Brasile, convivenza a tre: è un’unione civile

Dal sito Cronache Laiche 31 Agosto 2012 dc

Diritti e Rovesci

Brasile, convivenza a tre: è un’unione civile

Accade a San Paolo (Brasile) dove la notaia Claudia Domingues ha dato riconoscimento legale al singolare trio. Suscitando un monte di polemiche.

di Adriana Terzo

Rio de Janeiro, 29 agosto – Un uomo e due donne, che vivono da tempo sotto lo stesso tetto, dividendo le spese e persino un conto corrente in banca, formano, a tutti gli effetti, una unione stabile, degna di riconoscimento formale. Così lo ha ritenuto una notaia brasiliana a cui i tre protagonisti si sono rivolti. Ma la decisione ha già sollevato un monte di polemiche in Brasile.

Il trio, che ha preferito restare anonimo, dopo tre anni di convivenza ininterrotta ha deciso di ufficializzare il tutto presso un ufficio notarile di Tupà, nello Stato di (San) Paolo. La notaia del posto, Claudia do Nascimento Domingues, non ha avuto esitazioni e ha sancito in un documento con valore legale l’unione civile a tre. L’insolita famiglia è stata registrata come poliaffettiva, un termine non ufficiale nel mondo giuridico.

In teoria – spiegano le specialiste e gli specialisti – adesso avranno più sicurezza legale al momento, per esempio, di dividere i beni, e potrebbero anche esigere diritti e benefici già concessi alle coppie comuni, come la pensione. «La dichiarazione – ha spiegato la notaia – è una modo per garantire ai soggetti in essere gli stessi diritti riconosciuti alle famiglie». «Anche se non sono sposati – ha aggiunto la pubblica ufficiale – i tre vivono insieme, quindi esiste un’unione stabile, con regole precise necessarie a mantenere la struttura familiare».

Le protagoniste della vicenda – avvenuta tre mesi fa, ma resa nota dalla stampa locale solo in questi giorni – attualmente vivono a Rio de Janeiro. Il caso ha raccolto numerose critiche, soprattutto da parte di associazioni e gruppi religiosi: nel gigante sudamericano, solo di recente è stata ammessa la legalità del matrimonio civile omosessuale, la cui accettazione sociale tuttavia ancora stenta a decollare.

«E’ assurdo, qualcosa di totalmente inaccettabile, contraria ai valori e alla morale brasiliani”, ha tuonato Regina Beatriz Tavares da Silva, presidente della Commissione dei diritti della famiglia presso l’Istituto delle avvocate e gli avvocati di San Paolo.

Di diverso avviso Maria Dias, vicepresidente dell’Istituto brasiliano di diritto della famiglia, secondo la quale invece si tratta di ”una realtà di fatto, della cui esistenza tutti sono a conoscenza».

Pisapia: un’occasione di civiltà persa

Dal sito di Democrazia Atea, giugno 2012 dc:

Pisapia: un’occasione di civiltà persa

“Caro xxxxx, nella doverosa premessa che non siamo un esercito, il cui termine fa presupporre normalmente battaglie di aggressione, ti sottolineo che siamo un gruppo di cittadini che ancora distingue il piano delle libertà individuali da quello dei doveri istituzionali. Se credi che quella di Milano sia stata una semplice visita di un Capo di Stato estero forse attribuiamo a questo evento una valenza totalmente differente. Lo Stato del Vaticano si comporta con lo Stato italiano come se fosse una sua colonia.

Se Pisapia avesse voluto mantenere il rigore istituzionale che la carica gli imponeva, dopo il cerimoniale dei saluti non doveva restare ad ascoltare le scempiaggini del dittatore vaticano ma avrebbe dovuto lasciare la manifestazione al “godimento” dei cattolici.

Se rivestendo la carica di sindaco partecipo ad una manifestazione di Casa Pound contro la legge 194 vuol dire che condivido i contenuti di quella manifestazione.

Se partecipo come sindaco ad un raduno di omofobi senza fare o dire nulla contro quanto è stato pronunciato in mia presenza, sto legittimando quanto viene detto.

