Aborto: un diritto negato

Aborto: un diritto negato.

Perché non ha senso sperare che Papa Francesco sia modernista

Dal blog L’Opinione Politica  15 Marzo 2013 dc, articolo inserito l’11 Aprile ma rimasta erroneamente in bozza fino ad ora! L’articolo è molto interessante e sferza impietosamente alcuni buffoni che imperversano in Italia: giornalisti, scrittori, “progressisti”, “atei illuminati e dialoganti”.

Perché non ha senso sperare che Papa Francesco sia modernista

di Sisto VI

Questo articolo non piacerà ai più: sarà pieno di riflessioni su temi fuori moda e sarà lungo, perchè ho la pessima tendenza di fare discorsi partendo da lontano; tuttavia spero che lo leggiate tutto, anche a rate. Lo spero perché con questo articolo vorrei fare presente il punto di vista dei cattolici tradizionalisti sulla Chiesa, un punto di vista che spesso non è noto e viene bollato con superficiali etichette semplificatrici. Insomma decifrare il punto di vista di chi è interno alla Chiesa.

La fonte principale di queste semplificazioni sono le indigeribili banalità che tutti i media ci hanno costretto ad ascoltare prima del conclave o che abbiamo letto sui giornali questa mattina. Questo non è un articolo per credenti: è un articolo per chi è estraneo alle riflessioni del mondo dei credenti e ha come solo modo di formarsi una opinione a riguardo le banalità ricorrenti dei media.

Partiamo proprio dalle insopportabili chiacchiere dei media di tutto il mondo piene di frasi fatte e di interventi copia-incolla che ripetono ad ogni conclave, questa immagine in inglese le elenca alla perfezione senza che debba farlo io.

Tralasciamo anche gli utilissimi commenti da Capitan Ovvio, con i quali i giornalisti devono accompagnare le dirette nel terrore di non sapere più cosa dire.
Il bombardamento di frasi del genere spinge i credenti non praticanti e chi semplicemente non crede ad avere un’ immagine distorta di come dovrebbe funzionare la Chiesa, dalla disinformazione nascono delle semplificazioni erronee che vengono poi date per scontate.

Non è raro udire persone intelligenti fare dichiarazioni pressappochiste come “Gesù era il primo comunista” o “Gesù faceva così quindi la Chiesa dovrebbe fare X invece di Y”, sono generalmente frasi basate su una rappresentazione pop di Gesù ricavate probabilmente da qualche film. Sono generalizzazioni basate su un’idea stereotipata di come Gesù è rappresentato nella cultura popolare moderna, spessissimo le conoscenze delle scritture di chi le pronuncia non vanno oltre qualche sbiadito ricordo di una messa o del catechismo da bambini.

Ad esempio non è raro imbattersi su internet in persone ignorantissime che cercano di rivelarti la verità nascosta su Gesù perchè hanno visto zeitgeist (minuscola voluta) e si sono bevuti tutto. Tutto questo non ha niente a che vedere con l’essere credenti o meno, dobbiamo semplicemente domandarci se la persona con cui stiamo parlando basa le proprie conclusioni dalla conoscenza dello stesso Gesù di cui parla la Chiesa, ossia quello dei vangeli, oppure del Gesù guru new age inventato dagli hippie, del Gesù rivoluzionario comunista, di quello di Dan Brown o di altri ancora.

A peggiorare la cosa ci si mettono libri ben poco attendibili scritti da chi ne ha fatto la propria fonte di facili introiti editoriali. Anche qui non è questione di credere o meno ma di separare i fatti dalle seghe mentali: se Augias scrive l’ ennesimo libro scopiazzando fesserie già ampiamente smentite per arrivare alla straordinaria rivelazione che Gesù era gay il punto non è se il lettore è credente o meno ma se il lettore vuole leggere spazzatura senza fondamento o indagini serie.

Tutti noi, in particolare chi non conosce il cristianesimo perché non interessato, veniamo bombardati da queste scemenze che ci portano a costruirci una cornice interpretativa le cui fondamenta sono completamente errate.

In questo contesto di disinformazione totale si inseriscono i “consigli al nuovo pontefice” riguardanti posizioni politiche della Chiesa.

