sportiva o artistica?
Stupisce che la nuova e rinnovata neutralità che questa legge sulla laicità chiede ai funzionari pubblici e agli eletti di rispettare sia interpretata da più voci sedicenti laiche e progressiste come un’offesa e un attacco nei confronti delle congregazioni religiose ed in modo particolare di quella musulmana. A coloro che in nome del multiculturalismo si dichiarano indignati di fronte ad un presunto torto fatto a una minoranza religiosa (senza rendersi conto che questa restrizione vale anche per gli appartenenti ai culti di maggioranza) ricordo che non vi sarebbe alcun torto se un privilegio ingiustificato non fosse stato precedentemente concesso.
Sabine Tiguemounine, deputata municipale dei Verdi, l’unica politica fino a questo momento ad indossare lo hijab in consiglio a Meyrin ha dichiarato al quotidiano svizzero Le Libre: “La gente mi conosce come quella lì!”, facendo riferimento al proprio copricapo. Ora che la nuova legge sulla laicità è definitivamente passata, sarebbe interessante capire se l’agenda politica che ha portato Sabine Tiguemounine a sedere tra i banchi dei Verdi sia o meno prioritaria e/o in contraddizione rispetto alla propria personale rivendicazione d’appartenenza ad una comunità religiosa. Delle due l’una: si può sposare la laicità senza indugio, mettendo da parte anche la propria fede e i dettami che essa impone per spirito di servizio, o si può fare come fanno i sindaci leghisti in Italia che, invocando una fantomatica libertà di coscienza, decidono di contravvenire alla legge, non celebrando per esempio le unioni di fatto, perché in contrasto con i propri “valori religiosi”.
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Delle cose bizzarre che Dio proibisce e della laicità dello Stato

Da Hic Rhodus  5 Agosto 2016 dc:

Delle cose bizzarre che Dio proibisce e della laicità dello Stato

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di Bezzicante

Permettetemi una dichiarazione preliminare, una sorta di excusatio non petita che chiunque abbia un po’ di dimestichezza con lo scrivere e il comunicare sa che non si deve fare, mai. In questo post tratterò comportamenti religiosi che contrastano col vivere in una comunità laica. La prima parte del post girerà intorno alla natura di questi comportamenti: sono veramente “religiosi”? Voglio dire: certe cose decisamente bizzarre le ha veramente volute Dio? Capite subito che il fatto stesso che io giudichi ‘bizzarri’ determinati comportamenti che, per taluni, sono sacri e vincolanti e oggetto dello sguardo divino mi colloca immediatamente fuori dalla capacità di comprenderli. Sono laico. Non solo credo nella necessità di uno stato laico e nella separazione fra fede e politica, fra chiesa e istituzioni ma, sostanzialmente, sono distante dal devozionismo, dalla fede, dal conseguente forte coinvolgimento emotivo dei credenti. Il mio linguaggio è un linguaggio differente, mi assumo le colpe dell’incomprensione. E questa era l’excusatio per la prima parte dell’articolo. La seconda parte, più breve, prescinde dalle mie incomprensioni e dalle vostre fedi; riguarda la pretesa, in uno stato laico occidentale, di tenere rigorosamente separate la sfera religiosa da quella politica per tutti, compresi gli immigrati e coloro che credono in altre religioni (differenti dalla cristiana) per i quali scatta spesso un meccanismo etnocentrico all’incontrario. Per timore di essere giudicati razzisti si concede di più, assai di più, di quanto la nostra tradizione laica chieda. E ora le premesse sono finite e potete leggervi l’articolo.