Pisapia è un uomo che stimo e ammiro ma non santifico e in questa circostanza ha perso una occasione di civiltà. Se solo avesse deliberato di spostare di una settimana questo raduno avrebbe contribuito alla emancipazione di questo Paese riaffermando simbolicamente il primato della Repubblica sullo Stato confinante. Aggiungo che la partecipazione di Pisapia al rituale religioso e non istituzionale della messa nel corso della quale il dittatore vaticano ha pronunciato parole di condanna morale nei confronti di quei cittadini che hanno liberamente scelto di vivere in modo difforme dalle limitazioni cattoliche, non lo ha visto pronunciare parole pubbliche e contestuali di difesa della libertà di scelta in dissonanza e contrasto con quanto veniva detto in sua presenza. Comprendo che se lo avesse fatto sarebbe stato accusato di laicismo, parola tanto cara agli atei devoti. Noi non siamo atei devoti e sappiamo che sono queste grandi manifestazioni che rinsaldano il potere di sottomissione degli italiani verso la monarchia vaticana, anche di coloro che non sono cattolici.

Se Pisapia avesse voluto mandare un messaggio di non sottomissione, ad esempio, avrebbe potuto far presiedere l’evento dal vicesindaco e senza turbare la rappresentanza istituzionale non avrebbe legittimato, con la sua presenza, i contenuti diffusi senza replica da Ratzinger.

Se come sostieni si fosse trattato della visita ufficiale di un Capo di Stato, le convenzioni internazionali vogliono che agli incontri si faccia seguire una conferenza stampa con domande e risposte di chi riceve e di chi è ricevuto. Ma non era una visita istituzionale, era un cerimoniale religioso.

Se noi di DA siamo più critici con Pisapia è perché, a torto, gli abbiamo attribuito una capacità di autonomia dal potere clericale che evidentemente non ha.

Continuo a chiedermi cosa abbia di istituzionale per la Repubblica Italiana, nel giorno del 2 giugno, la celebrazione di una messa nella quale si attaccano dal pulpito delle autorità, le scelte di altri cittadini che non partecipano e che non hanno possibilità di replicare in difesa dei diritti riconosciuti dall’ordinamento cui appartengono. La presenza delle istituzioni mentre venivano pronunciate quelle corbellerie è una forma di legittimazione istituzionale a quanto viene detto proprio perché quel rituale privato è stato trasferito su un piano pubblicistico.

Se pensi che questo sia integralismo sono lieta di essere definita integralista. Ritengo piuttosto di saper ancora riconoscere una sottomissione istituzionale dal libero esercizio della religione. La prima vorrò continuare a criticarla e combatterla e il secondo a difenderlo.”

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea
http://www.democrazia-atea.it

Da parte mia aggiungo che l'”uomo con le castagne in bocca” ha osato salutare quell’individuo anche da parte dei non credenti! Ma come si è permesso? Chi gliene ha dato il diritto?

Jàdawin di Atheia

Pasolini e il movimento No TAV

Pasolini e il movimento No TAV

di Lucio Garofalo, 14 Marzo 2012 dc

Una bieca circostanza, solo apparentemente marginale, che si inquadra nel profilo della vertenza sorta in Val di Susa e che ha destato in me una reazione di scandalo, al di là della dura repressione scatenata contro il movimento No TAV, si riferisce al tentativo di strumentalizzazione e mistificazione ideologica del pensiero di Pier Paolo Pasolini compiuto da alcuni esponenti prezzolati dell’informazione nazionale. Alludo a quanti hanno provato a distorcere e strumentalizzare in modo indegno e disonesto una posizione assunta da Pasolini molti anni fa, il 16 giugno 1968, quando pubblicò i famosi versi intitolati “Il Pci ai giovani”, sugli scontri di Valle Giulia a Roma. In quella occasione Pasolini si schierò dalla parte dei poliziotti, in quanto di estrazione proletaria, mentre si scagliò apertamente contro la “massa informe” degli studenti, figli di quella borghesia che egli detestava profondamente.

Eppure Pasolini non ha mai rinnegato o esecrato i movimenti di contestazione come Lotta Continua o altre formazioni extraparlamentari, con cui ha persino collaborato attraverso esperienze di controinformazione. Si pensi solo alla controinchiesta condotta dal collettivo politico di Lotta Continua guidato da Giovanni Bonfanti e Goffredo Fofi, che si concretizzò nel film-documentario “12
dicembre”, uscito nel 1972 e dedicato alla strage di Piazza Fontana. Un’opera la cui realizzazione coinvolse direttamente Pasolini, il quale contribuì pure alla sceneggiatura.

