Manifesto del Cinismo-Scetticismo


Manifesto del Cinismo-Scetticismo

di Jàdawin di Atheia

Questo è uno scritto che risale a circa il 1981 dc: è pressoché opera mia, e di pochissimi altri. Facemmo anche un solitario attacchinaggio sui muri di alcune università di Milano e di alcune scuole.

È il frutto della disillusione della fine degli anni Settanta, del riflusso e della lettura di Max Stirner. Quella che segue è la terza edizione del Manifesto.

***

Come mai “cinismo-scetticismo”?

Chiariamo subito che è una provocazione ironica contro tutti gli “ismi” che hanno imperversato negli ultimi anni, rovinando vite e coscienze e recando confusione laddove poteva esserci chiarezza, ora che queste ideologie sono ormai prive di fondamento e prospettive.

I due termini usati stanno inoltre ad evidenziare la nostra sfiducia ed incredulità verso qualsiasi ideologia preposta e proposta ad un cambiamento radicale di questa società, che sia veramente tale e che non si risolva, come finora è avvenuto, in un fallimento o in una mera riproposizione degli stessi valori e principi della società attuale, mediocremente rivisitati e squallidamente mascherati come “rivoluzionari”.

Ovviamente gli esempi si sprecano.

C’è chi ancora crede, bontà sua, nella validità e proponibilità della “gloriosa Rivoluzione d’Ottobre”, c’è chi è “rifluito”, eufemismo per non dire “integrato”, in maniera indegna e diffamatoria, c’è chi è ancora maoista perché gli attuali dirigenti cinesi sono “revisionisti e traditori” (però siamo sicuri che dalla Cina di Mao sarebbero scappati al volo), e c’è chi, per avere ancora qualcosa da dire, usa una dialettica densa di sottili distinguo che tempi addietro non avrebbe nemmeno preso in considerazione, il tutto in un’ottica democratica, al passo coi tempi.

Gli unici “compagni” ancora in circolazione o sono vecchi irriducibili fedeli dello storicismo marxista dei tempi lunghi, quelli che ancora credono che se non verrà la rivoluzione il capitalismo cadrà vittima delle sue contraddizioni, magari dopo un olocausto nucleare, oppure sono giovanissimi freschi alla politica e illusi e, siccome siamo nella prima metà degli anni Ottanta e non nel 1969, molto più stupidi.

Tra le file dei primi è spiacevole annoverare anche Ernest Mandel, che parla di tardo-capitalismo e si illude sulla sua caduta, nonostante sia un grande economista militante della IV Internazionale trotzkista.

Ci sono anche i mezzi integrati, che si sono fatti una ragione e sono diventati artisti, impiegati modello, psicanalisti o aspiranti tali, intellettuali “disorganici” che discutono oziosamente su quello che altri o, magari, essi stessi consideravano qualche anno prima “cultura borghese” falsa, decadente e inutile, e apprezzavano solo Ivan Della Mea, Franco Trincale, gli Inti Illimani e via annoiando nella “cultura proletaria”.

Anche noi abbiamo cambiato idea e non per questo li rimproveriamo, ma per il modo con cui lo hanno fatto.

Abbiamo cominciato ad avere dei dubbi proprio con il problema della cultura.

Allora si liquidava tutta la cultura precedente perché era prima della Rivoluzione, ed esprimeva valori di classe (borghese o comunque benestante) e si salvavano solo gli artisti proletari, ovvero i peggiori, sempre che fossero in linea.

Noi non eravamo d’accordo.

Pensavamo e pensiamo ora più che mai che una cultura unita a una concezione di rispetto e vita in armonia con la natura e con l’ambiente sia l’unico cardine e sostegno di un’esistenza degna di essere vissuta. La cultura passata, pur di classe e proprio per questo, è un elemento fondamentale della vita degli individui nel corso del tempo e come tale è parte di tutti noi, anche se non ce ne rendiamo conto.

