Imbonitori e cruda realtà

Negli show con il Gotha industriale e finanziario, nelle conferenze stampa e ogni volta che gli si presenta l’occasione, il nostro Premier non fa altro che dispensare sicurezza a piene mani: la crisi sembra un raffreddorino da curarsi con i pannicelli caldi o un rimedio approntato lì per lì. Sa fare da par suo il cavalier servente con la Marcegaglia, sbracciandosi per rassicurarla, manco a dirlo, di soddisfare tutti i suoi desideri: fondi di garanzia, piani di intervento con le banche e via dicendo. Per le altre categorie ci sono solo i tagli. Se però proviamo a tirare fuori i dati, come fa oggi su la Repubblica Tito Boeri, riformista sì, ma non incline alla facile demagogia, allora il quadro si fa fosco e tutt’altro che rassicurante.
 
Sestante, 26 Ottobre 2008 dc

Una misura per i nuovi poveri

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DOMENICA, 26 OTTOBRE 2008
Pagina 1 – Prima Pagina
L´analisi 
Una misura per i nuovi poveri    
TITO BOERI
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Siamo in uno di quei periodi di “politica straordinaria” in cui è possibile fare quelle riforme che non riescono in tempi normali. La prima riforma da fare è quella che ci permette di ridurre i costi sociali della disoccupazione.

Sarà anche un modo di accorciare la recessione facilitando lo spostamento di lavoro dalle imprese in crisi alle nuove imprese che sorgeranno e contenendo  la caduta dei consumi. Si tratta di riordinare gli ammortizzatori sociali, introducendo un sussidio unico di disoccupazione che copra tutti quelli che perdono il lavoro, indipendentemente dal settore produttivo, dalla dimensione di impresa o dal loro contratto di lavoro. Non più disoccupati di serie A e disoccupati di serie B, con una copertura molto più alta di quella fornita dai selettivi schemi attuali, che vengono oggi concessi a non più di un disoccupato su cinque.

Di fronte al forte aumento delle ore di Cassa integrazione ordinaria (+24 per cento nei primi 8 mesi del 2008), il governo ha deciso in questi giorni di aumentare di circa 100 milioni la dotazione del fondo che deve erogare indennità di disoccupazione “in deroga” alla normativa esistente. In buona parte questi fondi vengono in realtà utilizzati a favore dei disoccupati di serie A, quelli che già oggi accedono alla Cassa integrazione. Ci saranno, comunque, alcune estensioni selettive ad alcune piccole imprese, limitatamente ai fondi disponibili. Ma chi deciderà chi può accedere e in base a quali criteri?

Abbiamo tanti, troppi esempi, di un uso degli ammortizzatori sociali come strumento di politica industriale. No, le regole di accesso devono essere chiare e uguali per tutti, non lasciate all´arbitrio della classe politica.

Le recessioni sono sempre un´utile cartina di tornasole per capire quali sono le vere priorità di un esecutivo. L´”imperativo categorico” del nostro presidente del Consiglio, più volte ribadito in queste settimane, sono gli aiuti di stato all´industria automobilistica. Sergio Marchionne ha presentato il conto: 40 miliardi. In nome della difesa dei posti di lavoro. Il Libro Verde approntato dal ministero del Welfare in effetti si dilunga sulla «fiducia e complicità fra capitale e lavoro», l´«alleanza strategica fra imprenditori e i loro collaboratori», la «virtuosa alleanza tra mercato e solidarietà». Ma gli aiuti di Stato alle imprese sono molto costosi e allungano le recessioni ostacolando le inevitabili ristrutturazioni. Facciamo due conti. Oggi l´auto occupa circa l´1,5 per cento dei lavoratori dipendenti del settore privato in Italia. Se diamo all´auto anche “solo” un quarto di ciò che chiede Marchionne, per “difendere” gli altri posti di lavoro dovremmo spendere 985 miliardi, circa due terzi del nostro prodotto interno lordo.

Meglio lasciar perdere l´etica kantiana e spendere qualcosa di più di 100 milioni per aiutare i disoccupati, tutti, a cercare un impiego alternativo senza che finiscano in condizione di povertà. Risorse aggiuntive possono anche essere reperite nell´anacronistico provvedimento di detassazione degli straordinari. Ragion pura vorrebbe: siamo in recessione, periodi in cui le imprese non hanno bisogno di ore extra.

Per capire perché dobbiamo dotarci di ammortizzatori sociali che coprano tutti coloro che perdono il lavoro basta leggere un rapporto pubblicato questa settimana dall´Ocse (Growing Unequal?, http://www.oecd.org). Si basa su indagini campionarie sul reddito e la ricchezza delle famiglie nei paesi dell´organizzazione. Mostra che in Italia le disuguaglianze di reddito sono esplose e la povertà è quasi raddoppiata durante la grande recessione del 1992-3. Inoltre, i poveri in Italia sono più poveri che negli altri Paesi Ocse: a parità di potere d´acquisto, il 10 per cento (decile) più povero della popolazione italiana sta peggio del 10 per cento più povero negli altri paesi Ocse e nella stessa Repubblica Ceca. Per i ricchi avviene esattamente l´opposto: il reddito medio del dieci per cento più ricco della popolazione è più alto in Italia che in Francia e nella media dei Paesi Ocse. La distanza tra il reddito del decile più ricco e il decile più povero in Italia è abissale: i più ricchi guadagnano mediamente 10 volte quanto i più poveri.

