Politica e Società, Storia

1861 l’Unità d’Italia. Ma la questione meridionale è ancora irrisolta. Capire il Risorgimento per risolverla oggi

Dal sito http://www.italynews.it/ 9 dicembre 2010 dc:

1861 l’Unità d’Italia. Ma la questione meridionale è ancora irrisolta. Capire il Risorgimento per risolverla oggi

di Riccardo Cacelli

– Nel 2011 l’Unità d’Italia festeggia i suoi primi 150 anni.
La storia del risorgimento italiano, i suoi protagonisti, gli ideali di unità, di patria che hanno riscaldato i cuori di tanti italiani è un momento che deve essere sempre ricordato, non solo nelle grandi ricorrenze, ma anche nelle ricorreze minori.

E’ uscito nelle librerie un libro che spiega il Risorgimento e non solo quello. Si tratta di “1861. La storia del Risorgimento che non c’è sui libri di storia”, scritto da Giovanni Fasanella ed Antonella Grippo, che illustra nei minimi dettagli il Risorgimento non conosciuto e forse quello vero e reale. Gli intrallazzi tra potenze europee e politici italiani. Ma spiega anche un’altra cosa: la questione meridionale.

I libri di storia che ci fanno studiare a scuola descrivono il periodo post 1861 come il periodo dei briganti senza approfondire l’argomento che porterebbe ad indignarsi su come il Regno di Sardegna ovvero il Regno d’Italia risolvette il problema meridionale.
Tanto che oggi non è ancora stato risolto.
Ecco i fatti.

Nel marzo 1861 il ministro dell’Interno, Marco Minghetti presentò un progetto di legge che prevedeva un notevole decentramento amministrativo.
Di fatto però il progetto Minghetti non superò l’esame delle commissioni parlamentari e venne ritirato “temporaneamente” dal Consiglio dei ministri il 9 maggio successivo. In realtà, le istanze dei Federalisti – che volevano un maggiore rispetto per le specificità locali – vennero completamente abbandonate e l’applicazione delle leggi del Regno di Sardegna venne estesa al resto d’Italia provocando il collasso del sistema economico meridionale e una crisi senza precedenti nel secolo che sfocerà nel corso forzoso della lira (1866). Il 6 giugno morì Cavour. A ottobre il nuovo presidente del consiglio Bettino Ricasoli infatti estese a tutta Italia l’ordinamento locale piemontese.

La politica del nuovo Regno d’Italia favorì la nascita di una disparità fra le due parti del Paese, assente prima dell’Unità. Si cita ad esempio la tassa sull’emigrazione verso le Americhe, che colpiva gli emigranti meridionali che sceglievano quella come principale destinazione. Gli introiti di questa tassa venivano poi usati per finanziare l’emigrazione verso l’Europa: quattro quinti delle persone che emigravano in Europa erano del Nord.

Nell’agosto 1861 venne inviato a Napoli il generale Enrico Cialdini con poteri eccezionali per affrontare l’emergenza del brigantaggio.
Egli seppe rafforzare il partito sabaudo arruolando militi del disciolto esercito meridionale di Garibaldi e perseguendo il clero e i nobili legittimisti.

In una seconda fase comandò una dura repressione messa in atto attraverso un sistematico ricorso ad arresti in massa, esecuzioni sommarie, distruzione di casolari e masserie, vaste azioni contro interi centri abitati: fucilazioni sommarie e incendi di villaggi in cui si rifugiavano i briganti erano all’ordine del giorno, restano famigerati il cannoneggiamento di Mola di Gaeta del 17 febbraio 1861 (dopo l’unità italiana dall’aggregazione del borgo con altri Comuni limitrofi nasce Formia), nonché gli eccidi di Casalduni e Pontelandolfo nell’agosto 1861.

Nell’agosto 1863 venne emanata la “famigerata” legge Pica. Tale legge, contraria a molte disposizioni costituzionali, colpiva non solo i presunti briganti, ma affidava ai tribunali militari anche i loro parenti e congiunti o semplici sospetti.

Secondo le stime di alcuni giornali stranieri che si affidavano alle informazioni “ufficiali” del nuovo Regno d’Italia, dal settembre del 1860 all’agosto del 1861 vi furono nell’ex Regno delle Due Sicilie:

8.964 fucilati,
10.604 feriti,
6.112 prigionieri,
64 sacerdoti uccisi,
22 frati uccisi,
60 ragazzi uccisi,
50 donne uccise,
13.529 arrestati,
918 case incendiate,
6 paesi dati a fuoco,
3.000 famiglie perquisite,
12 chiese saccheggiate,
1.428 comuni sollevati;
poiché ufficiali c’è da considerare che come tali queste cifre furono sicuramente sottostimate dal ministero della guerra, nonostante si riferissero ad un solo anno.

