Sessualità


Sessualità e altro…

Dal blog Hic Rodhus https://ilsaltodirodi.com/ 2 Marzo 2016 dc:
La sopravvalutazione della fedeltà coniugale

di Bazzicante

La fedeltà è per la vita sentimentale ciò che la coerenza è per la vita intellettuale: semplicemente la confessione di un fallimento (Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray).

Una delle questioni controverse del ddl Cirinnà recentemente approvato al Senato è l’espunzione dal testo originario dell’obbligo di fedeltà fra i contraenti l’unione civile. I commenti sono stati – come sempre – di diversissima natura: chi ha visto in tale rinuncia l’affermazione dell’essere, le unioni, contratti di serie B o addirittura uno schiaffo agli omosessuali ritenuti “naturalmente” infedeli, e chi al contrario ha sottolineato l’inattualità di un istituto frutto di vecchie culture obsolete. Qualcuno, infine, ha ironizzato sul fatto che si sarebbe fatto un piacere ai futuri “uniti” perché è stato tolto loro un capestro tuttora in vigore per i coniugi. Quest’ultima notazione fa riferimento all’obbligo della fedeltà previsto dal Codice Civile per chi contrae matrimonio; un obbligo che non basta, da solo, a giustificare la separazione (Cassazione Civile, sez. I, sentenza 23/10/2012 n° 18175. Fonte) ma che, in un modo o nell’altro, costituisce il 60% delle cause originarie dei matrimoni finiti davanti a un giudice (come già segnalammo in un vecchio post).

Cirinnà e unioni civili a parte, comunque, questa storia della fedeltà merita di essere esplorata. Come già indicammo nel post appena citato, anche se non possono esserci statistiche chiare e definitive, tutti i dati disponibili depongono a favore di una molto diffusa infedeltà. Dalla scappatella occasionale alla complicata e duratura relazione extramatrimoniale, passando per lo scambismo (sarà consensuale ma non è certo una forma di fedeltà) e la prostituzione (enorme il numero di uomini che consumano rapporti a pagamento; abbiamo ricostruito qui i dati). Bisogna poi comprendere la difficoltà concettuale di codesta fedeltà. Far l’amore con la propria moglie immaginando altre persone è sempre “fedeltà” perché ci atteniamo al comportamento o, introducendo volontà e intenzioni, siamo vicini all’infedeltà? Il bacio appassionato che poi, per molteplici ragioni, non procede verso l’atto sessuale completo, se dato a terza persona, è una forma di infedeltà o no? E l’atto sessuale compiuto con terz* entro una concezione di “coppia aperta” (esistono ancora o sono morte con gli anni ’70? Boh?) è “fedele” al matrimonio perché rimane dentro dei patti e un sentire comune nella coppia oppure no? Insomma: il concetto è vago e le possibili sfumature della coppia fedele/infedele sono molteplici e, di fatto, legate alla cultura, alla morale, alla stipulazione quotidiana del rapporto fra i coniugi.

Poco interessato agli aspetti giuridici vorrei invece soffermarmi un pochino di più su quelli culturali e sociologici. La prima cosa da chiarire è che ci sono profonde differenze fra amore, sessualità e riproduzione. Pensateci un pochino: l’importanza nelle varie specie di riprodursi, i maschi alfa che si battono per il diritto ad accoppiarsi con le femmine e via discorrendo non fa più parte da molto tempo delle priorità della specie umana; l’amore poi (o, se vi sembra troppo impegnativo, diciamo l’affettività) sopravvive in diverse coppie a prescindere dall’interesse, col tempo scemato, per la sessualità; viceversa non dovrei convincervi che è possibile, e molto praticata, una sessualità senza particolare affettività. Non vorrei produrre dati e citazioni autorevoli, mi sembrano considerazioni abbastanza ovvie. Avere mescolato tutto, sanzionando una sessualità priva di riproduzione e definendo ciò ‘amore [coniugale]’ è un artificio ideologico legato certamente alla religione e, alzando un po’ lo sguardo, a forme di controllo sociale sulle quali sarebbe interessante soffermarsi (e molti autori prima di Bezzicante vi si sono soffermati, non c’è nulla di nuovo). L’amore (fra adulti) non è un sentimento finalizzato alla riproduzione; l’amore implica la sessualità ma non sempre e non necessariamente; la sessualità non è necessitata dall’amore né tanto meno dalla riproduzione.

Stabilito questo importante punto resta da capire perché dobbiamo/vogliamo la fedeltà fra coniugi/uniti/accompagnati. Se cercate, assieme a me, di dare una spiegazione logica e razionale ai nostri comportamenti credo che rigetterete subito una qualunque spiegazione biologico-organicista, legata a ipotetici istinti, e altre risposte che comunque prescindano da logiche sociali; c’è indubbiamente una parte di retaggio storico (la certezza della paternità per garantire la successione, una questione rilevantissima in passato), c’è sicuramente una forte componente psicologica (l’amor proprio ferito, il desiderio di piacere, il senso di onnipotenza e tutto l’armamentario che la psic[o]analisi ci ha ben spiegato), c’è probabilmente un forte stigma sociale (nessuno vuole essere cornuto e, se sa di esserlo, non vuole lo si sappia) e così via. In tutto questo, però, non troviamo mai una necessità ma solo un’eventuale volontà, oppure la sua mancanza. Bisogna volere essere fedeli, e occorre che lo si voglia assieme; non basta dichiararlo una volta per tutte, a venti o a trent’anni, davanti al prete o al sindaco; perché il tempo è una variabile fenomenale che ci cambia. A vent’anni – o a trenta, o quel che è – giuriamo amore eterno poi, a partire da lì, abbiamo una vita di incontri ed esperienze che ci modificano e, qui è il punto, ci modificano forse diversamente dall’altro membro della coppia che parimenti ha giurato fedeltà eterna.

Tuttavia si potrebbe sostenere che la fedeltà, mentre sembra sfidare il tempo garantendo immutabilità, in realtà lo sfida e ne ha ragione proprio scendendo sul suo terreno. Nonostante le promesse di eternità esibite nel programma, la fedeltà non sembra possibile al di sopra o a dispetto del tempo: è possibile solo nel commercio con il tempo, con i continui mutamenti dell’altro e di noi stessi. Mentre sembra un vascello severo e maestoso, è in realtà un legno leggero, capace di imbarcare molta acqua, scomparire tra i flutti e perdere la rotta. Per durare, un amore deve cambiare. […] L’infedeltà non è solo nell’altro, è in noi.

Anche noi, crescendo, abbiamo tradito e non siamo completamente dell’altro. Freud aveva una concezione energetica dell’apparato psichico, pensava che la pulsione amorosa, che chiamava libido, emanasse dall’Io sul mondo esterno ma fosse pronta a ritirarsi di nuovo sull’Io quando questi avesse bisogno di ristoro: nel sonno, per esempio, nella malattia o nell’esecuzione di un compito impegnativo. Oggi quella concezione energetica è in larga parte tramontata, ma resta vero che i nostri investimenti sugli altri sono di carattere ondivago e intermittente. Il cuore, secondo la battuta di Woody Allen, è un muscoletto molto elastico. Si può amare qualcuno per sempre ma non lo si può amare sempre: “La capacità di essere discontinui nella relazione gioca un ruolo centrale nel suo mantenimento” (Stefania Nicasi, Lo spettro della fedeltà, “SpiWeb”).

Indipendentemente dalle nostre storie personali, dal nostro personale desiderio di possesso dell’amat*, della nostra frustrazione nell’essere traditi, noi tutti sappiamo che è così. Noi tutti sappiamo che la fedeltà è un concetto morale fragile, una stipulazione più dichiarata che meditata, un elemento caduco in un contesto (affettività e sessualità) caldo, vitale e cangiante. L’Iliade inizia con la furia di Achille al quale Agamennone ha tolto l’amata Briseide (imponendole con la forza l’infedeltà), e tutto il dramma si svolge a causa dell’infedeltà di Elena.

E siamo agli albori della letteratura occidentale che tratta l’infedeltà in mille e mille opere che vi risparmio. Ciò significa che sappiamo che vogliamo amare ed essere amati cosiccome sappiamo che potremmo tradire o essere traditi. E malgrado il sesto comandamento (diamine, è un peccato mortale!) siamo generalmente piuttosto tolleranti. Una ricerca del 2013 del Pew Research Center (per carità, col valore meramente indicativo di ricerche di questo tipo) mostra dati estremamente interessanti.

Francia a parte (vedi tabella a sinistra nell’articolo originale) si vede bene che Paesi cattolici europei (con la Germania, un terzo di cattolici), e comunque occidentali, sono molto più tolleranti dei paesi musulmani o di altre religioni. E semmai stupisce il valore statunitense.

Insomma: l’infedeltà coniugale è molto meno sanzionata, socialmente, di altri peccati, vizi, comportamenti asociali.

La fedeltà, in conclusione, non può che essere una scelta individuale rinnovata nel tempo; si è fedeli (al coniuge, al/alla compagn*) se lo si vuole essere, se il valore morale di un patto dichiarato viene sentito più forte del richiamo della sessualità, della seduzione narcisistica, dell’illusione, semmai, di una ventata trasgressiva di gioventù. Questa scelta individuale vale ora; domani varrà se la rinnoveremo; oggi non possiamo saperlo. Bene quindi se nella legge sulle unioni civili è stata stralciata; chi ha imposto tale stralcio intendeva sminuire la legge, sottolineare il valore minore di queste unioni rispetto alla sacralità del matrimonio non accorgendosi che si collocava pienamente nel flusso storico, sempre più imponente, che cerca nella responsabilità individuale il motore cosciente e consapevole della nostra socialità.

Anche nell’amore.


Da Dino Erba in e-mail il 5 Febbraio 2016 dc:

Ricevo e volentieri diffondo. Come si suol dire: non tutto giusto ma quasi niente sbagliato …

PER UN AMORE LIBERO
senza contratti, benedizioni, confini.

Turandosi il naso di fronte al solito spettacolo del politicismo opportunista alla ricerca del voto perduto tra i “milioni” di “peccatori o dei difensori della famiglia”, vale la pena riflettere sulla reale posta in gioco che ruota intorno ala questione delle “unioni civili” & c.

1°) L’attuale forma famiglia come organizzazione sociale di base del sistema vigente tende ad un suo superamento all’interno del processo di produzione e riproduzione del movimento reale verso nuove forme di convivenza umana non ancora definite, ma che comunque virano verso l’allargamento delle “libertà di plastica” tipiche del “diritto aperto” della democrazia capitalista.

2°) La “libertà” garantita da questa società è solo e sempre una “libertà” individuale, organizzata e legalizzata dal diritto civile variabile, che può essere vecchio quando influenzato dallo stato o dalle religioni, o “nuovo” se adeguato al trend del “diritto aperto” presente a livello Europeo, che comunque non contempla alcun superamento dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sulla donna, sugli animali, sulla natura.

In sostanza, la “libertà individuale” comunque declinata non vuole né può porsi nell’ottica della libertà di classe che cambia il mondo sul serio.

In particolare, rispetto alla libertà evolutiva del proprio corpo e della propria sessualità, o della possibilità di utilizzo procreatore di parti di esso (stepchild adoption), se da un lato si pone un tema etico-pratico di ordine generale riguardo le cosiddette “forzature” della natura che risponde con forza eguale e contraria, dall’altro occorre fare attenzione all’utilizzo padronale nella possibile costruzione di “macchine umane perfette e riproducibili” su scala anche industriale.

