Cultura, Media:Cinema, Televisione, Teatro, Musica, Varie: attualità, costume, stampa etc

La finta realtà televisiva

Da Hic Rhodus , 13 Maggio 2015 dc:

La finta realtà televisiva costruisce vere opinioni negli spettatori

di Claudio Bezzi

Mi faccio vanto di non guardare mai certe reti televisive e in particolare certi programmi. Lo so, è un atteggiamento snob indegno di un sociologo, commentatore e blogger, ma la mia ostilità è troppo forte e trovo modo di spiegarvela a partire dal recente caso di Striscia la notizia che ha licenziato in diretta due inviati, Fabio e Mingo, dopo avere appurato che la loro inchiesta su un finto avvocato barese era una bufala inventata di sana pianta, come altri servizi precedenti. La faccenda è venuta alla luce solo perché si è mossa la Procura che ha deciso di perseguire il presunto reo chiedendo atti e carte inesistenti. Se Fabio e Mingo si fossero limitati a costruire finti servizi su casi meno “sensibili” per un procuratore probabilmente sarebbero ancora al loro posto a scandalizzare bravi cittadini con finti preti, finti cartomanti, finti pescivendoli e altre finzioni che da decenni (questo è il punto) la televisione spazzatura propina per lo scandalo dei benpensanti, la rabbia degli indignati, l’incredulità dei creduli.

In queste ultime righe vi ho già spiegata in sintesi la ragione del mio sospetto verso questa forma comunicativa: ciò che arriva al cervello della gente non è una verità o una falsità o un documento o una finzione o una pubblicità o un reality: è un messaggio che comunque incide sugli schemi mentali coi quali viene poi interpretata la realtà e che ho altre volte citati nei miei articoli (per esempio QUI e anche QUI). La decodifica dei messaggi televisivi (e – da un paio di decenni – di Internet) è assai meno semplice e scontata di quanto creda la persona mediamente colta e intelligente ed è invece orientata consapevolmente alla massificazione, all’identificazione e alla costruzione di una determinata rappresentazione sociale:

manipulation-television-brainwashing-frithIL SISTEMA DI RAPPRESENTAZIONI SOCIALI CHE NE DERIVA, SOPRATTUTTO PER I GRANDI CONSUMATORI DI TV, È PROFONDAMENTE INFLUENZATO DAI SISTEMI DI RAPPRESENTAZIONE SOCIALE CHE PROVENGONO DALLA TV, CHE IN QUESTO MODO SI SOVRAPPONGONO GLI ALTRI SISTEMI DI RAPPRESENTAZIONE SOCIALE, LI INGLOBANO, E LI RICICLANO IN CONTINUAZIONE IN UN BLOB CHE ALLA FINE PRODUCE UNO “SPOSTAMENTO DI REALTÀ”. SECONDO GERBNER QUESTO SPOSTAMENTO DI REALTÀ È FONDATO SUL FATTO CHE I GRANDI CONSUMATORI, CIOÈ COLORO CHE SONO ESPOSTI ALLA TV PER OLTRE QUATTRO/CINQUE ORE AL GIORNO, TROVANO NELLA TV UN SOGGETTO CHE CONTRIBUISCE IN MANIERA DECISIVA ALLA DEFINIZIONE DELLE RAPPRESENTAZIONI MENTALI E SOCIALI DELLA REALTÀ. […] I GRANDI CONSUMATORI TENDONO A DARE “RISPOSTE TELEVISIVE” AI PROBLEMI SOCIALI ED INDIVIDUALI PIÙ ALTE DI QUELLI MENO ESPOSTI, CON I SEGUENTI ESITI RISPETTO A COLORO CHE SONO MENO ESPOSTI:

– SOVRASTIMA DELLA QUANTITÀ DI VIOLENZA ATTUATA NELLA SOCIETÀ;

– MAGGIORE SENSO DI INSICUREZZA;

– MINORE AUTOSTIMA;

– MAGGIORE PROPENSIONE AL RAZZISMO;

– MAGGIORE PROPENSIONE A  PERCEPIRE GLI ANZIANI E I DEBOLI COME MARGINALI;

– ANSIA PIÙ ELEVATA;

– MAGGIORE PROPENSIONE ALLA INTROIEZIONE DI RUOLI SESSUALI PIÙ STEREOTIPATI;

– MAGGIORE INSODDISFAZIONE CIRCA IL PROPRIO STILE DI VITA. (ANGELINI, VEDI RISORSE).