Altrove il rapporto è da uno a otto. Tra i Paesi europei è di uno a sette. Il nostro è diventato, dopo l´ultima grande recessione, un Paese per ricchi. La povertà è superiore alla media europea in quanto sia a incidenza (numero di persone che sono povere) che a distanza tra il reddito medio di chi è povero e la soglia di povertà, una misura di quanto dovrebbe essere aumentato il reddito delle famiglie per azzerare la povertà. Oggi più di un italiano su dieci ha un reddito inferiore a una soglia di povertà pari a circa 7.500 euro all´anno per un single o a 15.000 euro per una famiglia di 4 persone. Il rischio
di povertà si avvicina al 15% per le famiglie con figli ed è ancora più alto tra chi ha meno di 18 anni. La concentrazione della povertà tra le famiglie con figli e i più giovani è ancora più evidente quando si guarda a indicatori di deprivazione materiale, come la percentuale di famiglie che dichiara di avere problemi nel riscaldare la propria casa. Le cause principali di povertà sono legate al mercato del lavoro (perdita del posto di lavoro o salari più bassi per qualche membro della famiglia) piuttosto che al cambiamento nella struttura famigliare o alla diminuzione dei trasferimenti dello Stato, cause preponderanti dell´entrata in povertà in altri Paesi. Il fatto è che in Italia solo il 12,5 per cento dei trasferimenti statali va al 20 per cento più povero della popolazione, contro una media nei Paesi Ocse del 25% e superiore al 30% in molti Paesi europei, tra cui il Regno Unito.

Non c´è dunque tempo da perdere per evitare che questa nuova recessione porti a un ulteriore e brusco incremento della povertà e delle disuguaglianze.

Anche politici interessati solo alla loro rielezione dovrebbero pensarci due volte prima di rimandare nuovamente questa riforma. A perdere terreno in Italia non sono state solo le famiglie più povere. Hanno perso anche le classi medie, quelle decisive nel determinare l´esito delle elezioni: il reddito dell´individuo che si colloca esattamente a metà nella distribuzione del reddito è diminuito in rapporto al reddito medio negli ultimi 15 anni. E l´Italia è il Paese europeo, dopo l´Ungheria, con la percentuale più alta di persone (più di un terzo della popolazione) che si sentono a rischio di povertà. Chi non sa dare risposte a questi disagi diffusi si condanna a perdere le prossime elezioni. Bene non farsi ingannare da sondaggi effettuati prima della tempesta, quella vera. C´è già una legge delega per la riforma degli ammortizzatori sociali. È il tempo di esercitarla. 

Napolitano e le radici cristiane dell’Europa

Dal sito di NoGod www.nogod.it , anche in Resistenza Laica http://www.resistenzalaica.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1356&Itemid=1 , notizia dell’11 Ottobre 2008 dc (piccole correzioni mie):

Napolitano e le radici cristiane dell’Europa

In una lunga intervista concessa a L’Osservatore Romano, primo ed unico caso nella storia italiana, il Presidente Napolitano – ad una subdola domanda tendente a fargli convalidare le presunte radici cristiane dell’Europa – dopo aver fatto on po’ di melina, risponde : “E quindi, bisogna davvero rilanciare nella sua interezza la grande ispirazione della costruzione europea, un’ispirazione che porta evidentissimi i segni della tradizione cristiana.” Come se non sapesse quanto quelle radici siano immerse in lunghi secoli di guerre feroci e sanguinose fra le diverse sette cristiane. Ma le radici dell’ Europa moderna dal 1789 stanno invece nella lunga lotta di liberazione dalla concezione del potere come emanazione da quell’immaginaria entità soprannaturale chiamata Cristo interpretata, beninteso, secondo le convenienze e gli interessi delle varie gerarchie religiose in concorrenza fra loro.

Per tornare all’ intervista di Napolitano spiace rilevare come, al di là di accettabili affermazioni sull’importanza della collaborazione fra laici e cattolici per il bene comune del Paese, in nessun modo sia stato ribadito e conclamato il “supremo principio” della laicità delle Istituzioni, sottoposto ai continui tentativi della CEI, longa manus locale dello Stato Vaticano, di imporre le sue direttive all’attività legislativa del Parlamento. La separazione fra Stato e Chiesa, indipendenti e sovrani, sembra ormai superata a favore di una interdipendenza che sta diventando una vera e propria dipendenza dalla teocrazia dominante. Non sorprende quindi che il 20 settembre u.s., alla celebrazione della storica giornata in cui cessò il dominio temporale dei Papi, siano stati celebrati gli zuavi pontifici e non i nostri soldati che morirono per ricongiungere Roma all’Italia. E acquista anzi un significato nefasto il fatto che, per la prima volta da quando furono istituite quelle celebrazioni, non sia stata portata alla stele commemorativa la tradizionale corona del Presidente della Repubblica. Dimenticanza o dichiarazione di resa?