Credo che per risolvere oggi la questione meridionale dobbiamo partire da quei giorni.

Uno Stato che ripercorre la sua storia, che riconosce i suoi errori e le sue tragedie, è in grado di vedere e sperare nel futuro.
Ed è quello che auspico. Ma non credo che si farà niente per risolvere una volta per tutte la secolare questione meridionale.

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Politica e Società, Storia

1861: unità d’Italia e guerra di secessione, due anniversari e una polemica

Dal blog http://lanostrastoria.corriere.it 17 gennaio 2011 dc:

1861: unità d’Italia e guerra di secessione, due anniversari e una polemica

di Dino Messina

Il 17 marzo 1861 venne proclamato il Regno d’Italia. In quello stesso mese, dall’altra sponda dell’Atlantico, un amico del presidente Abramo Lincoln, che tuttavia sarebbe diventato vicepresidente dei confederati, Alexander Stephens, tenne un discorso in cui diceva tra l’altro:  “In contrasto con coloro che ritengono che la schiavitù sia sbagliata, il nostro nuovo governo è fondato sull’idea opposta. Il negro (sic!) non è uguale all’uomo bianco. La schiavitù, ossia la subordinazione alla razza superiore, è la sua normale e naturale condizione”.

Ecco le premesse ideologiche della guerra di secessione americana, che contrappose il Sud schiavista al Nord industrializzato e liberale. Scoppiata il 12 aprile 1861, la guerra di secessione si sarebbe conclusa il 26 maggio 1865 con la vittoria del Nord. Lincoln era stato intanto ucciso il 14 aprile dopo che il 31 gennaio il Congresso aveva approvato l’abolizione della schiavitù.

Della coincidenza tra l’anniversario dell’Italia unita e quello della guerra dicesessione si sono oggi occupati Mario Cervi su “il Giornale” e Claudio Gorlier su “la Stampa”. Il primo, grande giornalista e collaboratore di Montanelli nella stesura della “Storia d’Italia”, nota come gli americani siano molto più avanti di noi in quella che potremmo definire una pacificazione storiografica rispetto a fatti risalenti a un secolo e mezzo fa.

C’è qualche storico americano che rivendica le ragioni dei combattenti del Sud (non tutti schiavisti), ma nessuno che canti le lodi di un regime indifendibile, come invece da noi alcuni fanno, anche forzando le prove, con il regno borbonico, diventato in alcuni libri nuovo Paese di Bengodi…

Letteraria è invece l’analisi di Claudio Gorlier, il quale si sofferma sula grande letteratura nata dal sangue della guerra: basti citare i versi “O capitano! mio capitano!” di Walt Whitman, la raccolta di Herman Melville “Battle Pieces”, “Il segno rosso del coraggio” di Stephen Crane, “che si colloca tra Tolstoj e Hemingway”, per finire all’epopea popolare di “Via col vento” di Margaret Mitchell, sudista della Georgia che pubblicò il suo romanzo nel 1936. Gorlier non lo dice, ma leggendo il suo pezzo a me è venuta una domanda: il nostro Risorgimento e la nostra guerra di brigantaggio hanno ispirato una letteratura di tale livello?

Politica e Società, Storia

L’Unità? Uno specchio dell’Italia di ieri (e di oggi)

Dalla rivista on line LucidaMente http://www.lucidamente.com/

(LucidaMente MAGAZINE n. 15, 15 marzo 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 63, marzo 2011)

Sotto i riflettori

L’Unità? Uno specchio dell’Italia di ieri (e di oggi)

Il processo di unificazione, con le sue ombre (troppe) e le sue luci (molto poche), simbolo del nostro Paese
di Rino Tripodi
Fattori: In vedetta

Afosa giornata estiva. Tutto è immobile, avvolto da un sole prepotente che con la propria luce assorbe persino i colori della natura. Un lungo muro, rappresentato secondo una straordinaria prospettiva trasversale. Una piccola pattuglia. Tre soldati a cavallo. Il primo ha già voltato l’angolo e ora è al centro della parete, calcinata dal sole, che richiama alla mente quelli che saranno gli scabri e aspri paesaggi mediterranei di Eugenio Montale di Ossi di seppia (1925) e, in particolare, la «muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia» collocata alla fine di Meriggiare pallido e assorto. Gli altri due cavalieri si soffermano proprio all’angolo. Entro l’aria torrida, silenzio assoluto. Immobilità. Sospensione. Attesa, forse ansia, tensione.