In altri termini, la disonestà intellettuale e la mistificazione ideologica di questi presunti operatori dell’informazione, in evidente mala fede, consistono nel fatto che essi espongono solo la versione dei fatti che fa loro comodo, mentre tacciono, o fingono di dimenticare, quella porzione di verità che non conviene (o non interessa) raccontare.

Tornando alla questione della TAV, è assai probabile che Pasolini avrebbe solidarizzato e simpatizzato nei confronti della mobilitazione popolare sorta in Val di Susa, conoscendo il rispetto quasi sacrale e la passione viscerale che nutriva per lo studio e la salvaguardia di ogni identità antropologica particolaristica, da intendersi in un’accezione tutt’altro che nostalgica o reazionaria, intimamente connessa ai valori più autentici e genuini dell’uomo, spazzati via dall’omologazione imposta dall’ideologia del “pensiero unico”.

In tal senso la vertenza scaturita in Val di Susa è paradigmatica, in quanto la TAV non è un progetto al servizio della modernità e del progresso dei popoli, bensì delle merci e dei profitti, ossia delle forze egemoni nel mondo capitalistico. Si tratta di una vicenda esemplare che smaschera il volto ipocrita, autoritario e affaristico dei sedicenti “stati democratici”, che dirottano soldi pubblici nelle tasche della grande imprenditoria privata, infiltrata dalla criminalità organizzata, per finanziare opere faraoniche prive di vantaggi sociali e molto discutibili a livello economico, in quanto costose ed inutili per rilanciare l’economia in crisi. Nel contempo si depotenziano le infrastrutture ferroviarie del Sud Italia, considerate di minore importanza, e si tagliano fondi ai settori pubblici che, oltre a creare opportunità di lavoro, forniscono beni e servizi utili alla collettività.

In questa ottica la TAV è una chiara testimonianza dell’assoluta subalternità del potere pubblico alla logica del profitto privato, l’ennesima conferma che certifica il primato della sfera economica sulla dimensione collettiva della politica, anteponendo le leggi ferree e spietate del mercato e la forza smisurata del capitale, agli interessi della comunità, del territorio e della sanità locale, della democrazia e della giustizia sociale.

Di fronte ad ingranaggi così folli e mostruosi, si erge in termini antagonistici il movimento No TAV che, a dispetto di quanti sostengono il contrario, denota un ruolo di protagonismo attivo delle popolazioni locali, che ormai oltrepassa i confini territoriali della Val di Susa e coinvolge gruppi di militanti provenienti da tutta l’Italia e persino dall’estero. Non è un caso che questa vertenza locale si allacci saldamente con le proteste e le rivolte globali che hanno sconvolto il mondo nell’anno appena trascorso.

Del resto, una lotta per la tutela dell’ambiente e della salute della gente, potrebbe configurarsi come una posizione di retroguardia, quindi di conservazione. E in un certo senso lo è. A tale proposito rammento una provocazione “corsara” che Pasolini lanciò oltre 35 anni fa, l’ennesima intuizione “profetica”: in una società consumistica di massa che promuove “rivoluzioni” ultraliberiste che potremmo facilmente definire “di destra”, i veri rivoluzionari sono (paradossalmente) i “conservatori”. I cambiamenti innescati nel quadro dell’economia capitalistica contemporanea, sono di natura liberticida e reazionaria, frutto di un’accelerazione storica improvvisa che ha determinato un processo di sviluppo abnorme ed irrazionale, di globalizzazione a senso unico, in ultima analisi sono “rivoluzioni conservatrici”. Il ricorso ad un ossimoro serve ad indicare la funzionalità ad un’istanza di stabilizzazione conservatrice dei rapporti di forza esistenti.

Quanti si battono per arginare la deriva autoritaria e destabilizzante provocata dallo strapotere delle oligarchie finanziarie, per contenere l’offensiva neocapitalista sferrata contro le conquiste dei lavoratori, per resistere agli assalti della destra più agguerrita e oltranzista (che non è tanto la destra berlusconiana o leghista, quanto quella più elegante e sofisticata delle tecnocrazie che fanno capo al governo Monti), coloro che si adoperano per mantenere le condizioni residuali di legalità democratica e le tutele costituzionali, sono indubbiamente “conservatori”, per cui oggi sono i veri rivoluzionari.