Qui il testo dell’intervista a Napolitano
http://www.quirinale.it:80/Discorsi/Discorso.asp?id=36948 

Dal mio sito Jàdawin di Atheia www.jadawin.info alla pagina Politica e Società-5

Tariq Ramadan smascherato dalla turco tedesca Necla Kelek

L’amico Numicco mi ha inviato il 12 Novembre 2008 dc in e-mail questo articolo (non ha potuto specificare la fonte):

Tariq Ramadan smascherato

dalla turco tedesca

Necla Kelek

  
di Vito Punzi

Nel contesto italiano, nei giorni scorsi si elevata solitaria la voce di Magdi Cristiano Allam nella critica alle iniziative di Tariq Ramadan e di chi con lui si dice promotore di un “islam europeo”. Ma per fortuna Allam in Europa non è solo.

Della turco-tedesca Necla Kelek, il cui impegno in difesa delle donne musulmane è stato riconosciuto di recente con l’assegnazione del Premio “Donne-Europa-Germania”, in Italia si sa poco o nulla. Quando nel 2005 uscì in Germania il suo libro La sposa straniera, la denuncia di donne musulmane costrette a matrimoni combinati e “importate” come spose provocò violente proteste da parte di musulmani, di turchi e di loro amici politici. La Kelek venne accusata di ingigantire singoli casi. Donne d’origine turca impegnate in politica dichiararono pubblicamente d’essersi sposate per amore, con l’intento evidente di dimostrare che i matrimoni coatti non avevano nulla a che fare con la loro cultura e con l’islam.

E’ un fatto però che in Germania ogni anno migliaia di donne e uomini musulmani contraggano matrimonio dietro costrizione. “Le case che ospitano donne maltrattate e i consultori sono pieni”, ha scritto di recente la Kelek sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, perché le ragazze temono di essere portate durante le vacanze nei paesi d’origine dei loro genitori per essere lì maritate.” Ed è utile ricordare anche che la comunità islamica tedesca ha a che fare non solo con i matrimoni coatti, ma anche con i cosiddetti omicidi d’onore, con la violenza all’interno della coppia.

Dopo la triste e vergognosa vicenda che lo ha visto pessimo protagonista del boicottaggio della Fiera del Libro di Torino dell’anno scorso, Tariq Ramadan è stato indiscusso protagonista delle cronache dei giorni scorsi grazie alla sua partecipazione ai colloqui catto-islamici in Vaticano. Ebbene Ramadan è soggetto ben noto in tutta Europa e la stessa Necla Kelek ha già avuto modo di intervenire più volte per smascherare il vero fine delle sue iniziative. Tra queste, la più recente è proprio quella relativa ai matrimoni coatti. Lui e i suoi amici (le associazioni islamiche di Rotterdam e di Berlino, la “Inssan”, vicina ai Fratelli Musulmani, e Günter Piening, delegato della città di Berlino per l’integrazione) l’hanno chiamata “Mano nella mano contro i matrimoni coatti”. Ma l’iniziativa alla Kelek non è piaciuta proprio.

Pur giudicando positiva l’ammissione implicita di “un problema proprio della società islamica”, la sociologa l’ha stigmatizzata come “un tentativo di catturare quelle giovani musulmane finalmente cresciute nella loro autocoscienza e di consigliarle secondo un punto di vista musulmano, evitando così che possano recarsi nei consultori statali, oppure possano cercare rifugio nelle case per donne maltrattate e dunque che possano allontanarsi da Allah” (così dall “FAZ” del 29 luglio scorso).

L’iniziativa è stata presentata nei mesi scorsi nel quartiere di Kreuzberg, a Berlino, insieme ad una brochure in otto lingue che ne illustra i contenuti. In realtà, in nessun passo del libretto viene riconosciuto al singolo il diritto di decidere se sposarsi o meno. “La famiglia forma il nucleo della società islamica”, si dice, “ed il matrimonio nell’islam è l’unica maniera consentita di formare un famiglia.” Ma quale famiglia abbia in testa Ramadan ce lo spiega ancora la Kelek: “Con essa non si intende un nucleo costituito da madre, padre e figli, ma la grande famiglia, la stirpe. In questo modo, dalla comunità dei musulmani, la “umma”, deriva la cultura delle famiglie.” Sempre nel citato libretto si legge ancora a proposito della mutua assistenza: “In una cultura delle famiglie, la famiglia è più importante dell’individuo. La famiglia si comporta come unità per essere riconosciuta a tutti gli effetti come qualcosa di integro da parte delle altre famiglie del contesto sociale […]. Ogni individuo deve agire nell’interesse della famiglia.” “E se questo non accade”, è il commenta della Kelek, “viene ferito l’onore della famiglia.”

