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Il proletariato non ha patria

In e-mail il 17 Marzo 2011 dc:

Il proletariato non ha patria

di Lucio Garofalo

Da comunista internazionalista sono convinto che l’idea stessa di patria o nazione sia un anacronismo storico, come anacronistici e superati sono gli assetti economici e politici in cui si configurano gli Stati nazionali, che non servono più neanche come “involucro protettivo” del capitalismo, che ormai si muove ed opera in un’ottica globalizzata.

Nel contempo, da meridionalista confesso che mi sta letteralmente nauseando questo clima di finta esaltazione “patriottica”, così come mi infastidisce l’approccio aprioristico di chi affronta il processo “risorgimentale” con uno spirito acritico e apologetico e, nel contempo, con un pregiudizio mentale nei confronti dei “vinti”, cioè con la convinzione (assolutamente errata) che il Sud fosse arretrato economicamente e socialmente prima della cosiddetta “unità”, cioè all’epoca dei Borbone. L’idea per cui il Meridione fosse una realtà da colonizzare militarmente, politicamente e culturalmente, come di fatto è accaduto con l’annessione del Regno delle Due Sicilie da parte della monarchia sabauda.

Ricordo che i Savoia aprirono a Finestrelle, come altrove, diversi campi di concentramento e di sterminio in cui vennero deportati ed uccisi migliaia di soldati borbonici e di briganti (anche donne e persino bambini) all’indomani della cosiddetta “unità d’Italia”, perpetrando una vera e propria pulizia etnica che anticipava la politica di genocidio praticata nei lager nazisti dal regime hitleriano. E questo aspetto costituisce un’altra tessera totalmente rimossa dalla memoria e dagli archivi storici, che serve a svelare il vero volto (sanguinario) della cosiddetta “epopea risorgimentale”.

Come sanguinaria fu anche la cosiddetta “epopea western”, cioè la conquista del West americano compiuta attraverso lo sterminio dei pellerossa, che prima dell’arrivo dei bianchi si contavano a milioni mentre oggi sono meno di 50 mila, emarginati e rinchiusi nelle riserve. Da tale analogia nasce l’idea di un destino parallelo tra Indiani d’America e briganti meridionali, tra l’“epopea western” e l’“epopea risorgimentale”, entrambe mitizzate dalla storiografia ufficiale che ha cancellato completamente la verità storica.

La rilettura storiografica del Risorgimento è un serio tentativo di controinformazione storica, da non confondere con il revisionismo, e comporta una fatica intellettuale notevole, esige un impegno critico costante, come ogni battaglia di controinformazione. Anzitutto, occorre comprendere che i popoli oppressi non si affrancano mai grazie all’intervento “provvidenziale” compiuto da “eroici liberatori” esterni, che si tratti di Giuseppe Garibaldi, dei Savoia o degli Americani (vedi il caso dell’Iraq). Al contrario, i popoli oppressi possono conquistare un livello superiore di progresso e di emancipazione solo attraverso la lotta rivoluzionaria, altrimenti restano in uno stato di sottomissione.

Io non provo alcuna nostalgia sentimentale per il passato, specie per un passato dispotico e feudale, segnato dalla barbarie, dall’oscurantismo, dallo sfruttamento e dall’oppressione delle plebi rurali del Sud. Non ho mai nascosto, anzi ho sempre ammesso la natura reazionaria della causa borbonica, pur riconoscendo una certa dose di legittimità nelle rivendicazioni sociali rispetto alle violenze, ai soprusi e ai massacri commessi dalle truppe occupanti. Pur riconoscendo il carattere antiprogressista e sanfedista del brigantaggio post-unitario, ciò non mi impedisce di indagare meglio le ragioni che spinsero i contadini meridionali a resistere contro gli invasori piemontesi.

Io sono comunista e non credo negli Stati nazionali, ma nell’internazionalismo. Io non propugno affatto uno “Stato meridionale indipendente”. Solo un pazzo o uno stolto può immaginare una simile prospettiva. Preferisco ipotizzare un’altra situazione, cioè una prospettiva transnazionale o, come si diceva una volta, internazionalista, vale a dire l’idea dell’abbandono e del superamento definitivo degli Stati-nazione, nella misura in cui lo stesso capitalismo è da tempo proiettato in una dimensione transnazionale. Ormai il capitalismo sta letteralmente impazzendo. Basta osservare il terremoto economico e sociale che comincia appena a manifestarsi nelle rivolte sociali e politiche dei popoli arabi e magrebini. I sommovimenti tellurici e sociali si estendono a livello planetario, per cui richiedono prese di posizione nette e coraggiose rispetto ad eventi epocali che stanno sconvolgendo la fisionomia economica, politica e sociale del mondo capitalistico.