Eccone uno ricorrente: “La Chiesa dovrebbe uscire dal medioevo eleggendo un Papa progressista che apra alle unioni gay, all’aborto, al sacerdozio femminile e al matrimonio dei sacerdoti bla, bla bla”. Apparentemente, soprattutto dal punto di vista laico, è una frase sensata.

La Chiesa però non è mai cambiata su queste posizioni e i non credenti la considerano oscurantista e reazionaria per questo, molti cattolici non praticanti invece si chiedono perchè la Chiesa cui nominalmente dicono di appartenere non adotta le posizioni della società di oggi.

“Se solo la Chiesa cambiasse la propria posizione sui contraccettivi tutti la apprezzerebbero, perchè non lo fanno?” Frase già sentita?

Perchè hanno bisogno di un Papa giovane e modernizzatore, risponderebbe il credente disinformato.

Perchè sono dei vecchi bigotti reazionari, risponderebbe il non credente e, dal suo punto di vista, avrebbe ragione.

l punto che nessuno capisce è che la Chiesa sta agendo coerentemente rispetto al proprio sistema di credenze: le posizioni “politiche” della Chiesa sugli omosessuali o sull’aborto sono basate sulla propria dottrina e per modificarle bisognerebbe cambiare la dottrina. La Chiesa non prende quelle posizioni non perché intrinsecamente medioevale e reazionaria ma perché altrimenti rinnegherebbe la propria stessa dottrina.

Quello che il non credente chiama aggiornamento significa invece rinnegamento e suicidio.

Un ateo potrebbe correttamente rispondermi che secondo lui Dio non esiste e che la dottrina della Chiesa è una scemenza basata su un vecchio libro che continua ad ostacolare il progresso e la tolleranza. Non contesto questo modo di vedere le cose ma chiedo all’ateo di comprendere che la Chiesa è perfettamente coerente all’interno di quello in cui crede; è coerente anche nell’essere, come direbbe lui, reazionaria.

Già oggi si sono diffuse in rete immagini e citazioni di Papa Francesco sull’omosessualità al grido di “vedete! È reazionario anche lui!”.

Ora, un ateo non può realisticamente sperare che esista un Papa che contraddica la dottrina per fare il progressista. Il non credente dovrebbe piuttosto auspicare che non ci sia proprio un Papa o che nessuno lo ascolti, in nome della laicità dello Stato.

Il Papa è reazionario? È perché sta facendo il suo lavoro e sta rimanendo coerente con la verità che dice di possedere, che un ateo speri in un Papa progressista è senza senso.

Invece il credente non praticante, e quindi scarso conoscitore della dottrina e delle sue basi, ritiene che la Chiesa possa e debba adattare le proprie posizioni per stare al passo con i tempi e auspica un Papa pop carismatico e progressista.Il credente non praticante non si rende conto del fatto che questo comporterebbe il rinnegamento della propria dottrina e renderebbe la propria religione un guscio vuoto, i teologi modernisti, che ispirano questi credenti casual, invece se ne rendono perfettamente conto e anzi lo auspicano.

Ma quindi la dottrina si può cambiare e adattare al mondo come dicono i teologi modernisti?

No, significherebbe creare una nuova religione. Per usare l’esempio di prima: la posizione cattolica sull’omosessualità è basata sulle sacre scritture e sull’insegnamento di alcuni santi e padri della Chiesa e per cambiarla bisognerebbe ignorare e rinnegare queste fonti: di fatto non sarebbe più il cattolicesimo ma una nuova religione con una dottrina diversa sugli omosessuali. Significherebbe ammettere relativisticamente che il mondo è andato avanti e che la Bibbia è un libro scritto da uomini con una mentalità vecchia di alcuni millenni; da un punto di vista laico dire questo è certamente logico ma non lo è da un punto di vista religioso.

In quanto religione la Chiesa afferma di possedere una verità rivelata, realisticamente può un Papa dire che si sono sbagliati per duemila anni ma che adesso cambiano come è cambiato il mondo? Qualcuno la chiamerebbe verità? Una verità che dura fino a che non cambiano le opinioni della massa ha senso? Avrebbe senso credere in una Chiesa del genere?

Per questo dico che non ha senso che un non credente, che ritiene siano tutte scemenze, si aspetti questo cambiamento da un Papa o, ancora peggio, che sia un credente a sperare in un Papa così.