La sociologa, nonostante i frequenti attacchi dagli ambienti “liberal” oltre che musulmani, è figura stimata in Germania al punto da essere stata anche cooptata come consulente per l’immigrazione per il Land Baden-Wüttenberg e conosce come poche altre la condizione delle donne musulmane in Occidente. Da anni sostiene che il modello sociale musulmano è fondato sul controllo che gli uomini esercitano sulla donna e per questo motivo non crede nelle buone intenzioni di Ramadan e compagnia. Piuttosto interpreta anche questa iniziativa sui matrimoni coatti come “propaganda per la costrizione musulmana al matrimonio”, come una vera e propria “truffa”, pensata ancora una volta a spese delle donne.

Sul mio sito Jàdawin di Atheia www.jadawin.info alla pagina “Politica e Società-5”

Autodeterminazione, Testamento biologico, Eutanasia: Petizione al Parlamento

Petizione presente nel sito dell’Associazione Luca Coscioni in data odierna 27 Novembre 2008 dc, questo il testo (da me allineato in Giustificato), andare al sito per compilare la petizione

 

Jàdawin di Atheia

 

 

Autodeterminazione,Testamento biologico, Eutanasia:

Petizione al Parlamento

Noi sottoscritti,
chiediamo che nelle scelte relative alla fine della vita sia rispettato il diritto all’autodeterminazione di ciascun individuo, per abbattere il fenomeno dell’eutanasia clandestina e di quella cattiva morte “all’italiana”, fatta di violenza contro i malati, accanimento terapeutico e imposizione di sofferenze;
chiediamo il riconoscimento legale del testamento biologico attraverso il quale le scelte individuali siano obbligatoriamente rispettate e che includa la possibilità di rinunciare alla nutrizione e idratazione artificiale;
chiediamo anche che sia effettuata un’indagine conoscitiva parlamentare sull’eutanasia clandestina e gli altri aspetti della morte all’italiana, e che siano discusse le proposte di legge per la legalizzazione o depenalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito.

Sovrappopolazione e procreazione irresponsabile

La sovrappopolazione e la procreazione

 irresponsabile sono un problema gravissimo in

 tutto il mondo. Anche in Italia…!

Il Laboratorio Eudemonia, da tempo decisamente attivo sulla questione demografica, mi ha inviato in e-mail il 21 Maggio 2004 questo appello rivolto ai “leader progressisti”.

Alla cortese attenzione dei Leader Progressisti,

e di quanti stanno leggendo in questo momento.
Gentili Signore, gentili Signori,

vi presento i miei migliori riguardi.

Apprezzo molto la vostra serietà nell’affrontare questioni e problemi di grande peso, e così pure il vostro modo pacato e sereno di confrontarvi in politica.

 

Per questo motivo mi permetto oggi di richiedere la vostra attenzione, poiché percepisco quanto voi possiate essere le persone giuste cui comunicare la urgente necessità di un epocale cambiamento di rotta nella condotta delle nostre società.

Da ogni dove, continuamente, si susseguono invocazioni allo sviluppo economico e tecnologico. Paesi, le cui economie sono le più avanzate nel mondo ed hanno già conquistato enormi ricchezze, continuano a perseguire ad ogni costo un ulteriore sviluppo. Uomini di governo, capi di stato, persone mature, spesso anziane, che in ogni caso dovrebbero saggiamente invitare alla prudenza, alla calma, alla moderazione, spingono interi popoli ad una continua, sfrenata, nei fatti disastrosa, corsa per la supremazia economica e tecnologica.

Ogni rapporto umano all’interno delle società sta venendo distrutto, e perfino le persone più pacifiche e per loro originaria virtù più disinteressate, quelle che mai avrebbero guardato ad alcuno in maniera avida, vengono istigate e condotte da ogni persona al potere a trasformarsi in rapaci individui, in aspra competizione l’un contro l’altro, lanciati in una caccia senza tregua fino all’ultimo cliente, ed inevitabilmente condotti, per l’alto livello di aggressività della competizione stessa, a dimenticare ogni legge, etica e morale.

Un intero pianeta è sottoposto a continua, incessante opera di saccheggio, e l’ecosfera, l’ambiente dove la vita ci era stata permessa finora in maniera relativamente agevole, sta per subire trasformazioni tali, a detta anche di autorevoli ed indubitabili voci, non ultima quella del Pentagono USA, da poterci presto far ripiombare nel più buio degli evi, un tempo in cui la parola sopravvivenza riacquisterebbe ruolo e significato di primo piano.

E tutto questo mentre l’elevata densità demografica, unita all’elevato sviluppo economico ed all’elevato livello tecnologico, crescente ormai in maniera esponenziale, sta conducendo gli esseri umani, per eccesso di energia, a disgregare sempre più il tessuto delle loro società, e, come fossero  molecole di un gas compresso all’interno di un ristretto recipiente messo sul fuoco per generare una esplosione, ad assumere sempre più le caratteristiche dei componenti di una miscela altamente esplosiva.