Ho già trattato a suo tempo la questione del velo islamico segnalando che l’obbligo a indossarlo, per le donne musulmane, non è una questione di religione ma di identità culturale sostanzialmente condizionata da una società misogina; in quel vecchio post ho utilizzato fonti islamiche per la prima affermazione (il velo non c’entra col Corano) e un’importante e ampia ricerca internazionale che fornisce evidenze sulla seconda (la diffusione del velo è correlata con la tolleranza e l’apertura della società di appartenenza). Di questioni analoghe ce ne sono in tutte le religioni, ciascuna delle quali sostiene che dio vuole che si mangino oppure no determinati cibi, ci si tagli oppure no il prepuzio, ci si comporti in determinati modi fra le lenzuola e via discorrendo. Un tratto evidente di ciò che viene definita ‘secolarizzazione’ (ne abbiamo parlato QUI) è l’abbandono di questi costrutti privi di aderenza con una fede religiosa piantata nel XXI secolo; si può continuare a credere in dio, con devozione e passione, rinunciando a credere che sia peccato mangiar carne il venerdì, per esempio. Ma la secolarizzazione è un processo che riguarda la modernità e il lento progredire delle idee attraverso i secoli. Non in tutto il mondo e non in tutte le religioni i percorsi sono stati simili, e parlare di secolarizzazione nelle aree islamiche più tradizionali è abbastanza sciocco (alcune ragioni le rammenta Galli della Loggia QUI).

Analoga alla questione del velo c’è una bizzarra ritrosia alla stretta di mano:

In una regione nel nord della Svizzera due studenti musulmani saranno obbligati a stringere la mano alle professoresse all’inizio e alla fine della lezione, come è tradizione nel Paese elvetico, ma in questo modo verranno meno ai dettami della loro religione che vieta i contatti fisici tra uomini e donne che non abbiano un legame di parentela (Fonte: Corriere della Sera; l’articolo illustra la sequela di polemiche suscitate da questa decisione).

Ho quindi percorso lo stesso procedimento utilizzato per il velo e sono andato a cercarmi fonti islamiche che mi illuminassero e ho trovato questa che dice che sì, è proprio vietato, a un uomo, stringere la mano a una donna che non gli appartenga (testuale), o che non sia una delle sue parenti “strette” (fonte). Questa prima fonte, eruditissima e ricca di riferimenti non cita mai il Corano ma solo seguaci illustri, giureconsulti, sceicchi devoti e così via: un po’ come se un cattolico citasse noti dottori della chiesa, teologi medioevali e simili. Idem altre fonti come QUESTA di donne musulmane (si cita la moglie del profeta e il Corano solo come fonte indiretta in merito alla modestia ed esemplarità – in generale – del comportamento femminile); così molteplici fonti italiane che riportano la medesima spiegazione e anche fonti inglesi… che riportano la medesima spiegazione (letteralmente! Evidentemente tutti traggono e traducono da una medesima centrale teologica): per esempio QUESTA che però (traducendo meglio l’originale) spiega come la fonte sia un’Hadith, parte della Sunna che, dopo il Corano, è un testo sacro per i musulmani. Non ve la voglio far lunga in questa prima parte dell’articolo, e arrivo alla conclusione. Diversamente dal velo, la stretta di mano sembra indubbiamente parte del contesto religioso islamico anche se – questo è importante – non è il Corano (ispirato da Dio in persona) ma la Sunna. Come un cattolico che affermi una verità religiosa non contenuta nel Vangelo ma nelle Lettere di Paolo. Ma forse sottilizzo troppo io…

A seconda del vostro livello di religiosità sarete portati a credere che certe prescrizioni siano aggiunte dall’apparato religioso che sempre circonda le fedi, aggiunte a volte infelici, non necessarie al rapporto vero e autentico con dio, oppure al contrario potreste ritenere che tutte queste diverse fonti siano comunque ispirate dalla divinità, quindi sacre e prescrittive. Comunque la pensiate, però, segnalo che ragionate su testi letterari, su dichiarazioni, testimonianze… vale a dire parole di uomini e donne (ispirate da dio?) e quindi interpretabili. Ed è la faccenda dell’interpretazione della parola umana che mi confonde: prendiamo per esempio la circoncisione: le principali tre religioni monoteiste attingono allo stesso testo sacro (la Genesi, 17: 10) per obbligare alla circoncisione (ebraismo), per praticarla ma senza un chiaro obbligo religioso (islam), per non praticarla affatto (cristiani, ma non i cristiani copti che invece la praticano). Quindi la Genesi, parola di Dio, è diversamente interpretata e praticata. Se interpretiamo la Sua parola, figuriamoci quella degli interpreti, dei commentatori e dei costruttori di sovrastrutture di mediazione con la divinità.