Sul piano artistico, una geniale consonanza con le geometrie di Paul Cézanne, e persino un’anticipazione dei paesaggi stranianti e della dimensione quasi onirica della pittura metafisica, in primis di quella di Giorgio De Chirico.

Cosa stanno ispezionando quei soldati? Qual è il territorio che perlustrano? Di cosa sono in attesa? Qual è il loro nemico? Sono forse bloccati in un intervallo eterno, come i soldati della fortezza de Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati? O, essendo militari italiani della seconda metà del secolo scorso, stanno setacciando un infido territorio “infestato” da “briganti” meridionali?

Un dipinto lungo un secolo e mezzo

Forzando un bel po’ le intenzioni di Giovanni Fattori, e quindi interpretando simbolicamente il suo bellissimo In vedetta (1872), possiamo ravvisare in tale quadro una sorta di allegoria dell’Italia, della sua nascita come Stato moderno, della sua unificazione.

Se i tre soldati di Fattori incarnassero gli italiani al momento dell’unione – e anche dopo –, cosa simboleggerebbe la loro “vicenda”, la loro storia? Svoltato lo “spigolo” dell’accorpamento dell’Italia in un unico Stato, cosa li attende? Uno compie qualche passo, e si arresta. Gli altri si bloccano appena voltato l’angolo. Su tutto incombe un sole troppo forte, troppo luminoso che, più che vivificare, stordisce, paralizza. Alla fine, la sensazione è di sospensione, ansia, incertezza, immobilismo.

È un po’ un’allegoria della storia dell’Unità d’Italia, ma anche della nostra penisola: prima e, ahimè, anche dopo l’unificazione. Delle vicende del nostro Paese, tra speranze, illusioni, ma, soprattutto, indecisioni, manchevolezze, inefficienze, meschinità, crimini “di Stato”.

L’unità nazionale non si discute, nonostante neoborbonici e leghisti

A scanso di equivoci, chiariamo subito che riteniamo valori assoluti gli ideali risorgimentali, fondamentale il principio dell’unità italiana e irreversibile l’unificazione politica della penisola, sebbene sia innegabile che si sia trattato più di un’annessione che di un’unificazione, tant’è vero che Vittorio Emanuele II di Savoia continuò a chiamarsi «II» e non assunse il titolo di «I» re d’Italia. (Intorno a quanto scrive sul processo di unificazione nazionale Pino Aprile nel suo libro Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero “meridionali”, si legga, nel presente numero di LucidaMente, la recensione di Mariella Arcudi Perché i meridionali divennero Terroni).

Le due maggiori contestazioni al processo di unificazione nazionale, provenienti, guarda caso, da campi opposti – quanto, secondo il paradosso dell’attuale quadro politico italiano, alleati nella pasticciata maggioranza di governo –, vale a dire le obiezioni “neoborboniche” e leghiste, si contrappongono, forzando la realtà storica, e si elidono specularmente in maniera quasi perfetta. Il bello – il brutto – è, infatti, che l’uno accusa l’altro di essere rovina del proprio territorio con argomentazioni identiche (il Nord più avanzato pagherebbe ancora l’unione col Sud; il Sud più avanzato pagherebbe ancora l’unione col Nord). In comune, il rancore per i Savoia e il disprezzo per il regno sabaudo, ritenuto, forse a ragione, il più arretrato e incolto d’Italia.

In realtà, però, non era aurea la situazione preunitaria sotto gli Asburgo in Lombardia e nel Veneto, così come non era luminosa l’età dei Borbone nell’Italia meridionale.

La Napoli-Portici e l’impresa dei Mille

Certo, molti luoghi comuni che – almeno un tempo – si insegnavano a scuola oggi non reggono più (e a un minimo di spirito critico non avrebbero retto neanche nel passato).
Due esempi per tutti. La vulgata afferma(va) che il Regno delle Due Sicilie era molto arretrato e che Garibaldi compì un’autentica impresa coi suoi Mille.

Come si concilia l’asserzione del sottosviluppo del regno borbonico col fatto – anch’esso riportato sui “vecchi” libri di testo – che la prima linea ferroviaria funzionante in Italia (inaugurata il 3 ottobre 1839) fu la Napoli-Portici? Come se in un paese africano arretrato sorgesse all’improvviso una sorta di nuova Silicon Valley. È pur vero che molte tecnologie per la realizzazione di tale ferrovia furono “importate”, tuttavia le rotaie furono costruite in Calabria e, comunque, è impensabile che uno stato sottosviluppato riuscisse a compiere l’opera, per quei tempi, molto avanzata.

