L’ultima guerra di Mario Monicelli

 

Da www.lastampa.it 30 Novembre 2010 dc

L’ultima guerra di Mario Monicelli

di Andrea Scanzi

E’ appena finito un giorno terribile. Una delle ultime coscienze critiche di questo paese se n’è andata. Per sua stessa mano.

Mario Monicelli si è ucciso. Diranno che non doveva. Si chiederanno come possa uccidersi un uomo di 95 anni. Scriveranno che il suicidio è peccato. Come se uno, anche da morto, debba beccarsi gli strali del bigottismo più palloso. Quello che ha sbertucciato per una vita intera.

Diranno anche che un uomo di 95 anni non si piange. Che la morte fa parte della vita (sempre originali, i coccodrilli). E invece no. Questa è una morte che fa più male di quella di un bambino. Perché Monicelli era un bambino. E non era un bambino come gli altri.

E’ vero, non faceva più grandi film. Poteva permetterselo: uno che gira La Grande Guerra, da sola, può anche smettere di pensare. E lui non aveva mai smesso. Non solo ne I soliti ignoti.

Non so se l’avrebbe preso come complimento – non credo -, ma le sue cose migliori ultimamente erano le interviste. Neanche sei mesi fa, aveva raccontato in due minuti lo schifo dell’Italia contemporanea. Uno dei momenti più alti mai visti nel piccolo schermo. A Raiperunanotte, mentre in studio c’era un quasi cantante che si metteva i baffi finti e col suo inutile narcisismo faceva capire – per contrasto – quanta differenza passi tra gli Artisti di ieri e i Furbastri di oggi (sì, parlo di Morgan).

Riguardatevi quei due, tre minuti. Quelli in cui Monicelli parla di noi, degli italiani: è il nostro autoritratto. Quello che non ci piace guardare, perché siamo brutti e stupidi. Ignoranti e pavidi. E lui ce lo ricordava. Nei film, nelle interviste. In ogni cosa che diceva e pensava.
Era vivo, Monicelli. Anche troppo. Andava in tivù e amava dire che faceva ancora sesso. Che la morte non gli aveva mai fatto paura. Che Dio non l’aveva mai visto, quindi non c’era motivo di temerlo.

Era così vivo che ha deciso di scegliersela, la morte. Non meno di suo padre. Dall’alto, come Primo Levi. In controtempo, come Cesare Pavese. Uno schiaffo alla stasi italica, come Luigi Tenco.

Un’ultima inquadratura geniale, irriverente. Quasi come una commedia. Un lancio nel vuoto ad anticipare una trama scontata. A sporcare la retorica che non avrebbe sopportato. A dare inchiostro ai soliti bacchettoni. A riderne, chissà dove. Se esiste un Dove.

E’ un anno implodente. Se ne vanno tutti. Quasi che il pensiero fosse da noi un bagaglio fuori luogo. Quasi che l’Italia non se li meritasse.

Mario Monicelli ha vissuto come ha voluto e così è morto. Senza rimpianti. Con la certezza che non c’era più niente da perdersi.

Senza lui farà ancora più freddo. Freddo dentro. Circondati da politicanti schifosi, italiani medi ampiamente al di sotto della deficienza. Tutti amici miei senza supercazzola. Tutte comparse immeritevoli di un Regista troppo arguto per scendere a patti con la banalità di un pensiero scomparso.

Ciao, Maestro. E grazie.

Serpico, il poliziotto eroe

Da la Repubblica e da http://mosaicogiovanissimi.blogspot.com , entrambi del 25 Gennaio 2010 dc:

Serpico, il poliziotto eroe

di Vittorio Zucconi

Serpico
Frank Serpico

Nell’alta valle del fiume Hudson, dove l’acqua del fiume che bagnerà poi Manhattan è ancora limpida, vive da eremita il vecchio che fece crollare il “Blue Wall”, il muro blu dell’omertà e della corruzione poliziesca a New York: Serpico. Nel cranio porta ancora i frammenti dei proiettili che gli furono esplosi in faccia. Nel cuore l’amarezza per essere stato dimenticato ed espulso dai “fratelli” in uniforme come un rifiuto tossico. Nel nome riassume la vergogna e lo scandalo che cambiò la polizia in blu e che fece di lui un libro venduto a tre milioni di copie, un’inchiesta ufficiale devastante e un film leggendario.