La televisione generalista è ancora una fonte preminente di notizie-spettacolo per una vasta generazione analogica, anziana e non molto scolarizzata (senza che ciò escluda ampie porzioni di giovani poco sfiorati dall’appartenere alla generazione digitale); per mantenere la propria presa sugli spettatori i palinsesti si sono trasformati, aggiornati, puntando alla contaminazione dei generi e alla loro con-fusione: i reality, per esempio, sono spettacolo, con un po’ di “vita vera”, con una spruzzata di informazione; Striscia la notizia, come Le iene e altri format, fa informazione fra comicità, marketing e spettacolo (o fa spettacolo fra informazione e marketing?) mentre i siparietti di Crozza sono comici ma si basano su un piuttosto esplicito messaggio politico. Tutto viene ammantato di leggerezza (per “intrattenere”) ma tutto ha un’apparenza di realtà (per “convincere”).

manipulation_1499345Questa grande narrazione televisiva ha una continuità anche passando da programma a programma, ed è una narrazione caratterizzata dal tipo di pubblico che ciascuna emittente intende fidelizzare, più o meno giovane, più o meno colto… Le televisioni generaliste destinate al grande pubblico forniscono rappresentazioni coerenti del mondo attraverso i telegiornali come attraverso le fiction, i reality e gli altri programmi proposti. Lo spettatore trova quindi delle cornici di senso coerenti, che impara a riconoscere e fare proprie, in cui incastonare specifici casi, fatti eclatanti, aneddoti. L’aneddoticità esemplare è importante perché costituisce una forma comunicativa basilare, semplice e facilmente comprensibile. La denuncia del finto avvocato barese di Striscia non era un discorso sull’Ordine degli Avvocati e i procedimenti per accedervi, non un discorso sulla Giustizia e i suoi eventuali difetti e neppure un complesso discorso morale sulla cattiveria dell’uomo ma semplicemente un episodio, un aneddoto, un ritaglio (in questo caso falso) estratto da una vastità incomprensibile se non riducendola a caso esemplificativo, esattamente come fanno le riviste di gossip che affiancano lo scandaletto della diva al delitto efferato alla ricetta di cucina. La costruzione di questi “casi”, la loro ripetuta proposizione, si affianca all’interpretazione della vita come caso e fortuna dei quiz a premi, del pianto in diretta, della sciagura aerea, della protagonista del telefilm… Tutto è collocato su uno sfondo piatto, senza spessore, che si adatta allo spettatore come lo spettatore si conforma ad esso.

Ecco perché programmi come Striscia la Notizia sono ben lontani da quello che sostengono di essere: sono a tutti gli effetti e consapevolmente programmi di disinformazione di massa, o di diseducazione se preferite. Programmi che contribuiscono pesantemente alla costruzione di schemi mentali orientati a una certa visione di mondo che include anche la visione politica. Non c’è bisogno di fare esplicitamente propaganda a un leader o a un partito, anzi il contrario; si costruisce un tessuto ideologico, culturale e informativo disponibile ad accogliere determinate visioni anche politiche. Il berlusconismo in fondo cos’è stato, se non un grande scenario ottimistico di milioni di posti di lavoro, ristoranti pieni, presunto prestigio internazionale incastonati da aneddoti frammentati centrati sul leader, dalla mamma al bunga bunga, dal Milan al viso insanguinato dopo il quasi-attentato? Il tutto collegato da un messaggio ripetitivo, ossessivo, ripetuto fino all’esasperazione (i comunisti, le toghe rosse…). I vent’anni di berlusconismo trascorsi sono stati un palinsesto televisivo vincente, come le televisioni berlusconiane (e la RAI che si è prontamente accodata) sono state la realtà del berlusconismo.

tv-buyLa conclusione non riguarda più Striscia o Berlusconi ma la generale manipolazione cui siamo soggetti. I falsi televisivi, le bufale, le finzioni spacciate per cronaca sono esistite da quando questa televisione si è affermata: i quiz pilotati, i falsi scoop, i finti processi e i finti clamorosi incontri e le finte sorprese recitate da attori, i finti pianti in diretta, i finti reality dove l’imprevisto è attentamente programmato, tutto questo va assieme alle notizie dei telegiornali date a metà, date prima o dopo altre per connotarle emotivamente, accompagnate o no da filmati, da “schede” o da commenti a studio, e ancora tutto questo va assieme alla clamorosa finta narrazione dei talk show, autentica truffa informativa sulla quale mi sono già intrattenuto tempo fa. Ho parlato solo di televisione, ma sulla disinformazione via Internet (molto più veloce e penetrante per ragioni diverse) potete leggere alcuni vecchi post, sempre attuali:

Risorse:

Politica e Società

Silvio Berlusconi: l’ultimo “comunista”

Dal blog Panta Rei…(lo spazio libero di Gaspare Serra!)  http://gaspareserra.blogspot.com/ del 7 Gennaio 2012 dc

Silvio Berlusconi: l’ultimo “comunista”

Storia di un Paese improvvisamente svegliatosi “contro nano”…

di Gaspare Serra

Il dato è tratto: Silvio Berlusconi è morto! (politicamente, s’intende…)
Il 12 novembre, rassegnando le dimissioni, il Cavaliere ha irrimediabilmente inciso la parola “fine” su di una stagione politica protrattasi quasi un ventennio, inaugurata e conclusasi praticamente allo stesso modo: con un videomessaggio agli Italiani, coerente fino all’ultimo con il suo inimitabile stile da “tele imbonitore”.