Se la Chiesa possiede la verità questa è valida sempre e non può essere adattata ai cambiamenti del mondo.

Per mantenere la coerenza con la propria tradizione e la propria dottrina, per mantenere la propria pretesa di verità la Chiesa non può certo cambiarla questa verità.

La Chiesa può cambiare il suo approccio al mondo ma non i principi dottrinali su cui è fondata.
“Se la Chiesa facesse questi cambiamenti tutti la apprezzerebbero” è la frase fatta con cui i modernisti giustificano le loro pretese.

È opportuno chiedersi una cosa allora: queste persone parlano di una religione o di una Chiesa ONG (lo stesso esempio fatto ieri da Papa Francesco)? Parlano di una religione in cui si crede o di un’organizzazione umanitaria come Amnesty o la Croce Rossa che la gente apprezza per il suo impegno umanitario?

La Chiesa deve guardare a fedeli e credenti o alla popolarità mediatica?

Esiste una sola persona che diventerebbe credente perché la Chiesa è diventata progressista o piuttosto direbbe: “credono comunque in delle scemenze ma almeno fanno del bene”?

In compenso chi è credente e si vede cambiare e relativizzare le cose in cui credeva dovrebbe correre il più in fretta possibile verso la più vicina parrocchia ortodossa.

Esiste il consenso mediatico e l’accettazione dei laici da una parte ma c’è anche il “consenso spirituale” dei fedeli dall’altra, a quale dei due dovrebbe interessarsi di più la Chiesa?

Ma andiamo ad analizzare i nostri simpatici teologi modernisti che sperano che finalmente Francesco sia il Papa che cambierà tutto e stroncherà la tradizione, dal celebre Hans Kung alla parodia nostrana Vito Mancuso.

Sul primo credo che nominare il suo libro “Con Cristo e con Marx” basti per distruggerne la credibilità di fronte a chiunque abbia un cervello, ateo o credente. La sua teologia è un continuo chiedersi se Dio esiste e la risposta a cui è arrivato in sostanza è “mi piacerebbe saperlo”.

Quanto a Mancuso cito una felice frase del filosofo e studioso del marxismo Costanzo Preve che potete trovare QUI e che consiglio a chi ha tempo di leggere.
“La concezione di Mancuso di Dio come “sorgente e porto dell’essere-energia”, a metà fra Teilhard de Chardin ed uno sciamano siberiano, fa rimpiangere la vecchia concezione tomistica classica.” Detto da un non credente come Preve.

La teologia di Mancuso può essere riassunta in “non rispetto nessun dogma, reinterpreto soggettivamente tutta la fede come mi pare, sono in contraddizione con gli ultimi duemila anni ma vi assicuro che sono cattolico”. Teologia individualista fai-da-te.

Queste persone e gente come Don Gallo non sono cattolici progressisti come si definiscono ma semplicemente non sono cattolici, credono in una religione da loro creata che prende le parti che più fanno loro comodo dell’ intero corpo della dottrina della Chiesa Cattolica.

Mi chiedo solo perché si ostinino a dirsi cattolici anche quando più nessuna Inquisizione li verrà a mettere al rogo se ammettessero di non esserlo, che si facessero la loro Chiesa personale progressista!

Sui giornali in questi giorni questi teologi fai-da-te insieme a molti atei progressisti, che non possono fare a meno di dare consigli a una religione in cui non credono, si sono affrettati a immaginare gli scenari di rinnovamento più assurdi in seguito all’elezione di Papa Francesco, ad esempio Scalfari oggi afferma che “per questo prete di strada non possono esistere principi non negoziabili”, mi piacerebbe sapere su quali basi lo afferma.

Per ora tutti i sogni con cui queste persone hanno imbrattato pagine e pagine di quotidiani rimangono overthinking e speculazioni prive, in larga parte, di basi a proprio sostegno: consiglio loro di risparmiare l’inchiostro.

Papa Francesco è chiaramente un Papa che segna una discontinuità con Benedetto XVI ma è stato evidentemente eletto, e anche piuttosto in fretta, anche con i voti dei conservatori. Non c’è quindi stata la grande rivincita dei progressisti nella battaglia finale ma un semplice compromesso, mi dispiace rovinare gli avvincenti romanzi che i vaticanisti da due soldi hanno inventato ma la verità è probabilmente ben meno cinematografica della loro versione.