Tutto questo per dire che stabilire in maniera rigida, assoluta e indiscutibile che Dio, proprio Lui in persona, trovi offensivo che un uomo stringa la mano, come segno educato di saluto, a una donna che “non gli appartiene”, ecco: stabilire in maniera incontrovertibile che sia Dio a volerlo lo trovo alienante. Capisco che dio voglia l’amore e proibisca l’omicidio e accetto anche che voglia essere lodato e santificato, per carità, ma che pretenda un prepuzio in pagamento di un pegno o che trovi riprovevole una stretta di mano mi sembra quantomeno bizzarro.

Fine della prima parte.

La seconda parte di questo articolo cambia completamente registro e si interroga su come deve comportarsi una società liberale (con riferimento al caso svizzero sul quale abbiamo aperto). Vedo due possibilità:

  • possibilità n° 1: siamo liberali, quindi tolleranti, quindi inclusivi, quindi rispettiamo tutti; se siete musulmani e non volete stringere la mano alla professoressa, in quanto femmina che non vi appartiene, bene: avete ogni diritto a farlo anche all’interno della nostra società;
  • possibilità n° 2: siamo liberali, quindi tolleranti, quindi inclusivi, quindi (qui cambiamo la frase) rigettiamo comportamenti tesi all’esclusione (come sono tutti i simboli religiosi); se siete musulmani, o ebrei, o cattolici ciò riguarda la vostra sfera privata e non quella della convivenza pubblica.

Guarda caso si tratta delle due antitetiche posizioni assunte dalla corte UE in due distinti casi riguardanti il velo ma è questa seconda idea che informa correttamente il pensiero democratico liberale occidentale. È per questa ragione che dovrebbero essere banditi i simboli religiosi dagli uffici pubblici, che il velo integrale dovrebbe essere proibito, che la stretta di mano può essere rifiutata solo come oltraggio e non come ferma adesione a un precetto imperscrutabile.

Si dirà che in questo modo si calpestano i diritti di quei credenti. Li offendiamo imponendo i nostri valori laici. Vero. In caso contrario, però, sarebbero loro a imporre i loro valori religiosi. Non c’è via d’uscita: è un gioco che prevede un perdente, il religioso o il laico. Sotto un profilo logico ha poca importanza che il religioso sbianchi in volto, dia in escandescenze e si faccia prendere una sincope dall’obbligo di laicità, mentre il laico semmai fa spallucce e – in virtù della sua apertura mentale – se ne infischi del crocifisso a scuola e dei molteplici obblighi religiosi non richiesti. Sotto il profilo logico c’è un torto che viene commesso a danno di un cittadino, religioso o laico. Per questo sempre la logica suggerisce che in una società moderna deve vincere il primato della laicità. Se nel privato ogni cittadino ha diritto di credere in ciò che vuole, nella vita associata bisogna azzerare le differenze, i contrasti, le potenziali guerre di religione. Come cittadini, uguali doveri e diritti. Non qualche diritto in più per i cattolici, o per i musulmani o per i pastafariani (ed è questo il senso di una recente sentenza della Corte di giustizia UE).

Io credo veramente che stiamo sbagliando molto con i cittadini portatori di altre culture e valori. Siamo capaci di chiudere le frontiere allarmati dai flussi migratori, ma poi siamo così incerti da accettare comportamenti ostili da quei cittadini che brandiscono la fede come simbolo identitario negativo. Dire per esempio che le donne musulmane non devono portare il velo suona come xenofobia, islamofobia. Io credo onestamente che le donne islamiche non debbano portare il velo integrale (quindi: sì hijiab non integrale; no burqa o niqab); credo che se porgo la mano in segno di saluto (semmai non sapendo che per lei, donna musulmana, non è corretto) mi aspetto che la mano mi venga stretta; così come credo che la CEI non debba mettere bocca su alcuna legge dello Stato italiano, che il Concordato vada abolito e il crocifisso tolto dai luoghi pubblici. Credere nell’uguaglianza, quella dei diritti e della cittadinanza, significa rispettare tutte le religioni fino al confine, non superabile, della laicità inclusiva e universalista dello stato.

