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Banche venete. La realtà del capitalismo e del suo Stato

In e-mail l’1 Luglio 2017 dc:

Banche venete. La realtà del capitalismo e del suo Stato

28 Giugno 2017
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Il caso delle banche venete è la perfetta radiografia della natura del capitalismo e dello Stato borghese, contro tutte le false apologie della cosiddetta democrazia e della Costituzione.

I fatti sono noti, e sicuramente brutali nella loro semplicità. Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono fallite. Trascinate al fallimento dalla crisi capitalistica del 2008, dall’espansione abnorme di crediti inesigibili, dal collasso dei valori azionari. Soluzione: il governo decreta la liquidazione coatta delle due banche, dividendo il loro patrimonio in due parti. Da un lato gli attivi superstiti, i crediti esigibili, depositi e obbligazioni di valore, i beni immobili, dall’altro tutta la spazzatura dei titoli tossici, crediti senza futuro, attività fallite. La parte sana viene acquistata al prezzo di 1 (uno) euro da Banca Intesa, che è, assieme a Unicredit, la principale banca italiana. La spazzatura tossica l’acquista invece il Tesoro, a carico dei contribuenti. Questi i fatti, di dominio pubblico e di per sé eloquenti: la collettività, già rapinata dalle banche, si accolla i costi del loro fallimento, a vantaggio di una banca che intasca gratis il bottino.

Ma questa è solo la cornice del quadro. I dettagli sono ancor più illuminanti.

Ricordate gli appelli retorici delle istituzioni sulla “necessaria solidarietà nazionale” per “salvare le banche”, che sono “un patrimonio di tutti”? Bene. Le banche italiane hanno rifiutato di pagare la ricapitalizzazione delle banche venete, attraverso una cassa comune, caricando l’onere sullo Stato.

Ricordate l’infinita litania sul debito pubblico della “nazione”, sulla mancanza di risorse per servizi sanità e pensioni, sulla necessità obiettiva dei sacrifici per ridurre la spesa sociale? Bene. La crisi del debito pubblico scompare quando si tratta di salvare le banche. Per comprare la spazzatura dei titoli tossici delle banche venete il governo spende per l’immediato oltre cinque miliardi. Che si aggiungono a 12 miliardi di garanzie pubbliche sui titoli regalati a Banca Intesa, che ha preteso e ottenuto copertura totale per i “futuri rischi”. Che si aggiungono a 10 miliardi già messi a garanzia dei bond emessi dalle banche venete negli ultimi mesi, nel tentativo (vano) di rimetterle in pista. Il tutto finanziato dal decreto varato a Natale che caricava sul debito pubblico 20 miliardi per il salvataggio delle banche.

Dunque: le stesse banche italiane che hanno in pancia 400 miliardi di titoli pubblici, che ogni anno intascano 70-80 miliardi di soli interessi sul debito, beneficiano di altre decine di miliardi pubblici per galleggiare sul mercato capitalistico.

Grazie a questa operazione di socializzazione delle perdite, la principale banca italiana rilancia alla grande i propri profitti e dividendi, per di più gratis. Banca Intesa ottiene infatti in regalo: 26 miliardi di crediti in ottimo stato, 25 miliardi di raccolta dai depositi, 12 miliardi di obbligazioni, 23 miliardi di raccolta indiretta, oltre alla eliminazione delle due banche concorrenti fagocitate e alla conseguente conquista di un proprio monopolio nel Nord-Est.

Grazie a questo gigantesco regalo ottenuto dallo Stato, le quotazioni azionarie di Banca Intesa sono schizzate in cielo, con immenso gaudio dei grandi azionisti. Altro giro altro regalo, verrebbe da dire: lo Stato è solamente, come diceva Marx, il comitato d’affari del capitale, tanto più in tempo di crisi.

All’altro capo c’è naturalmente chi paga la festa.

Non solo la massa dei lavoratori e della popolazione povera cui si chiederà di pagare il conto del debito pubblico accresciuto, a partire dai milioni di lavoratori statali cui si nega il contratto perché ”mancano i soldi”. Ma anche 4000 lavoratori bancari in esubero per la chiusura di due terzi delle 900 filiali delle banche venete (il terzo rimanente va gratis ad Intesa). Ma anche decine di migliaia di piccoli risparmiatori, cui le banche avevano rifilato obbligazioni subordinate truffa in cambio di laute promesse, e persino qualche migliaio di piccoli azionisti.

Il capitalismo ha le sue leggi, che non hanno riguardo per nessuno. Neppure per quella piccola borghesia che spesso si nutre dei suoi miti.

La sola alternativa a questa rapina senza fine è la nazionalizzazione delle banche, senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto il controllo dei lavoratori, con la loro concentrazione in un’unica banca pubblica. È l’unica soluzione che può abolire il parassitismo del capitale finanziario e liberare immense risorse per i servizi pubblici e le protezioni sociali. È l’unica soluzione che può trasformare la banca da strumento di rapina in mezzo di sostegno alle necessità dei lavoratori. È l’unica soluzione che può proteggere lo stesso piccolo risparmio.

Ma la nazionalizzazione delle banche non sarà mai realizzata da un governo borghese, fosse pure “di sinistra”, come mostra l’asservimento di Tsipras alla troika e ai suoi banchieri. Può essere realizzata solamente da un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e sulla loro forza, in una prospettiva anticapitalista e socialista.