Lo ha scovato, nella capanna di tronchi da pioniere che egli stesso si è costruito e dove vive con la sua “ragazza” come chiama la signora di cinquant’anni che gli fa compagnia, il New York Times, mezzo secolo dopo quel 1959 nel quale Frank Serpico divenne patrolman, piedipiatti, poliziotto di quartiere a Brooklyn. Frank, che da vecchio somiglia sempre più, nella barba un po’ irsuta, nel volto stazzonato da 73 anni di vita dura, nella bandana che gli avvolge la testa ancora trafitta dal dolore dei frammenti di piombo, al personaggio che Al Pacino portò sullo schermo non è, neppure nella quiete profonda dei boschi, un uomo in pace. Serpico è ancora in guerra col mondo, come era in guerra con i gangster, i pusher, i magnaccia, i mafiosi di Brooklyn, ma soprattutto con i suoi colleghi del “Nypd”, il Dipartimento di Polizia, che di quei delinquenti erano al soldo. “Ho ancora incubi – racconta – ogni volta che schiudo una porta, vedo la canna della pistola che mi sparò in faccia”.

Vede, soprattutto, quello che accadde dopo, mentre lui cadeva sul pianerottolo della casa di Brooklyn dove era entrato per fermare lo scambio di 10 chili di eroina, con il volto coperto di sangue. Ricorda i colleghi in blu e in borghese, quelli come lui, i detective under cover che assistono alla sua probabile agonia senza invocare nei walkie-talkie e nelle autoradio il “Codice 10-13”, “agente a terra colpito”, che avrebbe richiamato le ambulanze. Rivede il vecchio immigrato clandestino, un messicano, che da un appartamento vicino chiamò i soccorsi, prima che un’autopattuglia finalmente lo buttasse sul sedile posteriore, portandolo a un ospedale. Frank Serpico, il “napoletano”, il figlio di un italiano arrivato da Marigliano, oggi uno dei borghi satellite più inquinati di Napoli, doveva morire perché tutti sapevano che aveva deciso di scuotere l’albero della cuccagna, i soldi che la polizia incassava dalla malavita.

Non so che cosa sia cambiato, forse qualcosa, forse niente”, dice oggi, da lontano, nella solitudine della sua log cabin, della capanna di tronchi, “Paco”, come lo avevano soprannominato, dove sta scrivendo le memorie “prima che sia troppo tardi”. Allora molto sembrò cambiare, e quella schioppettata in faccia che lui si prese entrando nel nido degli spacciatori nell’indifferenza soddisfatta dei colleghi fece finalmente tremare il “Muro Blu”. Fu insediata una commissione d’inchiesta guidata dal giudice Knapp che scoperchiò, per la prima volta, il pentolone. Dozzine di agenti, di detective, di ispettori, di dirigenti, furono arrestati o radiati, permettendo ad altri di dimettersi in silenzio, per salvare quello che restava della “faccia”.

La Commissione Knapp cercò di distinguere fra la grande corruzione e quella spicciola, quotidiana. Disegnò due categorie di poliziotti “on the take”, come si dice nel gergo, pagati dai criminali. I Vegetariani, i “grass eaters”, quelli che si accontentavano di brucare le banconote infilate nella stretta di mano, di fare la spesa e di cenare gratis nei negozi e nei ristoranti per non vedere quello che accadeva nei retrobottega. E i Carnivori, i “meat eaters”, i complici ingordi delle grandi organizzazioni, dei gangster, delle “famigghie”, delle quali erano la protezione e la copertura. Si parlò di “centinaia di milioni di dollari” ruminati o divorati ogni anno da vegetariani come da carnivori.

Il figlio dell’immigrato napoletano che “non ci stava” fu celebrato fuori ed esecrato dentro: “avevo spezzato l’omertà”. Venne promosso a detective, decorato con una medaglia che oggi tiene buttata in un cassetto, salutato davanti alle telecamere dai tromboni del potere come un eroe. E poi, appena cinque anni dopo la grande “pokazuka”, la sceneggiata del risanamento, allontanato. Scomparve. Emigrò in Europa, in Svizzera, quanto di più lontano dalla sua New York si potesse trovare, vivendo con la quota di diritti d’autore sul libro che Peter Mass aveva scritto su di lui e con lui, e sul film girato da Sidney Lumet con un sensazionale Al Pacino.