Non eravamo d’accordo coi sogni millenaristi di chi era pronto a buttare a mare tutto il passato, e con esso le proprie origini, con la scusa di fondare un mondo completamente nuovo, in cui il vecchio in quanto tale era negativo e non aveva posto: tutto ciò che aveva qualche relazione con lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo doveva scomparire, e sappiamo bene che ancora oggi c’è gente disposta, con questa mentalità, a radere al suolo città, cattedrali, monumenti e a bruciare opere d’arte e libri, proprio come hanno fatto despoti e papi, tiranni e sacerdoti, gli stessi che si urlava a gran voce di voler combattere.

Erano gli stessi che, pur avendo in parte goffamente sperimentato nuovi modi di convivere e di rapportarsi con gli altri, non erano stati capaci di uscire dai ruoli di genere loro imposti dai genitori, dalla famiglia, dalla società, dalla scuola e dagli stessi leader rivoluzionari.

Costoro non capiscono, ovviamente, che ai fini ideologici non è importante il simbolo ma il suo significato.

Quando il fiume impetuoso della protesta e della contestazione è cominciato a diventare un rigagnolo, ovviamente insieme alla frustrazione ed alla delusione è arrivata anche una maggiore disponibilità alla riflessione. Le lenti colorate dell’ideologia sono cadute e i paraocchi si sono aperti. Questo anche grazie alla degenerazione dei rapporti tra i Paesi comunisti indocinesi, il regime fanatico, mostruoso e assassino dei Khmer rossi cambogiani, i profughi vietnamiti della boat people, pur con l’oro nei vestiti e la scarsa propensione a rimboccarsi le maniche.

Lasciando da parte diplomi e specializzazioni abbiamo cominciato a pensare che se dopo tanto tempo dalla pubblicazione del Manifesto di Marx ed Engels e dalla Rivoluzione Bolscevica non un solo Paese poteva essere considerato autenticamente socialista e quei pochi che si ritenevano tali mostravano piuttosto il volto della burocrazia e della repressione, qualcosa non funzionava.

Non funzionavano le analisi e le previsioni di chi considerava la società e i meccanismi socio-economici solo campi di esercitazione per formule matematiche e analisi astratte e non come insiemi e processi di individui con complesse interrelazioni. Noi non consideravamo più tali insiemi come masse compatte con poche e chiare posizioni contrapposte ma come pluralità di individui veramente a sé stanti, ognuno con una sua storia, una sua personalità ed un suo modo di ragionare. E a gente che vive e lotta giorno per giorno per la semplice sopravvivenza in questo mondo ostile non si può ancora parlare di tempi lunghi e di sol dell’avvenire: non ascoltano più.

Si potrebbe avanzare l’ipotesi che spieghi perché le grandi stagioni della Storia e dei movimenti culturali, artistici e politici durano dieci o vent’anni: caduta un’illusione se ne cerca subito un’altra di cui nutrirsi per un altro periodo.

Anche noi, che come unica certezza possediamo quella che appunto di certezze non ne abbiamo, non siamo certi se dare ragione agli idealisti o agli indifferenti, consci di come queste siano però solo categorie di comodo, molto labili e aleatorie.

Nella prima categoria, nella quale ci ritroviamo pur se scettici, possono ritrovarsi in parecchi:

  •     fanatici soldati del partito armato che, invece di limitarsi ad eliminare qualche ben noto e repellente esponente del potere senza tante chiacchiere, continuano a lasciarsi alle spalle morti inutili condite con una ideologia irreale e priva di fondamento, ciò dimostrato da un’incredibile propensione al pentimento;
  •     i riformatori di ogni sfumatura e profumo floreale che hanno sempre accettato questo sistema pur con qualche superficiale correzione e modifica, e attualmente straordinariamente somiglianti ad altri passati regimi e metodi;
  •     gli ex-rivoluzionari, che non parlano nemmeno più di rivoluzione ma soltanto di ampliamento della democrazia, alla disperata ricerca, però, di un Nicaragua che sostituisca nei loro cuori la non più tanto idilliaca Indocina;
  •     i mistici orientalisti o celtici e i variamente definibili paladini della Tradizione, che non hanno certo paura si essere, di volta in volta, evoliani, guenoniani, mussulmani, neodestristi, tolkeniani e buddisti;
  •     e anche, perché no, i militanti integralisti dei cattolici d’assalto che hanno, a loro modo, degli ideali da perseguire con cieca determinazione, sorretti nella fede dal peggior papa reazionario degli ultimi secoli.