Ma essere contro la TAV non equivale ad essere contro il progresso, bensì contro un falso e aberrante modello di sviluppo che genera una perversa e fallace nozione di “modernità”. Gli esiti rovinosi di questa modernizzazione posticcia sono ravvisabili ovunque, soprattutto in un processo di perversione e degrado dei rapporti umani, improntati in maniera sempre più ossessiva ad un interesse esclusivo, la ricerca del profitto, quale unica ragione esistenziale da esibire e proporre alle nuove generazioni.

Questo paradigma ideologico è altamente diseducativo e deviante, poiché si assume come fine univoco uno stile di vita e di comportamento che diviene pervasivo e non è sorretto da una coscienza intellettuale sufficientemente critica, capace di sostituire, se occorre, quell’esigenza unilaterale e morbosa con valori etici e culturali più gratificanti.

L’imposizione di una visione  della vita che è perfettamente conforme all’ordinamento economico e politico dominante, non si esercita più attraverso strumenti di coercizione e di oppressione diretta, ma si esplica con procedimenti diversi rispetto al passato, ricorrendo a sistemi di alienazione subdola e strisciante che solo apparentemente sono democratici e pacifici, ma in effetti si rivelano più repressivi di una dittatura fascista. Il controllo degli stati e delle società tecnologicamente avanzate non si regge tanto sull’uso della forza militare, quanto sul ruolo di condizionamento, disinformazione e manipolazione ideologica svolto dalla televisione. Vale la pena di richiamare la tesi sostenuta da Pasolini in diverse circostanze a proposito della televisione, considerata come un mezzo di comunicazione antidemocratico, poiché non suscita e non consente uno scambio dialettico interattivo, ossia aperto e paritario, ma al contrario privilegia ed esalta un rapporto autoritario e paternalistico, che non ammette possibilità di replica.

In tal senso, la televisione incarna il nuovo fascismo, il vero Leviatano della modernità.

ISLANDA: Una rivoluzione messa a tacere…

Con sommo piacere, da fanatico dell’Islanda che ho visitato tre volte, pubblico questo articolo dal blog http://leggiamoilgiornale.blogspot.com 1 aprile 2011 dc

ISLANDA: Una rivoluzione messa a tacere…

di Goccia di Neve

Gli islandesi si sono ribellati contro il proprio governo, chiedendo di non pagare il debito delle banche