Credo anche che sia una questione di igiene mentale. O culturale. Se smettessimo tutti di ostentare identità assolute e non negoziabili come quella religiosa, saremmo tutti meno impauriti dai diversi. Cadrebbero molti pregiudizi e, vedendoci più uguali, daremmo tutti meno spazio alle imbecillità fondamentaliste.

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Cultura, Politica e Società

I tanti, troppi pregiudizi dei “progressisti” bigotti

Da Lucidamente gennaio 2011 dc:

I tanti, troppi pregiudizi dei “progressisti” bigotti

La saga del politicamente corretto: alcuni esempi da La cultura del piagnisteo
di Robert Hughes (Adelphi)

di Rino Tripodi

Vi è un’ideologia, una visione del mondo, una “Weltanschauung”, fondata su certezze assolute e luoghi comuni. Qualche esempio. Chi delinque è spinto dal bisogno e da una società ingiusta. I disabili sono persone solidali. Chi va male a scuola è giustificato dall’esser nato in famiglie povere o “difficili”. I neri – mi raccomando, non scriviamo “negri” – “hanno la musica nel sangue”. Gli omosessuali sono tutti sensibili. Le donne sono vittime della storia e della violenza – congenita – degli uomini. Gli immigrati ci permettono di ampliare i nostri orizzonti culturali. Gli ebrei sono intelligenti. Gli artisti sono trasgressivi e libertari. Gli operai votano a sinistra. I cacciatori sono persone sadiche. Le prostitute – o escort? – sono costrette a vendersi per impellenti necessità economiche o perché sfruttate da malviventi. Gli imprenditori sono degli aguzzini delle proprie maestranze. I popoli orientali tendono al misticismo. Quelli africani all’armonia con la natura.

In realtà tutte le precedenti affermazioni assiomatiche sono aprioristiche ed errate. Così come lo sarebbero il loro contrario. Il criminale può esser spinto dal bisogno a trasgredire le leggi, ma quanti, pur in difficoltà, non commettono reati? Un disabile – per nascita o perché sfortunatamente lo è diveuto – ha le stesse probabilità di chiunque altro di essere solidale verso il prossimo o egoista, prepotente e vittimista. Molti studenti non ne vogliono sapere di studiare: non sono portati o non va loro e basta; non è responsabilità né della società, né della famiglia, né della scuola. Esistono neri stonati e negati per la musica. Molti gay sono malvagi, alla stessa stregua degli eterosessuali. Le donne sono vittime della storia e della violenza quanto chi è di sesso maschile. Dalla maggior parte degli immigrati non abbiamo nulla da imparare e faremmo bene invece a studiare e tutelare il nostro Rinascimento, il nostro Illuminismo o il nostro Romanticismo.

Esistono ebrei stupidi e ignoranti, così come i rappresentanti di altre etnie. Molti artisti lavorano, quanto a tempi e modalità, come un normale bancario. Gli operai italiani del Settentrione votano per lo più Lega Nord. Certi cacciatori hanno un rapporto con la natura più stretto, utile e “sensibile” di taluni ecologisti di città. La stragrande maggioranza delle operatrici del sesso si prostituisce volontariamente perché – e non c’è niente di male – è meglio guadagnare in un paio di notti quello che si ricaverebbe dal fare la badante; inoltre il più delle volte i “magnaccia” sono donne (violente). Quasi tutti gli imprenditori lavorano più delle proprie maestranze e – almeno fino a qualche anno fa – spesso non avevano la possibilità di mettere in riga e far licenziare operai fannulloni ed eternamente “malati”. Gli orientali hanno il senso del business quanto o più degli statunitensi. Gli abitanti dell’Africa hanno le stesse difficoltà nel rapporto con la natura che da sempre hanno avuto tutti gli uomini.