Sarà un Papa più povero nel cerimoniale e nel vestire, sarà un Papa più attento al sociale che alla teologia forse, potrebbe essere un Papa mediatico e carismatico come Giovanni Paolo II ma è alquanto improbabile che sia l’ossimoro che queste persone desiderano: il Papa hippie progressista LGBT.

Che nessun sano di mente si aspetti che dica sì ai matrimoni gay, all’aborto e via dicendo: se lo facesse non sarebbe un Papa cattolico ma un eretico perché andrebbe a contraddire la dottrina rivelata.

Personalmente avrei piuttosto voluto un Pio XIII, ma mi riservo di giudicare Papa Francesco per quello che farà realmente e non per quello che i modernisti vorrebbero che facesse.

Un cattolico dovrebbe sperare che questo Papa sia carismatico ma che difenda la verità in cui crede e non certo che la cambi. Un ateo, che in quella verità non crede, dovrebbe invece sperare che si mostri coerente con la propria dottrina e che il mondo di oggi lo rifiuti.

Ma sperare in un Papa progressista non dovrebbe avere senso indipendentemente dal fatto che si sia o meno credenti.

Spero di aver polverizzato qualche luogo comune, grazie per aver letto tutto il text-wall.

Sant’Obama?

Sant’Obama?

L’articolo, uscito sulla rivista Internazionale a firma di Noam Chomsky sulla squadra che Barak Obama ha appena nominato, non fa che rafforzare la mia convinzione, sul fatto che tutta l’euforia dovuta alla sua vittoria, sia frutto, se non proprio di una ingenua illusione, di una speranza mal riposta.

Gioire della sconfitta della cricca neocon dei Bush, dei McCain è legittimo, ma credere che l’elezione del neo presidente sia un rinnovamento di portata storica mi sembra non più che una previsione fantasiosa. Non voglio essere più realista del re. Ma pensare che la massima potenza mondiale con diffusi interessi strategici e con le più grandi multinazionali si trasformi all’improvviso in un agnellino o in un fervente propugnatore di pace mi sembra davvero infondato. È vero che gli errori di Bush hanno portato gli USA a un’impasse notevole, tanto da mettere a repentaglio l’egemonia su molti Paesi del cosiddetto cortile di casa e da creare tensioni con la Russia e con la stessa comunità Europea. Ma appunto per questo i nodi della politica estera sono tanti. L’esercito USA è ancora in Iraq, da cui il neo presidente ha dichiarato di volersi ritirare, ed è ancora in Afghanistan, dove le cose non vanno ancora per il verso giusto. Anzi, dovrei dire che il problema è il plesso Afghanistan-Pakistan, perché le vicende di questi Stati sono intrinsecamente legate.  Per non parlare della incancrenita situazione mediorientale.

C’è poi la crisi economica e qui miracoli non se ne fanno. Si ricorrerà alle solite ricette keynesiane di aumentare la spesa pubblica per ridare ossigeno all’economia, al salvataggio delle banche o delle disastrate industrie dell’auto, ma il già grave deficit pubblico finirà per spuntare parecchie armi. Va poi considerato che i democratici statunitensi, con l’appoggio dei sindacati, si sono dimostrati storicamente molto più protezionisti dei repubblicani.

Qualche speranza la riponiamo sui temi della laicità: sblocco degli aiuti alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, abrogazione delle norme antiabortiste. Ed ora passo all’articolo di Chomsky.

Sestante

Noam Chomsky

La squadra di Obama


A parte la retorica del cambiamento, cosa possiamo aspettarci dal nuovo governo americano? La prima parola che tutti hanno usato per definire l’elezione di Barack Obama è stata storica”. E giustamente. Una famiglia nera alla Casa Bianca è un evento straordinario. Diversi studi dimostrano però che entrambi i partiti sono molto più a destra dei cittadini su molti temi fondamentali. Quando l’80 per cento degli americani pensa che lo stato sia amministrato da “pochi potenti che pensano ai loro interessi”, e il 94 per cento è convinto che il governo non tiene conto di quello che pensa la gente, forse nessuno dei due partiti riflette veramente l’opinione pubblica.