Si potrebbe pensare che la Napoli-Portici sia stata una “cattedrale nel deserto”.

Ma non era così.

I dati del “revisionismo neoborbonico”

Per un’articolata esposizione della realtà economica, politica e sociale dello Stato borbonico, rimandiamo il lettore all’articolo di Antonio Nicoletta (Quando il Sud era più ricco del Nord) in questo stesso numero di LucidaMente, tuttavia non possiamo fare a meno di riportare qualche cifra, del resto ormai di dominio pubblico, da quando la tradizione vulgata sull’Unità d’Italia è andata in crisi.

Nel Regno delle Due Sicilie la riserva aurea a garanzia della moneta circolante (9 milioni di abitanti) assommava a due terzi di quella esistente nell’intera Italia (22 milioni di abitanti) e la Borsa di Parigi, allora la più grande del mondo, quotava la rendita dello Stato borbonico al 120%, ossia la più alta di tutti.

Il Sud comprendeva quasi cinquemila fabbriche: cantieri navali (che avevano permesso al Regno borbonico di essere primo nel Mediterraneo per flotta mercantile e militare e al quarto posto come flotta mercantile nel mondo), industrie siderurgiche, tessili, cartiere, estrattive, chimiche, conciarie, del corallo, vetrarie, alimentari. Nel Meridione gli operai lavoravano otto ore al giorno e guadagnavano abbastanza per sostentare le loro famiglie ed erano i primi in Italia a usufruire di una pensione statale, in quanto era stato istituito un sistema pensionistico; vi era inoltre la più alta percentuale di medici per abitanti della penisola: 9.390 medici su circa 9 milioni di abitanti, mentre Piemonte, Liguria, Lombardia, Toscana e Romagna messe insieme ne avevano 7.087 su 13 milioni di abitanti.

Il Sud poteva contare su quattro università e gli studenti meridionali erano più numerosi di quelli di tutte le altre università italiane messe assieme (9.000 circa contro 7.000). La Marina da guerra del Regno delle Due Sicilie era la più potente del Mediterraneo e la prima accademia militare in Italia era stata creata a Napoli.

Dopo l’“annessione” sabauda i poli industriali e i cantieri duosiciliani furono chiusi o abbandonati e immense risorse trasferite verso il Settentrione, a far nascere il famoso “triangolo” Torino-Milano-Genova.

Veramente infame, pertanto, risulta la polemica leghista, col Nord che non solo deve ampia parte del proprio benessere alla “dislocazione” di risorse postunitaria, ma ora lamenta ipocritamente che il Sud è stato sempre un peso morto a carico del Settentrione.

La necessità della retorica e dei “miti fondativi”

Sul secondo episodio cui accennavamo sopra, l’impresa garibaldina, risulta sicuramente incredibile che meno di mille soldati, senza aiuti esterni, siano riusciti a sconfiggere un esercito numeroso e organizzato e a occupare un vastissimo territorio, senza che siano intervenute in loro aiuto “circostanze favorevoli”, che non è il caso di trattare in questa sede.

Del resto, ogni volta che sorge una nuova nazione, è normale che accompagnino/seguano l’evento l’invenzione di leggende, gesta eroiche, fatti mirabili e miracolosi, in una parola l’epica dei miti fondativi. Tutte le origini, tutte le nascite, come del resto quella umana, sono “sporche”, metaforicamente inter faeces et urinam. Pertanto, vanno nobilitate. Si pensi a Virgilio che con l’Eneide innalza la preistoria di Roma. Dunque, nulla di strano che tutti i personaggi e le imprese risorgimentali siano stati narrati come puri ed eroici. Senza macchia e senza paura, come si diceva un tempo.

Al di là del “mito Garibaldi” (e di quelli di Mazzini, di Pisacane, dei Bandiera, di Mameli, dei Cairoli), le storie edificanti di Edmondo De Amicis, l’arruolamento forzato come patrioti italiani di Dante e Petrarca, del Balilla e di Ettore Fieramosca, e la fantasia narrativa di Massimo d’Azeglio e Tommaso Grossi hanno fatto il resto nel creare un’immaginaria identità nazionale e un’epopea italica, risorgimentale, con addentellati retrodatati anche a ben prima dell’Ottocento.

È altresì indubbio che sia tipica dell’“ideologia” del vincitore la vocazione a bollare i perdenti, accusandoli di ogni male. Così gli antichi Stati preunitari furono incolpati di ogni nefandezza.

Una delusione storica

La realtà è ben diversa.