Nella categoria degli indifferenti e in qualche caso opportunisti si possono collocare:

  •     la moltitudine sterminata degli ignoranti, magari orgogliosi di esserlo, dei sacerdoti del banale e del luogo comune;
  •     quelli che agitano la mano quando “c’è la televisione”;
  •     i tifosi degli stadi e gli ultrà delle varie squadre che si ammazzano tra di loro riparandosi dietro colorazioni politiche quanto mai ridicole e fuori luogo;
  •     quelli che vogliono un governo stabile non importa di che colore sia;
  •     i “lettori” di giornali ma solo delle pagine sportive;
  •     i corridori della Stramilano all’insegna del qualunquismo generalizzato e del marciamo in allegria a tutti i costi invece che fare le manifestazioni;
  •     gli spettatori che si assiepano estasiati alle marce dei bersaglieri;
  •     i ballerini del liscio e i saltellatori di discoteca;
  •     i paninari coi loro giubbotti e le loro facce da bravi ragazzi;
  •     i buzzurri e i cafoni di tutte le razze e provenienze, stipatori di stazioni e metropolitane.

Costoro sono, tutti o in parte, anche quelli che sono disposti a credere in un’ideologia solo a tempo determinato. Considerando solo questo ultimo aspetto possiamo dar loro veramente torto?

Dar loro ragione equivale, vista la situazione attuale, a ritenere valido il riformismo, il sindacalismo e tutte le lotte minime e settoriali che non mettono in discussione il sistema alla radice ma che, bene o male, ottengono dei risultati pratici che si possono constatare. E noi, a maggior ragione, che non crediamo più alla rivoluzione totale, a breve o a lungo termine, non dovremmo forse rifugiarci nel riformismo, giudicandolo il minor male?

Per noi invece l’unica soluzione è quella dell’indifferenza ironica, cinica e scettica.

Siamo ironici perché constatiamo che è una qualità che manca a tutti i politici, comunisti del PCI in testa, e perché pensiamo che un’ironia non generalizzata e qualunquista, ma comunque rivolta a tutti coloro che si rendono ridicoli, e sono tanti, potrebbe far molto più male di tante seriose discussioni e tavole rotonde.

Siamo cinici perché non abbiamo rispetto per nessun valore, per nessuna morale, per nessun tipo di etica, giudicando tutto ciò una limitazione della libertà e delle potenzialità degli individui.

Siamo scettici perché siamo convinti che nessuna teoria o idea, sia nel campo filosofico-scientifico sia nel campo politico-culturale, sia positiva o negativa, giusta o sbagliata in toto, ma che ognuna abbia in sé, in varia misura, aspetti corretti ed errati.

E infine siamo scettici di fronte a qualsiasi prospettiva di cambiamento perché non vediamo le prove di una loro fondatezza.

Siamo convinti che un cambiamento reale, per essere tale, debba essere radicale ma, ciò nonostante, diffidiamo dei messia, dei profeti, dei posseduti da idee fisse.

Che cos’è un’idea fissa? – si chiedeva Max Stirner, divenuto ingiustamente e suo malgrado un profeta dell’anarchismo – un’idea che ha soggiogato l’uomo…oppure tutte le chiacchiere idiote dei nostri giornali, per esempio, non sono discorsi da matti, da maniaci delle idee fisse della moralità, della legalità, della cristianità etc? Se sembra che questi matti circolino liberi è solo perché il manicomio in cui si trovano è grande quanto il mondo…Basta leggere i quotidiani di questo periodo…e ci si convincerà facilmente di qualcosa di tremendo: siamo rinchiusi insieme a dei matti…Allo stesso modo ci sono grossi in folio sullo Stato senza mai mettere in questione la stessa idea fissa dello Stato e i nostri giornali rigurgitano di politica, perché sono fissati sull’idea che l’uomo sia fatto per diventare uno zoon politikon; e così i sudditi vegetano nella sudditanza, i virtuosi nella virtù, i liberali nella “umanità” etc. senza mai provare sulle loro idee fisse il coltello tagliente della critica…chi le mette in dubbio compie atto sacrilego, ecco cos’è veramente sacro: l’idea fissa!