Era il ‘94 quando il magnate italiano delle tv commerciali “scendeva in campo” annunciando una “rivoluzione liberale”, riuscendo in un’impresa dai più giudicata temeraria: smontare pezzo per pezzo l’impetuosa “macchina da guerra” dell’allora Pds, segnando di fatto l’avvento della seconda Repubblica.
Un’era geologica nel frattempo è trascorsa, segnata dal trapasso dall’età delle “monetine” (di Craxi) a quella delle “papine” (di Silvio), ultime comparse di quel “teatrino” (si direbbe ormai “festino”) della politica di cui il Cavaliere si era presentato come acerrimo avversario (almeno prima di assumere anch’egli in esso una parte da protagonista!).
Eppure l’ex Premier può vantare oggi di aver già raggiunto almeno un traguardo: essersi ritagliato un ruolo da protagonista nei libri di storia che leggeranno i nostri figli (anche se, sul contenuto della “narrazione berlusconiana”, è probabile che in molti storici non mancherà la tentazione di calare un “velo pietoso”, desiderando archiviarla in fretta!).

Mister B è (politicamente) morto.
Eppur Lui sembra non accorgersene… come se nessuno dei suoi “consiglieri di corte” abbia ancora avuto l’ardore di premonirlo!
Contro l’impietoso responso dell’anagrafe, a dispetto delle separazioni (politico-familiari) subite e bufere (giudiziar-sessuali) patite, il Cavaliere par ancor convinto di poter “resistere, resistere, resistere”… come se nessun cataclisma si fosse nel frattempo abbattuto sulla politica italiana!
Come un don Giovanni tradito dal tempo (ma che non perde tempo, tra una defaillance e l’altra, a guardarsi allo specchio…), come un indomito “don Chisciotte de Arcore” incitante gli ultimi suoi servitori a seguirlo, l’Unto d’Arcore par sicuro di riuscire a domare ancora una volta gli Italiani dando prova dell’ennesima resurrezione (politica, s‘intende).

Il tempo, però, è un giudice più supremo di ogni corte, più impietoso di ogni toga, “implacabile” nelle sue sentenze.
E così colui che 17 anni fa si presentava al Paese come l’“homo novus” (geniale imprenditore di successo, modernizzatore e fuori dagli schemi), oggi -se non altro per sopraggiunti “limiti d’età”- appare soltanto l’ombra di se stesso… il reduce di una seconda Repubblica ancor minorenne… (eppur già scomparsa!).
Per questo Mister B (che si ricorderà nei libri di storia come il più grande “estetista” degli ultimi 150 anni!) appare oggi come l’“ultimo giapponese”: come quei reduci dagli occhi a mandorla della Grande Guerra dimenticati dal loro Paese in una miriade di isolotti oceanici ai confini del mondo (dove per anni son sopravvissuti continuando a resistere contro un nemico immaginario, con la sola compagnia di armi arrugginite), allo stesso modo il Cavaliere, già da tempo abbandonato dai suoi stessi alleati, continua a combattere come un “protagonista solitario” della storia, un patriota disposto a immolarsi per una causa (l’anticomunismo) nella quale nessuno più crede!

Sinceramente convinto di esser sceso da cavallo (piuttosto che esser stato “disarcionato” dalle cancellerie europee e dai mercati!), il Cavaliere non ha perso occasione nel corso della sua prima uscita pubblica da dimissionario per blandire l’arma più logora del suo repertorio: l’anticomunismo!
Il clima, però, è irrimediabilmente mutato: non sono in pochi, anche tra i suoi stessi sostenitori, a interrogarsi se valga la pena rispolverare antichi slogan ideologici e populisti in una fase in cui il Paese tutto, sotto attacco della speculazione internazionale, corre seri rischi di “default”.
L’impressione che emerge è che l’incorreggibile Silvio, a corto d’argomenti, speri di “riesumarsi” tirando fuori dal cilindro sbiadito il solito “asso della manica”, il “cavallo di troia” più esibito della retorica berlusconiana, emblema di una destra (quella italiana) confusa e sguaiata.