Ma neppure la Svizzera fece di lui un mite borghese integrato. Quando si rassegnò a tornare in patria, tornò a New York, sì, ma nello Stato, nel nord selvatico. Riprese i panni dello hippie che usava da investigatore e l’irrequietezza del ribelle che era sempre stato, anche con il “badge”, con il distintivo della polizia, e la sua famosa Browing 9mm sotto gli stracci da vagabondo. E anche dalla solitudine silvana non avrebbe mai smesso di dar fastidio. Oggi nel suo blog ringhioso, ieri con lettere ai giornali avrebbe continuato a irritare quella polizia in cui, da bambino italiano, aveva sognato di entrare. “Forse sono meno corrotti, ma sono ancora più brutali e quindi ancora più fuori dalla legge che dovrebbero far rispettare”, dice e ricorda Amadou Diallo, il ghaniano di 23 anni disarmato che quattro poliziotti del Bronx abbatterono nel 1999 sparandogli 41 colpi di pistola in corpo per “malinteso”, uscendo tutti assolti.

Non c’è pace per lui, neppure fra i larici e gli abeti del Nord, dove la compagna lo sorprende a seguire tracce di sangue nella neve per raggiungere animali, cervi, orsi, procioni, martore e scoprire perché abbiano sanguinato.

Un matto, un maniaco, come tutti coloro che si ostinano a credere alla giustizia.

 

Fabrizio De Andrè. La mostra

Fabrizio De Andrè. La mostra

PROROGATA

 fino al

21 Giugno 2009 dc

Genova, Palazzo Ducale, Piazza Matteotti 9, Orario: dalle 9 alle 20, Venerdì fino alle 23, Lunedì chiuso

“Religiolus”, un film coraggioso

“Religiolus”, un film coraggioso

USA, 2008. Documentario, titolo originale Religulous, durata 101′, regia di Larry Charles.
Con Bill Maher, Steve Burg, George W. Bush, Kirk Cameron, George Coyne, Tom Cruise.

Film recentissimo (da noi), uscito nelle sale milanesi il 13 Febbraio 2009 dc, ha suscitato vaste polemiche e le reazioni come di consueto fanatiche e censorie dei soliti credini (loro sì, come al solito, intolleranti!) che, addirittura, in alcune località hanno fatto stampare fascette con la scritta “ateo no” e “vergogna” e le hanno attaccate sui manifesti del film.

Ma la censura ha colpito il titolo stesso del film che, originalmente fondeva in un neologismo il termine religious, religioso, con ridiculous, ridicolo….Così ora il titolo è diventato argomento di fraintendimento per i non molto pratici dell’inglese, che lo traducono in religioso non accorgendosi che il termine inglese è comunque errato: testimonio personalmente per avere sentito discussioni e affermazioni del genere ieri, 17 febbraio 2009 dc, prima e dopo la proiezione.

Tra le recensioni del film comparse nei siti on line che si occupano di cinema la più equilibrata e corretta, secondo la mia opinione, è quella di www.filmtv.it :

Bill Maher, autore e presentatore di alcuni talk show “politicamente scorretti” negli Stati Uniti, intervista personaggi di rilievo e credenti comuni sull’esistenza di Dio e sulla reale utilità e importanza delle religioni organizzate mettendo in rilievo, con il suo tipico sarcasmo, gli aspetti più grotteschi e controversi di ogni credenza.

Film geniale, che si scaglia contro falsi miti e fanatismi, dai monoteismi imperanti e imperialisti alle religioni fai da te di sette, Gesù e San Paolo redivivi, rabbini antisemiti. Un doc intelligente, rigoroso e sferzante. In cui si sorride con rabbia, rispetto e incredulità.