3°) L’equiparazione giuridica della convivenza tra umani etero-omo-lesbo-lbtg nella forma di matrimonio civile o religioso, cozzando col trend storico che relega alle anticaglie tale istituto soprattutto in occidente, può divenire oggettivamente una “battaglia” di retroguardia, inadeguata al respiro del tempo, comunque conservatrice dell’attuale modello sociale e di sviluppo.

L’intreccio di queste 3 considerazioni porta ad una prima, limitata ed inesaustiva conclusione: queste battaglie rimangono battaglie per la libertà individuale dentro una società capitalistica matura capace certo di elargirle, ma anche di utilizzarle a proprio uso e consumo come del resto fa la chiesa cattolica ponendosi da argine alla crisi demografica dell’occidente oltrechè della “unicità” della famiglia cristiana.

Di converso, una lotta per un mutamento sostanziale dovrebbe mettere al suo centro la libertà generale ed il diritto alla vita e all’amore, che quando è vero, non ha bisogno di regole, contratti, santificazioni, comandamenti, potere, e non conosce confini geografici, razziali, religiosi, sessuali.

Questo è un fatto, si svolge già in natura.

Favorire, assecondare lo sviluppo del movimento reale verso l’amore libero ed il diritto alla vita è una lotta per la libertà generale, sociale, di classe.

Pino


Libertà sessuale

di Gabriele Bettoschi

Ogni qualvolta l’uomo ha cercato di esprimere una nuova etica, una nuova qualità della vita, ha rivendicato sempre una maggiore libertà sessuale.

Non a caso il sesso è stato uno dei protagonisti della rivoluzione socio-culturale del ’68.

Negli anni settanta la sessualità, finalmente vissuta pienamente e liberamente, diventa un fatto pubblico, anzi un “atto politico”. È energia di coesione, si accompagna a grandi festival musicali, all’impegno per l’ecologia – i giovani sono i “figli dei fiori”- per i diritti umani e per il pacifismo, celebre è la frase “fate l’amore e non la guerra”.

L’organo sessuale femminile diventa simbolo di ribellione delle donne al maschilismo imperante. Per la prima volta le canzoni italiane affermano il sesso come valore umano, senza allusioni o stupidi doppi sensi; classico il “chi non lavora non fa l’amore” (Nota mia: becero slogan della clerical-reazionaria coppia Celentano-Mori).

Gli studi sulla sessualità e su come raggiungere il piacere si diffondono a macchia d’olio. Il libro Paura di volare di Erica Jong, manifesto della liberazione sessuale, e la scoperta della pillola contribuiscono a farla vivere più liberamente. La sessualità entra dirompente persino nel Parlamento italiano e abbatte il tabù del divorzio e dell’aborto.

Oggi, invece, il sesso è sempre più condizionato dal potere del mercato, della tecnologia e della pubblicità. L’amore etero, gay o bisessuale permea qualsiasi aspetto della cultura, della pubblicità e della TV. Grazie anche a internet e all’enorme industria pornografica il sesso sta diventando un “prodotto globalizzato”, malgrado l’incubo dell’Aids. Tutto è permesso, purché sia praticato in spazi protetti, per privilegiare sempre più, come negli altri settori, il privato e allo stesso tempo la superficialità e la teatralità del rapporto.

L’industria farmaceutica crea prodotti per chi del piacere sessuale ha solo il ricordo e cerca di scoprire i molti segreti della sessualità della donna, al solo fine di far credere che basti una pillola per provare piacere. Il sesso non è più uno strumento per allargare le coscienze e offrire possibilità di accesso a una vita creatrice e creativa, ma diventa una mera ricerca biologica, una tecnica, una merce da comprare e vendere.

La ricerca scientifica sul piacere e sulla nuova “libertà” sessuale – tutta farmaceutica – che vorrebbe donare cade nel ridicolo se dimentica che nella sessualità entra in gioco tutto il nostro corpo, tutto il nostro vissuto oltre, naturalmente, l’equilibrio e la tenerezza.

L’ansia del piacere a tutti i costi ci sta portando all’impotenza e alla frigidità o, comunque, a un costante senso di inadeguatezza e insoddisfazione. Il risultato è che si parla molto di sesso, ma se ne fa poco e anche in maniera egoistica, consumistica e… virtuale: stiamo diventando una società di guardoni e di esibizionisti. Il Grande Fratello, le Webcam e i “calendari” ne sono un esempio! L’immaterialità del lavoro e della nuova economia si è estesa anche al sesso: siamo solo illusi di essere più liberi di provare più piacere.

Mentre insoddisfazione e rabbia si celano sotto un’apparenza di conformismo ingannevole, la depressione è l’unica cosa concreta che circola… molto liberamente! Forse proprio ridando al sesso la sua dimensione comunicativa, creativa e, meglio ancora, affettiva, riusciremo a liberarci da una della cause del malessere moderno.


Dal sito Orizzonte Scuola www.orizzontescuola.it , data da Google 4 Novembre 2013 dc:
L’OMS prescrive educazione alla sessualità già da 0 a 4 anni.
Insorge il mondo cattolico

GB – L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stilato una guida all’educazione sessuale per i bambini da 0 a 16 anni. La guida Standard di Educazione Sessuale in Europa è una guida per i governi, sviluppata dall’ufficio europeo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), in collaborazione con l’agenzia governativa tedesca per l’Educazione Sanitaria. Ma non tutti hanno accolto la notizia favorevolmente.

Il documento, che consta di 85 pagine, è stato diffuso presso i ministeri dell’Istruzione e della Salute d’Europa e contiene consigli su cosa tramettere riguardo all’educazione sessuale secondo le fasce d’età, fino appunto ai 16 anni.

Da 0 a 4 anni, l’OMS prescrive l’apprendimento del “godimento e piacere quando giochiamo con il nostro corpo: la masturbazione della prima infanzia”.

Da 0 a 4 anni è l’ età ideale per “la scoperta del corpo e dei genitali”.

A 4 anni, l’OMS afferma che i bambini sono in grado di “esprimere i bisogni, i desideri e i limiti, ad esempio nel gioco del dottore”.

Secondo l’organizzazione, infatti, “gli educatori dovranno trasmettere informazioni su masturbazione infantile precoce e scoperta del corpo e dei genitali” ai bambini, “mettendoli in grado di esprimere i propri bisogni e desideri, ad esempio nel ‘gioco del dottore'”.

Dopo di che, fino ai sei anni, i piccoli dovranno essere istruiti “sull’amore e sulle relazioni con persone dello stesso sesso”, affrontando “argomenti inerenti la sessualità con competenza comunicativa”.

Da 4 a 6 anni è l’età ideale, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per “parlare di questioni sessuali”, esplorare “le relazioni omosessuali” e “consolidare l’identità di genere”.

Tra i 6 e i 9 anni, gli esperti dell’OMS affermano che sono pronti a conoscere e difendere i “diritti sessuali di bambini e bambine”. Si arriverà pertanto a parlare di vera e propria educazione sessuale: i maestri delle elementari dovranno infatti tenere lezioni su “cambiamenti del corpo, mestruazioni ed eiaculazione”, offrendo loro nozioni sull’utilizzo dei “diversi metodi contraccettivi”.

In tal modo, una volta compiuti i 9 anni, fino ai 12, potranno essere informati sui “rischi e conseguenze delle esperienze sessuali non protette”, ovvero le malattie sessualmente trasmissibili e le gravidanze indesiderate”. La guida afferma: “l’impatto della maternità e della gravidanza tra gli adolescenti (cioè la crescita dei figli, la pianificazione familiare, i progetti di studio o di vita, la contraccezione, il processo decisionale e la cura nel caso di gravidanze indesiderate)”.

Dai 12 ai 15 anni, infatti, i docenti avranno il compito di insegnare agli adolescenti la “pianificazione familiare”, mettendoli in condizione di comprendere l'”impatto della maternità in giovane età”, rendendoli consapevoli inoltre della possibilità dell’aborto. Per l’Oms, inoltre, nella fascia puberale, i giovani dovranno essere informati riguardo la possibilità di avere figli anche in relazioni omosessuali, e dovranno imparare a conoscere il concetto di prostituzione e pornografia, svincolando i ragazzi dalla “influenza della religione sulle decisioni riguardanti la sessualità”.

Inutile sottolineare che il documento ha suscitato reazioni da parte del mondo cristiano e cattolico, in particolare del team di CitizensGo, comunità di cittadini attivi che vogliono difendere la vita, la famiglia e i diritti fondamentali dell’uomo.

Il team ha puntualizzato come il documento dell’Oms “costituisce uno strumento propagandistico della cosiddetta ‘ideologia del gender’, una visione del mondo priva di fondamento scientifico che sta già influenzando la vita democratica di molti Paesi” afferma il team di CitizensGo, comunità di cittadini attivi che vogliono difendere la vita, la famiglia e i diritti fondamentali dell’uomo.

“La sfera sessuale è descritta in modo banale, semplicistico e totalizzante – osserva il team – il bambino viene inizialmente indottrinato con tutta una serie di nozioni di carattere esclusivamente biologico e anatomico, per giungere dopo alcuni anni ad affrontare gli aspetti relazionali, intersoggettivi ed emotivi della propria sessualità”. Allo stesso tempo – aggiunge – “la sessualità viene innalzata a centro della vita dell’individuo e viene descritta minuziosamente e nevroticamente in tutti i suoi aspetti, come se non si potesse vivere la propria esperienza sessuale e affettiva senza conoscerne prima i più piccoli dettagli meramente ‘meccanici’”.

Il tono “eticamente asettico” che pervade il testo dell’Oms implica, secondo CitizenGo, “una visione riduzionista e materialistica dell’esperienza sessuale e della vita umana nel suo insieme”.

Anche i vescovi spagnoli hanno manifestato la loro preoccupazione per questo argomento, dato che si prospetta come un tentativo di promuovere un unico modello di istruzione in tutto il continente europeo e un modello da seguire nel campo dell’educazione sessuale.

Secondo il rapporto, dicono i vescovi,  gli standard proposti non hanno nessun riferimento ai principi morali. Tra gli altri motivi gravi, nel testo non si fa alcuna menzione del fatto che la relazione sessuale con una persona minore di quindici anni in molti Paesi è sanzionata.