In quanto comunista internazionalista il patriottismo non mi interessa affatto. So che il nazionalismo e lo sciovinismo appartengono all’epopea ormai superata della borghesia ottocentesca ed hanno già mietuto milioni di morti nei due tragici conflitti mondiali. L’unico “patriottismo” che dobbiamo riconoscere ed appoggiare è l’internazionalismo proletario, cioè la lotta rivoluzionaria delle masse proletarie, ben sapendo che il proletariato non ha una “patria”. Concludo citando una frase, sempre attuale, di Karl Marx: “Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno.”

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L’Unità? Uno specchio dell’Italia di ieri (e di oggi)

Dalla rivista on line LucidaMente http://www.lucidamente.com/

(LucidaMente MAGAZINE n. 15, 15 marzo 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 63, marzo 2011)

Sotto i riflettori

L’Unità? Uno specchio dell’Italia di ieri (e di oggi)

Il processo di unificazione, con le sue ombre (troppe) e le sue luci (molto poche), simbolo del nostro Paese
di Rino Tripodi
Fattori: In vedetta

Afosa giornata estiva. Tutto è immobile, avvolto da un sole prepotente che con la propria luce assorbe persino i colori della natura. Un lungo muro, rappresentato secondo una straordinaria prospettiva trasversale. Una piccola pattuglia. Tre soldati a cavallo. Il primo ha già voltato l’angolo e ora è al centro della parete, calcinata dal sole, che richiama alla mente quelli che saranno gli scabri e aspri paesaggi mediterranei di Eugenio Montale di Ossi di seppia (1925) e, in particolare, la «muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia» collocata alla fine di Meriggiare pallido e assorto. Gli altri due cavalieri si soffermano proprio all’angolo. Entro l’aria torrida, silenzio assoluto. Immobilità. Sospensione. Attesa, forse ansia, tensione.

Sul piano artistico, una geniale consonanza con le geometrie di Paul Cézanne, e persino un’anticipazione dei paesaggi stranianti e della dimensione quasi onirica della pittura metafisica, in primis di quella di Giorgio De Chirico.

Cosa stanno ispezionando quei soldati? Qual è il territorio che perlustrano? Di cosa sono in attesa? Qual è il loro nemico? Sono forse bloccati in un intervallo eterno, come i soldati della fortezza de Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati? O, essendo militari italiani della seconda metà del secolo scorso, stanno setacciando un infido territorio “infestato” da “briganti” meridionali?

Un dipinto lungo un secolo e mezzo

Forzando un bel po’ le intenzioni di Giovanni Fattori, e quindi interpretando simbolicamente il suo bellissimo In vedetta (1872), possiamo ravvisare in tale quadro una sorta di allegoria dell’Italia, della sua nascita come Stato moderno, della sua unificazione.

Se i tre soldati di Fattori incarnassero gli italiani al momento dell’unione – e anche dopo –, cosa simboleggerebbe la loro “vicenda”, la loro storia? Svoltato lo “spigolo” dell’accorpamento dell’Italia in un unico Stato, cosa li attende? Uno compie qualche passo, e si arresta. Gli altri si bloccano appena voltato l’angolo. Su tutto incombe un sole troppo forte, troppo luminoso che, più che vivificare, stordisce, paralizza. Alla fine, la sensazione è di sospensione, ansia, incertezza, immobilismo.

È un po’ un’allegoria della storia dell’Unità d’Italia, ma anche della nostra penisola: prima e, ahimè, anche dopo l’unificazione. Delle vicende del nostro Paese, tra speranze, illusioni, ma, soprattutto, indecisioni, manchevolezze, inefficienze, meschinità, crimini “di Stato”.