Ecco l’articolo e l’intervista su la Repubblica del 12 Febbraio 2009 dc (correzioni e commenti in rosso sono miei):

Intervista a Bill Maher, attore e ideatore del documentario-inchiesta sulle fedi monoteiste
 In sala da domani. “Voglio mostrare la violenza dei fondamentalisti di ogni fede”

“Religiolus” contro tutti i fanatismi
 “Usate la ragione, non la religione”

“Gli attacchi delle chiese? C’è tanta gente che mi ringrazia per quello che dico”
di Silvia Bizio

Los Angeles – “Smettete di credere o ne soffrirete le conseguenze”. Ecco la sintesi di un film-documentario divertente e tosto come Religiolus, che in Italia arriva domani, distribuito in 30 copie dalla Eagle Pictures. Diretto dal regista di Borat, Larry Charles, concepito e interpretato da Bill Maher, noto comico televisivo americano, il film è un’allegra inchiesta tra gli aspetti più controversi, inquietanti e talora ridicoli (da cui il titolo) delle tre religioni monoteiste, cristiana, ebraica e musulmana. L’obbedienza al dogma religioso, il fanatismo sono da anni bersaglio dei talk-show tv di Maher, da Politically Incorrect all’attuale Real time with Bill Maher. “Nel film mi premeva affrontare la demistificazione del tabù religioso – spiega Maher, 52 anni – Parlare di un argomento delicato, per molti addirittura incendiario, facendo al tempo stesso ridere”.

Con Religiolus, Maher conduce lo spettatore dal cuore puritano dell’America “redneck” alla libertaria Amsterdam (turbata oggi da nuovi conflitti etnico-religiosi), dalla Terra Santa al Vaticano, intrattenendo conversazioni, spesso ilari, con seguaci di ogni fede e mettendo in discussione qualsiasi “prova” dell’esistenza di Dio, toccando anche temi come l’omosessualità. “C’è un prete – racconta Maher – che per mezz’ora ha proclamato davanti alla cinepresa l’inesistenza dell’omosessualità e poi confessa la propria tendenza sessuale…”.

Maher, cosa spera di fare con un film come Religiolus?

“Voglio dimostrare che la religione è nociva alla società e potenzialmente in grado distruggere la nostra civiltà. Io spero che questo film possa sortire un effetto pari se non maggiore di quanto abbia avuto sull’ambiente Una verità scomoda di Al Gore. Spero solo che possa stimolare un dibattito civile e ragionevole”.

Nel film lei dichiara esplicitamente che l’Islam è strettamente connesso alla violenza fondamentalista.

“Sì, ma spero che qualcosa possa cambiare in futuro. L’Islam si trova oggi dove il Cristianesimo si trovava nel 1400, quando cominciò gioco forza ad aprirsi e illuminarsi”.

Teme che il film possa renderla bersaglio di attacchi da parte degli integralisti?

“Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio. Ma non crediate che tutti ce l’abbiano con me: c’è un sacco di gente che mi ringrazia per quello che dico. Basterebbe che gli agnostici (gli atei no?) si organizzassero un po’ meglio, come fanno i religiosi” (Verrebbe da dire parole sante…).

Lei ha realizzato Religiolus prima delle elezioni presidenziali Usa. È cambiato qualcosa?

“Il cambiamento epocale che tutti ci aspettiamo dal presidente Obama deve ancora avvenire. Detto questo, la tematica religiosa e il concetto di fede sono sempre attuali. Il fanatismo dogmatico non è mutato di una virgola da secoli e la tentazione fondamentalista sembra più forte che mai. Per me nessun fondamentalismo è migliore dell’altro: sono tutti aberranti”.

Lei è ateo?

“Preferisco definirmi un realista. Sono figlio di un padre cattolico e di una madre ebrea, ma resto convinto che ai fenomeni della natura ci debba pensare la scienza, non la religione”.

Anche col film lei sembra dire che il fondamentalismo avanza in America e nel mondo. Conferma?

“Certo. Mi fa ancora paura pensare che noi americani siamo stati guidati per otto anni da un presidente anti-intellettuale, anti-scientifico, maniaco di Gesù Cristo, che ci ha condotti in una palude putrida e stagnante. La separazione tra Stato e Chiesa promulgata dai nostri padri fondatori s’è persa per strada. E quanti altri Paesi si trovano in situazioni simili? Il mio monito è soprattutto ai governanti: ricominciante di nuovo a governare con la ragione. Non con la religione”.