“La sinistra non è cambiata, sono ancora gli stessi”, ha sentenziato lo scorso 25 novembre Berlusconi dal palco di un convegno dei Popolari liberali, aggiungendo che sarebbe “l’uomo più felice se dalla sinistra arrivasse quella maturazione verso la libertà, verso un rapporto libero tra cittadini e Stato, mentre loro vogliono che lo Stato sia superiore al cittadino, con il cittadino messo al servizio dello Stato”.
Mr. Bunga Bunga ha ricordato per l’ennesima volta i motivi del suo impegno politico: “siamo scesi in campo nel ’94 per non lasciare il Paese in mano a quelli che nel loro profondo sono rimasti comunisti. Per questo stesso motivo siamo ancora in campo! I comunisti non hanno mai fatto i conti con il loro passato e con gli orrori di una ideologia spaventosa, la più disumana e criminale della storia dell’uomo che ha prodotto solo miseria, disperazione e più di 100 milioni di morti!”.
Infine, l’Uomo d’Arcore ha così rassicurato i suoi sostenitori: “siamo e resteremo in campo per garantire a tutti di poter vivere in un Paese democratico e libero… continuiamo a combattere uniti!”.

Non molto tempo prima il Cavaliere -ancora nelle vesti di Premier- aveva sentito l’urgenza di interloquire direttamente con i telespettatori della trasmissione Kalispera per ribadire il seguente concetto: “I comunisti italiani si sono imborghesiti, hanno imparato a vestirsi con capi firmati e scarpe fatte su misura, pasteggiano a caviale e champagne. Hanno cambiato il nome più volte ma il trucco non ha funzionato perché sono rimasti gli stessi di prima con gli stessi pregiudizi, lo stesso modo di fare politica… l’abitudine di mistificare la realtà, demonizzare l’avversario e calunniarlo cercando di farlo fuori!”.
Poco conta poi se gli stessi metodi non sono affatto stati disprezzati dall’entourage del Cavaliere, servitosi delle stesse armi (la “demonizzazione” dell’avversario, a tutti i costi e con tutti i mezzi) per far sistematicamente fuori:
1- giornalisti scomodi (si ricordino le calunnie all’ex direttore de l’Avvenire, Dino Boffo);
2- magistrati protagonisti (si vedano i casi del giudice Mesiano -accusato da giornalisti compiacenti di indossare in pubblico indecenti calzini turchesi!- e del pm Boccassini -accusata d’aver simpatizzato sentimentalmente “negli anni ’70” con un giornalista militante dell’estrema sinistra-);
3- e alleati ribelli (si ricordi l’attacco a Fini sulla vicenda della casa di Montecarlo, orchestrato dall’ormai noto affarista Lavitola!).

Niente di nuovo, dunque: Berlusconi persevera nel suo “sproloquio” preferito (secondo solo alle sue ormai celebri “barzellette”!).
Anzi, di nuovo qualcosa c’è: questa volta -forse per la prima volta- il ritornello più caro al Presidente suona davvero “stridulo” agli Italiani, come una litania ormai trita e ritrita quasi più di quelle note gag di Totò e Peppino mandate in replica innumerevoli volte sugli schermi televisivi!
Non è difficile controbattere, ad esempio, che in Italia non è facile intravedere più nemmeno un’“ombra rossa”: dei sostenitori di quella contestata ideologia non ne è rimasta più nemmeno traccia nelle Istituzioni!
“Al lupo, al lupo!”, sembra imperterrito ammonire il Cavaliere…
Ma chi sarebbe lo “spauracchio” del Presidente? Chi gli “eversori rossi” che attenterebbero alle nostre libertà?!
Il freddo e tecnocrate Mario Monti (di fatto nominato dalla “culona tedesca” -come ribattezzata da “il Giornale”- per realizzare quelle riforme liberali che la destra italiana non è stata in grado in un ventennio nemmeno di cantierare)?
Il fuori dagli schemi Nichi Vendola (che persino Bertinotti accusa di star spingendo Sinistra e Libertà verso una socialdemocrazia di stampo europeo)?
Gli ormai consunti D’Alema e Veltroni (tra gli ultimi post-comunisti che siedono in Parlamento e tra i primi promotori di un governo di tecnici e banchieri e di un’alleanza politica coi post-democristiani)?
Oppure Giorgio Napolitano (ex comunista che oggi siede al vertice dello Stato con il non secondario merito di risultare l’unica autorità pubblica che vanta ancora della fiducia della stragrande maggioranza degli Italiani)?
Gira e rigira, rischiamo di finire con lo scoprire come l’ultimo comunista nei dintorni risiede a Mosca… (ed ha la non pratica consuetudine di regalare “lettoni” agli amici di vecchia data!).