Invero il nuovo regime si dimostrerà spesso peggiore di alcuni dei vecchi Stati e, in ogni caso, non recherà maggiore libertà, progresso e giustizia, né farà diminuire corruzione, arbitri e miseria preesistenti.

Il processo risorgimentale è davvero costellato di meschinità, compromessi, persino bassezze, umiliazioni e sconfitte. E veramente sembra miracoloso che, comunque, alla fine si sia approdati a uno Stato unitario e, dopo la Seconda guerra mondiale, democratico e repubblicano, ancorché messo in crisi dal berlusconismo, dal populismo, dal leghismo oggi imperanti.

L’affresco dell’inferno della cospirazione e delle manovre politiche, dell’andamento tutt’altro che lineare del processo di unificazione, bensì zigzagante, contorto, non unanimemente condiviso nelle scelte strategiche, è ben delineato nel recente film di Mario Martone Noi credevamo (tratto dall’omonimo romanzo di Anna Banti del 1967), peraltro non del tutto riuscito come opera cinematografica.

Molte meschinità, pochi eroismi

Di seguito ecco alcune “ombre” – tanto per usare un eufemismo – all’interno della storia del processo unificatore.

I tentennamenti di Carlo Alberto e l’umiliante sconfitta inflitta dagli Austriaci ai Piemontesi nella Prima guerra d’indipendenza (1848-49).

Cavour, nei confronti di Napoleone III, sfrutta, oltre al fallito attentato del mazziniano Felice Orsini, anche le grazie della propria cugina Virginia Oldoini (la contessa di Castiglione) per persuadere l’imperatore (golpista) francese a sancire l’alleanza Francia-Savoia in vista della Seconda guerra d’indipendenza (1859): Lele Mora, Emilio Fede, Nicole Minetti e le varie Ruby non appaiono così distanti, né nel tempo, né nei costumi… In ogni caso, la guerra viene vinta essenzialmente grazie ai Francesi ed è a loro che l’Austria cede la Lombardia, che andrà al Piemonte, insieme a Toscana, Emilia e Romagna, queste ultime in cambio di Nizza e proprio della Savoia.

Il 29 agosto 1862 sono proprio i militari sabaudi a ferire e arrestare Garibaldi presso Gambarie d’Aspromonte, per evitare che compisse il proprio progetto di raggiungere Roma con i suoi tremila uomini per annetterla all’Italia, dopo che il presidente del Consiglio Urbano Rattazzi lo aveva lasciato sbarcare in Sicilia. Alcuni “garibaldini” vennero fucilati! Nel 1867, in dissonanza con gli accordi stipulati nel 1864 tra Napoleone III e lo Stato italiano sull’intangibilità dello Stato pontificio, Garibaldi ritentò l’impresa, ma venne fermato dai Francesi a Mentana.

I massacri commessi dai sabaudi nei confronti della popolazione meridionale inerme, accusata di appoggiare il “brigantaggio” (anche per questo rimandiamo a un articolo presente in questo numero della nostra rivista: La strage rimossa del 14 agosto 1861 di Giuseppe Licandro), in una guerra civile segnata da un imponente, feroce e spietato esercito di invasione e costata complessivamente forse – i dati non sono mai stati accertati – centinaia di migliaia di vittime (1860-1870).

Nella Terza guerra d’indipendenza (1866), dopo le brucianti sconfitte di Custoza e Lissa, bisognerà attendere che la Prussia sconfigga l’Austria perché il neonato regno si accaparri il Veneto (anche in questo caso, sprezzantemente ceduto dagli Austriaci all’Italia attraverso i Francesi).

Così come, per annettersi lo Stato pontificio, occorrerà aspettare che il grande “protettore” del papa, la Francia di Napoleone III, le buschi dalla Prussia a Sedan (1870), sconfitta che segnerà la deposizione dell’imperatore e il via libera alla “Breccia di porta Pia”.

La vera “questione”, non “meridionale”, ma “italiana”

La tristezza che accompagna l’enumerazione precedente non si ferma ad essa, ma si rafforza nel considerare che le debolezze, i limiti, gli errori, che hanno caratterizzato la fase preunitaria e immediatamente successiva all’unificazione («Se questa è l’Italia, era meglio non averla fatta» affermava l’onesto ministro Sidney Sonnino), hanno costantemente e drammaticamente costellato e contrassegnato pure tutta la nostra storia seguente.