Perché tutto questo?

La ragione autentica non va sicuramente cercata in un anelito verso la migliore qualità della vita, qualità che è già drasticamente ridotta, la vita stessa essendo messa a repentaglio dai ritmi frenetici cui è costretto l’essere umano e dallo scempio del mondo naturale. Ne possiamo trovare tale ragione nel fatto che nei Paesi più sviluppati vi siano ancora delle persone povere. Questo non lo si deve certo all’insufficiente livello di sviluppo economico raggiunto, bensì ad una mancata equa ridistribuzione del lavoro, e dei redditi che ne derivano, tra tutti i componenti della società.

E possiamo forse trovare la ragione autentica della sconsiderata pulsione ad uno sviluppo ad oltranza nel puro desiderio di portare il benessere nei Paesi non ancora sviluppati? Semmai nel reperimento di mano d’opera a costo pressoché nullo, nell’apertura di nuovi mercati, e nello sfruttamento di nuovi territori, per permettere ai già tanto ricchi di arricchire ancor più.

Ed ancora possiamo mai credere per davvero che esista la possibilità di uno “sviluppo sostenibile”, così come attualmente concepito, dove le variabili da sviluppare siano sempre e solo quelle demografiche, economiche, e tecnologiche? E’ una bella invenzione, certo, ma buona solo per i gonzi. Se i Paesi ancora in via di sviluppo bene faranno ad uscire come meglio potranno dalle loro presenti condizioni, in un modo si spera più dignitoso ed evoluto del nostro, ben diverso dovrà essere il nostro sviluppo futuro.

Noi, popoli ipersviluppati, abbiamo ricchezze a sufficienza per permetterci, e quindi abbiamo il dovere, di decidere una tregua per mettere ben a fuoco, ragionando con onestà, la vera ragione, l’unico motivo davvero valido della nostra sfrenata corsa allo sviluppo, ponendo finalmente bene in chiaro così il più antico, tuttora irrisolto, maestoso problema delle nostre società, e quindi concentrarci su tale problema e trovargli la più appropriata, la più giusta e definitiva delle soluzioni.

Esiste, in verità, una ragione realmente valida che ci ha condotto finora lungo la strada di uno sviluppo demografico/economico/tecnologico ad ogni costo. Questa ragione consiste nel fatto che occorre scongiurare il pericolo reale di una invasione, forse dapprima solo commerciale, e di una successiva sopraffazione totale del proprio Paese da parte di qualsiasi altro Paese del mondo che sia in grado di crescere più velocemente e di acquisire maggiori capacità. Si tratta di un pericolo concreto, che spiega perfettamente perché i Governi continuino caparbiamente a perseguire una crescita di stampo tradizionale ben oltre il limite che sarebbe consigliabile. Si tratta di una minaccia che va affrontata con il massimo impegno, cominciando col dichiarare apertamente, continuamente e diffusamente la tragica realtà delle cose umane, e prendendo quindi i dovuti provvedimenti.

Piuttosto che continuare a perseguire una crescita cieca dell’economia, della tecnologia, della popolazione, un tipo di sviluppo che condotto così come avviene oggi, obbedendo alle sole ragioni della difesa e dell’espansione, non può che finire in danno per ognuno dei popoli di questo Pianeta, i Paesi già abbondantemente sviluppati hanno il dovere di abbandonare i vecchi comportamenti fatui ed impulsivi tipici di un essere adolescente, e di cercare e scoprire i comportamenti più pregni e riflessivi di un essere ormai cresciuto e divenuto quindi maturo.

I Governi di tali Paesi hanno innanzitutto il dovere di concentrare le proprie energie nella stipulazione di patti indissolubili tra le nazioni, patti che ci conducano ad una pace di concezione e livello di molto superiori a quella che finora abbiamo potuto immaginare e perseguire. Tali patti dovranno necessariamente comprendere norme di autocontenimento economico e tecnologico. Occorre adoprarsi affinché ogni Paese, di concerto, si doti di mezzi costituzionali per autodisciplinarsi in modo da mantenere entro livelli moderati ciò che altrimenti, inevitabilmente, condurrebbe ad uno straripamento massiccio, fosse anche solo commerciale o culturale, nei territori altrui. Occorre istituire apposite norme e commissioni internazionali che stabiliscano i livelli dei vari tipi di sviluppo raggiungibili da ogni Paese e con obiettività tengano sotto controllo i livelli raggiunti. Perché la pace, così come oggi concepita, non è più sufficiente ed occorre immaginare i modi per raggiungere una pace più profonda, più solida e tenace.