Dal sito http://www.ansa.it dell’11 Giugno 2010 dc, con le mie opportune correzioni:
Parlamento Islanda, sì unanime a nozze gay
Il parlamento dell’Islanda ha dato all’unanimità il via libera a una legge che consente i matrimoni fra omosessuali. Il provvedimento approvato col sì di tutti i parlamentari dell’Althing (assemblea) aggiunge le frasi ‘fra uomo e uomo’ e ‘fra donna e donna’ alle unioni civili.
L’Islanda dal 2009 ha un capo di governo dichiaratamente lesbica, Johanna Sigurdadottir. ‘Il Paese è piuttosto pragmatico, le unioni gay non sono sentite come problema’, dice il politologo Gunnar Kristinsson.
Il capo del governo islandese
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Sintesi della stessa notizia da www.aduc.it 12 Giugno 2010 dc:
L’Islanda, che dal 2009 ha un capo di governo apertamente omosessuale, la premier social-democratica Johanna Sigurdadottir, dichiaratamente lesbica, è uno dei Paesi più tolleranti al mondo.
“L’atteggiamento nel Paese è piuttosto pragmatico” e i matrimoni omosessuali “non sono mai stati un problema per gli islandesi”, dice alla Reuters il politologo Gunnar Helgi Kristinsson.
La Chiesa luterana islandese da parte sua non ha ancora deciso se autorizzare coppie omosessuali a celebrare o meno con cerimonia religiosa, anche se la legge prevede che “i pastori saranno sempre liberi di celebrare matrimoni (omosessuali), senza esserne obbligati”.
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Dal sito http://lisadelgreco.blogspot.com/ 14 Giugno 2010 dc:
Diritti Lgbt, L’Islanda approva le nozze omosessuali (all’unanimità)
Nessun voto contrario per il provvedimento di equiparazione fra coppie omosessuali e coppie eterosessuali, nell’isola governata dall’unico esponente politico apertamente gay.
Pragmatico e per nulla alterato, il tono dell’evento: in Islanda è una giornata normale. “Il matrimonio omosessuale non è stata una grande questione politica, qui – non ci sono stati particolari controversie”, spiega un politologo dell’università di Reykjiavik all’agenzia Reuters. E questo è poco ma sicuro, se contiamo i voti: 49 a favore, zero contrari, 24 astenuti.
ALL’UNANIMITÁ – È con questi numeri che viene introdotta la possibilità per gli omosessuali di contrarre matrimonio civile nella terra dei ghiacci. Una legge particolare, perché esplicita: non mira infatti a togliere il requisito della eterosessualità per contrarre matrimonio, ma ad aggiungere due incisi, precisi e testuali. In Islanda, da domani, si sposano “uomini e donne”, “donne e donne” e “uomini e uomini”. E c’è un passo in avanti ulteriore: vengono abolite le unioni civili, già in vigore nel Paese. Ora il matrimonio è l’unica opportunità per qualsiasi coppia di amanti islandesi, qualsiasi sia il sesso dei nubendi. Il provvedimento passa ora al Presidente della Repubblica, ma il passaggio non preoccupa, poiché il Capo dello Stato ha esercitato le sue prerogative di veto solo due volte nella storia del paese. IceNews riporta inoltre che il provvedimento è “estremamente popolare” nel Paese.
COMING OUT – “Oggi è un grande giorni per tutti, in ogni luogo coinvolti nella lotta per i diritti dei gay, e per i diritti umani in generale” è la frase dichiarata da alcuni parlamentari dell’Althing, il Parlamento Islandese. E certamente una vittoria personale per Johanna Sigurdardortir, il Primo Ministro socialdemocratico Islandese, l’unico capo di governo al mondo apertamente omosessuale. Già sposata, poi separatasi dal marito, ha due figli ed è legata da tempo in unione civile con la giornalista e scrittrice Jonina Leosdottir. Certo, ora dovrà sposarsi.
fonte http://www.giornalettismo.com
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Da http://www.cronachelaiche.it/ 13 Giugno 2010 dc:
Islanda, parlamento unanime vota sì alle unioni gay
Sempre più sola, l’Italia sul fronte dei diritti civili si dimostra in tutta la sua sconfortante immaturità.
L’Islanda, in una sola vicenda, avrebbe più di un insegnamento da offrire a noi italiani: ha un capo di governo donna, Johanna Sigurdadottir, e dichiaratamente lesbica. L’11 giugno, inoltre, il parlamento ha votato all’unanimità il via libera alla legge che consente le unioni omosessuali, e non lo fa con giri di frasi che mascherano il concetto, ma scrivendo testualmente le parole «fra uomo e uomo» e «fra donna e donna». Roba dell’altro mondo. Infatti l’Islanda è lontana, e non solo geograficamente.
Tra l’altro, ve li immaginate i nostri parlamentari che votano un provvedimento all’unanimità? Probabilmente succede solo quando si tratta di decidere se aumentare il proprio stipendio; il resto delle questioni, proprio come lo stipendio, dipende per lo più dalle convenienze politiche.
E l’ottima lezione islandese cadrà nel vuoto sempre più autoreferenziale di un’Italia che si accorge di essere in Europa solo quando si tratta di mandare le donne in pensione alla stessa età degli uomini. Diritti e doveri uguali per tutti, in salsa italiota.
di Alessandra Maiorino

In e-mail da Lucio Garofalo, 4/12/2009 dc:
Sessualità e politica
In Italia, negli ultimi tempi si è ripreso a discutere di “sessualità e politica” in virtù dei casi di cronaca che hanno coinvolto alcuni transessuali in relazione soprattutto all’ex governatore del Lazio, ma pure in seguito alle vicende scandalistiche che hanno investito altre personalità pubbliche, ultima in ordine di tempo Alessandra Mussolini. La quale si è lamentata (giustamente) degli ignobili attacchi di tipo sessista provenienti da vari organi di stampa, in particolare si è indignata a causa di un vergognoso articolo scritto dal solito Vittorio Sgarbi ed apparso sul quotidiano “Il Giornale”, di proprietà del fratello di Silvio Berlusconi.
Ebbene, pur comprendendo la reazione di rabbia e sdegno della Mussolini, non si può fare a meno di osservare che tale cultura sessista è riconducibile soprattutto, ma non esclusivamente, alla tradizione storica dello schieramento politico a cui la Mussolini si ricollega da sempre, cioè la destra. Certo, bisogna riconoscere che certi atteggiamenti e ragionamenti di stampo maschilista appartengono pure a molte persone che possono dichiararsi “di sinistra”. Nessuno osa negare l’evidenza di un simile dato di fatto.
Tuttavia, mentre negli ambienti sedicenti “di sinistra” l’esternazione di una mentalità sessista viene biasimata e rigettata come una volgare indegnità, nel microcosmo di destra ne fanno addirittura un motivo di vanto.
Comunque, al di là di elementi di circostanza, vorrei soffermarmi su un tema politico e culturale di ordine più generale, che attiene al rapporto tra sessualità e politica.
Ricordo che l’Italia non si è ancora dotata di una legge sui DICO (Diritti e doveri dei Conviventi), che oltretutto sarebbero un misero surrogato dei PACS (Patto Civile di Solidarietà). Una normativa che ha trovato applicazione ovunque, in Europa e nel resto del mondo civile, eccetto che in Italia, in Grecia e in Polonia. Questi sono gli unici Stati che ancora risentono dell’influenza esercitata dal Vaticano. Il quale prima ha azzerato il progetto dei PACS, quindi ha affossato il governo Prodi che voleva ratificare i DICO, annullando definitivamente l’ipotesi di legalizzare formalmente in Italia, sia pure con una legge capestro, le convivenze di fatto. Con tale espressione si designano non solo le coppie omosessuali, ma anche quelle eterosessuali che rifiutano di consacrare la propria unione in chiesa e in municipio, rifiutando l’autorità del trono e dell’altare.
Non c’è dubbio che si tratta di un tema d’elite, in quanto interessa un’esigua minoranza di individui, e non certo la maggioranza delle persone, ma non si può rinunciare ad assumere una netta posizione critica di fronte all’attacco sferrato dal potere clericale contro le spinte e i movimenti progressisti che partecipano all’emancipazione civile, morale e culturale della società italiana, così come è avvenuto in altri Stati europei.
La curia pontificia ha scatenato tutto il suo potere politico, intervenendo con arroganza nel dibattito pubblico nazionale, minando la stabilità politica del Paese, cancellando l’opera del governo Prodi in materia di DICO, intimidendo e ricattando l’azione legislativa per l’avvenire, esercitando una prova di forza assolutamente inaccettabile in uno Stato di diritto, in un Paese effettivamente laico e democratico. Per giungere infine a un duro antagonismo frontale con il movimento per i diritti dei gay, ingaggiando quindi una “lotta tra froci”, come un omosessuale dichiarato ha ironizzato in un’intervista rilasciata durante un programma trasmesso nel 2007 da una rete televisiva nazionale.
Rammento che il governo Prodi venne messo in minoranza su un tema di politica estera, malgrado alcuni giorni dopo, a “crisi” risolta, lo stesso Parlamento abbia votato a maggioranza bulgara il ri-finanziamento della missione militare in Afghanistan. Questa fu la conferma che il governo andò sotto per motivi estranei a questioni di politica estera e alle guerre in cui l’Italia è tuttora coinvolta, ma a causa di un’altra “guerra”, non dichiarata ma clandestina, mi riferisco ad un scontro organico alla società italiana.
In altre parole, si è svolto un regolamento di conti tra omosessuali liberi e coscienti, che rivendicano i propri diritti, e sodomiti non dichiarati, che da secoli praticano la pederastia nel segreto delle canoniche e delle sagrestie, dei monasteri e delle abbazie, ovunque vi siano curati, prelati, vescovi, priori, frati, seminaristi, catechisti ed ogni sorta di chierici costretti al voto di castità, cioè a logoranti ed insani periodi di astinenza sessuale. Pretaglia cresciuta all’interno di una cultura sessuofobica che contrasta con la storia dell’umanità. Una concezione che azzera la cultura dei secoli antecedenti al cristianesimo, quando in tutte le civiltà, dall’Egitto alla Grecia, dalla Persia all’India e alla Cina, la sessualità era vissuta liberamente, senza pregiudizi, tabù o inibizioni, senza inganni o menzogne, seguendo le tendenze insite nella natura umana.
Si sa che gli idoli femminili erano diffusi ovunque nell’antichità: si pensi ad Iside in Egitto, Afrodite in Grecia, Venere a Roma, Devi nella religione induista, la stessa vergine Maria, che nel paleo-cristianesimo era una figura ispirata alla dea Iside, divenuta poi Isotta. Una Chiesa “votata” alla castità, oppure all’onanismo, alla pedofilia e alla sodomia più insana, in quanto mortificata, costretta alla clandestinità più aberrante.
In un contesto culturalmente omofobico e sessuofobico, che umilia e nega la sessualità, come viola la libertà dello spirito, le uniche alternative per prelati, monaci e suore, se di scelte si può parlare per chi è costretto al voto di castità, sono la masturbazione e l’onanismo, inteso come pratica anticoncezionale del coitus interruptus per impedire la procreazione, la pedofilia ed infine la pederastia. Infatti, le chiese e i monasteri di clausura sono da secoli teatro di scandali sessuali, di atti “innaturali” quali la pedofilia e altre depravazioni, nonché luoghi in cui dilagano gli abusi e le sevizie sessuali contro i deboli, in cui la pederastia si diffonde nella sua forma più oscena e perversa, in quanto vissuta morbosamente e in mala fede, di nascosto, nel terrore d’essere scoperti, nell’abiezione e nell’ipocrisia immorale e non, invece, nella libertà e nella trasparenza.
Si sa che in Italia contano soprattutto le apparenze, che “i panni sporchi si lavano in famiglia”, che le contraddizioni e i mali non esistono in realtà se non sono riconosciuti formalmente, che basta nascondere il capo sotto la sabbia come gli struzzi per non vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti, che gli omosessuali sono “liberi di esercitare” a condizione che si eclissino ma, soprattutto, che non rivendichino alcun diritto.
Ma esiste davvero un solo tipo di famiglia, come sostengono i teocons e teodem? Oppure esistono diverse tipologie familiari, dalle coppie regolarmente sposate in chiesa a quelle coniugate solo civilmente, dalle unioni di fatto tra eterosessuali ai conviventi omosessuali? Se esistono altri tipi di rapporti familiari, destinati a diffondersi, perché non legittimarne l’esistenza? In nome di chi o cosa bisognerebbe opporsi? Forse in nome del “diritto naturale”? Ma questo è solo un’invenzione del giusnaturalismo, una dottrina filosofica e giuridica che asserisce l’esistenza di un complesso di norme di comportamento valide per l’uomo, ricavate dallo studio delle leggi naturali.
Rammento che in natura non esistono né la pedofilia, né la guerra tra esemplari della stessa specie, eppure sono pratiche diffuse nelle società umane. Così come in natura ci sono numerose specie che praticano la sodomia: basti pensare ai maschi sconfitti dagli esemplari dominanti, che non potendo accoppiarsi con le femmine della loro specie si devono accontentare di congiungersi con altri maschi. Ciò che esiste è invece il diritto positivo, in quanto creazione dell’ingegno umano, storicamente determinato dai rapporti di forza insiti nelle diverse società. L’opera di legislazione dell’uomo ha sancito le conquiste del progresso sociale per cui, ad esempio, la schiavitù non esiste più, almeno formalmente, essendo stata abolita dal diritto universale, mentre in passato era giudicata una prassi “naturale” e “inevitabile”.
Il familismo, inteso come esaltazione delle virtù della famiglia tradizionale, è il valore italiano per eccellenza, è un parto privilegiato della gerontocrazia, di una società invecchiata in cui comandano le generazioni più anziane, che hanno impedito in ogni modo l’accesso al potere per i più giovani, instaurando una vera dittatura. L’ideologia familistica è la più elementare tendenza conservatrice della società borghese, è un aspetto essenziale dell’ideologia tradizionale che proclama la difesa dei principi “Dio, Stato e famiglia” su cui s’impernia l’ordine costituito. La famiglia atomizzata, la famiglia nucleare borghese è l’estrema sintesi e rappresentazione dell’individualismo, dell’egoismo e dell’economicismo ormai egemoni nell’odierna società consumistica.
La battaglia per i PACS resta nell’ambito dell’estensione delle libertà e dei diritti civili borghesi, non punta certo al rovesciamento del sistema sociale vigente. Solo in Italia, colonia del VaticaNato, si osa sostenere che la legalizzazione delle convivenze di fatto potrebbe condurre alla dissoluzione dei valori e delle strutture tradizionali della famiglia, dello Stato e della proprietà privata. Nulla di simile è accaduto laddove sono stati introdotti i PACS, cioè negli USA, in Gran Bretagna, in Olanda, Germania, Francia e Spagna, in nessuna nazione dove sono stati riconosciuti i diritti delle coppie di fatto.
Probabilmente altre forme di rapporti umani, quali le comuni e le famiglie comunitarie sperimentate dai movimenti hippie negli anni ’70, avrebbero potuto sortire effetti eversivi per la società dell’epoca. Non a caso, quelle esperienze alternative fallirono proprio perché tentate nel quadro invariato dei rapporti di alienazione, supremazia e subordinazione gerarchica vigenti nel sistema capitalistico. I “figli dei fiori” furono sgominati dallo Stato, che fece ricorso non solo all’intervento delle istituzioni repressive per antonomasia, il carcere, l’esercito, la polizia, ma soprattutto alla diffusione pilotata di alcune droghe deleterie quali l’eroina, l’acido lisergico ed altri allucinogeni letali.
Lucio Garofalo