Ecco, quindi, tra fine Ottocento e inizi Novecento, una lista ancora più avvilente: le dispendiose, travagliate e assurde avventure coloniali con le sconfitte di Dogali (1887) e Adua (1896), la strage di popolo a Milano (1898) da parte del generale Fiorenzo Bava Beccaris, l’attacco al morente Impero ottomano per togliergli la Libia (1911-12) e le successive stragi contro i “resistenti”, il voltafaccia nei confronti della Triplice Alleanza e l’entrata in ritardo nella Prima guerra mondiale a fianco della Triplice Intesa (1915), l’invio al massacro dei nostri soldati, Caporetto (1917), l’umiliazione subita durante la Conferenza di pace di Parigi (1919).

E, ancora, il fascismo: la lotta politica violenta, la fine dello Stato liberale, le uccisioni degli oppositori al regime mussoliniano, l’alleanza col Vaticano, il totalitarismo, l’ignominia dell’aggressione all’Etiopia e delle leggi razziali.

La Seconda guerra mondiale: nuovamente l’entrata in guerra in ritardo e con un esercito impreparato, la doppia occupazione, prima tedesca, poi “alleata”, con la vergogna dell’armistizio dell’8 settembre 1943, la guerra civile, la macelleria di piazzale Loreto, la sostanziale impunità dei criminali fascisti.

La Repubblica: le violenze del ministro Scelba sui manifestanti, la corruzione diffusa del regime democristiano, la mafia, i tentati colpi di Stato, gli anni di piombo, ancora morti di piazza, il delitto Moro, le stragi, anche “di Stato”, la P2, Tangentopoli, camorra, ’ndrangheta, nuove mafie, gli attentati a Falcone e Borsellino, la trattativa tra Cosa nostra e le istituzioni.

Siamo andati a memoria e, pertanto, molto ci sarà sfuggito.

Si può affermare che il nuovo Stato unitario ereditò e assommò il peggio degli Stati precedenti e dei vizi degli italiani senza alcuna “virtù civica”: l’autoritarismo, il clientelismo, il corporativismo, l’inefficienza, una burocrazia che s’incancrenì ulteriormente e che ancora oggi ci tormenta, una borghesia arretrata più parassitaria che produttiva.

Lo scoraggiante quadro attuale e una ancora più triste “nemesi”

Per quanto riguarda la situazione politica nazionale odierna, basta scorrere le pagine dei giornali: un presidente del Consiglio in perenne odore di illegalità e scandali sessuali (che poco hanno a vedere con la propria vita privata, in quanto riguardano la frequentazione di ricattatrici delinquenti), un parlamento che non legifera, con deputati dell’opposizione “acquistati” dalla traballante maggioranza e senza più alcun partito “storico” rappresentato al suo interno, una casta di privilegiati e una massa di precari e senza diritti, deficit di democrazia, escort come modello femminile per le giovani, uno Stato non più laico ma succube dell’integralismo vaticano, scuola, istruzione, università e cultura a pezzi, massacrate da volgarità e ignoranza pervasiva e dilagante attraverso i mass media, mancanza di rispetto di leggi e norme del vivere civile, ipocrisia, maleducazione e violenza come modus vivendi dell’italiano medio, razzismo diffuso, vuoto di valori, totale mancanza di virtù civiche (già rimproverata agli italiani da Giacomo Leopardi), spazzatura che invade intere regioni e non si sa come smaltirla, vittime dello Stato per lo più non risarcite, anzi umiliate.

Insomma, le modalità del processo di unificazione/annessione nazionale sono state anticipazione e sintesi della “questione Italia”.

Una ancora più triste nemesi: il Piemonte e il Nord, che hanno sfruttato e “scaricato” il Sud, si trovano oggi ad avere a che fare con un’arretratezza, una criminalità e soprattutto una mentalità “mafiosa” provocata proprio da 150 anni di politiche clientelari verso il Meridione, ma che ormai ha pervaso persino la Lombardia (Milano ha perso quasi completamente quella tensione verso la modernità e quel senso civico che la contraddistinguevano, rendendola “capitale morale” d’Italia, nonché i connotati solidaristici che le provenivano da una ricca storia cattolica e socialista), il Veneto, l’Emilia, e si diffonde a macchia d’olio.

Anche per i meridionali si tratta di una “vendetta” che non reca gioia, né è motivo di riscatto.

Cultura, Politica e Società, Storia

L’Unità d’Italia e il fenomeno del Brigantaggio. Limiti e possibilità dell’ipotesi federalista

Dal sito Blogstoria http://www.blogstoria.it 18 Ottobre 2010 dc:

L’Unità d’Italia e il fenomeno del Brigantaggio. Limiti e possibilità dell’ipotesi federalista

di Claudia Covelli

Il Risorgimento italiano è l’argomento storico che, come è prevedibile in questo biennio di celebrazioni, domina sui quotidiani. In concomitanza con la travagliata questione dell’opzione federalista che riemerge – e si risommerge – nella scena politica italiana, il dibattito sull’Unità d’Italia si sta spostando sempre più sull’analisi della possibilità di un’opzione federalista fin dalle origini dello Stato Italiano.