Contemporaneamente dobbiamo tutti prendere coscienza ed accettare il fatto che le popolazioni dei nostri Paesi sono numericamente eccessive tanto per le risorse disponibili nei nostri rispettivi territori quanto per semplici ma vitali ragioni di spazio, le aree disponibili non permettendo più già oggi, al presente grado di sviluppo economico e tecnologico, interazioni sane sia all’interno della società, tra gli individui, sia verso l’esterno, con l’ambiente naturale, certamente essendo destinate a peggiorare oltremodo col raggiungere di livelli ancora più elevati di sviluppo. Dobbiamo quindi attendere che le popolazioni decrescano per il naturale ciclo della vita e lasciare che esse ritornino a densità ottimali da stabilire in base alle risorse disponibili localmente ed al livello di sviluppo che desidereremo mantenere. In tal modo, disciplinandoci noi, riusciremo forse ad evitare che a ridurre le popolazioni siano invece le guerre, le epidemie e le calamità.

Ma il nostro generale, comune maggiore impegno deve essere uno sviluppo interiore, una evoluzione profonda di noi stessi e delle nostre organizzazioni, con questo intendendo la ristrutturazione della forma mentale dell’individuo ed organizzativa della società in un modo che, attraverso la libera circolazione delle idee nei cervelli e delle persone nelle strutture sociali, oggi essendo invece bloccate entrambe le architetture, possa diffondersi una obiettività, una onestà intellettuale, un realismo, e così pure un’ampiezza ed una organicità della visione cui non potrà che seguire una complessiva capacità di analisi e di efficace interazione sociale, tale che ogni problema, dal più piccolo al più grande, addirittura mastodontico, planetario, sia condotto a piena, subitanea e definitiva soluzione, con totale soddisfazione di ogni singolo componente delle nostre società. Perché noi stessi siamo all’origine dei nostri problemi e solo noi, evolvendo, potremo trovar loro soluzione.

Occorre riflettere sul fatto che il progresso di cui abbiamo bisogno oggi somiglia molto alla seconda fase di un processo bipolare, come ad esempio il respiro. Dopo una lunga, lunghissima fase di inspirazione, dopo aver inglobato nella nostra società ricchezze a non finire, scoprendo, creando, inventando, costruendo, in un vortice crescente di attività di ogni tipo e valore, spesso positive ma molte volte anche negative, ora dobbiamo impegnarci in una accurata fase di espirazione, durante la quale poter espellere tutte le tossine e le nocività cui in precedenza, per la fame e l’urgenza, non abbiamo badato, ma anche ciò che oramai ha esaurito il suo apporto nutritivo e va infine abbandonato. Questo va fatto, se desideriamo avere la possibilità di un ulteriore respiro.

E queste sono le vere, più importanti sfide della nostra epoca: sulla base di più convinti, decisi, risoluti accordi di pace, sulla base di adeguate norme di autocontenimento, sulla base di una evoluzione individuale e sociale verrà deciso il nostro destino. Così facendo, senza patire la minima sofferenza se non quella, irrisoria, del nostro stupido fanciullesco orgoglio che ancora ostacola il cambiamento e la presa di più mature decisioni, al contrario godendone e gioendone ampiamente, potremo tutti vincere definitivamente la corsa allo sviluppo.

Signore, signori, oggi scelte convenzionali ci farebbero andar dritto lì dove la realtà devia e ci getterebbero fuori strada, nel precipizio. E così pure, se cercassimo di riparare la macchina sociale mentre è in piena marcia falliremmo clamorosamente, solo l’organismo sano potendo sviluppare se stesso senza veder crescere anche il suo male.

I tempi eccezionali in cui ci troviamo a vivere richiedono scelte altrettanto eccezionali. Perché l’umanità possa superare indenne questo tempo, occorrono persone in grado di fare tali coraggiose scelte.

Voi, ve la sentite?

Col mio miglior saluto,

Danilo D’Antonio

 

 

 

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Laboratorio Eudemonia

 

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Lettera ai Leader # Versione 1.0.6 # 21-05-35

Spagna: giudice toglie crocefissi da scuola

22 Novembre 2008 dc, dal sito UAAR:

 

Il giudice di Valladolid, in Spagna, ha ordinato di togliere i crocefissi dalle aule e gli spazi comuni di una scuola pubblica della città. E’ la prima volta che accade in Spagna: la sentenza afferma che la presenza di simboli religiosi come il crocefisso viola i diritti fondamentali della costituzione. “Lo stato” scrive il giudice “non può aderire nè dare appoggio a nessun credo religioso, perché non deve esistere alcuna confusione tra fini religiosi e fini statali”; inoltre, proprio perché nelle scuole pubbliche vi sono minori “nella piena fase di formazione della personalità”, la presenza del simbolo religioso “può provocare in questi minori il sentimento che lo stato è più vicino alla confessione con cui vedono la relazione”.

Il processo giudiziario che ha portato alla sentenza è stato promosso dall’associazione Escuela Laica, il cui portavoce afferma: “è la prima volta che un giudice dà ragione alla libertà di coscienza e all’igiene democratica”.

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Segnaliamo il sondaggio sul “Corriere della Sera” proprio su questo caso.

Siamo in troppi!

E-mail ricevuta dal Laboratorio Eudemonia circa nel 1998:

Siamo in troppi!