7 Marzo 2009 dc, da www.ilmanifesto.it (le correzioni in rosso sono mie):
La Spagna arruola i transessuali
È entrata ieri in vigore la normativa che, cancellando una disposizione vecchia di vent’anni, apre ai transessuali privi di organi maschili le porte dell’esercito spagnolo. con una notizia del genere in Italia saremmo riusciti a imbandire tavole rotonde, rifocillare intere prime pagine di giornali, insaporire dibattiti politici, speziare talk-show sino a renderli irresistibilmente pruriginosi. Gli schermi sarebbero stati inondati di travestiti vip, militari inamidati e rappresentanti del clero che avrebbero discusso animatamente se un uomo senza pene possa difendere il suo Paese, formarsi una famiglia, lavorare, e più in generale esistere senza insidiare il comune sentire morale.
In Spagna, invece, la faccenda è stata liquidata con un breve comunicato della vicepresidenza del Governo e con servizi asciuttissimi nell’ultima parte dei telegiornali. Niente pettegolezzi, niente polemiche, niente dichiarazioni “a panino” dei leader politici: il paragone sarà anche odioso ma non si possono non sottolineare certi scarti di civiltà quando si possono misurare a spanne.
Nello specifico, l’ordinanza ministeriale implica una modifica del protocollo medico di esenzioni vigente dal 1989, che citava “l’assenza totale o parziale del pene” come uno dei motivi “medici” per vietare l’ingresso nelle Forze Armate. Nel nuovo testo, proposto dal ministro della Difesa Carme Chacòn e firmato dalla vicepresidente del Governo Marìa Teresa Fernàndez de la Vega (non a caso due donne), il riferimento all’assenza del pene scompare, e con esso la storica discriominazioni che escludeva dall’esercito i transessuali maschi e non le femmine. Secondo le stesse Forze Armate c’è almeno un caso pubblico di donna transessuale all’interno dell’esercito, che non avrebbe mai subito alcuna disparità di trattamento a causa della sua condizione né da parte dei superiori né da parte dei commilitoni.
Chi non era mai riuscito a entrarci, pur avendone fatto ripetutamente rischiesta, è Aitor, un transessuale ventinovenne che a questo punto sarà il primo a beneficiare della nuova normativa. Le Forze Armate erano il suo sogno, e le prime a festeggiare la cancellazione della norma che gli impediva di realizzarlo sono state la madre e la sorella. Quanto a lui, le sue prime parole sono una sorta di manifesto programmatico: “difenderò il mio Paese con il mio cuore, la mia anima e il mio entusiasmo. Non ho certo bisogno di un pene per combattere”
di Andrea De Benedetti

26 Febbraio 2009 dc:
da http://www.gaynews.it/ una buona notizia
Istanbul. Transessuale candidata alle amministrative
“Come transessuale ritengo di essere in grado di adempiere pienamente alle funzioni di amministratore”
ANKARA, 26 FEB – Mentre si avvicina la data in cui milioni di turchi si recheranno alle urne per le elezioni comunali del 29 marzo, la lotta per le candidature assume aspetti particolari e, per la prima volta nella storia della Turchia moderna, un transessuale donna si candida come consigliere comunale ad Istanbul.
Lo rende noto il quotidiano Sabah secondo cui la transessuale Belgin Celik è pronta a presentare la propria candidatura come consigliere comunale nel distretto di Istanbul che amministra la zona compresa tra il quartiere centrale di Cihangir e Istiklal Caddesi.
”Come transessuale ritengo di essere in grado di adempiere pienamente alle funzioni di amministratore e, nonostante la candidatura di due uomini allo stesso incarico, penso di vincere le elezioni”, ha dichiarato Celik. Il quotidiano scrive che nella storia del municipio della ricca e centralissima zona di Istanbul, tutti gli amministratori sono sempre stati uomini ed una donna non si è mai candidata né tanto meno ha ottenuto posizioni di governo all’interno della struttura. Tra gli abitanti del quartiere, abitato mezzo secolo fa solo da non-musulmani, la vittoria di Celik è data per certa. ”Conosco tutti gli abitanti del quartiere – ha dichiarato la candidata – e mantengo rapporti di amicizia con la maggior parte di loro”.
Celik è un’attivista del Movimento per i Diritti Umani ed ha lavorato anche per l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unrhc) e per Amnesty International. Inoltre è una delle fondatrici del Movimento Lambda di Istanbul per la difesa dei diritti degli omosessuali.

19 Febbraio 2009 dc:
da http://roma.repubblica.it/

“Ti ammazzo”
minacce in diretta a conduttore gay

“Vogliamo la razza pura, ne vedrete molti di più di morti  froci e lesbiche”. Sono questi alcuni degli insulti recapitati al giornalista Maurizio Gregorini durante la trasmissione ‘Outing’, il programma a tematica gay di Teleroma 56 andata in onda sabato 14 febbraio.

Maurizio Gregorini ha presentato denuncia alla Procura della Repubblica di Roma tramite l’avvocato Daniele Stoppello, responsabile legale di Arcigay Roma, presente in studio durante la trasmissione”. Lo rende noto l’Arcigay. “Ero presente in studio – dichiara Daniele Stoppello – quando tra i vari sms inviati in trasmissione sono giunti anche questi messaggi minacciosi ed intimidatori. Trovo inaccettabile che in un programma in cui si tratta il tema dell’omofobia intervengano persone così violente nel pensiero e così irresponsabili da non temere  di poter essere perseguiti penalmente. Credo che la denuncia in simili casi sia l’unico modo per far emergere le proporzioni dilaganti della violenza omofobica, esternata facilmente per l’assenza di leggi specifiche che tutelino le persone lesbiche, gay”.

“C’è un clima culturale molto ostile verso le persone lesbiche e gay e trans – afferma Fabrizio Marrazzo, presidente di Arcigay Roma – I segnali sono di tutti i tipi e coinvolgono ampi settori della società. Adesso abbiamo bisogno più che mai di mettere in campo una vera offensiva ma abbiamo bisogno di un grande sostegno da parte delle Istituzioni, in quanto la maggior parte delle vittime di episodi di omofobia, dalle minacce alle aggressioni, non denuncia i fatti per paura che le conseguenze in famiglia, a scuola o sul posto di lavoro, possano peggiorare la propria situazione, specialmente quando non hanno dichiarato il proprio essere gay o lesbica, diventando così vittime dei propri aguzzini”.


8 Dicembre 2008 dc, da Resistenza Laica

“Chiesa ed omosessualità:
guarire si deve”

di Ilaria Garosi

Chiaro, diretto e pungente, ma soprattutto tristemente vero, tanto da risultare ironico nella sua intrinseca drammaticità. E’ così che si presenta agli occhi dell’incredulo spettatore l’inchiesta di Saverio Tommasi e Ornella De Zordo. Un video di circa dieci minuti che, con l’amaro sarcasmo de Le Iene e la ferma irriverenza di Striscia la Notizia, si addentra in un mondo oscuro e bigotto, dove l’omosessualità, oltre ad essere vista come una disfunzione, viene persino “curata”.

L’inchiesta, dopo esser stata pubblicata su You tube, dove ha raggiunto in pochi giorni circa 12.000 visualizzazioni, è stata inaspettatamente rimossa senza che all’utente sia stata fornita alcuna spiegazione.

A chiarire la vicenda è giunta una minaccia di querela. La mano armata di questo attentato alla libertà di informazione è proprio Di Tolve, insegnante del corso o, come si auto-definisce, “ex omosessuale guarito”.

La concisa esposizione dei fatti si limita a riportare alcune informazioni messe a disposizione dal gruppo “Lot regina della pace” dopo l’iscrizione al corso, resa possibile da una semplice e-mail di presentazione.

I documenti, a dir poco sconcertanti ed offensivi, si basano su dati del tutto astratti, nonché privi di valenza scientifica, come la relazione tra l’omosessualità e l’urinare seduti, per i bambini, ed in piedi (?), per le bambine. (1 Nota mia)

Un’altra spiccata denuncia priva di senso è la presunta sottomissione della donna che, oltre ad essere inferiore all’uomo, è pure colpevole di creare una sorta di “disfunzione ormonale” nel bambino in crescita. L’infausto atteggiamento del padre, incontrastabile dominatore, che pone in atto comportamenti scorretti nei confronti del nucleo familiare, dovrebbe infatti passare nell’indifferenza di quest’ultima, in quanto il fare osservazioni negative creerebbe nella mente del figlio una certa riluttanza ad essere “maschio”e non un equo metro di giudizio. Dunque sempre meglio optare per un “ti picchia perché ti vuole bene”, come dire “meglio un figlio criminale piuttosto che frocio”. Altri particolari sconvolgenti ed esilaranti come l’assurda condanna di Almodovar e di Pasolini, quest’ultimo dichiarato “morto per i suoi peccati”, sono reperibili direttamente dal video presente sul sito dell’autore.