(12 febbraio 2009)

 

 

 

Serata per l’ateo De Andrè all’insegna dell’ecumenismo

Serata per l’ateo De Andrè all’insegna dell’ecumenismo

Ieri sera, per circa tre ore su Rai 3, è andata in onda la Serata Speciale di Che tempo che fa dedicata al grande cantautore (che qualcuno insiste a definire anche poeta quasi che la più comune definizione non sia sufficientemente nobile…) Fabrizio De Andrè, purtroppo scomparso dieci anni fa. La trasmissione è stata condotta, come sempre, da Fabio Fazio, che anche questa volta non si è sottratto al suo solito servilismo verso il potere e il conformismo, anche se viene sempre da chiedersi, come si suole dire dalle parti di Roma, se ci è o ci fa: nel primo caso è da compatire e nel secondo da biasimare, in ogni modo non ci fa una bella figura. Accanto a lui, per tutta la trasmissione, la vedova Dori Ghezzi, che ha dato ancora una volta l’impressione di essere troppo presa nella parte della Vedova del Grande Personaggio e sua erede culturale, che francamente non le si addice proprio, nonché abbastanza piena di sé da risultare fastidiosa.

Al di là di questo l’immediata impressione, che si è mantenuta costante per tutta la durata della trasmissione, è che si facesse di tutto per glorificare il grande Faber in due modi principali. Il primo sembrerebbe quello di dargli a tutti costi la patente di poeta, come si è detto, quasi che quello che ha fatto come cantautore, come lui stesso ha dichiarato preferire di essere definito (intervista filmata che compare nella trasmissione stessa!), non fosse sufficiente per gli orrendi intellettuali o, meglio, intellettualoidi che abbondano sulla carta stampata, nel web, nei media radiotelevisivi e tra gli stessi colleghi cantanti, cantautori e discografici.

Il secondo, più evidente, è parso quello di trasformare la vena dissacratoria e controcorrente di De Andrè, a cui debitamente si era subito reso omaggio, quasi non potendone fare a meno come forse si sarebbe voluto, in una più tollerabile contestazione globale inserita in un cercato e voluto senso religioso e in una pretesa ricerca, da parte di Fabrizio, di un ecumenismo cristiano universale anche se, e questo non sono riusciti a negarlo, lontano anni luce dalla ideologia della Chiesa Cattolica. E, del resto, questo era stato anche l’intento perpetrato ai funerali di Faber a Genova (cerimonia religiosa decisa, si disse, dalla famiglia De Andrè) nell’omelia del prelato officiante condivisa, innegabilmente, da una parte consistente del pubblico presente anche fuori dalla chiesa.

Il tentativo è stato evidente già dalla presenza stessa di molti degli ospiti canori, che per fortuna non hanno aggiunto granché di proprio, ben noti per il loro bigottismo: il devoto Lucio Dalla, non a caso il primo della serie, la neo-ispirata Antonella Ruggiero, che non poteva cantare se non Ave Maria da La buona novella, il dotto messia di un po’ di tutto Franco Battiato, che più il tempo passa più si crede e si atteggia da santone culturale, il cantante dalla ottima e pulita pronuncia Jovanotti, noto profeta dell’unica grande chiesa da Che Guevara a Madre Teresa, il chiesastico esecutore Nicola Piovani, pur eccellente autore musicale degli splendidi Non al denaro non all’amore né al cielo e Storia di un impiegato.

Il clou si è avuto, però, con Ermanno Olmi, a cui il mellifluo Fazio, iniziando con un discorso sul comune rapporto con la terra e la tradizione rurale, ha dato l’abbrivio chiedendosi come mai l’ateo De Andrè fosse così interessato a certi valori così profondamente cristiani. L’immeritatamente pluri-premiato regista non poteva esimersi, a questo punto, approvato visibilmente da un gongolante Fabio Fazio e da una annuente Dori Ghezzi, dal riproporre una già collaudata corbelleria sul fatto che Dio avrebbe più gusto a colloquiare con gli atei piuttosto che con i soliti fedeli credenti, e men che meno questi ultimi tra di loro.

Non ci si aspettava, a seguire, niente di diverso dal solito agrodolce ed annacquato criticismo dalla pur brava Littizzetto e, similmente, non ci si attendeva sfracelli anticlericali dall’ottimo Antonio Albanese ma, forse, si sarebbe preferito non sorbirsi Piero Pelù, protagonista della cover forse più riuscita dell’intera serata, Il pescatore, mentre, alla fine della sua esibizione, manda un saluto al solito prete impegnato, subito applaudito e approvato dal solito entusiasta Fazio.