Facciamo nostro, in gran parte, quello che Stirner ha voluto lasciarci: l’essere contro fino all’estremo, il materialismo esistenziale, l’esaltazione dell’individualismo e dell’egoismo, ma in un senso molto più costruttivo di quanto sembri a prima vista. Perché certe opposizioni non riescono a svilupparsi? Esclusivamente perché non vogliono abbandonare il tracciato della legalità o della moralità. Di qui le enormi ipocrisie a base di abnegazione, di amore ecc.; un vero schifo, da far venire ogni giorno la nausea più profonda di fronte a questo comportamento corrotto e ipocrita di un'”opposizione legale”…una rivoluzione e addirittura un’insurrezione è sempre qualcosa di “immorale”, qualcosa a cui ci si può risolvere soltanto se si smette di essere “buoni”, e allora si diventerà “malvagi”, o altrimenti né l’una né l’altra cosa.

Lo Stato lascia gli individui il più possibile liberi di giocare come vogliono, basta che non facciano sul serio e non lo dimentichino…la questione della proprietà non si può risolvere così facilmente come vagheggiano i socialisti e perfino i comunisti. Essa si risolverà soltanto con la guerra di tutti contro tutti. I poveri diventeranno liberi e proprietari solo quando si ribelleranno, si rivolteranno, insorgeranno. Quel che essi vogliono non è niente di meno che questo: la fine delle donazioni…

Anch’io amo gli uomini, non solo alcuni singoli, ma ognuno. Ma io li amo con la consapevolezza dell’egoismo. Io li amo perché amarli MI rende felice, io amo perché l’amore è per me un sentimento naturale, perché MI piace. Io non conosco alcun comandamento d’amore…se ci sono i ricchi, la colpa è dei poveri e noi aggiungiamo “in quanto non hanno impedito ai ricchi di diventare tali”.

Noi non ci consideriamo discepoli di Stirner, né tanto meno stirneriani, poiché proprio questo sarebbe la negazione del suo pensiero, così come Marx stesso diceva di non essere marxista. Ciò nonostante pensiamo che il nocciolo del pensiero di Stirner, da lui appena fatto intravvedere, stia in questo: tutto quello che ci danneggia accade perché noi permettiamo che accada, se ci ribellassimo, se ci opponessimo, non ci sarebbero sopraffazioni; se una società giusta ha la possibilità di esistere, è una società di individui unici che, difendendo ognuno la propria inviolabile unicità, si uniscono in una Unione di Liberi per sconfiggere la sopraffazione e l’ingiustizia.

Stirner dice io ho fondato la mia causa su nulla dicendo in realtà io non ho fondato affatto la mia causa perché non ne ho bisogno, essendo la mia persona stessa l’unica mia causa.

Noi siamo pessimisti: non abbiamo ragioni per credere che i miti della maternità, della famiglia, della Chiesa Cattolica e non solo, del consumismo e della sacralità della vita cadano e si dissolvano in un tempo accettabilmente breve; non pensiamo affatto che si possa arrivare definitivamente a un mondo dove la superstizione sia bandita, dove ognuno usi gioiosamente del proprio e dell’altrui corpo senza sentirsi in dovere di procreare a tutti i costi un bambino, dove la vita sia sacra ma nelle migliori condizioni di salute e non si abbiano remore a sopprimere un bambino già condannato ad essere un infelice per tutta la vita o a “staccare la spina” a un povero vecchio destinato comunque a un’agonia lunga e dolorosa; un mondo non più sovrappopolato ma dove una popolazione scarsa viva in un ambiente naturale integro e sano, pullulante di vita e di risorse pulite e ragionevolmente senza fine; un mondo dove non si produca solo l’indispensabile per una miriade di straccioni ma dove il superfluo ed il lusso siano alla portata di chi li voglia per il proprio piacere e non per quello che oggi rappresentano; un mondo dove non tutti siano poeti, scrittori, scultori, pittori e artisti, come ingenuamente sognava Marx, ma solo chi si senta di esserlo per sue proprie innate attitudini e non per “scuola”; un mondo a misura di tutti gli uomini e di tutte le donne, in cui si lavori il giusto necessario per vivere e non il contrario.