Il corso, della durata di tre giorni, ha un costo di 150 euro. Tutto questo per risiedere in piccole stanze ospiti di tredici suore ed essere trattati da persone che non possono garantire alcuna professionalità medica in quanto lontani dal campo della psicologia. Insomma quello che si definirebbe un piccolo business oppure un semplice “acchiappa-citrulli” alla Vanna Marchi. A questo proposito particolarmente interessante è la presenza di un esorcista, volta a sottolineare il carattere demoniaco dell’omosessualità.

Dettaglio che nel suo mistico fascino esoterico tende però a svalutare i precedenti quattro stracci di tentata razionalità per cui il “disturbo” proverrebbe da abitudini sbagliate prese nell’infanzia: periodo nel quale il bambino non ha ancora sviluppato una salda genitalità.

Ma ciò che realmente ci importa al di là di quattro chiacchiere fatte con un incantatore di serpenti è la libertà di raccontare, svelare e denunciare correnti di pensiero a nostro parere socialmente pericolose, liberi da ogni minaccia. Lo sporgere denuncia, in questo caso, dato che le informazioni erano ad ogni modo facilmente reperibili, non è che un ingiusto mezzo per mettere a tacere una voce dissenziente, proveniente da cittadini coscienziosi e consapevoli del fatto che l’omosessualità non è una malattia (come stabilito dall’Apa nel 1970) e che i mali presenti sulla terra sono ben altri dall’amore per una persona dello stesso sesso.

Il male maggiore è ogni forma di intolleranza, razzismo, fanatismo, integralismo ed estremismo volta a limitare la libertà dell’individuo o ad offenderne la dignità. Uno dei gravi mali succitati è anche il cocktail di omofobia e misoginia illustratoci dalla coraggiosa inchiesta di Saverio Tommasi e Ornella De Zordo che adesso, per questo, rischia di essere messa a tacere.

A fronte di questo episodio ribadiamo ancora una volta il nostro No ad ogni forma di censura.

(1 Nota mia) Nessuno stupore: bambine ed adulte possono orinare in piedi, il trucco c’è, e l’ho visto di persona…


In e-mail da Laboratorio Eudemonia 18 Settembre 2008 dc:

La prostituzione

Se permetteste, avrei desiderio di dir qualcosa sulla prostituzione.

Direi che occorra innanzitutto distinguerne due tipi:

– quella per mera necessità, compiuta quindi da persone che non vedono altra via d’uscita alla loro triste situazione,

– quella per ragioni diverse comunque non pressanti, quindi anche finanziarie, per desiderio di potere, piacere personale, propensione, etc.

Per quanto riguarda il secondo tipo di prostituzione direi che essa non debba esser considerata attività diversa da ogni altra svolta per analoghe ragioni finanziarie, di potere, piacere, attitudine, etc. E come le altre vada dunque correttamente e premurosamente gestita. Per quanto riguarda il primo tipo le cose cambiano invece radicalmente, tuttavia per essa richiedendosi interventi che esulano dalla prostituzione in sé, al contrario dovendo questi risolvere quei grandi problemi sociali dai quali essa facilmente, a volte inevitabilmente, deriva.

Ecco allora che iniziative come quelle tese a fornire ad ogni individuo un lavoro minimo garantito, coi brevi periodi vuoti tra un lavoro ed un altro coperti da un reddito sociale, risultano, pur forse non apparendo direttamente pertinenti la prostituzione, assolutamente decisive. Come decisivi, a loro volta, sono quegli interventi finalizzati all’introduzione della rotazione nelle assunzioni del pubblico impiego e nel contemporaneo riassorbimento di attività economiche oggi private all’interno della sfera pubblica fino al raggiungimento di una metà dell’intero. Perché solo in tal composito modo si ottiene quel serbatoio di lavoro e reddito in grado di permettere le suddette minime garanzie alla persona, al contempo, grazie alla complessiva riorganizzazione della pubblica amministrazione, venendo garantita pure una generale ben maggiore efficienza economica e funzionalità sociale.

Ma se si desidera risolvere per bene e definitivamente il problema della prostituzione compiuta per necessità, così come del resto ogni altro problema della società in quanto questo tipo di prostituzione non è affatto problema a parte bensì semplicemente uno dei tanti pesanti problemi che oggi la nostra società ancora vive causa l’arcaico approccio politico, occorre intervenire anche nel tuttora tabooesco ambito della riproduzione umana. Se davvero si desidera virare da una società primitiva ed irrazionale come la nostra, in cui tragedie ed accidenti sono la norma anche e forse soprattutto perché indispensabile alimento e gratificazione per tanti professionisti e cinquepermillini, occorre introdurre una cultura del dovere personale, in questo caso dell’auto-contenimento riproduttivo, solo grazie alla quale le riforme appena citate inerenti il lavoro potranno effettivamente attuarsi.

È chiaro infatti che solo assumendoci doveri e responsabilità personali potremo dissolvere quel caos alla cui generazione partecipa anche una cultura squilibratamente basata esclusivamente sui diritti. Impostando in modo ragionevole le nostre espressioni, non solo stando quindi sempre lì a chiedere ma qualche volta anche ad offrire, la società potrà invece evolvere di conseguenza. Ed a questo punto ecco giungere l’ultima ma certo non meno importante riforma: quella che protegga i minori dal plagio superstizioso. Una volta subito l’imprinting superstizioso, in una età in cui si è così acriticamente esposti, speranza più non v’è che la persona usi correttamente i propri strumenti intellettuali e sia disposta ad un dialogo basato sulla ragionevolezza. Al contrario, solo una cultura che tutto chiarisca, illuminando gli ancora numerosi luoghi oscuri in cui siamo intrappolati, può permetterci di evolvere ed attuare tutto ciò.

Per questo, confidando nella sensibilità e nella genuinità e veracità delle percezioni di chi legge, umilmente chiedo vi interessiate di quanto sopra, salpando dai link qui sotto riportati. Purtroppo, dato l’innovativo approccio, ad elevato livello d’onestà e di organicità, che contraddistingue questi progetti d’innovazione sociali, tutti perfettamente coerenti ed interconnessi tra loro e con la realtà delle cose, probabilmente non ne troverete ancora traccia sui media tradizionali, i quali offrendosi a lettori a loro volta tradizionali finora hanno puntato sulla estrema facilità e semplicità insita nel però inconcludente approccio superficiale alle questioni.

Essendo auspicabile che media, maestri e leader evolvano presto e bene (mai dimentichiamo di che risma di gente siamo figli culturalmente parlando: http://baroni-e-baronesse.hyperlinker.org  !), anche qui una nostra intensa e ripetuta azione, come semplici cittadini, privi sì di poteri ma non di volontà, può risultare decisiva. Facciamo dunque vedere, a questi retrogradi e corrotti, cosa possono fare persone sensibili ed animate da grande, incommensurabile desiderio!

I migliori saluti,
Danilo D’Antonio
Laboratorio Eudemonia

http://equo-impiego-pubblico-a-rotazione.hyperlinker.org
http://equilibrio-economico.hyperlinker.org
http://il-nuovo-mondo-del-lavoro.hyperlinker.org
http://il-protocollo-del-nitore.hyperlinker.org 


Dal sito dell’ADUC Associazione per i Diritti degli Utenti e dei Consumatori http://www.aduc.it , comunicato stampa del 14 Ottobre 2008 dc (mie le correzioni di punteggiatura):

Omosessualità. Crolla il mito del “contronatura”

Che l’omosessualità sia “contro natura” è convinzione comune, che questa opinione sia sbagliata è scientificamente dimostrato, ma la dimostrazione trova resistenze ad essere recepita.

In questi giorni il Museo Civico di Storia Naturale ‘G. Doria’ di Genova ospita la mostra “Against nature?” del Museo di Storia Naturale di Oslo (Norvegia) sull’omosessualità nel mondo animale.

Si “scopre” così che ci sono ben 1500 specie animali, dall’insetto al capodoglio, che praticano l’attività omosessuale e non solo a scopo ludico-sessuale ma anche affettivo, il che può portare a rapporti duraturi. L’omosessualità non è praticata solo da specie a noi vicine ma anche dai moscerini o dai pappagalli Galah (44% degli individui).

La bisessualità, altro tema controverso, è praticata dai Bonobo (scimmie antropomorfe) dal 100% degli individui! Tutte le “convinzioni” che ci hanno instillato nella testa cadono di fronte alla constatazione dei fatti e alle argomentazioni scientifiche.

Eppure gli omosessuali sono stati internati in campi di concentramento nazisti e nei gulag sovietici. Alcune religioni hanno assunto posizioni particolarmente dure nei confronti degli omosessuali: si andava dalle 100 frustate, all’esilio, alla graticola e, ancora oggi, all’impiccagione. L’auspicio è che questa mostra faccia il giro dei musei non solo d’Italia.

Primo Mastrantoni, segretario Aduc


Dal sito dei Radicali di Sinistra http://www.radicalidisinistra.it/articolo.php?codice=445 (link non più attivo) , notizia del 21 Febbraio 2008 dc:

La Cassazione: l’omosessualità è un disonore.
Applausi alla puntuale replica dell’Arcigay.

L’incendio omofobo che illumina la scena nazionale non accenna a spegnersi: dopo le toccanti e profonde sentenze in difesa delle unioni omosessuali e di un giovane immigrato senegalese condannato al rimpatrio, la Cassazione fa dietro-front classificando come ‘disonorevole’ un rapporto gay al pari di uno incestuoso.

Subito si accendono le reazioni di Aurelio Mancuso, presidente nazionale dell’Arcigay “E’ gravissimo che un organismo istituzionale come le sezioni unite della Cassazione definiscano ‘fatto disonorevole’ un rapporto omosessuale mettendolo nero su bianco”.

Ampliando la visione dell’articolo 384 del Codice Penale, il giudice ha concesso la non punibilità per il testimone coinvolto in ‘fatti disonorevoli’, portando come esempio proprio l’omosessualità e l’incesto; “è inaccettabile” aggiunge: mentre il dispositivo ragiona su diritti e tutela del testimone, apre a questo deplorevole parallelismo.

In Italia si sta velocemente diffondendo un clima profondamente omofobo, a cominciare dall’incendio del ‘Coming Out’, locale gay di Roma, fino al rifiuto di un tassista di trasportare un giovane omosessuale.

“L’omosessualità non può essere un fatto esposto come stigma sociale” continua Mancuso “disonorevole è il pregiudizio”e ribadisce “l’omofobia dei giudici e della classe politica è prodotta dal clima di omofobia dilagante nel nostro paese”.

Come Radicali di Sinistra ci allineiamo totalmente alle dichiarazioni del presidente nazionale dell’Arcigay, e ci schieriamo in difesa del processo giuridico, contro lo svuotamento della sua azione come arma fondamentale della giustizia.

Enea Melandri
Comitato Politico dei Radicali di Sinistra
Responsabile Politiche Sociali


Riporto questo lungo reportage da Diario del 16/2/07 che fa il punto sul dibattito sulle implicazioni di avere/non avere figli. Non siamo certo, come i clericali o i benpensanti vorrebbero, in un mondo di immoralità o di corruzione: semmai le insicurezze dei co-genitori e dei figli derivano proprio dalla ristrettezza mentale di questi ambienti e dalla rigidezza del mondo giuridico, refrattario ad occuparsi di questi argomenti.

Il nostro inviato nelle gaie famiglie
di Maddalena Oliva, da Milano

Avere due mamme (o due papà)
Le famiglie omogenitoriali sono una realtà, anche in Italia. Fino a qualche anno fa, lo stesso movimento gay e lesbico le rifiutava. Per la legge oggi, ancora una volta, è come se non esistessero

Quattro. Andrea e Chiara (i figli). E Martina e Francesca (le due mamme, o una mamma e la co-mamma, o mamma e Francesca, o mamma e Martina). La confusione forzata del lessico di una famiglia – pardon, una Dico «Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi» – e la paura di sbagliare a definirne contorni, parole, posti e nomi.