 

Appello
ai Rappresentanti delle Forze Politiche
ed Enti Governativi Provinciali e Regionali d’Italia
per la determinazione
di una densità demografica locale ottimale

Gentili Signori,

vogliate gradire il nostro più cordiale saluto!

Come certo saprete, negli ultimi mesi la popolazione mondiale ha raggiunto e superato i sei miliardi di unità, quella dell’India il miliardo. Tali fatti, pur rappresentativi di una grave questione demografica che andrebbe affrontata con immediata ed estrema cura, non hanno invece goduto della necessaria attenzione pressoché da parte di alcuno. Anche la maggior parte delle persone e dei gruppi più impegnati socialmente è rimasta quasi del tutto indifferente davanti a ciò che concorre fortemente al sorgere dei mali più profondi della nostra epoca.

Allo scopo di favorire il dibattito e la consapevolezza di un tema che urge di essere attentamente esaminato, è stata dunque riassunta la questione sotto forma di una proposta di risoluzione allegata al sito Internet:

http://www.hyperlinker.com/spg/

con relativo Forum Internazionale di riflessione ed azione.

Immaginando che anche Voi, come noi, stiate sentendo questi stessi nostri impulsi di sano personale coinvolgimento, ci permettiamo ora di contattarVi nella speranza vogliate trattare diffusamente tale tema all’interno del Vostro Gruppo e nelle Assemblee amministrative e politiche locali.

Lungi dall’essere, infatti, una questione coinvolgente soltanto luoghi lontani dalle nostre rispettive Regioni, il problema demografico, a meno di un immediato impegno generalizzato, coinvolgerà queste ultime sempre di più, direttamente ed indirettamente, gli attuali fenomeni di immigrazione selvaggia che stiamo osservando in questi tempi essendo soltanto le prime avvisaglie di un fenomeno destinato a crescere ben oltre la nostra presente immaginazione, e lo stesso dicasi di fenomeni strettamente collegati alla crescita demografica come l’inquinamento ed il global warming.

Anche per questo motivo, non solo quindi per contribuire a rimuovere le grandi sofferenze che accompagnano la crescita selvaggia della popolazione nei Paesi meno sviluppati, pensiamo che sia opportuno che la questione demografica internazionale vada affrontata a, e riceva l’apporto da, vari livelli. Essa deve essere discussa, chiarita e decisa, sì, in àmbito globale, con l’intervento di forze politiche nazionali e sovranazionali, ma anche in àmbito locale, con l’intervento delle forze politiche ed enti governativi provinciali e regionali, non dimenticando che ogni Regione d’Italia sta già vivendo anch’essa, nella generale inconsapevolezza, un suo proprio grave problema demografico.

Ed infatti, osservando la media nazionale Italiana, ricordiamo che (secondo dati del 1998) la densità abitativa della nostra nazione è di ben 191 unità per kmq, la qual cosa equivale a dire che ogni Italiano, ripartendo idealmente il territorio della nostra nazione, dispone di una area di sole 0,52 parti di ettaro (troverete i dati regione per regione in una cartina presente sul sito sopra segnalato) dalla quale trarre il fabbisogno alla sua vita (nota 1) e sulla quale esprimere il suo potere creativo.

Anche se è cosa piuttosto complessa determinare con metodo scientifico una densità abitativa complessiva ottimale o massima auspicabile per una società e stabilire quanti individui un territorio possa sopportare senza degradarsi, col semplice sguardo d’insieme che ci viene dal vivere in prima persona questa situazione è però facile capire come si sia già da tempo superata una certa soglia minima di benessere e salubrità psicofisiche, nonchè di sana indipendenza economica, giacchè la vita degli Italiani, non bastando più il loro territorio a soddisfare le esigenze di una popolazione in largo eccesso, dipende ormai ben più da altre zone della Terra che dall’Italia stessa.

Sarebbe più che opportuno, quindi, avviare un solerte studio sulla situazione demografica locale, in ogni provincia e regione, sugli effetti, per nulla positivi, che la sovrappopolazione locale, non solo cittadina ma anche rurale, produce sugli individui stessi, la società e l’ambiente. In tal modo sarebbe possibile attribuire finalmente una responsabilità ben precisa a tanti dei problemi ancora con paternità vaga che oggi ci assillano, e presentar loro le soluzioni che stavano aspettando. Allo stesso tempo sarebbe oltremodo auspicabile chiarire in che misura siamo reali figli della nostra terra ed in quale altra siamo invece dipendenti da lontane zone del mondo, per cercare di ristabilire, nel tempo, un sano equilibrio tra queste due modalità economiche (nota 2).

Da questo studio emergerebbe immediatamente che una ulteriore crescita della popolazione locale (non importa se per motivi endogeni: ripresa della natalità locale, od esogeni: per immigrazione) aggraverebbe ulteriormente e terribilmente la nostra già precaria situazione. In tal caso, questo stesso studio dovrebbe allora determinare un numero ottimale, dal punto di vista dell’individuo, della società e dell’ambiente, di abitanti per Provincia e per l’intera Regione, cui far riferimento per ogni nostra incombenza di gestione presente e progetto di sviluppo futuro (nota 3).