Politica e Società, Storia

L’Unità? Uno specchio dell’Italia di ieri (e di oggi)

Dalla rivista on line LucidaMente http://www.lucidamente.com/

(LucidaMente MAGAZINE n. 15, 15 marzo 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 63, marzo 2011)

Sotto i riflettori

L’Unità? Uno specchio dell’Italia di ieri (e di oggi)

Il processo di unificazione, con le sue ombre (troppe) e le sue luci (molto poche), simbolo del nostro Paese
di Rino Tripodi
Fattori: In vedetta

Afosa giornata estiva. Tutto è immobile, avvolto da un sole prepotente che con la propria luce assorbe persino i colori della natura. Un lungo muro, rappresentato secondo una straordinaria prospettiva trasversale. Una piccola pattuglia. Tre soldati a cavallo. Il primo ha già voltato l’angolo e ora è al centro della parete, calcinata dal sole, che richiama alla mente quelli che saranno gli scabri e aspri paesaggi mediterranei di Eugenio Montale di Ossi di seppia (1925) e, in particolare, la «muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia» collocata alla fine di Meriggiare pallido e assorto. Gli altri due cavalieri si soffermano proprio all’angolo. Entro l’aria torrida, silenzio assoluto. Immobilità. Sospensione. Attesa, forse ansia, tensione.

Sul piano artistico, una geniale consonanza con le geometrie di Paul Cézanne, e persino un’anticipazione dei paesaggi stranianti e della dimensione quasi onirica della pittura metafisica, in primis di quella di Giorgio De Chirico.

Cosa stanno ispezionando quei soldati? Qual è il territorio che perlustrano? Di cosa sono in attesa? Qual è il loro nemico? Sono forse bloccati in un intervallo eterno, come i soldati della fortezza de Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati? O, essendo militari italiani della seconda metà del secolo scorso, stanno setacciando un infido territorio “infestato” da “briganti” meridionali?

Un dipinto lungo un secolo e mezzo

Forzando un bel po’ le intenzioni di Giovanni Fattori, e quindi interpretando simbolicamente il suo bellissimo In vedetta (1872), possiamo ravvisare in tale quadro una sorta di allegoria dell’Italia, della sua nascita come Stato moderno, della sua unificazione.

Se i tre soldati di Fattori incarnassero gli italiani al momento dell’unione – e anche dopo –, cosa simboleggerebbe la loro “vicenda”, la loro storia? Svoltato lo “spigolo” dell’accorpamento dell’Italia in un unico Stato, cosa li attende? Uno compie qualche passo, e si arresta. Gli altri si bloccano appena voltato l’angolo. Su tutto incombe un sole troppo forte, troppo luminoso che, più che vivificare, stordisce, paralizza. Alla fine, la sensazione è di sospensione, ansia, incertezza, immobilismo.

È un po’ un’allegoria della storia dell’Unità d’Italia, ma anche della nostra penisola: prima e, ahimè, anche dopo l’unificazione. Delle vicende del nostro Paese, tra speranze, illusioni, ma, soprattutto, indecisioni, manchevolezze, inefficienze, meschinità, crimini “di Stato”.

L’unità nazionale non si discute, nonostante neoborbonici e leghisti

A scanso di equivoci, chiariamo subito che riteniamo valori assoluti gli ideali risorgimentali, fondamentale il principio dell’unità italiana e irreversibile l’unificazione politica della penisola, sebbene sia innegabile che si sia trattato più di un’annessione che di un’unificazione, tant’è vero che Vittorio Emanuele II di Savoia continuò a chiamarsi «II» e non assunse il titolo di «I» re d’Italia. (Intorno a quanto scrive sul processo di unificazione nazionale Pino Aprile nel suo libro Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero “meridionali”, si legga, nel presente numero di LucidaMente, la recensione di Mariella Arcudi Perché i meridionali divennero Terroni).

Le due maggiori contestazioni al processo di unificazione nazionale, provenienti, guarda caso, da campi opposti – quanto, secondo il paradosso dell’attuale quadro politico italiano, alleati nella pasticciata maggioranza di governo –, vale a dire le obiezioni “neoborboniche” e leghiste, si contrappongono, forzando la realtà storica, e si elidono specularmente in maniera quasi perfetta. Il bello – il brutto – è, infatti, che l’uno accusa l’altro di essere rovina del proprio territorio con argomentazioni identiche (il Nord più avanzato pagherebbe ancora l’unione col Sud; il Sud più avanzato pagherebbe ancora l’unione col Nord). In comune, il rancore per i Savoia e il disprezzo per il regno sabaudo, ritenuto, forse a ragione, il più arretrato e incolto d’Italia.

In realtà, però, non era aurea la situazione preunitaria sotto gli Asburgo in Lombardia e nel Veneto, così come non era luminosa l’età dei Borbone nell’Italia meridionale.