Come dimostrò un secolo fa la Rivoluzione d’Ottobre, l’unica che ha realizzato con mezzi rivoluzionari la nazionalizzazione delle banche.

Costruire nella classe lavoratrice, e innanzitutto nella sua avanguardia, la coscienza di questa necessità è la ragione del Partito Comunista dei Lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori
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Il programma “neodemocristiano” di Monti

Il programma “neodemocristiano” di Monti

di Lucio Garofalo

Una volta i colpi di Stato li organizzavano ufficialmente i colonnelli, non a caso si chiamavano (giustamente) “golpe militari”. Oggi li ispirano e li eseguono direttamente i banchieri e i tecnocrati della finanza, affiancati anche da generali, emissari della Confindustria e referenti del Vaticano, ma ipocritamente sono definiti “governi tecnici”.

Non si tratta di analisi dietrologiche o complottiste, ma è la semplice presa d’atto di quanto accade sotto i nostri occhi. Nella migliore delle ipotesi, persino in Parlamento, si osa discutere di “sospensione della democrazia”. Ad insinuare simili accuse, che si preferisce liquidare molto comodamente come “farneticazioni ossessive”, non sono pericolosi sovversivi o bolscevichi, ma giornalisti prezzolati e burocrati al servizio dell’apparato berlusconiano, nonché alti funzionari di partito organicamente inseriti nei Palazzi del potere che agiscono da anni all’interno delle istituzioni rappresentative.

Viceversa, sorprende (ma non troppo) che esponenti storici del cosiddetto “centro-sinistra”, i quali fingevano di schierarsi all’opposizione e azzardavano ogni ingegnosa costruzione dialettica, parlando apertamente (non a torto) di “regime” e di “emergenza democratica” per criticare l’atteggiamento arrogante e semi-dispotico assunto da Berlusconi, oggi non hanno battuto ciglio e non hanno proferito verbo per denunciare l’intervento destabilizzante (poiché trattasi di eversione in piena regola) attuato per rovesciare il “sultanato” di Berlusconi (che non va assolutamente rimpianto) e insediare un esecutivo “tecnico” che si preannuncia più sinistro e funesto del governo precedente.

Il caricaturista Vauro ha recentemente disegnato una vignetta, pubblicata sul Manifesto, in cui un personaggio domanda: “E la democrazia?”, mentre un altro risponde: “L’hanno pignorata le banche!”. Una sintesi geniale e perfetta di quanto è accaduto nella realtà.

Anzitutto, la squadra del neonato governo concentra una serie di figure legate a doppio filo con i poteri forti che da sempre condizionano il destino del nostro Paese: le principali banche (UniCredit, Banca Intesa, Mediobanca e altri grossi istituti di credito), la Confindustria, il Vaticano, i vertici militari e la Nato. Tali poteri sono compresi e rappresentati nel governo presieduto da Monti, in cui figurano numerosi portavoce della Confindustria e del sistema economico dominante, ammiragli, esperti bocconiani e docenti di altre università private, fiduciari delle gerarchie ecclesiastiche e così via.

Il loro compito sarà essenzialmente tecnico-esecutivo, ossia tradurre in provvedimenti immediati le direttive politiche dettate dai vertici della BCE, la cui linea è sposata dalle più forti lobbies e istituzioni economiche mondiali, dal Fondo Monetario Internazionale ai centri più o meno occulti dell’establishment bancario e finanziario sovranazionale. Si potrebbe azzardare che Mario Monti è l’esecutore di un piano di commissariamento del governo italiano, il cui mandante è esattamente Mario Draghi alla guida della BCE. Da un governo composto da fascisti, piduisti, mafiosi e puttanieri, con a capo il satrapo e satiro di Arcore, autodefinitosi “premier a tempo perso”, si è passati direttamente ad un esecutivo formato da banchieri, autorità militari, tecnici confindustriali e referenti della curia pontificia. E’ quanto meno arduo e imbarazzante scegliere il “meno peggio”.

La concretizzazione dei punti politici prescritti dall’alto al governo del nostro Paese, da parte di quei soggetti che sono l’espressione e l’emanazione diretta delle oligarchie finanziarie di cui la BCE costituisce il supremo vertice istituzionale, detto in parole semplici ma veritiere, comporterà una vera e propria macelleria sociale, il massacro dei diritti democratici e sindacali, di quelle tutele sociali che hanno garantito finora il mondo del lavoro in Italia, o almeno una parte consistente di esso. Parlare, dunque, di “lacrime e sangue” potrebbe sembrare addirittura un eufemismo. Il professor Monti ha esplicitamente annunciato un piano di “sacrifici” accompagnati (a chiacchiere) da principi di “equità”. E’ facile presumere che incasseremo solo i sacrifici, senza equità.

Dalle enunciazioni programmatiche ancora piuttosto ambigue, vaghe e generiche, a tal punto che Monti è stato definito “democristiano”,  si evince una palese mancanza di rottura rispetto alla linea seguita dal precedente governo. Al contrario, si ravvisa un intimo legame di continuità con la politica adottata da Berlusconi e dai suoi ministri anzitutto sul fronte economico-sociale, in particolare sul tema dell’istruzione scolastica.

Non è un caso che, nel discorso di insediamento ufficiale, il professor Mario Monti abbia esplicitamente accennato all’istituto dell’INVALSI, individuato e indicato come il criterio alla base di un presunto meccanismo “meritocratico” da introdurre nel mondo della scuola italiana per determinare la carriera economica e professionale degli insegnanti.