Gli schiavisti solo europei, i buoni pellirosse e le streghe al rogo…

L’ideologia che abbiamo cercato di smantellare si può definire come quella del “politicamente corretto”. Una sorta di religione laica (ma definirla “laica” non andrebbe neanche bene, visto che invero lo spiritò di laicità si fonda sulla apertura, sul pluralismo, sul relativismo e sulla problematicità dei punti di vista) costituita, allo stesso modo di quelle “rivelate”, da dogmi, verità indiscutibili, assoluta intolleranza per il pensiero “altro”, violenti autodafé. Come chiameremmo chi non discute liberamente, chi ha tesi precostituite, chi è rigidamente chiuso in un moralismo falso e ipocrita, chi ha tabù insuperabili? Ed è totalmente chiuso al sorriso, all’ironia dell’intelligenza? Bigotto. Allora, occorre concludere che esiste un bigottismo progressista.

A nulla serve scoprire ben altre verità, peraltro ormai appurate dalla Storia o da altre discipline. Qualche esempio. Si pensa generalmente che dell’orrore della schiavitù, con milioni di africani deportati nelle Americhe, siano responsabili soltanto i bianchi. In realtà, questi ultimi trovavano sulle rive dell’Africa occidentale la “merce umana” già imballata… da mercanti arabi e/o da altre popolazioni di colore (a proposito, il razzismo tra le tribù della nera Africa è ancora oggi violentissimo).

È vero che i pellirosse vivevano in perfetto equilibrio con la natura, tant’è che per migliaia di anni il rapporto abitanti/terra/risorse è rimasto inalterato. Peccato che non tutti ricordino come le guerre tra le nazioni indiane fossero costanti e che nessun pellerossa si sentiva “uomo” se non aveva ucciso un altro essere umano. Ancora. Di solito si associa l’idea della caccia alle streghe all’Inquisizione cattolica, all’intolleranza del papato romano. La verità è che la stragrande maggioranza dei roghi sono stati accesi in terre dove si professavano le religioni protestanti…

I pregiudizi resistono, sono duri a morire, in quanto permettono a chi li ha di pensare poco o nulla, di trovare risposte prefabbricate, di vivere, insomma, più tranquilli, sicuri… e ignoranti.

L’obiettivo di questo numero di LucidaMente

Il pensiero del politically correct sorge negli atenei statunitensi intorno agli Anni Ottanta dello scorso secolo. Qui non si vuole assolutamente deridere la struttura di fondo e le buone intenzioni di tale cultura, anzi le si dà merito di aver posto molti problemi reali. E pensiamo che non ci sia da ironizzare sul fatto di chiamare gli “spazzini” “operatori ecologici” o “gay” una determinata categoria di persone in precedenza designata con aberranti termini dispregiativi. Tutto quello che serve a ridare dignità alle persone è benvenuto. Vogliamo semplicemente denunciarne l’assolutismo, la rigidità che a propria volta diventa facile schematismo, quando non intolleranza.

In particolare, in questo numero, secondo gli obiettivi primari che ci siamo dati fin dalla nascita di LucidaMente, miriamo soprattutto a segnalare e ragionare sulle falsificazioni, banalità e sciocchezze propagatesi intorno alle cosiddette “differenze di genere” e al rapporto uomo-donna, ormai dilagate presso tutti gli schieramenti culturali, politici, religiosi. Di destra, di centro e di sinistra. Presso laureati e analfabeti, laici e “religiosi”, uomini e donne. Senza distinzione.

Ovviamente, ci riserviamo, in qualche numero successivo, di occuparci anche di altri campi del “politicamente corretto”.

Due saggi, ormai classici, di Bloom e di Hughes

In generale, sui pregiudizi dei bigotti progressisti risulta utile leggere due saggi ormai classici.

Il primo è il libro di Allen Bloom (1930-1992) La chiusura della mente americana. I misfatti dell’istruzione contemporanea (preceduto da una prefazione di Saul Bellow, fu edito nel 1987 con grande successo editoriale negli Usa e in varie parti del mondo, ma pubblicato con scarso successo in Italia nel 1988 da Frassinelli, e ora ristampato da Lindau, pp. 464, € 24,50).

Il secondo risale a pochi anni dopo (1993), ed è La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto di Robert Hughes, pubblicato nel nostro paese da Adelphi nel 1994 ne La collana dei casi, con la traduzione di Marina Antonielli (pp. 242, € 16,33), ma successivamente (2003) anche in quella più economica, gli Adelphi (pp. 242, € 8,00).