Senza nulla togliere alla validità ed al grande pregio dell’intera opera di Fabrizio De Andrè, che il sottoscritto annovera assolutamente tra i suoi preferiti dai primissimi anni ’70, non bisogna nascondere le innegabili contraddizioni di un autore che, ardente assetato di conoscenza e cultura come pochi altri, ha letto e divorato tonnellate di autori e di concetti, dal super-ateo Max Stirner e dai grandi autori dell’anarchismo ai dottori della Chiesa, dai maledetti Brassens, Rimbaud, Baudelaire, Trenet ai mistici medievali, aspirando ad un impossibile sincretismo tra Gesù, da lui tragicamente definito ripetutamente, ahinoi, il più grande rivoluzionario mai esistito, e le ben più serie istanze rivoluzionarie degli ultimi due secoli che, invece, Fabrizio ha più volte aspramente criticato, sottovalutandole e male interpretandole, in nome di un non molto definito ribellismo solo individuale e mai collettivo.

Non è certo il caso di fare una colpa a Faber se non sapeva decidersi tra la vaga speranza in un qualsiasi aldilà e l’affermazione incerta di un ateismo solo sfiorato, ma non è tollerabile che, per l’ennesima volta, i parrucconi del carrozzone Rai, e i suoi melliflui ed ambigui conduttori, con la complicità di cantanti, musicisti, vedove ed esperti giornalisti, speculino sulla grandezza di chi non c’è più e travisino platealmente il loro pensiero e la loro opera, a uso e consumo della Menzogna Globale e dei suoi scherani.

Jàdawin di Atheia, su www.jadawin.info e su www.resistenzalaica.it

Il film “L’ultima valle”

Il film a contenuto anticlericale “L’ultima valle”, segnalato nel mio sito www.jadawin.info alla pagina “Media” e segnalato all’UAAR perché ne pubblicasse, come ha fatto, una recensione sul suo sito, verrà trasmesso

sabato 22 novembre 2008 dc alle 17,30 su La7

la scheda del film su FilmTV.it
http://www.film.tv.it/scheda.php/film/14508/l-ultima-valle/

la recensione dal sito dell’UAAR (presente anche sul mio sito)

L’ultima valle (The Last Valley, GB 1970) di James Clavell, con Omar Sharif, Florinda Bolkan, Michael Caine, Nigel Davenport, Per Oscarsson, Madeleine Hinde, Arthur O’Connell, Yorgo Voyagis, Miguel Alejandro, Christian Roberts, Brian Blessed.

Nel 1641, durante la guerra dei Trent’anni, Vogel (Omar Sharif), un professore, tenta di salvare una valle della Germania meridionale dalle orde mercenarie.

Quest’interessante e, purtroppo, misconosciuta pellicola, va citata nella presente filmografia soprattutto per la figura di Erica (Florinda Bolkan): una donna passionale ed esperta di erbe medicinali, che il prete del villaggio, padre Sebastian (Per Oscarsson), perseguita come strega, giungendo a mandarla sul rogo; il professore sarà costretto a uccidere la donna per non farla soffrire.
Ma verrà anche il tempo della vendetta: aiutato dagli abitanti del villaggio finalmente destatisi dal loro torpore bigotto, Vogel finirà per uccidere a coltellate il prete fanatico…
Dal romanzo di J. B. Pick “The last valley”. L’australiano James Clavell (1924-1994) è più noto per i suoi racconti e romanzi (La mosca, Shogun, Tai-Pan) spesso adattati per il cinema o la TV. Come regista, “L’ultima valle” va considerato il suo miglior film.

la mia integrazione

Questo film è nella scarna lista di opere cinematografiche con contenuto anticlericale o ateoagnostico: il protagonista, uomo pacifico, fugge per boschi e montagne da quella spietata guerra di religione che sconvolse per tre decenni l’Europa centrale, cercando un posto tranquillo. Lo trova in una sperduta valle di quella che, secoli più tardi, sarà la Svizzera. Il paesino in cui si rifugia, dapprima deserto, viene poi conquistato dalle truppe guidate da Michael Caine (non ricordo a quale fazione appartenessero). Tra le truppe e gli abitanti del villaggio si instaura l’accordo di difendere la valle da altre truppe, che prima o poi arriveranno. E così infatti succede.
Ma alla fine della vicenda narrata nel film Vogel dovrà riprendere il suo cammino per sfuggire al delirio fanatico ed assassino che imperversa….

Jàdawin di Atheia