D’altra parte, un partito che esprimesse davvero la volontà popolare non potrebbe esistere in un paese dominato in modo così forte dal mondo degli affari. La campagna elettorale di Obama ha molto colpito gli esperti di pubbliche relazioni. L’obiettivo principale di quest’industria è assicurarsi che i consumatori si comportino in modo uniforme e compiano scelte irrazionali, sovvertendo tutte le teorie di marketing che sostengono il contrario. E l’industria delle pubbliche relazioni considera positivo che anche la democrazia si sia indebolita.

In ogni caso i contributi elettorali a Obama sono arrivati soprattutto dai grandi studi legali (che rappresentano anche le lobby) e dagli istituti finanziari. Il potere di questi istituti riflette il graduale passaggio dall’economia della produzione a quella della finanza. Questa trasformazione è cominciata con la liberalizzazione degli anni settanta, ed è una delle cause principali di quanto sta succedendo oggi: la crisi finanziaria, la recessione e le loro conseguenze sulla vita della maggior parte degli americani, il cui salario reale è fermo da trent’anni.

Se mettiamo da parte la retorica della speranza e del cambiamento, cosa possiamo realisticamente aspettarci da Obama? Le sue prime nomine mandano già un segnale forte. Il primo collaboratore che ha scelto è stato il vicepresidente Joe Biden, uno dei maggiori sostenitori dell’invasione dell’Iraq tra i democratici al senato, e un veterano dell’establishment. Subito dopo le elezioni Obama ha deciso di nominare capo del suo staff Rahm Emanuel, uno dei maggiori sostenitori dell’invasione dell’Iraq tra i democratici alla camera, e anche lui vecchia volpe di Washington. Secondo il Center for responsive politics – un’organizzazione non governativa che sorveglia i legami tra finanza e politica – la campagna elettorale di Emanuel è stata anche quella che ha preso più contributi da Wall street: “Nel 2008 è stato il deputato che ha ricevuto più finanziamenti dai fondi speculativi, dalle società di private equity e dal mondo della finanza in generale”.

Due veterani dell’amministrazione Clinton, Robert Rubin e Lawrence Summers, sono tra i personaggi di maggior spicco dell’équipe economica di Obama. Rubin e Summers erano entrambi grandi sostenitori della deregulation che è stata una delle cause principali della crisi attuale. “Mettere la politica economica nelle mani di Rubin e Summers”, sostiene Dean Baker, uno dei pochi economisti che avevano previsto la crisi, è “come chiedere aiuto a Osama bin Laden nella guerra al terrorismo”.

Adesso Rubin e Summers chiedono più regole per rimettere a posto il caos che hanno contribuito a creare. Molti giornali economici hanno parlato del Transition economic advisory board, che si è riunito il 7 novembre per decidere come affrontare la crisi finanziaria. Su Bloomberg News, Jonathan Weil scrive che “molti dei suoi membri dovrebbero spiegarci cosa è successo, non entrare a far parte della squadra di Obama. Per lo più sono stati fiduciari di società che hanno truccato i loro bilanci oppure hanno contribuito al collasso dell’economia mondiale o hanno fatto entrambe le cose”.

Il primo problema dell’amministrazione sarà quello di fermare la crisi finanziaria e la recessione. Ma c’è anche un altro problema: il famigerato e ineficiente sistema sanitario privato, che rischia di far scoppiare il bilancio federale. La maggior parte dei cittadini è favorevole da tempo a un sistema sanitario nazionale, che secondo molti studi dovrebbe essere meno costoso e più eficiente. Fino al 2004 la stampa diceva che qualsiasi intervento dello stato sul sistema sanitario era “politicamente impossibile” e che non aveva “alcun sostegno politico”: voleva dire che era contrastato dalle assicurazioni, dall’industria farmaceutica e dai poteri forti. Ma nel 2008 prima John Edwards e poi Obama e Hillary Clinton hanno fatto proposte vicine al sistema che i cittadini hanno sempre voluto. Oggi queste idee hanno un “sostegno politico”.