di Juan Manuel Aragüés 

Ciò che non appare nei media, non accade. Questa è la massima che si deve applicare allo strano caso dell’Islanda. Sì, l’Islanda.
L’Islanda dovrebbe essere notizia, titolo principale dei giornali. Perché? Bene, perché in Islanda, la gente è scesa per le strade, pentola in mano, per mostrare la sua radicale opposizione al suo governo. E la mobilitazione dei  cittadini non solo ha provocato due crisi di governo, ma ha imposto un processo costituzionale, la stesura di una nuova Costituzione per evitare il ripetersi di situazioni simili come quelle che si sono verificate nel corso di questa crisi globale.
Quali sono queste situazioni?
Le tre principali banche islandesi si lanciarono, protette dal neoliberismo rampante, in una politica di acquisto di attivi e prodotti al di fuori dei loro confini. Come è successo con molte banche, quei prodotti sono risultati spazzatura, di quella che a Rodrigo Rato sembrava una stupenda scommessa finanziaria quando era direttore del FMI, che ha portato queste istituzioni alla bancarotta  per i loro debiti in Olanda e Gran Bretagna. Il governo islandese ha provveduto a nazionalizzare le banche e ad assumersi i loro debiti.
Questo ha significato che ogni cittadino dell’Islanda si ritrovasse con un debito di 12.000 euro. Come accade in tutto il mondo, la cattiva gestione degli enti privati, deve essere supportata dalle istituzioni pubbliche e, quindi, dalla cittadinanza nel suo insieme.
La differenza è che i cittadini islandesi, di fronte allo scandalo della situazione- scandalo che è paragonabile a quello che succede in tutti i paesi occidentali– si sono ribellati contro il loro governo. Così, sono scesi in strada, chiedendo di non pagare il debito degli altri. Altri che quando non hanno profitti non si ricordano dei cittadini e degli stati, ricorrono ansiosi ad essi quando si trovano in situazioni d’emergenza. Il governo, che ha insistito per pagare il debito, sotto la pressione fatta dal FMI e dei governi olandesi e britannici, si è visto costretto a convocare un referendum, nel quale il 93% della popolazione si è rifiutata di pagare il debito di altri.
Questo ha causato una crisi politica di profonde dimensioni che ha condotto a due crisi di governo e alla creazione di una commissione di cittadini incaricati di scrivere una nuova Costituzione. Gli islandesi si sono stancati di essere presi in giro ed hanno deciso di prendere il loro destino nelle proprie mani.
Il caso è sorprendente. Ma forse più sorprendente è che questo processo, che si sta verificando in questi due ultimi anni, e che è in pieno fervore, con un’offensiva del Partito Conservatore per dichiarare illegale il processo costituente  (che paura che hanno i conservatori della forza dei cittadini!!), che questo processo, insisto, non ha meritato neanche un solo commento sui mass media.
Quando i vulcani d’Islanda sono scoppiati mesi fa, le sue ceneri hanno coperto l’Europa ed hanno causato un enorme caos aereo. Probabilmente, il timore che le ceneri del vulcano politico islandese provocasse effetti sociali in Europa è una spiegazione plausibile per questo silenzio. L’effetto contagio, lo abbiamo visto nel Magreb, è una delle caratteristiche della società mediatica.
Gli islandesi ci mostrano un cammino diverso per uscire dalla crisi. Tanto semplice come dire basta e ricordare che la politica, e chi la esercita, devono essere al servizio della cittadinanza e non degli interessi di entità private la cui voracità, egoismo, mancanza d’etica (vedasi il caso dei recenti bond per 25 milioni di euro a direttivi del Cajamadrid) è all’origine di questa crisi.
In Islanda è stato adottato l’ordine di fermo contro i dirigenti delle entità in questione. In Islanda, mettendo in un angolo i partiti impegnati a sottomettersi ai diktat dei mercati, la cittadinanza è diventata protagonista.
Gli islandesi l’hanno detto chiaro: che il debito lo paghi chi lo crea, che la crisi la paghi chi l’ha prodotta.

La Protezione Civile in mano ad un ignorante!

8 Agosto 2010 dc, da un telegiornale un servizio sugli incendi introno a Mosca:

La Protezione Civile in mano ad un ignorante!

La Protezione Civile ha prestato due aerei Canadair ai russi per spegnere gli incendi, il cronista intervista brevemente Guido Bertolaso, che sarebbe il capo della Protezione Civile italiana, sull'”anormalità” del grande caldo in Russia e il capo supremo dice, all’incirca, che “…eh, certo, in Russia sono abituati a temperature che arrivano a 35 gradi sotto zero, ora ne hanno più di 35 sopra e quindi…

Incredibile! Possibile che costui non sappia che è NORMALE che in Russia, in estate, ci siano queste temperature, come anche in grandi parti della stessa Siberia?

Sì, è possibile. La Protezione Civile è in mano ad un abissale ignorante, oltre che a un servo prezzolato del Grande Bastardo al governo….

Buone notizie per noi atei

Dal Windows Live Spaces dell’amico Sestante http://se-stante.spaces.live.com 10 maggio 2009 dc:

Buone notizie per noi atei

Così la brava Mina su la Stampa di oggi ci dà anche un saggio delle sue conoscenze linguistiche con due espressioni: una in francese (non tradotta che significa “salta agli occhi”) e l’altra in tedesco (tradotta).

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La calamita del parroco

di Mina

Avrà certamente raggiunto il suo scopo don Mario Pellizzari, parroco di Campigo. Ne vedrà molta, moltissima di gente, oggi, alla messa. Ci saranno giornalisti, telecamere, curiosi e tutta quella varia umanità che segue, assetata, fatti e fatterelli che possano dare una qualche visibilità, che ti permettano di agitare la manina per salutare i parenti e gli amici del bar che finalmente ti vedranno «alla televisione».