L’unità nazionale non si discute, nonostante neoborbonici e leghisti

A scanso di equivoci, chiariamo subito che riteniamo valori assoluti gli ideali risorgimentali, fondamentale il principio dell’unità italiana e irreversibile l’unificazione politica della penisola, sebbene sia innegabile che si sia trattato più di un’annessione che di un’unificazione, tant’è vero che Vittorio Emanuele II di Savoia continuò a chiamarsi «II» e non assunse il titolo di «I» re d’Italia. (Intorno a quanto scrive sul processo di unificazione nazionale Pino Aprile nel suo libro Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero “meridionali”, si legga, nel presente numero di LucidaMente, la recensione di Mariella Arcudi Perché i meridionali divennero Terroni).

Le due maggiori contestazioni al processo di unificazione nazionale, provenienti, guarda caso, da campi opposti – quanto, secondo il paradosso dell’attuale quadro politico italiano, alleati nella pasticciata maggioranza di governo –, vale a dire le obiezioni “neoborboniche” e leghiste, si contrappongono, forzando la realtà storica, e si elidono specularmente in maniera quasi perfetta. Il bello – il brutto – è, infatti, che l’uno accusa l’altro di essere rovina del proprio territorio con argomentazioni identiche (il Nord più avanzato pagherebbe ancora l’unione col Sud; il Sud più avanzato pagherebbe ancora l’unione col Nord). In comune, il rancore per i Savoia e il disprezzo per il regno sabaudo, ritenuto, forse a ragione, il più arretrato e incolto d’Italia.

In realtà, però, non era aurea la situazione preunitaria sotto gli Asburgo in Lombardia e nel Veneto, così come non era luminosa l’età dei Borbone nell’Italia meridionale.

La Napoli-Portici e l’impresa dei Mille

Certo, molti luoghi comuni che – almeno un tempo – si insegnavano a scuola oggi non reggono più (e a un minimo di spirito critico non avrebbero retto neanche nel passato).
Due esempi per tutti. La vulgata afferma(va) che il Regno delle Due Sicilie era molto arretrato e che Garibaldi compì un’autentica impresa coi suoi Mille.

Come si concilia l’asserzione del sottosviluppo del regno borbonico col fatto – anch’esso riportato sui “vecchi” libri di testo – che la prima linea ferroviaria funzionante in Italia (inaugurata il 3 ottobre 1839) fu la Napoli-Portici? Come se in un paese africano arretrato sorgesse all’improvviso una sorta di nuova Silicon Valley. È pur vero che molte tecnologie per la realizzazione di tale ferrovia furono “importate”, tuttavia le rotaie furono costruite in Calabria e, comunque, è impensabile che uno stato sottosviluppato riuscisse a compiere l’opera, per quei tempi, molto avanzata.

Si potrebbe pensare che la Napoli-Portici sia stata una “cattedrale nel deserto”.

Ma non era così.

I dati del “revisionismo neoborbonico”

Per un’articolata esposizione della realtà economica, politica e sociale dello Stato borbonico, rimandiamo il lettore all’articolo di Antonio Nicoletta (Quando il Sud era più ricco del Nord) in questo stesso numero di LucidaMente, tuttavia non possiamo fare a meno di riportare qualche cifra, del resto ormai di dominio pubblico, da quando la tradizione vulgata sull’Unità d’Italia è andata in crisi.

Nel Regno delle Due Sicilie la riserva aurea a garanzia della moneta circolante (9 milioni di abitanti) assommava a due terzi di quella esistente nell’intera Italia (22 milioni di abitanti) e la Borsa di Parigi, allora la più grande del mondo, quotava la rendita dello Stato borbonico al 120%, ossia la più alta di tutti.

Il Sud comprendeva quasi cinquemila fabbriche: cantieri navali (che avevano permesso al Regno borbonico di essere primo nel Mediterraneo per flotta mercantile e militare e al quarto posto come flotta mercantile nel mondo), industrie siderurgiche, tessili, cartiere, estrattive, chimiche, conciarie, del corallo, vetrarie, alimentari. Nel Meridione gli operai lavoravano otto ore al giorno e guadagnavano abbastanza per sostentare le loro famiglie ed erano i primi in Italia a usufruire di una pensione statale, in quanto era stato istituito un sistema pensionistico; vi era inoltre la più alta percentuale di medici per abitanti della penisola: 9.390 medici su circa 9 milioni di abitanti, mentre Piemonte, Liguria, Lombardia, Toscana e Romagna messe insieme ne avevano 7.087 su 13 milioni di abitanti.