La crisi della scuola occidentale postsessantottina

In questa sede accenniamo appena al saggio di Bloom, più incentrato sulla decadenza dell’istruzione nelle scuole e nelle università americane – ma lo stesso varrebbe per qualsiasi nazione dell’Occidente –, secondo il quale, dietro l’aspetto di tolleranza e creatività, portati del Sessantotto, la scuola è divenuta da luogo di libertà intellettuale, dove tutte le opinioni sono prese in esame senza pregiudizi, a ricettacolo delle dannose influenze provenienti dalla cultura di massa.

L’apertura mentale si è così trasformata in chiusura: al sapere, ai valori, alle differenze, ai fatti. Per l’autore l’università deve tornare ai classici occidentali della filosofia, della letteratura, dell’arte, della storia. Deve rimettere al centro i libri e il loro studio, perché l’apprendimento sui libri è il più grande apporto che un docente possa offrire ai propri studenti, visto che l’unica strada è quella, non priva di sacrifici, di ricercare la verità attraverso il sapere.

Un critico d’arte e le sue libere riflessioni

Concentriamoci invece su La cultura del piagnisteo di Hughes.

Il bello è che l’autore è un critico d’arte australiano (oggi settantenne), esperto in Francisco Goya e Barcellona, non un “politico” o un docente universitario come Bloom… Ed è forse proprio per questo che egli è libero da pregiudizi e osserva senza barriere e filtri colorati la realtà, riuscendo a fornire un ritratto completo – e divertente – della “cultura del piagnisteo”.

Nel suo libro si alternano considerazioni, riflessioni, episodi, aneddoti, citazioni.

L’obiettivo principale sono i dogmi del politically correct e i suoi sacerdoti bacchettoni:
«Neoconservatori che fanno del multiculturalismo un babau (come se la cultura occidentale fosse mai stata altro che “multi”, vitale grazie al suo eclettismo, alla sua facoltà di felice emulazione, alla sua capacità di assorbire forme e stimoli “stranieri”); spacciatori di correttezza politica che vedrebbero volentieri la doglianza elevata automaticamente a un rango sacrale».

Papà ti ha violentato e le sdolcinatezze del politically correct

Il vittimismo è una tra le caratteristiche di tale perniciosa ideologia:
«Di qui la fortuna di terapie che insegnano che siamo tutti vittime dei nostri genitori; che non è colpa nostra se siamo scriteriati, venali o francamente scellerati, perché veniamo da “famiglie disfunzionali” […]. Abbiamo avuto modelli imperfetti di comportamento, abbiamo sofferto di mancanza d’affetto, siamo stati picchiati, o magari sottoposti alle voglie libidinose di papà; e se non ne siamo convinti è solo perché ne abbiamo rimosso il ricordo».

Un’altra peculiarità del politically correct è l’uso di termini eufemistici (non si tratta di un fallimento, ma di una “riuscita imperfetta”), di litoti (un cieco è un “non vedente”), di circonlocuzioni (un drogato diventa “individuo socialmente disagiato che eccede nell’uso di sostanze stupefacenti”), per definire realtà o situazioni “difficili”, scomode o sgradevoli. Pensiamo che, di fronte a una persona che, invece di dire pane al pane e vino al vino, si contorca linguisticamente e sintatticamente, il suo interlocutore sia assalito più da un senso di nervosismo, ansia e irritazione, che di bonomia.

Un poliziotto municipale, quindi, per avvertire che un drogato rumeno è entrato in casa uccidendo la nonna, dovrebbe dire: “Signore, la informo che un extracomunitario, abituale consumatore di sostanze che alterano la lucidità mentale, è penetrato nel suo appartamento, prelevando molti oggetti di sua proprietà, cui suppongo fosse affezionato. A proposito, sua nonna è adesso passata a una condizione di persona non vivente”.

Ora, scrive Hughes, «Se questi leziosi comportamenti inducessero la gente a trattarsi vicendevolmente con maggiore civiltà e comprensione, si potrebbe anche apprezzarli; ma in realtà non sortiscono alcun effetto. […] Nessuna sostituzione di parole è in grado di ridurre il tasso di intolleranza in questa o in qualunque altra società».