Le famiglie con genitori omosessuali esistono, anche in Italia. Nonostante il Vaticano, Rutelli e Mastella. Sono donne che amano altre donne e uomini che amano altri uomini, in coppia o single, che scelgono consapevolmente di diventare genitori. O madri e padri che hanno accettato la propria omosessualità solo in un secondo momento, dopo aver già avuto dei figli all’interno di una relazione eterosessuale, e che si possono poi trovare a crescerli con partner dello stesso sesso.

Nell’universo gay e lesbico ci sono anche loro, non hanno certo i numeri del gayhy boom americano – qui si contano tra i 3 e i 6 milioni di bambini con genitori gay – ma rappresentano circa il 5 per cento della comunità lesbica, gay e bisessuale, secondo «Modi di» (www.modidi.net), la prima ricerca quantitativa italiana sulla salute e il benessere della popolazione lgb. Alcuni vivono nel sommerso, altri invece hanno fatto della visibilità e del riconoscimento la propria battaglia.

Come Famiglie Arcobaleno, con i suoi 300 iscritti tra genitori (o aspiranti tali) e figli, che, a differenza del passato, sono nati in gran parte in contesti omogenitoriali, nonostante quanto previsto dalla legge in materia di procreazione di lesbiche e gay. Famiglie Arcobaleno parte da qui: dal dato di fatto che gay e lesbiche possono avere dei figli, anzi ce li hanno, e li hanno sempre avuti. Ma accorgersene e riconoscerlo non è stato facile, anche per gli omosessuali stessi. La comunità lgb fino a qualche anno fa rifiutava, infatti, a priori, la possibilità della maternità e della paternità.

E c’è ancora oggi chi è dubbioso, chi per paura o anche forse per un po’ di invidia non condivide il cercare un figlio a tutti i costi. Chi non ci pensa affatto e chi ne fa una questione politica o semplicemente non vuole mettersi a discutere di una cosa sentita troppo lontana, quando manca anche il «minimo garantito», come l’uguaglianza di dignità e diritti per le coppie dello stesso sesso, che resta negata anche nel disegno di legge Bindi-Pollastrini sulle unioni civili.

La genitorialità non è obbligatoria, né necessaria. «Sono dubbioso sulla giustificabilità della ricerca di un figlio naturale, fermo restando che non vorrei fosse vietata come pratica, e con tutto il mio rispetto ad adulti consenzienti che ne usufruiscono, credo sia una extrema ratio da praticare quando qualunque altra pratica sia preclusa». Lo diceva tre anni fa Aurelio Mancuso, segretario nazionale di Arcigay. Non uno qualunque della comunità lgb, di quelli/e che non per forza si appassionano alla politica, ma uno dentro al Movimento, con ruolo di primo piano. Racconta oggi di come fosse all’inizio uno tra i più perplessi, «non per chissà quale tipo di argomentazione ideologica, semplicemente perché non vedevo il problema, e il parlarne mi sembrava introdurre un tema del tutto teorico».

Poi un giorno si sono presentate alcune mamme lesbiche in gruppo. Erano il primo nucleo di Famiglie Arcobaleno: «Noi esistiamo, abbiamo queste difficoltà e si tratta di una questione che travalica Pacs e adozioni». E così, a partire dalle «gaie famiglie» esistenti, si è aperta la discussione. La generazione dei 35 anni e quella precedente sono le più inflessibili. Per una parte della vecchia guardia del movimento omosessuale, che ha fatto della carica alternativa e della capacità di messa in discussione di schemi e convenzioni la propria bandiera, resta forte la volontà di non omologarsi.

Chiedere di essere come gli altri fa rabbia. Il «sistemarsi e metter su famiglia» non interessa. Sarà perché le generazioni più vecchie di omosessuali sono cresciute con la rigida prospettiva del matrimonio etero come destino ineluttabile, per cui l’idea di poter trascorrere la vita con una persona del proprio sesso, per non parlare del pensare di averci un figlio, fatica a farsi strada. O forse è solo la solita dura lotta: pappe, pannolini, frigo ben fornito e riunioni a scuola, contro libertà, locali, viaggi e divertimento. Allegra famigliola versus single.

Sta di fatto però che per molti l’idea della coppia chiusa con desiderio di genitorialità concepita «solo ed esclusivamente» in chiave «eterosessista», ossia all’interno dell’amore coniugale, sarebbe un «indicibile gesto di eresia convenzionale: omosessuali che fanno cose da etero!», come dice il giornalista e scrittore Brett Shapiro, papà gay, in riferimento all’arrabbiatura di molti «confratelli omosessuali». «Ci giudicavano traditori della causa. Semplicemente, non pensavamo che l’omosessualità si portasse dietro per forza certe abitudini, certi gusti, certi manierismi, certe scelte politiche o costumi sessuali di prammatica. Non era una camicia di forza, e neanche una giacca di lustrini».

E che dire delle contrarietà del lesbismo storico? Non tutte le lesbiche che hanno attraversato il femminismo, oggi per lo più ultraquarantenni, e che vivono come conquista la rottura dell’identificazione donna-madre, vedono di buon occhio il desiderio di chi vuole essere assimilata a istituzioni come la famiglia, «luogo in cui storicamente si consuma la massima oppressione delle donne e dei bambini».

Esiste infatti un dibattito, a tratti molto vivace, tra chi ritiene che le mamme-lesbiche vivano quasi una «mistica del materno» e le altre, le lesbiche-mamme, che rivendicano insieme il diritto di sentirsi e viversi come famiglie e la libertà di poter separare la sessualità dalla procreazione. Il desiderio di maternità, si è chiesto il Gruppo soggettività lesbica, durante il lavoro svolto per il libro-indagine Cocktail d’amore. 700 e più modi di essere lesbica, è «legato alla “possibilità biologica” di procreare o alla cultura nella quale viviamo immerse e che, per secoli, ha identificato la donna con la madre, all’immaginario collettivo della nostra società etero-maschilista»?

Per Giuseppina La Delfa, presidentessa di Famiglie Arcobaleno, la risposta è chiara: «una volta, e neanche tanto tempo fa, essere donna voleva dire essere necessariamente madre. Oggi la scelta della maternità è libera. Per una famiglia omogenitoriale avere un figlio è la più grande scelta di libertà. Non era mica il motto delle femministe “un figlio quando voglio, se lo voglio?”».

Il problema quindi sarebbe che le lesbo-femministe fanno un po’ di confusione coi tempi, ma c’è anche chi pensa che per loro si tratti della storia della volpe e dell’uva: «una cosa che non si può avere è più facile dire che non si deve e non si vuole avere», dice Francesca, mamma assieme alla sua compagna della piccola Margherita e di due gemellini. Esistono, però, donne che, pur guardandosi bene dal teorizzare che la loro liberazione passa per quella dalla maternità, dicono ugualmente: mamma mai! Sono childfree – termine con cui nei Paesi di lingua inglese sì definiscono le persone che non desiderano e non progettano avere figli, che escludono in maniera assoluta la procreazione, non sentendone il bisogno.

Le paure da «stress della minoranza». Dovevamo e potevamo assecondare il nostro libero modo di essere. Questa visione del mondo vacillò quando Chiara chiese di giocare a calcio. In una famiglia di invasati di calcio, come diventava la nostra la domenica pomeriggio, Chiara aveva due possibilità: amare il calcio o odiarlo. E adesso? Dovettero chiedersi Francesca e Martina. (…) «E adesso giocherà a calcio» aveva detto Francesca, semplice. «Non se ne parla proprio. Lo sai meglio di me come è l’ambiente» aveva detto Martina. […] «E anche se fosse mamma? Come fa una lesbica a costringere una figlia a crescere eterosessuale!

Sembra che non vi siate mai accettate quindi!», disse Chiara. La paura può essere il mondo esterno, le forme di accoglienza della società, e il dubbio, il non sentirsi adatta/o a fare il genitore. Il problema è che, come spiega la psicologa e psicoterapeuta Daniela Ciriello, «nessun omosessuale passa indenne nella propria storia», ed è possibile che nel corso della vita abbia introiettato un’immagine negativa di sé. Si chiama «omofobia interiorizzata», e – dice Daniela Danna, ricercatrice e autrice con Margherita Bottino di

La gaia famiglia. Che cos’è l’omogenitorialità? – assieme al timore di sentirsi rifiutati e isolati dalla società, di essere etichettati e maltrattati, definisce quella che nella letteratura è detta «sindrome da stress della minoranza», con riferimento a discriminazioni subite o anche solo attese. A volte però i timori sono ancora più forti della realtà e, se trasmessi ai figli, possono causare non poche difficoltà. Anche se negli ultimi anni viene registrata sempre meno, nei genitori omosessuali esiste, secondo gli esperti, la paura esterna e interiorizzata che il proprio orientamento sessuale possa nuocere alla «buona crescita» dei figli.

Lo racconta anche la La Delfa, quando parla delle iniziali titubanze sue e della compagna Raffaella: «dovevamo combattere due guerre, quella contro il mondo e quella personale. Ci ha aiutate l’associazione francese Apgl (Association des parents et futurs parents gays et lesbiens). Grazie a loro abbiamo visto con i nostri occhi tante coppie lesbiche che hanno avuto bambini. Abbiamo visto bambine di otto-dieci anni sorridere felici con o senza padre e questo ci ha sollevate». «Non ci sono traumi da abbandono o da divorzio», niente mancanza di una delle due figure genitoriali, spiegano infatti la Bottino e la Danna, perché i bambini nati in questo contesto, non avendo vissuto in nessun altro tipo di realtà, crescono accettando la propria famiglia come normale.

Ci possono sempre essere figli che provano un senso di perdita o di rabbia, o si lamentano perché non volevano essere diversi, ma alla fine il tutto potrebbe servire per imparare a «capire che nessuno sceglie la propria famiglia e che tutte le famiglie si differenziano dalle altre per un motivo o per l’altro».

I bimbi chiedono naturalmente come mai hanno due mamme, o due papà, mentre la maggioranza dei loro amici no, ma, dice papà Paolo, «se fin dall’inizio c’è chiarezza nelle spiegazioni, prendono la cosa come una diversità, né migliore né peggiore». È proprio nella «chiarezza nelle spiegazioni», nell’«autopresentazione», che si può nascondere un altro elemento di paura. «Tutto ciò che nascondiamo ai nostri figli è una difficoltà in più per loro», dice Francesca. Il fatto è che spesso si pensa che dichiararsi ai figli possa causare traumi e ostacolare una loro buona integrazione sociale. È così che si può arrivare al «camuffamento» estremo, del tipo «Chi è lei? E la zia» oppure «Papà? Non c’è più, è morto».

E, la non definizione di se stessi e della situazione porta spesso questi genitori, afferma la Ciriello, «a essere inibiti nel relazionarsi sia con il mondo gay sia con quello eterosessuale, e la difficoltà a riconoscere e a dichiarare la propria omosessualità impedisce ovviamente di affrontarla in modo positivo con figli. Come in una catena, anche i figli incontrano maggiori ostacoli nella relazione con i compagni o gli amici»: possono soffrire, arrivare a cambiare scuola, come anche però in alcuni casi compiacersi perché «moderni».