Il Sud poteva contare su quattro università e gli studenti meridionali erano più numerosi di quelli di tutte le altre università italiane messe assieme (9.000 circa contro 7.000). La Marina da guerra del Regno delle Due Sicilie era la più potente del Mediterraneo e la prima accademia militare in Italia era stata creata a Napoli.

Dopo l’“annessione” sabauda i poli industriali e i cantieri duosiciliani furono chiusi o abbandonati e immense risorse trasferite verso il Settentrione, a far nascere il famoso “triangolo” Torino-Milano-Genova.

Veramente infame, pertanto, risulta la polemica leghista, col Nord che non solo deve ampia parte del proprio benessere alla “dislocazione” di risorse postunitaria, ma ora lamenta ipocritamente che il Sud è stato sempre un peso morto a carico del Settentrione.

La necessità della retorica e dei “miti fondativi”

Sul secondo episodio cui accennavamo sopra, l’impresa garibaldina, risulta sicuramente incredibile che meno di mille soldati, senza aiuti esterni, siano riusciti a sconfiggere un esercito numeroso e organizzato e a occupare un vastissimo territorio, senza che siano intervenute in loro aiuto “circostanze favorevoli”, che non è il caso di trattare in questa sede.

Del resto, ogni volta che sorge una nuova nazione, è normale che accompagnino/seguano l’evento l’invenzione di leggende, gesta eroiche, fatti mirabili e miracolosi, in una parola l’epica dei miti fondativi. Tutte le origini, tutte le nascite, come del resto quella umana, sono “sporche”, metaforicamente inter faeces et urinam. Pertanto, vanno nobilitate. Si pensi a Virgilio che con l’Eneide innalza la preistoria di Roma. Dunque, nulla di strano che tutti i personaggi e le imprese risorgimentali siano stati narrati come puri ed eroici. Senza macchia e senza paura, come si diceva un tempo.

Al di là del “mito Garibaldi” (e di quelli di Mazzini, di Pisacane, dei Bandiera, di Mameli, dei Cairoli), le storie edificanti di Edmondo De Amicis, l’arruolamento forzato come patrioti italiani di Dante e Petrarca, del Balilla e di Ettore Fieramosca, e la fantasia narrativa di Massimo d’Azeglio e Tommaso Grossi hanno fatto il resto nel creare un’immaginaria identità nazionale e un’epopea italica, risorgimentale, con addentellati retrodatati anche a ben prima dell’Ottocento.

È altresì indubbio che sia tipica dell’“ideologia” del vincitore la vocazione a bollare i perdenti, accusandoli di ogni male. Così gli antichi Stati preunitari furono incolpati di ogni nefandezza.

Una delusione storica

La realtà è ben diversa.

Invero il nuovo regime si dimostrerà spesso peggiore di alcuni dei vecchi Stati e, in ogni caso, non recherà maggiore libertà, progresso e giustizia, né farà diminuire corruzione, arbitri e miseria preesistenti.

Il processo risorgimentale è davvero costellato di meschinità, compromessi, persino bassezze, umiliazioni e sconfitte. E veramente sembra miracoloso che, comunque, alla fine si sia approdati a uno Stato unitario e, dopo la Seconda guerra mondiale, democratico e repubblicano, ancorché messo in crisi dal berlusconismo, dal populismo, dal leghismo oggi imperanti.

L’affresco dell’inferno della cospirazione e delle manovre politiche, dell’andamento tutt’altro che lineare del processo di unificazione, bensì zigzagante, contorto, non unanimemente condiviso nelle scelte strategiche, è ben delineato nel recente film di Mario Martone Noi credevamo (tratto dall’omonimo romanzo di Anna Banti del 1967), peraltro non del tutto riuscito come opera cinematografica.

Molte meschinità, pochi eroismi

Di seguito ecco alcune “ombre” – tanto per usare un eufemismo – all’interno della storia del processo unificatore.

I tentennamenti di Carlo Alberto e l’umiliante sconfitta inflitta dagli Austriaci ai Piemontesi nella Prima guerra d’indipendenza (1848-49).