La Napoli-Portici e l’impresa dei Mille

Certo, molti luoghi comuni che – almeno un tempo – si insegnavano a scuola oggi non reggono più (e a un minimo di spirito critico non avrebbero retto neanche nel passato).
Due esempi per tutti. La vulgata afferma(va) che il Regno delle Due Sicilie era molto arretrato e che Garibaldi compì un’autentica impresa coi suoi Mille.

Come si concilia l’asserzione del sottosviluppo del regno borbonico col fatto – anch’esso riportato sui “vecchi” libri di testo – che la prima linea ferroviaria funzionante in Italia (inaugurata il 3 ottobre 1839) fu la Napoli-Portici? Come se in un paese africano arretrato sorgesse all’improvviso una sorta di nuova Silicon Valley. È pur vero che molte tecnologie per la realizzazione di tale ferrovia furono “importate”, tuttavia le rotaie furono costruite in Calabria e, comunque, è impensabile che uno stato sottosviluppato riuscisse a compiere l’opera, per quei tempi, molto avanzata.

Si potrebbe pensare che la Napoli-Portici sia stata una “cattedrale nel deserto”.

Ma non era così.

I dati del “revisionismo neoborbonico”

Per un’articolata esposizione della realtà economica, politica e sociale dello Stato borbonico, rimandiamo il lettore all’articolo di Antonio Nicoletta (Quando il Sud era più ricco del Nord) in questo stesso numero di LucidaMente, tuttavia non possiamo fare a meno di riportare qualche cifra, del resto ormai di dominio pubblico, da quando la tradizione vulgata sull’Unità d’Italia è andata in crisi.

Nel Regno delle Due Sicilie la riserva aurea a garanzia della moneta circolante (9 milioni di abitanti) assommava a due terzi di quella esistente nell’intera Italia (22 milioni di abitanti) e la Borsa di Parigi, allora la più grande del mondo, quotava la rendita dello Stato borbonico al 120%, ossia la più alta di tutti.

Il Sud comprendeva quasi cinquemila fabbriche: cantieri navali (che avevano permesso al Regno borbonico di essere primo nel Mediterraneo per flotta mercantile e militare e al quarto posto come flotta mercantile nel mondo), industrie siderurgiche, tessili, cartiere, estrattive, chimiche, conciarie, del corallo, vetrarie, alimentari. Nel Meridione gli operai lavoravano otto ore al giorno e guadagnavano abbastanza per sostentare le loro famiglie ed erano i primi in Italia a usufruire di una pensione statale, in quanto era stato istituito un sistema pensionistico; vi era inoltre la più alta percentuale di medici per abitanti della penisola: 9.390 medici su circa 9 milioni di abitanti, mentre Piemonte, Liguria, Lombardia, Toscana e Romagna messe insieme ne avevano 7.087 su 13 milioni di abitanti.

Il Sud poteva contare su quattro università e gli studenti meridionali erano più numerosi di quelli di tutte le altre università italiane messe assieme (9.000 circa contro 7.000). La Marina da guerra del Regno delle Due Sicilie era la più potente del Mediterraneo e la prima accademia militare in Italia era stata creata a Napoli.

Dopo l’“annessione” sabauda i poli industriali e i cantieri duosiciliani furono chiusi o abbandonati e immense risorse trasferite verso il Settentrione, a far nascere il famoso “triangolo” Torino-Milano-Genova.

Veramente infame, pertanto, risulta la polemica leghista, col Nord che non solo deve ampia parte del proprio benessere alla “dislocazione” di risorse postunitaria, ma ora lamenta ipocritamente che il Sud è stato sempre un peso morto a carico del Settentrione.

La necessità della retorica e dei “miti fondativi”

Sul secondo episodio cui accennavamo sopra, l’impresa garibaldina, risulta sicuramente incredibile che meno di mille soldati, senza aiuti esterni, siano riusciti a sconfiggere un esercito numeroso e organizzato e a occupare un vastissimo territorio, senza che siano intervenute in loro aiuto “circostanze favorevoli”, che non è il caso di trattare in questa sede.

Del resto, ogni volta che sorge una nuova nazione, è normale che accompagnino/seguano l’evento l’invenzione di leggende, gesta eroiche, fatti mirabili e miracolosi, in una parola l’epica dei miti fondativi. Tutte le origini, tutte le nascite, come del resto quella umana, sono “sporche”, metaforicamente inter faeces et urinam. Pertanto, vanno nobilitate. Si pensi a Virgilio che con l’Eneide innalza la preistoria di Roma. Dunque, nulla di strano che tutti i personaggi e le imprese risorgimentali siano stati narrati come puri ed eroici. Senza macchia e senza paura, come si diceva un tempo.