Riguardo poi ai timori sulla possibilità che l’omosessualità dei genitori influisca sulla formazione dell’identità di genere dei figli, ci sono studi che affermano che i ragazzi sono semplicemente più liberi da condizionamenti su come si debbano comportare un vero maschio o una vera femmina. I figli nati e cresciuti con due madri, ad esempio, sono fanatici dello sport maschile esattamente come gli altri coetanei, in più però cucinano, fanno giardinaggio e sono molto sensibili verso se stessi e verso gli altri, il che tanto malaccio non pare… Hanno sì una maggiore probabilità di prendere in considerazione relazioni omosessuali ma, comunque, la maggioranza si identifica come eterosessuale. E se in caso «il loro corpo o il loro vissuto li porterà verso l’opzione omosessuale, avranno meno problemi psicologici nell’intraprendere questa strada».

La legge che non tutela, «…sarà stupido anche porsi il problema figli prima di aver pensato se è giusto o no farli..ma, cazzo, io non ci posso pensare che non avrò figli». […]«Lo sai come la penso su questo. Io me ne fregherei del mondo.  Pieno di genitori etero ai quali dovrebbero togliere ifigli per direttissima…e voi ancora vi ponete il problema». […] «Epoi ci sono tante cose che mi vengono in mente..Se lo faccio io lei lo sentirà suo? E viceversa? Se mi lascia…mio, figlio sarà lo stesso anche suo figlio ?[…] E se invece il figlio lo fa lei? E se poi lei muore ? Me lo toglieranno ?». Il non poter beneficiare del riconoscimento giuridico e sociale delle famiglie che i francesi chiamano «omoparentali» è, in un modo o in un altro, un ulteriore limite imposto dal nostro sistema legislativo – a prescindere dalla forma definitiva che prenderà il testo sulle unioni civili in discussione in questi giorni, che, tanto per la cronaca, non nomina pressoché mai la questione possibili figli. I genitori devono metterlo in conto ed è facile capire perché alcuni si facciano prendere da scoramento.

Se, per esempio, il genitore biologico muore, il figlio è per lo Stato italiano fondamentalmente un orfano, con il rischio che l’altro papà/mamma potrebbe vedersi tolto il bambino, specialmente se ci sono nonni o zii particolarmente ostili. Se invece è il co-genitore a morire, c’è la possibilità che al figlio non spetti l’eredità, a meno che per la coppia non siano passati almeno nove anni di «affettività e condivisione di responsabilità». O ancora, in caso di separazione, il genitore biologico può non avere nessun obbligo di far vedere i figli all’altro, e l’altro, nessun dovere di mantenerli.

Una ricerca dell’Associazione dei pediatri americani (Aap) rivela che i bambini «sperimentano spesso insicurezze economiche, legali e familiari, derivanti dall’assenza di riconoscimento del legame dei loro genitori, che inoltre potrebbe anche incrementare la capacità della coppia di prendersi cura l’uno dell’altro, promuovendo e rafforzando un ambiente sicuro per i bambini». I veri fattori di rischio per le famiglie omogenitoriali si possono quindi trovare, sottolinea il presidente di Telefono azzurro, Ernesto Caffo: nel «non riconoscimento dei diritti/doveri di entrambe le figure genitoriali, nell’isolamento sociale, nella mancanza di un coming out con i figli e nella negazione della realtà del proprio orientamento sessuale, nonché nei problemi psico-sociali dei genitori derivanti da forme di discriminazione, omofobia». Ma niente paura. Come scrivono la Bottino e la Danna: «ciò che non è ancora entrato nell’immaginario collettivo porta difficoltà e fatiche a chi lo rappresenta. Non è detto che le prime siano insormontabili e le seconde vane: il clima può migliorare e il pregiudizio arretrare». Tra gli omosessuali, come nella società.

Tra i politici non si sa… •

(le parti in corsivo sono tratte dal libro di Cristina Alleata «Quattro», edizioni Il Dito e La Luna, 2006.
Un grazie a Francesca Polo, a Sara Signoretti e al Centro di documentazione “Il Cassero”)


Da un articolo del 28 Luglio 2004 su “l’Unità on line” (mia la correzione ortografica e sintattica, le mie note sono in rosso):

Omosessuali in nome di Allah
di Delia Vaccarello

Quando la legge della religione si incarna nel corpo dello Stato, il cittadino, inteso come soggetto di diritti e di doveri di una comunità che si dà norme proprie, non è più tale, è una figura in dissolvenza. Al suo posto nasce una «strana coppia» composta dal fedele, cioè colui o colei che obbedisce alle prescrizioni stabilite dalle gerarchie ecclesiastiche sulla base dei dogmi, e dal suo opposto gemello, l’infedele, cioè chi trasgredisce. Stato e cittadino scompaiono e la società somiglia a una comunità religiosa che ha potere di vita e di morte sui suoi adepti. È, questo, il principio base dell”integralismo. Nel mondo arabo-musulmano e in tutti i Paesi asiatici e africani in cui la componente islamica ha assunto una dimensione fondamentalista e la società si organizza sul modello proposto dal Corano, l”integralismo religioso ordina la persecuzione, l”oppressione e il massacro di «infedeli» e, quindi, di etero eretici, di omosessuali, lesbiche, trans.

INTERNET PROIBITO

Una delle conseguenze è che il tempo si rallenta: divenire e trasformazione sono vissuti come minaccia. Un esempio? Abbiamo più volte scritto del valore del Web per le minoranze che possono trovare grazie alla Rete informazioni, contatti, possibilità di aggregazione altrimenti difficilissime. In molti Paesi arabi l”accesso a Internet è limitato se non vietato. È proibito negli Emirati arabi uniti visitare il sito della Gay-Lesbian Arab Society (www.glas.org), una risorsa importante per la comunità gay in Medio Oriente (Per informazioni vedi anche: http://www.gaymiddleeast.com, http://www.bintelnas.org). Ma le strade della liberazione sono infinite.

Come succede per la religione cattolica c’è chi reinterpreta il binomio religione e amore omosex negandone la contraddizione, celebrandone l’armonia. Parole di Payam, gay iraniano: «Il mio tentativo di autorealizzarmi come omosessuale mi ha portato più vicino alle mie radici persiane e ai miei antenati omosessuali. Affondare nel volto meraviglioso di un altro uomo e amarlo è un esercizio nell”amore di Allah. Dice il poeta Rumi: “La sete mi ha portato all’acqua in cui ho bevuto il riflesso della luna”».

LE LEGGI

Fino a pochi anni fa, come sottolinea la ricercatrice Roberta Padovano («Dove sorge l’arcobaleno. L’omosessualità nella storia e nelle religioni del mondo», «Il Dito e la Luna», Milano 2002) le differenze sul piano del diritto fra paesi islamici erano notevoli. Tra i paesi in cui l’islam è religione di stato alcuni prevedevano la pena di morte, altri la carcerazione, altri ancora non facevano alcun esplicito riferimento (all’omosessualità, mia integrazione). Tuttavia, in alcuni Paesi moderati è stata rapida l’escalation dell’integralismo. In Turchia, anche se non esiste una legge, i turisti gay possono essere cacciati dalla polizia.

E Amnesty International ha dichiarato «prigioniera di coscienza» la trans Meline Demirn, che insieme ad altre sette persone trans ha denunciato torture e maltrattamenti.

Le leggi , in quanto dettate da un principio superiore, arrivano anche ad esercitare il massimo del Potere, cioè l’emissione e l’esecuzione di condanne a morte. In Arabia Saudita, in Afghanistan, Mauritania, nello Yemen, nel Sudan, in Iran, in Kuwait, nel Qatar, negli Emirati Arabi Uniti, in Cecenia, in Pakistan l’omosessualità è illegale e punita con la pena di morte nel nome di Allah. Nel Sahara Occidentale, in Marocco, in Algeria, in Tunisia, in Libia, in Siria, in Somalia è un reato che prevede il carcere fino a cinque anni.

Nel Bahrein, nell”Oman, in Giordania, in Pakistan è soggetta a pene detentive non inferiori a 5 anni (mia nota: allora, in Pakistan, pena di morte o detentiva?). In Libano «ogni congiunzione carnale contro l”ordine della natura sarà punito con la prigione fino a un anno». Dal 2001 in Egitto l’atteggiamento dello stato nei confronti della comunità gay è drasticamente cambiato. L’ong (organizzazione non governativa) Human Right Watch ha descritto in un rapporto di 144 pagine gli abusi e le violenze subiti dai gay. Nel Bangladesh c’è il carcere fino a sette anni. A Zanzibar la maggioranza integralista islamica ha imposto un giro di vite contro l’omosessualità nel marzo 2004, con una proposta di legge di ergastolo per i maschi e 7 anni di carcere per le donne. In Malesia il partito islamico al potere ha recentemente approvato la pena di morte per lapidazione.

In Iran la tradizione di omosessualità maschile presente anche nei componimenti dei poeti della antica Persia è stata soppiantata dal regime imposto dagli ayatollah (1979). Nei primi anni della «rivoluzione» komheinista centinaia di gay sono stati trucidati, e finora il regime ha fatto oltre 4000 vittime, come afferma il gruppo di gay in esilio Homan. L’influenza islamica integralista si registra sempre più fortemente in alcuni Stati africani (Nigeria, Senegal, Ciad, Somalia), nelle Filippine e in Indonesia, provocando abusi su omosex e trans.

L’AMORE PUNITO

Esiste comunque, in alcuni Paesi, una tolleranza limitata. Ramzi Zakharia, direttore della Gay and Lesbian Arab Society (GLAS) ha spiegato: «Nel mondo arabo il concetto di una relazione piena e intera tra due persone dello stesso sesso non esiste. Così, se avete fatto sesso con una persona dello stesso sesso, non siete considerati gay. Solo a partire dal momento in cui la relazione si sviluppa, per amore ad esempio, questo termine diviene pertinente». L’idea del matrimonio omosessuale è incongrua per il mondo musulmano ed è una prova della decadenza dell’Occidente, un concetto ripreso anche dai fondamentalisti cristiani di destra.

Nel corso di un dibattito che ho coordinato a Torino sul tema minoranze e omosessualità alcuni giovani hanno testimoniato di amori praticati con coetanei musulmani. Amori possibili dal punto di vista sessuale, ma interdetti su altri piani. Ciò che si nega, dunque, laddove si permette la pratica del sesso, è l’amore omosessuale nella sua forma completa, e cioè come relazione. Un’ interdizione con cui devono misurarsi tantissimi gay, visto che l’islam conta almeno un miliardo e duecento milioni di fedeli nel mondo.

RELIGIONE E PASSIONE

Determinante è il peso delle associazioni che, ad esempio, hanno avuto un ruolo centrale in Israele, vera eccezione sul fronte omosex nel panorama dei Paesi mediorientali. Nel 1998 è nata a Boston l”organizzazione internazionale Al-Fatiha, il nome è tratto dal Corano e significa «l’inizio». Discute di omosessualità e islam, fede e sessualità, prospettive storiche dell’omosessualità nelle società islamiche. Un’altra organizzazione, Yeosuf, ha sede in Olanda. Esistono le organizzazioni laiche: GLAS, nata nel 1988, e Kelma, nata nel 1996 con sede a Parigi. Figure di spicco lottano per la liberazione.

Qualche mese fa è uscito, suscitando una forte eco, il libro di Irshad Manji «The Trouble with Islam: a wake up call for honesty and change». Giornalista, lesbica, femminista, musulmana emigrata in Canada nel ’72, l’autrice trentacinquenne ha esortato gli altri musulmani ad adottare la «ijtihad», la tradizione islamica di pensiero indipendente, abbandonando la fissità teologica che rischia di minare il futuro dell’islam e la sua credibilità nel confronto con l’Occidente.