Dopo aver affrontato il tema dell’identità e aver privilegiato un approccio legato alla storia culturale del paese, si sono intensificati gli interventi sugli aspetti politico-istituzionali della nascita dello stato italiano. Il dibattito sulla mancata realizzazione dell’ipotesi federale si è concentrato domenica 17 ottobre sull’aspetto più sanguinoso dell’Unità nazionale: la conquista del sud-Italia e il correlato fenomeno del brigantaggio.

Occasione l’uscita, quasi contemporanea, di tre volumi: uno di ricerca storiografica, Guardie e ladri. L’Unità d’Italia e la lotta al brigantaggio di Massimo Lunardelli (Blu Edizioni,p. 228 , 14 euro, compralo su Amazon.it a 8,82 euro), l’ultima opera di interesse storico di Arrigo Petacco, O Roma o morte. 1861-1870: la tormentata conquista dell’Unità d’Italia (Mondadori, p.160, 19 euro, compralo su Amazon.it a 13,30 euro) e il romanzo storico di Giancarlo De Cataldo, I traditori, (Einaudi, p. 584, 21 euro, compralo su Amazon.it a 13,23 euro).

Del volume di Lunardelli parla Massimo Novelli su “La repubblica” del 17 ottobre nell’articolo, Dispacci da una guerra sporca:

Massimo Lunardelli fa riemergere i verbali delle lettere, dei telegrammi e delle informazioni che gli ufficiali degli oltre centomila militari impiegati nella repressione inviarono ai loro superiori.

Fonte principale del volume sono i documenti conservati presso l’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’esercito. Ne emerge il quadro di una “guerra sporca”, violenta e sanguinosa:

contrassegnata da eccidi efferati, fucilazioni e massacri effettuati da tutte e due le parti, fu la nostra Vandea, il nostro Vietnam.

Immagine non nuova di quella che fu la campagna nel meridione d’Italia, quella suffragata dal volume di Lunardelli con metodo  storiografio e grazie all’analisi rigorosa dei documenti. Un’episodio importante di questa, il massacro di Bronte, fu messo in scena nel 1972 nel film (spesso dimenticato, nonostante la riedizione del 2001) di Florestano Vancini, con la sceneggiatura di Leonardo Sciascia, N. Badalucco e F. Carpi e ispirato alla novella di Giovanni verga, Libertà, Bronte. Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato.

Giancarlo De Cataldo firma l’articolo correlato pubblicato sempre su “La repubblica”, Quei terroni barbari da “abbruciare vivi”. L’articolo si apre con una citazione di Carlo Nievo, fratello del più celebre Ippolito, estratta da una lettera che scrive al padre nell’inverno del 1860:

Tolta la dolcezza del clima e le bellezze naturali, questi paesi sono orrendi in tutto e per tutto: gli abitanti sono gli esseri più sudici che io abbia mai visto; fiacchi, stupidi e per di più con un dialetto che muove a nausea tanto è sdolcinato.

Ne segue un’altra dello stesso Nievo: «Dal Tronto a qui ove sono, io farei abbrucciare vivi tutti gli abitanti; che razza di briganti!».

In luce dunque tutta la retorica razzista e aggressiva dei “conquistatori” piemontesi che si tradusse presto in azioni punitive come quelle di Bronte e in una politica orientata a soffocare nel sangue il fenomeno del brigantaggio. Una pagina della storia nazionale già riportata alla luce negli anni’70 (il film di Vancini è del ’72), in anni di profonda critica nei confronti del mito nazionale, ma anche di altrettanto radicata spinta ideologica il cui tema centrale era il racconto della storia di  soprusi e violenze subiti dalle classi subalterne e in primo luogo quello della mancata distribuzione di terra ai contadini (l’argomento lo ritroviamo in almeno altri due celebri pellicole del decennio dalla forte connotazione storica: Novecento di Bertolucci del 1976 e L’albero degli zoccoli di Olmi del 1978).