Cos’è cambiato? Non l’opinione pubblica, che la pensa sempre nello stesso modo. Nel 2008 alcuni potenti settori industriali hanno cominciato a rendersi conto di essere gravemente danneggiati dal sistema sanitario privato. Così la volontà popolare ha trovato anche un sostegno politico.

La strada da fare è lunga, ma questo cambiamento è emblematico dello stato disastroso della nostra democrazia in cui la nuova amministrazione si dovrà muovere.

Noam Chomsky insegna linguistica all’Mit di Boston. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Alla corte di re Artù. Il mito Kennedy (Eleuthera 2008).

Internazionale 772, 28 novembre 2008 dc • 17

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Anche oggi il buon Dio ha imperversato

22 Ottobre 2008 dc

Anche oggi il buon Dio ha imperversato

In questi giorni stadistribuendo a man bassa i segni della sua “infinita” bontà. Prima un disastroso ciclone colpisce la Birmania causando migliaia di morti; per di più quelli hanno già sul gobbo una dittatura mica da ridere… Ma si sa, le disgrazie non vengono mai sole, dopotutto Dio predilige i poveri.

Ora un violento terremoto colpisce la Cina con la sua scia di distruzione e morte.

Ma come, direbbe qualcuno, un ateo come te che si mette ad incolpare dio? Sarebbe come ammetterne l’esistenza, sia pure negandone l’attributo della sua infinita bontà.
Piano! Per arrivare al generale voglio appunto partire dal particolare. Il punto che mi interessa smontare è quello della divina provvidenza, e da qui siamo già al cuore del problema.

Quando qualcuno ha conseguito un obiettivo inaspettato o è uscito da una situazione difficile sento spesso dire: grazie a Dio… ce lho fatta. Oppure dopo un incidente: potevo rimanerci secco ma per un miracolo mi sono salvato. Nel primo caso niente da dire. Quando le cose vanno bene si canta, si fischietta, e perché no, si ringrazia anche Dio. Ce n’è per tutti. Ci si sente generosi perché felici. Il secondo caso mi crea già qualche difficoltà: le cose non sono andate dunque tutte a catafascio, ma al momento dell’incidente dov’era Dio, se dovevo salvarmi non poteva evitarmi la seccatura del coma o di un letto di ospedale? Mi si risponderà che è una domanda ingenua e che Dio non è “esclusivamente” al mio servizio. Ma allo stesso modo allora, se non gli si deve atribuire il demerito per il mio incidente, è altrettanto arbitrario attribuirgli il merito delle cose andate a buon fine. A parte poi il fatto non trascurabile che, se fosse presupposta l’onniscienza di Dio, le nostre preghiere per ottenere qualsiasi beneficio sarebbero vane perché tutto ormai è stabilito.

Ma c’è di peggio: quante sono le preghiere non esaudite, malati che non guariscono, miracoli implorati che non avvengono, sciagure impreviste come morti premature, perdite di persone care? E se poi ci mettiamo le calamità naturali, le malformazioni, le guerre… A volte mi sembra di vedere una folla di poveracci che si affolla attorno a un padrone e lo tira per la giacca cercando di strappargli un favore, o il deportato ad Auschwitz che pregava perché non fosse lui ma un altro ad essere scelto per lo sterminio. Come se il male cominciasse e finisse con noi. Il poco bene ricevuto fa innalzare le lodi a Dio, il resto sono misteri. Piani insondabili della divinità che passano sopra le nostre teste. Guai a chi ci capita sotto.

“Non si muove foglia che Dio non voglia”, recita il vecchio detto popolare. Ma se invece della “foglia” è un alluvione a muoversi dovremo allora ringraziare la Provvidenza per questo “regalo”?
Ci si stupisce della bellezza dei tramonti, del cielo stellato, di certi scorci panoramici, dei prodotti dell’ingegno umano, ma la natura non è solo questo: ci sono le carestie, le calamità naturali, le malattie, le malformazioni congenite.