Pur consapevoli delle numerose implicazioni che una tale iniziativa comporterebbe, crediamo che la situazione locale e planetaria richieda un immediato ed intenso impegno in questa direzione. Crediamo anche che questo impegno di autodisciplina non solo assicurerebbe un sereno futuro alle nostre Regioni, ma fornirebbe anche un importante punto di riferimento sia ai Paesi meno sviluppati, affetti da crescita esponenziale della popolazione, che a quelli più sviluppati, affetti da iperurbanizzazione, entrambi ancora immersi nel torpore, frastornati ed indecisi sulla direzione da prendere.

Per tutto ciò, speriamo che la questione demografica emerga potentemente all’attenzione delle coscienze e diventi tema di diffuso dibattito locale, e così pure speriamo che lo studio qui auspicato diventi presto concreta realtà (nota 4).

Gentili Signori, ringraziandoVi profondamente per la Vostra cortese attenzione, ed augurandoci che questa nostra, pur modesta, iniziativa abbia incontrato presso di Voi un qualche grado di consenso, Vi rinnoviamo il nostro miglior saluto.

Danilo D’Antonio
Laboratorio di Ricerca Sociale Eudemonia
http://www.hyperlinker.com/eulab/

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Per un breve confronto, mentre un italiano (media nazionale) dispone di sole 0,52 parti di ettaro, un’area ben inferiore a quella che ognuno possa desiderare di, e sia opportuno, disporre, per ogni statunitense vi è un’area di 3,44 ettari di territorio nazionale e per ogni australiano ben 50 ettari. Tutt’altra cosa avviene in India, dove ognuno dispone di 0,31 parti di ettaro, e nel Bangladesh, dove un essere umano dispone di soli 0,10 parti di ettaro, la qual cosa chiarisce molti tragici fatti che vediamo riportati nelle quotidiane cronache narrate dai media.

NOTE

1) Alcuni ricercatori della University of British Columbia, in Canada, hanno determinato, pur con larga approssimazione, la ecological footprint, l’impronta ecologica che un individuo, in base allo stile di vita che conduce, lascia sul territorio. E così, tramite un loro apposito calcolatore reso disponibile in Internet, è possibile derivare che per le necessità medie individuali europee di cibo, alloggio, trasporti, beni di consumo, servizi e quant’altro si usi per vivere, è necessaria un’area compresa tra i 6 ed i 7 ettari. Pur certo essendo rozza la misura, non possiamo non tenerla ben presente negli importanti processi decisionali relativi alla nostra Provincia e Regione. Si misuri la propria personale impronta ecologica recandosi at:

http://www.lead.org/leadnet/footprint/intro.htm

2) Sia una economia che si attui localmente che una che si attui globalmente hanno entrambe pregi e difetti. Non è il caso di affrontare qui l’argomento, ma vorremmo comunque ricordare che una economia locale rende la società che la pratica più solida a fronte di una scarsa innovazione, una economia che si basi su scambi con paesi lontani certo arricchisce ma allo stesso tempo crea instabilità e dipendenza dall’esterno. Il clima di continua emergenza e di folle rincorsa economica che oggi viviamo deriva in gran parte proprio dallo squilibrio che si è creato per aver dato troppo spazio all’economia globale togliendolo a quella locale. Uno riequilibrio di queste due componenti è la scelta più assennata cui ci si possa oggi dedicare in campo economico. Bisognerà dirglielo a Fazio, prima o poi.

3) In riguardo alla nostro sviluppo futuro, ci si permette di ricordare che oggi, in tempi di scienza e non più di forza bruta, esso è favorito in maniera enormemente maggiore da una crescita qualitativa delle persone, quindi da una loro maturazione e preparazione intellettuale, che non da una semplice crescita quantitativa della popolazione. Più che favorire quest’ultima, quindi, occorre coltivare ed organizzare meglio che si possa la popolazione esistente: così facendo, persone che oggi sono persino di peso alla società ed emarginate diverranno domani in grado di compiere autentici prodigi e di far da positiva guida ad altri.

4) Ci sia concessa un’ultima breve nota. Qualora lo studio confermasse ciò che qui si ipotizza (che il nostro territorio sopporta già troppa umanità) dovremo impegnarci ancor più, od iniziare di buzzo buono, a contribuire
a rendere migliori le condizioni di vita in quei Paesi i cui abitanti avrebbero desiderato trasferirsi presso di noi. Magari, proprio intensificando, od inviando per la prima volta, inviti temporanei a loro rappresentanti per fornirli del tutto gratuitamente di conoscenze di cui disponiamo che possono aiutare la loro Comunità a raggiungere una piena autosufficienza.

I dati sulla densità demografica sono ricavati da:
http://www.istat.it
http://www.worldbank.org

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La Questione Demografica: http://www.hyperlinker.com/spg/
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