La critica di Giancarlo de Cataldo nei confronti del Risorgimento e che emerge nell’intervista di Guido Caldiron pubblicata su “Liberazione” del 16 ottobre per presentare il nuovo libro dello scrittore, L’epica del Risorgimento è nelle sue contraddizioni trova infatti ispirazione nei grandi nomi della cultura della sinistra italiana:

L’idea che il Risorgimento sia stato “tradito” caratterizza un filone nobile del pensiero italiano, da Salvemini a Gramsci

La violenza, sottolinea De Cataldo, fu uno degli elementi connaturati all’impresa risorgimentale chee la rende un fenomeno complesso e contraddittorio di cui però l’autore salva, senza remore, il valore nazionale

[…] il Risorgimento fu soprattutto una lotta di liberazione nazionale, fatta da un popolo che non sopportava più di essere governato dallo straniero e dai suoi alleati italiani.

Un approccio che rivela, dietro alla forzatura anacronistica dell’idea di “lotta di liberazione nazionale” (come è possibile compiere una lotta di liberazione “nazionale” quando lo Stato-nazione italiano non esiste ancora? Quale idea di nazione esiste nel 1860? Difficilmente un’idea capace di mobilitare il “popolo”) la volontà di salvaguardare il Risorgimento come mito originario dell’identità nazionale.

“La Padania” e “Il Giorno” del 17 ottobre dedicano invece spazio al volume di Arrigo Petacco, la prima con un’intervista all’autore di Roberto Brusadelli , Solo Cavour avrebbe vinto il centralismo, il secondo con la pubblicazione di una parte del primo capitolo del libro di Petacco, Quel Risorgimento incompiuto.

Incompiuta e non tradita è secondo Petacco l’impresa Risorgimentale, ma il problema resta quello del meridione. Su “Il Giorno” Petacco riporta una lettera del 2 agosto 1861 di Massimo d’Azeglio all’allora ministro Carlo Matteucci:

Caro amico, la questione di tenerci Napoli o di non tenercela mi pare dovrebbe dipendere più di tutto dai napoletani, a meno che non si voglia, per comodo di circostanze, ripudiare quei principi che abbiamo fin qui proclamati. Sinora siamo andati avanti dicendo che i Governi non eletti dai popoli erano illegittimi e da Napoli abbiamo cacciato il vecchio Sovrano per stabilirvi un governo legittimo col consenso universale…

Torna l’ipotesi plebiscitaria in cui l’opzione di appartenere allo Stato italiano sarebbe rimasta aperta per quei territori che erano stati parte del Regno delle due Sicilie e che, se realizzata, avrebbe portato il nascente Stato italiano ad avere una struttura federalista .

Non stupisce che questo tema venga ripreso con forza da Roberto Brusadelli su “la Padania”:

Petacco, lei fa riferimento subito nelle prime pagine al progetto cavouriano di federalismo, di decentramento che avrebbe modificato sostanzialmente la storia politico-amministrativa del Paese. Pensa che se il Conte fosse rimasto in vita, quel disegno di riorganizzazione sarebbe andato in porto?

Senz’altro. Cavour era l’unico uomo politico dotato del carisma e dell’autorevolezza necessari per portare a termine questa grande riforma. Morto lui, la burocrazia e tutto l’apparato di potere del vecchio Regno sabaudo ebbero buon gioco nell’affossarlo, oerseguendo nel loro progetto che prevedeva puramente e semplicemente di “piemontesizzare” l’Italia.

Un altro esperimento di storia controfattuale finalizzata a sottolineare come l’ipotesi federalista fosse concreta al momento della realizzazione dell’Unità nazionale. Quanto questo abbia reale fondamento storico e quanto invece rappresenti la proiezione dell’aspirazioni attuali rimane un nodo interessante per il dibattito storiografico.

Chiudiamo con la citazione dell’articolo di Tommy Cappellini su “Il Giornale” del 16 ottobre, Quando l’Italia baciò tutti per «risorgere» libera e unita, dedicato alla mostra “Vittorio Emanuele II. Il re galantuomo” in corso al Palazzo Reale di Torino e al Castello di Racconigi fino al 13 marzo prossimo. L’esposizione dal 2 ottobre esporrà Il Bacio di Hayez accanto a Odalisca dello stesso autore:

Due quadri che, letti simbolicamente, sono un po’ il riassunto del Risorgimento: il «bacio»tra la donna in blu (l’Italia) e il giovane in rosso (la Francia) è allegoria di un’alleanza che fu un passo importante sul cammino della nostra Unità nazionale, mentre l’Odalisca richiama subito alla mente l’osservazione dantesca sull’Italia «non donna di provincia ma bordello». Questo «trittico» si chiuderebbe idealmente, […] con la visita a La meditazione […].

Ma Il bacio è certo, fra i tre, il quadro più amato dal popolo, che lo interpretò come la raffigurazione del volontario che saluta la propria donna per andare a combattere. E furono giusto i volontari a fare il successo della Seconda guerra di indipendenza.