Tutti studenti di successo… senza studiare

Tornando al tema dell’istruzione, cui abbiamo fatto riferimento accennando al libro di Bloom, vi dedica molte pagine anche Hughes:
«Io so che per me è stata una fortuna avere l’istruzione scolastica che ho avuto. Era un’istruzione ampia, “elitaria” per l’importanza che dava al rendimento, e rigorosa: il carico di lavoro, la quantità di libri che dovevamo leggere e assimilare sembrerebbero una crudeltà al moderno scolaro americano. […] Questo non ci ha arrecato alcun danno. Eravamo promossi, oppure bocciati e ripetevamo l’anno: e le pagelle venivano mandate ai nostri genitori senza riguardi per i loro sentimenti. Ci facevano imparare brani a memoria e leggere a voce alta, col risultato che qualcosa attecchiva».

La “vecchia scuola” non era poi tanto male se ha formato persone in grado di criticare le strutture sociali, politiche, economiche, culturali imperanti. Oggi, tra pillole di nozioni che si insegnano a scuola, il marasma televisivo e l’illusione che si impari e ci si formi attraverso internet, quali individui si vanno formando? Invece, insegnare la propria cultura, a un livello “alto”, consente la formazione di una coscienza critica:
«In breve, quel programma scolastico eurocentrico e monoconfessionale ci diede un punto fermo dal quale, più tardi, avremmo potuto imboccare qualunque strada. […] Non è possibile vedere bene le altre culture finché, grazie alla conoscenza della propria, non si raggiunge un punto in cui la globalità abbia senso. […] Il mio ambiente, sebbene fortemente monoculturale, non era però monolitico: mi ha dato gli strumenti per ribellarmi».

Tutti artisti: ma chi legge?

Un’altra illusione imperante è che “siamo tutti artisti”: da qui il proliferare di ingannevoli corsi di scrittura, pittura, musica, ecc., col risultato che gli “artisti” ormai superano i fruitori dell’arte e che i veri e bravi scrittori, pittori o musicisti vengono sepolti da una valanga di prodotti scadenti.

Alle radici di tale tendenza, sempre secondo l’autore de La cultura del piagnisteo, vi è sempre il vittimismo del politically correct:
«Col diffondersi anche in campo artistico di una lacrimosa avversione all’eccellenza, la discriminazione estetica viene tacciata di discriminazione razziale o sessuale. Su questo argomento pochi prendono posizione, o rilevano che in materia d’arte “elitarismo” non vuol dire ingiustizia sociale e inaccessibilità. […] Discriminare è nella natura umana: facciamo scelte e diamo giudizi ogni giorno. Queste scelte sono parte dell’esperienza concreta. Naturalmente vengono influenzate dagli altri, ma in sostanza non sono il prodotto di una reazione passiva all’autorità. […] Il principio del piacere, in arte, ha un’importanza enorme».

Una democrazia senza élites?

Una società sana e funzionante deve dunque essere fondata su una classe dirigente valida e scelta, colta e preparata, non sull’indifferenziazione demagogica e populista:
«Le élites ci saranno sempre […] ma la loro composizione non è necessariamente statica. […] Il primo passo per diventare persone del genere è riconoscere che noi non siamo un’unica grande famiglia mondiale, e che probabilmente non lo saremo mai; che le differenze tra razze, nazioni, culture e rispettive storie sono profonde e durevoli almeno quanto le loro somiglianze. […] Il compito della democrazia, nel campo dell’arte, è di proteggere l’elitarismo. Non un elitarismo basato sulla razza o il denaro o il rango sociale, ma sul talento e sull’immaginazione».

E l’istruzione superiore deve tendere all’alto, all’eccellenza:
«Le università sono istituti di cultura superiore, non (almeno non principalmente) di terapia sociale. Hanno il diritto di abbassare i criteri d’ammissione e i livelli di insegnamento per permettere agli svantaggiati di stare al passo, a scapito del diritto all’istruzione degli studenti più capaci?»