Irshad Manji si ispira al versetto coranico, costantemente ignorato, «niente costrizione nella religione». Come la scrittrice Taslima Nasreen è stata sconfessata dalle autorità religiose islamiche locali e minacciata di morte. Storie di infedeli? Storie di liberazione.

 
___________________________________________________________________

se vuoi leggerlo online: 
http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=LIBE&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=36475


In Yahoo! del 14 Aprile 2004 http://it.news.yahoo.com/040414/58/2qt02.html :

Zanzibar metterà fuori legge l’omosessualità

ZANZIBAR (Reuters) – Il parlamento di Zanzibar ha approvato ieri sera all’unanimità un disegno di legge che mette fuori legge l’omosessualità, con pene detentive fino a 25 anni di carcere per le relazioni gay.

Il disegno per diventare legge dovrà essere approvato dal presidente Amani Karume, ma un assistente molto vicino a lui ha detto che il presidente darà il suo assenso.

“C’è grande preoccupazione per l’erosione dei livelli di moralità a Zanzibar”, ha detto l’assistente.

I gruppi islamici chiedono un approccio più puritano nella conduzione della cosa pubblica nell’isola tanzaniana nell’Oceano Indiano, che è a maggioranza musulmana.

Il disegno di legge è stato approvato da entrambi gli schieramenti politici nella Camera dei Rappresentanti, sia dal partito di governo Chama cha Mapinduzi che da quello d’opposizione Civic United Front — una rara occasione di accordo fra le due parti.

La legge prevederà il carcere a vita per una persona riconosciuta colpevole di aver sodomizzato un minore. La pena detentiva per una relazione gay fra uomini sarà di 25 anni, mentre sarà di sette per una relazione lesbica.


Riceviamo in e-mail, intorno al 13 Aprile 2004, dai Radicali di Sinistra e volentieri pubblichiamo:

A Parma l’omofobia anti-gay arriva anche in edicola

La Gazzetta di Parma sponsorizza il convegno omofobo e senza alcun contraddittorio. I Radicali di sinistra promuovono una lettera aperta di protesta apprendiamo con stupore del fatto che un prestigioso giornale, come la Gazzetta di Parma, abbia potuto dare spazio al recente incontro presso la parrocchia di san Paolo apostolo di Parma, durante il quale le persone omosessuali sono state rappresentate come pietosi casi di degenerazione umana e individuale.

Questi ambienti religiosi che colpevolizzano l´omosessualità, ne propagandano una concezione patologica, per negare il rispetto e la piena parità di diritti a milioni di persone omosessuali del nostro Paese. Disordine, malattia, infelicità, instabilità: queste le parole riportate sulla Gazzetta di Parma, che ha veicolato pensieri integralisti, offensivi, al limite della calunnia. Come Radicali di sinistra, siamo per la libertà d’espressione di tutti, anche dei razzisti e degli estremisti, ma quel che ci rincresce è vedere che, anche in una città che riteniamo colta e progredita come Parma, venga dato spazio a dei nazisti, senza alcun contraddittorio.

Come noto, l´Organizzazione mondiale della sanità considera l’omosessualità come “una variante naturale dell’affettività e della sessualità umana”. Questa è la posizione fatta propria dalla comunità scientifica, ciò nonostante viene concesso uno spazio smisurato a qualche prete di provincia per offendere e creare odio.

Per queste ragioni, i Radicali di sinistra hanno promosso una lettera aperta di protesta al Direttore della “Gazzetta di Parma”, Dott. Giuliano Molossi, affinché questo episodio rimanga circoscritto. I Radicali di sinistra fanno appello a tutti i cittadini a sottoscrivere la lettera e ai mezzi di comunicazione di non tacere su questo sgradevole episodio.

È possibile sottoscrivere la lettera anche online, al link http://www.radicalidisinistra.it/creative/action/parma.htm ————————————————–
meeting dei Radicali di sinistra 24 e 25 aprile, tutti a Bolsena per far rinascere la politica, la democrazia:
una nuova idea d’Italia
http://www.radicalidisinistra.it/2004/meeting/main.html


Zeno Menegazzi ha inviato il 30/3/04 questo testo nella mailing-list di Yahoo! [ateismoantagonista], da noi (Associazione Atheia) promossa. Col suo permesso la pubblichiamo

Niente diritti ONU per i gay
di Gay.com UK – (altri articoli dell’autore) Lunedì 29 Marzo 2004

Il Brasile ritira la risoluzione che voleva includere l’orientamento sessuale tra i diritti umani difesi dalle Nazioni Unite. Gli attivisti accusano la lobby dei Paesi religiosi.

GINEVRA – Il Brasile ha deciso di ritirare la mozione per l’integrazione dell’orientamento sessuale nella posizione generale delle Nazioni Unite sui diritti umani. Il Brasile aveva introdotto la risoluzione per la prima volta lo scorso anno, durante la commissione delle Nazioni Unite sui Diritti Umani, ma allora essa fu rinviata alla riunione di quest’anno, che si sta svolgendo in questi giorni a Ginevra. Se approvata, la disposizione avrebbe incluso per la prima volta l’orientamento sessuale all’interno dei diritti umani, e per la prima volta le persone lesbiche e gay avrebbero avuto una protezione sancita dalle Nazioni Unite. Dal momento che la risoluzione è stata ritirata, tuttavia, gli attivisti gay hanno accusato una alleanza tra stati religiosi anti-gay e membri delle Nazioni Unite che hanno fatto azione di lobby perché i governi non la sostenessero.

Gli Stati membri musulmani e il Vaticano, che ha lo status di osservatore presso le Nazioni Unite, apparentemente hanno agito in modo da assicurarsi che la risoluzione fosse silurata appena presentata all’assemblea. Ma l’europarlamentare laburista e attivista gay Michael Cashman ha ora accusato i Paesi religiosi di formare un “asse profano” capace di affondare la mozione per il secondo anno consecutivo. «Milioni di persone in tutto il mondo affrontano la prigione, la tortura, la violenza e la discriminazione a causa del loro orientamento sessuale – ha detto in una dichiarazione durante lo scorso weekend – Per il secondo anno consecutivo le Nazioni Unite hanno fallito nel tentativo di condannare questa discriminazione e i continui abusi dei diritti umani in base alla sessualità della persona».

La mozione era stata sostenuta dal Parlamento Europeo, così come dal governo britannico, ma Cashman crede che l’influenza degli Stati religiosi abbia bloccato la mozione dall’andare avanti. «È deprimente che le religioni possano riuscire a negare a uomini e donne comuni i loro universali diritti umani. Sia il Vaticano che la Conferenza degli Stati Islamici dovrebbero piegare il capo in segno di vergogna per aver ridotto la loro fede a un rigagnolo di bigottismo e discriminazione».

Altri gruppi gay si sono uniti all’europarlamentare nel condannare il ritiro: – I talebani di casa nostra – commenta Sergio Lo Giudice, presidente nazionale Arcigay – si alleano così nuovamente con i fondamentalismi islamici contro i diritti delle persone e provano, di nuovo, a far girare indietro le lancette della storia -.- Una risoluzione come quella proposta dal Brasile – osserva Lo Giudice – ci consentirebbe di lottare con maggior incisività contro la violenza subita da milioni di gay e lesbiche nel mondo. Stiamo cercando di capire quali saranno i prossimi sviluppi e se ci siano ancora margini di manovra per portare avanti la battaglia per i diritti in sede di Nazioni Unite. Seguiremo questa vicenda fino in fondo -.

Arcigay, già nelle scorse settimane, si era molto adoperata per garantire il sostegno dell’Italia all’iniziativa brasiliana e aveva incontrato e ottenuto l’appoggio del sottosegretario agli esteri Margherita Boniver. La britannica Gay and Lesbian Humanist Association ha anche detto che il ritiro della mozione rivela i veri colori degli Stati religiosi. «Questo continuo barbarico disprezzo delle persone omosessuali mostra che il Vaticano è pronto a qualsiasi misura pur di promuovere i suoi dogmi disgustosi. Ora si è gettato nel mucchio degli Stati che uccidono e imprigionano i cittadini gay» ha detto George Broadhead, segretario del GALHA.

Almeno un terzo dei 191 Stati membri delle Nazioni Unite attualmente considerano l’omosessualità fuorilegge, e alcuni puniscono coloro ritenuti colpevoli di praticarla con la morte.
——————-
Zeno Menegazzi

Presidente
 Arcigay Arcilesbica Pianeta Urano Verona



Consigliere Nazionale 
Arcigay


La prostituzione

di Jàadawin di Atheia, 2003 dc

Il vicesindaco di Milano De Corato (che rimane fascista) ha deciso qualche tempo fa di perseguire la prostituzione spostandola alle periferie salvando così il salotto buono (si fa per dire) con un sistema geniale: le multe!

Subito imitato da varie città, soprattutto al nord, e scatenando polemiche e plausi a non finire. La peraltro brava scrittrice Dacia Maraini si meraviglia, in un’intervista a un telegiornale, di come gli uomini possano andare a puttane. E si da una spiegazione: gli uomini vogliono, pagandola, esercitare potere sulla donna e possederla. Cara Dacia ti sbagli di grosso.

Parliamoci fuori dai denti: perché gli uomini lo fanno?

Ci sono diverse spiegazioni. In un mondo di repressi, come siamo più o meno tutti, molti uomini sono timidi: hanno difficoltà nel “corteggiamento” che costumi secolari hanno imposto a tutti quanti, non trovano una compagna stabile e si sfogano in questo modo. Che è comunque un palliativo (per certi versi: per altri, come diremo, è forse meglio…)

Altri lo fanno semplicemente per “variare il menù”. È scomodo ammetterlo, ma è così.

Altri ancora, più che altro, sono soli e vogliono anche solo parlare con una donna.

Alcuni (spesso solo giovinastri nullafacenti) si vogliono solo divertire. E sono questi che intralciano il traffico, il più delle volte. E spesso non consumano neanche…

Altri vogliono fare delle “cose” che le morigerate mogli, fidanzate o compagne non fanno. Eh no, loro sono “perbene”. Quelle “cose” lì le fanno le “puttane”.

E insieme a questi ci sono quelli che non sopportano le manovre e i complicati sotterfugi di un corteggiamento in cui poi è sempre la donna a decidere e scelgono la strada più sbrigativa, anche se, quasi sempre, più squallida.

A proposito, il 60 per cento di TUTTI gli uomini soffre di eiaculazione precoce. E naturalmente non lo dice.

La prostituzione rimarrà, purtroppo, fino a quando ci sarà una società in cui la sessualità e i rapporti tra le persone saranno repressi, alienati, deformati, mercificati. Nel nostro pessimismo riteniamo che tale situazione permarrà molto a lungo, se non per sempre.

Occorre quindi affrontare la realtà e conviverci al meglio.

Giusto per parlarne, riteniamo che una soluzione POTREBBE essere (ma NON É ASSOLUTAMENTE UNA NOSTRA PROPOSTA):
• NO deciso allo sfruttamento della prostituzione (e, spesso, della schiavitù) da parte di individui o bande criminali
• istituzione di CASE DI COMUNICAZIONE in cui tutti, maschi con maschi, maschi con femmine, femmine con femmine etc), possano incontrarsi (non solo per fare sesso), divertirsi, dialogare, creare cultura
• Se qualcuno/a, in queste Case di Comunicazione, vuole fare l’amore per soldi, faccia pure. É una questione privata
• Seria, garantita e gratuita assistenza sanitaria.

Leggetevi un po’ di Reich e Fromm, moralisti e veterocomunisti nostrani. Forse sarebbero stati favorevoli.

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