Al di là del “mito Garibaldi” (e di quelli di Mazzini, di Pisacane, dei Bandiera, di Mameli, dei Cairoli), le storie edificanti di Edmondo De Amicis, l’arruolamento forzato come patrioti italiani di Dante e Petrarca, del Balilla e di Ettore Fieramosca, e la fantasia narrativa di Massimo d’Azeglio e Tommaso Grossi hanno fatto il resto nel creare un’immaginaria identità nazionale e un’epopea italica, risorgimentale, con addentellati retrodatati anche a ben prima dell’Ottocento.

È altresì indubbio che sia tipica dell’“ideologia” del vincitore la vocazione a bollare i perdenti, accusandoli di ogni male. Così gli antichi Stati preunitari furono incolpati di ogni nefandezza.

Una delusione storica

La realtà è ben diversa.

Invero il nuovo regime si dimostrerà spesso peggiore di alcuni dei vecchi Stati e, in ogni caso, non recherà maggiore libertà, progresso e giustizia, né farà diminuire corruzione, arbitri e miseria preesistenti.

Il processo risorgimentale è davvero costellato di meschinità, compromessi, persino bassezze, umiliazioni e sconfitte. E veramente sembra miracoloso che, comunque, alla fine si sia approdati a uno Stato unitario e, dopo la Seconda guerra mondiale, democratico e repubblicano, ancorché messo in crisi dal berlusconismo, dal populismo, dal leghismo oggi imperanti.

L’affresco dell’inferno della cospirazione e delle manovre politiche, dell’andamento tutt’altro che lineare del processo di unificazione, bensì zigzagante, contorto, non unanimemente condiviso nelle scelte strategiche, è ben delineato nel recente film di Mario Martone Noi credevamo (tratto dall’omonimo romanzo di Anna Banti del 1967), peraltro non del tutto riuscito come opera cinematografica.

Molte meschinità, pochi eroismi

Di seguito ecco alcune “ombre” – tanto per usare un eufemismo – all’interno della storia del processo unificatore.

I tentennamenti di Carlo Alberto e l’umiliante sconfitta inflitta dagli Austriaci ai Piemontesi nella Prima guerra d’indipendenza (1848-49).

Cavour, nei confronti di Napoleone III, sfrutta, oltre al fallito attentato del mazziniano Felice Orsini, anche le grazie della propria cugina Virginia Oldoini (la contessa di Castiglione) per persuadere l’imperatore (golpista) francese a sancire l’alleanza Francia-Savoia in vista della Seconda guerra d’indipendenza (1859): Lele Mora, Emilio Fede, Nicole Minetti e le varie Ruby non appaiono così distanti, né nel tempo, né nei costumi… In ogni caso, la guerra viene vinta essenzialmente grazie ai Francesi ed è a loro che l’Austria cede la Lombardia, che andrà al Piemonte, insieme a Toscana, Emilia e Romagna, queste ultime in cambio di Nizza e proprio della Savoia.

Il 29 agosto 1862 sono proprio i militari sabaudi a ferire e arrestare Garibaldi presso Gambarie d’Aspromonte, per evitare che compisse il proprio progetto di raggiungere Roma con i suoi tremila uomini per annetterla all’Italia, dopo che il presidente del Consiglio Urbano Rattazzi lo aveva lasciato sbarcare in Sicilia. Alcuni “garibaldini” vennero fucilati! Nel 1867, in dissonanza con gli accordi stipulati nel 1864 tra Napoleone III e lo Stato italiano sull’intangibilità dello Stato pontificio, Garibaldi ritentò l’impresa, ma venne fermato dai Francesi a Mentana.

I massacri commessi dai sabaudi nei confronti della popolazione meridionale inerme, accusata di appoggiare il “brigantaggio” (anche per questo rimandiamo a un articolo presente in questo numero della nostra rivista: La strage rimossa del 14 agosto 1861 di Giuseppe Licandro), in una guerra civile segnata da un imponente, feroce e spietato esercito di invasione e costata complessivamente forse – i dati non sono mai stati accertati – centinaia di migliaia di vittime (1860-1870).

Nella Terza guerra d’indipendenza (1866), dopo le brucianti sconfitte di Custoza e Lissa, bisognerà attendere che la Prussia sconfigga l’Austria perché il neonato regno si accaparri il Veneto (anche in questo caso, sprezzantemente ceduto dagli Austriaci all’Italia attraverso i Francesi).

Così come, per annettersi lo Stato pontificio, occorrerà aspettare che il grande “protettore” del papa, la Francia di Napoleone III, le buschi dalla Prussia a Sedan (1870), sconfitta che segnerà la deposizione dell’imperatore e il via libera alla “Breccia di porta Pia”.