«È emerso che il maggior cruccio di genitori e nonni è vedere i loro ragazzi snobbare la messa». E allora cosa fa il parroco di Campigo? Digiuna per 72 ore contro la disaffezione dei fedeli nei confronti della messa. Neanche troppo, giusto il tempo minimo che ci vuole perché la cosa produca una piccola eco. È fin troppo evidente che l’anticultura dell’esagerazione contagia anche i pastori di anime sbandate. Le pecorelle sono in disordine sparso. Serve una calamita. Non c’è spazio per convincimenti spirituali. Bisogna agire sull’attenzione per l’eclatante.

La prima domanda da porsi è: ma veramente quello che preoccupa, che inquieta, affligge e tormenta i parenti dei ragazzi di Campigo in provincia di Treviso è il fatto che i loro figlioli non vadano a messa?

La seconda domanda è: ma dove vivono? In una bolla fatata, in un paese di fantasia, forse a Oz, dove non esiste tutto quello che tocca ai nostri figli che devono combattere con draghi ben più potenti, ben più crudeli, ben più destabilizzanti?

La terza domanda è: ma veramente don Mario, intervistato sul celibato dei preti ha detto: «In Veneto si dice che la moglie è la croce e il marito il crocefisso: noi preti la nostra croce l’abbiamo già, perché andarcene a cercare un’altra?». Sappiamo che i veneti sono spiritosi, non tutti e non sempre però, ma questa mi sembra una battuta agghiacciante. Non mi fa ridere per niente. E non sto a illustrare perché, ça sault aux yeux.

La quarta domanda da porsi è: non saranno proprio le «messe musicali per ragazzi» che il parroco organizza a produrre l’effetto contrario? Gesù ha (avrebbe detto, nota di Jàdawin) detto: «Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno di cieli» e allora lui distribuisce caramelle e cioccolata sul sagrato della chiesa, dopo la funzione. Lodevoli intenzioni, commoventi propositi, suggestivi intendimenti… non so, però, se a Roma saltino dalla gioia per queste iniziative… «La Chiesa non fa granché per adeguarsi ai tempi: io ci provo», precisa ancora il tenerissimo don Mario. Non so, però, se a Roma saltino dalla gioia… più probabilmente werden sie aufspringen, sussulteranno.

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L’articolista, evidentemente molto stizzita dal proverbio riportato dal parroco omette la risposta. Perché, e lo dice in francese, salta agli occhi. Peccato. Ma vediamo di ricostruire il “non detto”. Mina dice:

La terza domanda è: ma veramente don Mario, intervistato sul celibato dei preti ha detto: «In Veneto si dice che la moglie è la croce e il marito il crocefisso: noi preti la nostra croce l’abbiamo già, perché andarcene a cercare un’altra?». Sappiamo che i veneti sono spiritosi, non tutti e non sempre però, ma questa mi sembra una battuta agghiacciante. Non mi fa ridere per niente. E non sto a illustrare perché, ça sault aux yeux.

Forse c’è qui uno scambio di oggetti: se al posto della moglie-croce ci mettiamo il simbolo della sessualità, allora i conti tornano, perché il parroco è sì “crocifisso” e a ragione. Crocifisso dalla sessuofobia incardinata profondamente nella dottrina cattolica e dal ruolo che, da masochista, si è assunto in pieno. Con una contraddizione in più: è anche costretto a difendere a denti stretti l’unità della famiglia, a cui lui stesso ha rinunciato, consolandosi con l’aglietto della citazione di un proverbio malizioso.

Sestante

Pubblicato anche sul mio sito http://www.jadawin.info alla pagina “Politica e Società-6”

 

Caso Englaro

Un solo commento mi viene spontaneo….

Dopo tutto lo schifo che mi è toccato di sentire, leggere e vedere su questa vicenda mi viene spontaneo solo di rivolgere un appellativo ad una delle persone più ributtanti e schifose che siano forse apparse su questo pianeta negli ultimi decenni:

Bastardo, criminale, delinquente, reazionario!

Questi sono gli appellativi che rivolgo ad una delle massime “autorità” di questo nostro infelice Paese. Lascio a voi immaginare a chi mi rivolgo…..

Jàdawin di Atheia