Cavour, nei confronti di Napoleone III, sfrutta, oltre al fallito attentato del mazziniano Felice Orsini, anche le grazie della propria cugina Virginia Oldoini (la contessa di Castiglione) per persuadere l’imperatore (golpista) francese a sancire l’alleanza Francia-Savoia in vista della Seconda guerra d’indipendenza (1859): Lele Mora, Emilio Fede, Nicole Minetti e le varie Ruby non appaiono così distanti, né nel tempo, né nei costumi… In ogni caso, la guerra viene vinta essenzialmente grazie ai Francesi ed è a loro che l’Austria cede la Lombardia, che andrà al Piemonte, insieme a Toscana, Emilia e Romagna, queste ultime in cambio di Nizza e proprio della Savoia.

Il 29 agosto 1862 sono proprio i militari sabaudi a ferire e arrestare Garibaldi presso Gambarie d’Aspromonte, per evitare che compisse il proprio progetto di raggiungere Roma con i suoi tremila uomini per annetterla all’Italia, dopo che il presidente del Consiglio Urbano Rattazzi lo aveva lasciato sbarcare in Sicilia. Alcuni “garibaldini” vennero fucilati! Nel 1867, in dissonanza con gli accordi stipulati nel 1864 tra Napoleone III e lo Stato italiano sull’intangibilità dello Stato pontificio, Garibaldi ritentò l’impresa, ma venne fermato dai Francesi a Mentana.

I massacri commessi dai sabaudi nei confronti della popolazione meridionale inerme, accusata di appoggiare il “brigantaggio” (anche per questo rimandiamo a un articolo presente in questo numero della nostra rivista: La strage rimossa del 14 agosto 1861 di Giuseppe Licandro), in una guerra civile segnata da un imponente, feroce e spietato esercito di invasione e costata complessivamente forse – i dati non sono mai stati accertati – centinaia di migliaia di vittime (1860-1870).

Nella Terza guerra d’indipendenza (1866), dopo le brucianti sconfitte di Custoza e Lissa, bisognerà attendere che la Prussia sconfigga l’Austria perché il neonato regno si accaparri il Veneto (anche in questo caso, sprezzantemente ceduto dagli Austriaci all’Italia attraverso i Francesi).

Così come, per annettersi lo Stato pontificio, occorrerà aspettare che il grande “protettore” del papa, la Francia di Napoleone III, le buschi dalla Prussia a Sedan (1870), sconfitta che segnerà la deposizione dell’imperatore e il via libera alla “Breccia di porta Pia”.

La vera “questione”, non “meridionale”, ma “italiana”

La tristezza che accompagna l’enumerazione precedente non si ferma ad essa, ma si rafforza nel considerare che le debolezze, i limiti, gli errori, che hanno caratterizzato la fase preunitaria e immediatamente successiva all’unificazione («Se questa è l’Italia, era meglio non averla fatta» affermava l’onesto ministro Sidney Sonnino), hanno costantemente e drammaticamente costellato e contrassegnato pure tutta la nostra storia seguente.

Ecco, quindi, tra fine Ottocento e inizi Novecento, una lista ancora più avvilente: le dispendiose, travagliate e assurde avventure coloniali con le sconfitte di Dogali (1887) e Adua (1896), la strage di popolo a Milano (1898) da parte del generale Fiorenzo Bava Beccaris, l’attacco al morente Impero ottomano per togliergli la Libia (1911-12) e le successive stragi contro i “resistenti”, il voltafaccia nei confronti della Triplice Alleanza e l’entrata in ritardo nella Prima guerra mondiale a fianco della Triplice Intesa (1915), l’invio al massacro dei nostri soldati, Caporetto (1917), l’umiliazione subita durante la Conferenza di pace di Parigi (1919).

E, ancora, il fascismo: la lotta politica violenta, la fine dello Stato liberale, le uccisioni degli oppositori al regime mussoliniano, l’alleanza col Vaticano, il totalitarismo, l’ignominia dell’aggressione all’Etiopia e delle leggi razziali.

La Seconda guerra mondiale: nuovamente l’entrata in guerra in ritardo e con un esercito impreparato, la doppia occupazione, prima tedesca, poi “alleata”, con la vergogna dell’armistizio dell’8 settembre 1943, la guerra civile, la macelleria di piazzale Loreto, la sostanziale impunità dei criminali fascisti.