Un mondo così tanti lo sognano, e noi più degli altri, ma non crediamo che sia possibile arrivarci: per questo non facciamo più politica, per questo annulliamo la scheda alle elezioni, per questo, noi che ci abbiamo creduto veramente, non dedichiamo più la nostra vita ad una causa irrealizzabile. Tutt’al più si potrebbe fare qualcosa a titolo dimostrativo, ma di segno nettamente opposto al pacifismo, che noi detestiamo profondamente.

Per esempio, noi siamo contro la caccia, totalmente e senza condizioni: lo Stato non vuole abolirla perché ci sono troppi interessi in gioco? Benissimo, si potrebbero organizzare di “cacciatori” che mirerebbero però proprio alle natiche dei cacciatori, magari con scariche di sale, tanto per informarli di come ci si sente a essere preda loro stessi.

Ci sono insediamenti residenziali che deturpano il paesaggio e degradano la nostra terra a un gigantesco luna park? Li si fa saltare con la dinamite, naturalmente senza fare vittime, poiché noi non vogliamo ammazzare nessuno, anche se molti lo meriterebbero. E che non ci vengano a parlare delle costruzioni abusive con grande meraviglia, perché sappiamo bene che lo Stato ha i mezzi per accorgersi di una costruzione abusiva prima ancora che scelgano il terreno su cui edificare. E che ammettano che sono corrotti e prendono mazzette, anche se lo sappiamo già.

C’è il grosso giro delle pelliccerie, causa di sterminio di povere bestie magari allevate apposta per essere spellate? Si inducono i proprietari delle industrie e delle attività collegate a cambiare mestiere, incendiando loro la sede dell’attività. Un avvertimento di stampo mafioso utilizzato a fin di bene.

Ci sono le fabbriche che inquinano l’aria, l’acqua e il terreno come se niente fosse? Le si sabota, se ne boicotta la produzione, si sequestrano i beni prodotti e li si regala a chi ne ha bisogno.

C’è lo speculatore, il professionista, il dirigente che guadagna cento e denuncia dieci al fisco? Si forniscono le prove dei suoi raggiri all’autorità preposta e, siccome questa non farà niente o si farà corrompere, si provvede autonomamente al prelievo fiscale nei suoi confronti.

C’è lo speculatore che ogni anno da a fuoco migliaia di ettari di bosco per poi comprare il terreno bruciato per quattro soldi e così edificare? Gli si incendiano i beni, e se ci riprova lo si convince con sistemi più adeguati.

I gitanti della domenica se ne fregano dell’ambiente e lo riducono come la periferia cittadina dalla quale provengono? Li si obbliga a ripulire dove hanno sporcato e si da loro una lezione che non dimenticheranno facilmente.

Gli automobilisti guidano come deficienti, senza mettere le frecce e senza rispettare le più elementari norme di sicurezza e di prudenza? Li si insegue e si sfascia loro l’auto.

Sono metodi illegali? Certamente. Sono atti di terrorismo? È probabile, ma è l’unico modo veramente incisivo per dissuadere le ributtanti persone, e sono molte, che appestano la nostra società rendendola invivibile, repellente e disgustosa. E a chi crede nei metodi “legali” e pacifici diciamo solo questo: se si facesse la prova, dopo qualche mese di azione sistematica si vedrebbero più risultati che dopo anni delle loro campagne di stampa, denunce, sottoscrizioni, appelli, raccolte di firme, cause in tribunale e sdegnate grida di allarme delle persone benpensanti.

Io troverò senz’altro abbastanza persone che si uniscano a me senza giurare sulla mia stessa bandiera…: con queste parole di Max Stirner concludiamo questo Manifesto senza appelli né proclami, senza neanche firmarci.

L’unica firma potrebbe essere infatti

NOI

ovvero

Io+Io+Io+Io+Io+Io…………..+Io

l’Unione dei Liberi

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