La vera “questione”, non “meridionale”, ma “italiana”

La tristezza che accompagna l’enumerazione precedente non si ferma ad essa, ma si rafforza nel considerare che le debolezze, i limiti, gli errori, che hanno caratterizzato la fase preunitaria e immediatamente successiva all’unificazione («Se questa è l’Italia, era meglio non averla fatta» affermava l’onesto ministro Sidney Sonnino), hanno costantemente e drammaticamente costellato e contrassegnato pure tutta la nostra storia seguente.

Ecco, quindi, tra fine Ottocento e inizi Novecento, una lista ancora più avvilente: le dispendiose, travagliate e assurde avventure coloniali con le sconfitte di Dogali (1887) e Adua (1896), la strage di popolo a Milano (1898) da parte del generale Fiorenzo Bava Beccaris, l’attacco al morente Impero ottomano per togliergli la Libia (1911-12) e le successive stragi contro i “resistenti”, il voltafaccia nei confronti della Triplice Alleanza e l’entrata in ritardo nella Prima guerra mondiale a fianco della Triplice Intesa (1915), l’invio al massacro dei nostri soldati, Caporetto (1917), l’umiliazione subita durante la Conferenza di pace di Parigi (1919).

E, ancora, il fascismo: la lotta politica violenta, la fine dello Stato liberale, le uccisioni degli oppositori al regime mussoliniano, l’alleanza col Vaticano, il totalitarismo, l’ignominia dell’aggressione all’Etiopia e delle leggi razziali.

La Seconda guerra mondiale: nuovamente l’entrata in guerra in ritardo e con un esercito impreparato, la doppia occupazione, prima tedesca, poi “alleata”, con la vergogna dell’armistizio dell’8 settembre 1943, la guerra civile, la macelleria di piazzale Loreto, la sostanziale impunità dei criminali fascisti.

La Repubblica: le violenze del ministro Scelba sui manifestanti, la corruzione diffusa del regime democristiano, la mafia, i tentati colpi di Stato, gli anni di piombo, ancora morti di piazza, il delitto Moro, le stragi, anche “di Stato”, la P2, Tangentopoli, camorra, ’ndrangheta, nuove mafie, gli attentati a Falcone e Borsellino, la trattativa tra Cosa nostra e le istituzioni.

Siamo andati a memoria e, pertanto, molto ci sarà sfuggito.

Si può affermare che il nuovo Stato unitario ereditò e assommò il peggio degli Stati precedenti e dei vizi degli italiani senza alcuna “virtù civica”: l’autoritarismo, il clientelismo, il corporativismo, l’inefficienza, una burocrazia che s’incancrenì ulteriormente e che ancora oggi ci tormenta, una borghesia arretrata più parassitaria che produttiva.

Lo scoraggiante quadro attuale e una ancora più triste “nemesi”

Per quanto riguarda la situazione politica nazionale odierna, basta scorrere le pagine dei giornali: un presidente del Consiglio in perenne odore di illegalità e scandali sessuali (che poco hanno a vedere con la propria vita privata, in quanto riguardano la frequentazione di ricattatrici delinquenti), un parlamento che non legifera, con deputati dell’opposizione “acquistati” dalla traballante maggioranza e senza più alcun partito “storico” rappresentato al suo interno, una casta di privilegiati e una massa di precari e senza diritti, deficit di democrazia, escort come modello femminile per le giovani, uno Stato non più laico ma succube dell’integralismo vaticano, scuola, istruzione, università e cultura a pezzi, massacrate da volgarità e ignoranza pervasiva e dilagante attraverso i mass media, mancanza di rispetto di leggi e norme del vivere civile, ipocrisia, maleducazione e violenza come modus vivendi dell’italiano medio, razzismo diffuso, vuoto di valori, totale mancanza di virtù civiche (già rimproverata agli italiani da Giacomo Leopardi), spazzatura che invade intere regioni e non si sa come smaltirla, vittime dello Stato per lo più non risarcite, anzi umiliate.

Insomma, le modalità del processo di unificazione/annessione nazionale sono state anticipazione e sintesi della “questione Italia”.

Una ancora più triste nemesi: il Piemonte e il Nord, che hanno sfruttato e “scaricato” il Sud, si trovano oggi ad avere a che fare con un’arretratezza, una criminalità e soprattutto una mentalità “mafiosa” provocata proprio da 150 anni di politiche clientelari verso il Meridione, ma che ormai ha pervaso persino la Lombardia (Milano ha perso quasi completamente quella tensione verso la modernità e quel senso civico che la contraddistinguevano, rendendola “capitale morale” d’Italia, nonché i connotati solidaristici che le provenivano da una ricca storia cattolica e socialista), il Veneto, l’Emilia, e si diffonde a macchia d’olio.

Anche per i meridionali si tratta di una “vendetta” che non reca gioia, né è motivo di riscatto.