La Repubblica: le violenze del ministro Scelba sui manifestanti, la corruzione diffusa del regime democristiano, la mafia, i tentati colpi di Stato, gli anni di piombo, ancora morti di piazza, il delitto Moro, le stragi, anche “di Stato”, la P2, Tangentopoli, camorra, ’ndrangheta, nuove mafie, gli attentati a Falcone e Borsellino, la trattativa tra Cosa nostra e le istituzioni.

Siamo andati a memoria e, pertanto, molto ci sarà sfuggito.

Si può affermare che il nuovo Stato unitario ereditò e assommò il peggio degli Stati precedenti e dei vizi degli italiani senza alcuna “virtù civica”: l’autoritarismo, il clientelismo, il corporativismo, l’inefficienza, una burocrazia che s’incancrenì ulteriormente e che ancora oggi ci tormenta, una borghesia arretrata più parassitaria che produttiva.

Lo scoraggiante quadro attuale e una ancora più triste “nemesi”

Per quanto riguarda la situazione politica nazionale odierna, basta scorrere le pagine dei giornali: un presidente del Consiglio in perenne odore di illegalità e scandali sessuali (che poco hanno a vedere con la propria vita privata, in quanto riguardano la frequentazione di ricattatrici delinquenti), un parlamento che non legifera, con deputati dell’opposizione “acquistati” dalla traballante maggioranza e senza più alcun partito “storico” rappresentato al suo interno, una casta di privilegiati e una massa di precari e senza diritti, deficit di democrazia, escort come modello femminile per le giovani, uno Stato non più laico ma succube dell’integralismo vaticano, scuola, istruzione, università e cultura a pezzi, massacrate da volgarità e ignoranza pervasiva e dilagante attraverso i mass media, mancanza di rispetto di leggi e norme del vivere civile, ipocrisia, maleducazione e violenza come modus vivendi dell’italiano medio, razzismo diffuso, vuoto di valori, totale mancanza di virtù civiche (già rimproverata agli italiani da Giacomo Leopardi), spazzatura che invade intere regioni e non si sa come smaltirla, vittime dello Stato per lo più non risarcite, anzi umiliate.

Insomma, le modalità del processo di unificazione/annessione nazionale sono state anticipazione e sintesi della “questione Italia”.

Una ancora più triste nemesi: il Piemonte e il Nord, che hanno sfruttato e “scaricato” il Sud, si trovano oggi ad avere a che fare con un’arretratezza, una criminalità e soprattutto una mentalità “mafiosa” provocata proprio da 150 anni di politiche clientelari verso il Meridione, ma che ormai ha pervaso persino la Lombardia (Milano ha perso quasi completamente quella tensione verso la modernità e quel senso civico che la contraddistinguevano, rendendola “capitale morale” d’Italia, nonché i connotati solidaristici che le provenivano da una ricca storia cattolica e socialista), il Veneto, l’Emilia, e si diffonde a macchia d’olio.

Anche per i meridionali si tratta di una “vendetta” che non reca gioia, né è motivo di riscatto.

Roberto Benigni e l’unità d’Italia

In e-mail il 21 Febbraio 2011 dc:

Roberto Benigni e l’unità d’Italia

di Lucio Garofalo

Esibendosi sul palcoscenico del teatro Ariston di Sanremo, un Roberto Benigni sottotono, meno istrionico e brillante del solito, ha celebrato con enfasi ufficiale il 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, sudando e visibilmente a disagio a causa delle direttive imposte dai vertici Rai che lo hanno tenuto a freno, temendo evidentemente qualche frecciatina irriverente scoccata all’indirizzo del sultano nazionale. Ma l’unico sberleffo arguto è stato concesso nel momento in cui il giullare toscano ha menzionato un altro celebre Silvio, autore de “Le mie prigioni”, alludendo ai guai giudiziari del premier.

Nella circostanza sanremese il comico di Prato ha denotato una scarsa libertà istrionica e giullaresca, una vena poco caustica e creativa che ha sempre contrassegnato le sue performance. Senza vincoli Benigni era un ciclone travolgente di surrealismo e satira corrosiva, ma a Sanremo la sua solita verve ironica e dissacrante si è spenta per cedere il posto ad un’insospettabile fede patriottica. Si pensi alla retorica sciorinata sul palco dell’Ariston sul patriottismo e sulla sottile distinzione tra patriottismo e nazionalismo.