E qui veniamo al punto. Non possiamo attribuire alla Provvidenza le prime senza addebitargli anche le seconde. Ma un Dio che permette le sciagure e che tollera gli atti più nefandi perfino da parte dei suoi stessi fedeli non è certo così adorabile. Ma per togliere questo “scandalo” è più facile concludere che un siffatto Ente, che distribuisce favori e sciagure a suo beneplacito, non esiste. Sono le ristrettezze della vita, la concorrenza delle specie, la virulenza dei nostri conflitti che ce lo fanno inventare. E allora, come scriveva il Leopardi nella sua poesia La ginestra, è meglio considerarci tutti sulla stessa barca e aiutarci un po’ per ciascuno a tirare i remi e a rattopparla dove più fa acqua.

Sestante

Imbonitori e cruda realtà

Negli show con il Gotha industriale e finanziario, nelle conferenze stampa e ogni volta che gli si presenta l’occasione, il nostro Premier non fa altro che dispensare sicurezza a piene mani: la crisi sembra un raffreddorino da curarsi con i pannicelli caldi o un rimedio approntato lì per lì. Sa fare da par suo il cavalier servente con la Marcegaglia, sbracciandosi per rassicurarla, manco a dirlo, di soddisfare tutti i suoi desideri: fondi di garanzia, piani di intervento con le banche e via dicendo. Per le altre categorie ci sono solo i tagli. Se però proviamo a tirare fuori i dati, come fa oggi su la Repubblica Tito Boeri, riformista sì, ma non incline alla facile demagogia, allora il quadro si fa fosco e tutt’altro che rassicurante.
 
Sestante, 26 Ottobre 2008 dc

Una misura per i nuovi poveri

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DOMENICA, 26 OTTOBRE 2008
Pagina 1 – Prima Pagina
L´analisi 
Una misura per i nuovi poveri    
TITO BOERI
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Siamo in uno di quei periodi di “politica straordinaria” in cui è possibile fare quelle riforme che non riescono in tempi normali. La prima riforma da fare è quella che ci permette di ridurre i costi sociali della disoccupazione.

Sarà anche un modo di accorciare la recessione facilitando lo spostamento di lavoro dalle imprese in crisi alle nuove imprese che sorgeranno e contenendo  la caduta dei consumi. Si tratta di riordinare gli ammortizzatori sociali, introducendo un sussidio unico di disoccupazione che copra tutti quelli che perdono il lavoro, indipendentemente dal settore produttivo, dalla dimensione di impresa o dal loro contratto di lavoro. Non più disoccupati di serie A e disoccupati di serie B, con una copertura molto più alta di quella fornita dai selettivi schemi attuali, che vengono oggi concessi a non più di un disoccupato su cinque.

Di fronte al forte aumento delle ore di Cassa integrazione ordinaria (+24 per cento nei primi 8 mesi del 2008), il governo ha deciso in questi giorni di aumentare di circa 100 milioni la dotazione del fondo che deve erogare indennità di disoccupazione “in deroga” alla normativa esistente. In buona parte questi fondi vengono in realtà utilizzati a favore dei disoccupati di serie A, quelli che già oggi accedono alla Cassa integrazione. Ci saranno, comunque, alcune estensioni selettive ad alcune piccole imprese, limitatamente ai fondi disponibili. Ma chi deciderà chi può accedere e in base a quali criteri?

Abbiamo tanti, troppi esempi, di un uso degli ammortizzatori sociali come strumento di politica industriale. No, le regole di accesso devono essere chiare e uguali per tutti, non lasciate all´arbitrio della classe politica.

Le recessioni sono sempre un´utile cartina di tornasole per capire quali sono le vere priorità di un esecutivo. L´”imperativo categorico” del nostro presidente del Consiglio, più volte ribadito in queste settimane, sono gli aiuti di stato all´industria automobilistica. Sergio Marchionne ha presentato il conto: 40 miliardi. In nome della difesa dei posti di lavoro. Il Libro Verde approntato dal ministero del Welfare in effetti si dilunga sulla «fiducia e complicità fra capitale e lavoro», l´«alleanza strategica fra imprenditori e i loro collaboratori», la «virtuosa alleanza tra mercato e solidarietà». Ma gli aiuti di Stato alle imprese sono molto costosi e allungano le recessioni ostacolando le inevitabili ristrutturazioni. Facciamo due conti. Oggi l´auto occupa circa l´1,5 per cento dei lavoratori dipendenti del settore privato in Italia. Se diamo all´auto anche “solo” un quarto di ciò che chiede Marchionne, per “difendere” gli altri posti di lavoro dovremmo spendere 985 miliardi, circa due terzi del nostro prodotto interno lordo.