Le fonti della Storia: i documenti o Radici?

Purtroppo, la penetrazione nella scuola di luoghi comuni e pregiudizi ha sortito l’effetto di non far studiare le varie materie, tra cui la Storia, come attenta analisi dei fatti. Hughes riporta un caso, cui abbiamo già accennato all’inizio del presente articolo:
«L’immagine divulgata dai romanzi popolari tipo Radici – gli schiavisti bianchi che irrompono, armati di moschetti e coltellacci, nella quiete di pacifici villaggi africani – è molto lontana dalla verità storica. Già da secoli esisteva un sistema di compravendita, e i rifornimenti erano controllati dagli africani. […] A differenza degli inglesi e degli americani, nell’Ottocento né gli arabi né i re africani videro la minima ragione umanitaria per opporsi alla schiavitù. […] Eppure l’idea della colpa solitaria di Europa e America continua a infestare le discussioni sulla schiavitù. […] Africani, islamici, europei, tutti ebbero parte nella schiavitù dei negri, la esercitarono e trassero profitto dalle sue miserie. Ma alla fine soltanto l’Europa (includendovi, in questo caso, il Nordamerica) si dimostrò capace di concepirne l’abolizione; solo l’immensa forza morale e intellettuale dell’Illuminismo, rivolta contro l’odiosa forma di oppressione rappresentata dalla schiavitù, fu in grado – in modo disuguale e con molta difficoltà – di far cessare la tratta degli schiavi».

Playboy? È violenza sessuale leggervi la Dichiarazione dei diritti

Hughes narra di un episodio che sarebbe divertente, se non fosse preoccupante. Ci troviamo a Berkeley, in California:
«Una mattina del 1991, una cameriera […] vede a un tavolo un giornalista che legge un articolo sulla Dichiarazione dei diritti dell’uomo […] ma l’articolo è pubblicato da “Playboy”, sicché […] rifiuta di servirgli la colazione, dicendo di essere “scandalizzata e inorridita”, che la sola vista di “Playboy” è una forma vicaria di stupro, di molestia sessuale sul posto di lavoro, di offesa alla dignità delle donne, e via di seguito. La cameriera e il direttore del locale chiedono al malcapitato giornalista di andarsene».

Ovviamente, non finisce lì. Poco dopo, davanti al locale, si succedono due diverse manifestazioni: una di fautori delle libertà civili, che distribuiscono gratuitamente copie di Playboy, un’altra di femministe, secondo le quali la presenza del celebre periodico (peraltro dallo stile elegante e colto) «in un ristorante danneggia la salute delle donne».

I marziani? Non possono essere cattivi!
Ovviamente, non ci attendiamo, con questo modesto articolo e col presente numero di LucidaMente di far breccia nell’ottusità, di scalfire il muro di rigidità, di riuscire a far cambiare idee e mentalità alle legioni di malati di politically correct.

C’è una bella sequenza nel film Mars Attacks! (1997, di Tim Burton, con Jack Nicholson, Glenn Close, Pierce Brosnan e molti altri celebri attori che si sono divertiti a partecipare all’opera): il generale Decker (interpretato da Rod Steiger), violento, rozzo, ignorante, “politicamente scorretto”, è il primo – e l’unico – a capire che i marziani giunti sulla Terra sono malvagi e pronti al genocidio dei terrestri, sicché urla disperato: «Bisogna distruggerli, bisogna distruggerli, bisogna distruggerli!!!». Gli intellettuali, i politici, gli scienziati, i giornalisti attorno a lui, nonostante gli alieni abbiano già dato esplicita prova di crudeltà e intenzioni assassine, gli lanciano sorrisetti di disprezzo e superiorità intellettuale…

Come per i bigotti “di destra” i comunisti hanno governato per cinquant’anni l’Italia, per quelli “di centro” gli omosessuali sono malati, così, per i bigotti “di sinistra”, chi delinque è spinto dal bisogno e da una società ingiusta; i disabili sono persone solidali; chi va male a scuola è giustificato dall’esser nato in famiglie povere o “difficili”… e riprendiamo da capo.

 

Jàdawin di Atheia

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