Invece, a voler essere davvero onesti intellettualmente, bisognerebbe ammettere che il patriottismo è l’anticamera del fanatismo sciovinista, quindi dell’imperialismo e del fascismo. Nella passerella filo-risorgimentale Benigni non ha mancato di esaltare persino i Savoia, definiti come la dinastia più antica d’Europa, come se il primato derivante da un’ascendenza secolare fosse un motivo di vanto, mentre avrebbe dovuto segnalare le gravi colpe, i demeriti e i crimini storici compiuti dai suddetti sovrani, che nei secoli si sono rivelati come la più sanguinaria, oscurantista e retriva fra le famiglie reali europee.

D’altronde, è estremamente difficile rendere giustizia a 150 anni di menzogne raccontate dai vincitori e a tonnellate di fango e ingiurie scaricate sulle vittime di una vera e propria invasione militare che è stata, come ogni processo di “unificazione” (o, per meglio dire, annessione) nazionale, un’aggressione barbarica e terroristica, una conquista brutale e sanguinosa che non ha avuto nulla di epico o romantico. Si pensi solo ai milioni di contadini meridionali assassinati dall’esercito occupante, non certo per essere “liberati” dall’oppressione della Casa di Borbone del Regno delle Due Sicilie, bensì per subire una spietata colonizzazione, un regime crudele e disumano come quello savoiardo, che ha saccheggiato le enormi ricchezze di un territorio che non era affatto povero come la falsa retorica dominante ci ha voluto far intendere per troppi decenni.

Non a caso nel 1920, sul giornale L’Ordine Nuovo da lui diretto, Antonio Gramsci scriveva le seguenti parole, denunciando con forza e chiarezza quella che fu conosciuta come la “Questione meridionale”: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.”

Ma tant’è che Benigni di castronerie ne ha dette tante nella serata sanremese, anche a proposito dell'”eroico” pirata nizzardo e dell’astuto conte di Cavour, scorrendo una galleria di figure risorgimentali, noti esponenti della massoneria ottocentesca, fino ad indicare il premier britannico Winston Churchill come il “vincitore” del nazismo. Lo smemorato di Prato ha affermato una falsità storica dicendo che l’Italia sarebbe stata liberata nientemeno che da Churchill, sulla cui figura ci sarebbe molto da obiettare: basti dire che nel 1933 definì Benito Mussolini “il più grande legislatore fra i viventi”.

L’aver attribuito al primo ministro inglese l’appannaggio esclusivo della vittoria sul nazismo rappresenta uno sbaglio eclatante commesso di proposito per compiacere i dirigenti RAI e i politici di destra seduti in platea. Ad aggravare le colpe di Benigni sono stati i mancati richiami alla Resistenza antifascista, per cui avrebbe dovuto ricordare quanto in termini di lacrime e sangue è costata la conquista della libertà al popolo italiano. Invece non ha proferito nulla a riguardo per non urtare la suscettibilità di  qualche irascibile e nostalgico ministro presente in sala. Insomma, nell’intervento a Sanremo l’ispirazione ironica e mordace di Benigni è stata soffocata dalle direttive RAI, per cui l’artista toscano ha dovuto esibire una serie di corbellerie e falsità storiche. Si vede che con l’avanzare dell’età il povero giullare è diventato fiacco e remissivo, mentre agli esordi della carriera era un uragano incontenibile di sagacia, comicità e poesia.

Del resto, già nel film La vita è bella il Roberto nazionale ha preso un abbaglio clamoroso, mistificando la storia per accattivarsi le simpatie dello star system hollywoodiano e aggiudicarsi l’Oscar. Nel film attribuisce agli americani la liberazione di Auschwitz, quando entra in scena il carro armato con la stella bianca, mentre è noto che il 27 Gennaio 1945 (in tale data si celebra la Giornata della Memoria) ad Auschwitz entrarono i soldati dell’Armata Rossa liberando i prigionieri sopravvissuti. E’ vero che nel film non si specifica che il lager sia quello di Auschwitz, tuttavia lo lascia intendere chiaramente. Diciamo che è stata una “sviolinata” concessa ai signori di Hollywood.