Meglio lasciar perdere l´etica kantiana e spendere qualcosa di più di 100 milioni per aiutare i disoccupati, tutti, a cercare un impiego alternativo senza che finiscano in condizione di povertà. Risorse aggiuntive possono anche essere reperite nell´anacronistico provvedimento di detassazione degli straordinari. Ragion pura vorrebbe: siamo in recessione, periodi in cui le imprese non hanno bisogno di ore extra.

Per capire perché dobbiamo dotarci di ammortizzatori sociali che coprano tutti coloro che perdono il lavoro basta leggere un rapporto pubblicato questa settimana dall´Ocse (Growing Unequal?, http://www.oecd.org). Si basa su indagini campionarie sul reddito e la ricchezza delle famiglie nei paesi dell´organizzazione. Mostra che in Italia le disuguaglianze di reddito sono esplose e la povertà è quasi raddoppiata durante la grande recessione del 1992-3. Inoltre, i poveri in Italia sono più poveri che negli altri Paesi Ocse: a parità di potere d´acquisto, il 10 per cento (decile) più povero della popolazione italiana sta peggio del 10 per cento più povero negli altri paesi Ocse e nella stessa Repubblica Ceca. Per i ricchi avviene esattamente l´opposto: il reddito medio del dieci per cento più ricco della popolazione è più alto in Italia che in Francia e nella media dei Paesi Ocse. La distanza tra il reddito del decile più ricco e il decile più povero in Italia è abissale: i più ricchi guadagnano mediamente 10 volte quanto i più poveri.

Altrove il rapporto è da uno a otto. Tra i Paesi europei è di uno a sette. Il nostro è diventato, dopo l´ultima grande recessione, un Paese per ricchi. La povertà è superiore alla media europea in quanto sia a incidenza (numero di persone che sono povere) che a distanza tra il reddito medio di chi è povero e la soglia di povertà, una misura di quanto dovrebbe essere aumentato il reddito delle famiglie per azzerare la povertà. Oggi più di un italiano su dieci ha un reddito inferiore a una soglia di povertà pari a circa 7.500 euro all´anno per un single o a 15.000 euro per una famiglia di 4 persone. Il rischio
di povertà si avvicina al 15% per le famiglie con figli ed è ancora più alto tra chi ha meno di 18 anni. La concentrazione della povertà tra le famiglie con figli e i più giovani è ancora più evidente quando si guarda a indicatori di deprivazione materiale, come la percentuale di famiglie che dichiara di avere problemi nel riscaldare la propria casa. Le cause principali di povertà sono legate al mercato del lavoro (perdita del posto di lavoro o salari più bassi per qualche membro della famiglia) piuttosto che al cambiamento nella struttura famigliare o alla diminuzione dei trasferimenti dello Stato, cause preponderanti dell´entrata in povertà in altri Paesi. Il fatto è che in Italia solo il 12,5 per cento dei trasferimenti statali va al 20 per cento più povero della popolazione, contro una media nei Paesi Ocse del 25% e superiore al 30% in molti Paesi europei, tra cui il Regno Unito.

Non c´è dunque tempo da perdere per evitare che questa nuova recessione porti a un ulteriore e brusco incremento della povertà e delle disuguaglianze.

Anche politici interessati solo alla loro rielezione dovrebbero pensarci due volte prima di rimandare nuovamente questa riforma. A perdere terreno in Italia non sono state solo le famiglie più povere. Hanno perso anche le classi medie, quelle decisive nel determinare l´esito delle elezioni: il reddito dell´individuo che si colloca esattamente a metà nella distribuzione del reddito è diminuito in rapporto al reddito medio negli ultimi 15 anni. E l´Italia è il Paese europeo, dopo l´Ungheria, con la percentuale più alta di persone (più di un terzo della popolazione) che si sentono a rischio di povertà. Chi non sa dare risposte a questi disagi diffusi si condanna a perdere le prossime elezioni. Bene non farsi ingannare da sondaggi effettuati prima della tempesta, quella vera. C´è già una legge delega per la riforma degli ammortizzatori sociali. È il tempo di esercitarla.