Sommosse e complotti


In e-mail il 28 Ottobre 2020 dc:

Sommosse e complotti.

Quando le acque si agitano, gli stronzi vengono a galla.

Ma stronzi restano.

di Dino Erba, Milano, 28 Ottobre 2020 dc

IL «QUASI» LOCKDOWN PROCLAMATO DAL GOVERNO CONTE (DPCM, 25/10/2020) ha suscitato un prevedibile malcontento sociale che, in modo più o meno vivace, ha scaldato numerose città. Le proteste arrivano in Italia con qualche ritardo rispetto ad altri Paese, vicini e lontani. Soprattutto negli USA che le anime belle nostrane avevano decantato.

In Italia, molti politicanti e pennivendoli, schierati sia col governo sia con l’opposizione, pensavano che fosse possibile tener sotto controllo l’incipiente malcontento, orientandolo a proprio favore. E invece, il malcontento, diventato sommossa, si sta rivelando poco controllabile.

I più scalmanati, ovviamente, sono i politicanti e i pennivendoli governativi che si son messi a sbraitare contro i «violenti», invocando l’intervento repressivo delle forze dell’ordine: il braccio armato della legge! Le opposizioni sono apparentemente più moderate, nel timore di perdere credito e simpatie negli ambienti in cui vorrebbero pescare consensi. In poche parole, una reazione bipartisan.

LA TEORIA DEL COMPLOTTO

Le reazioni forcaiole contro i cosiddetti «violenti» affondano le loro radici nella teoria del complotto, di cui ho già avuto occasione di occuparmi [Spie & Barbe finte. La concezione poliziesca della storia, 30 novembre 2014]. In sostanza, è una teoria truffaldina che ha le gambe corte. Vive solo sugli incubi della classe dominante. Incubi che hanno informato tutti i provvedimenti governativi, da quando il Covid 19 dilaga. La loro risposta: l’esercito nelle strade!

Ma non è bastato: nelle strade le sommosse sono scoppiate lo stesso.
E allora, politicanti e i pennivendoli hanno parlato di provocatori, sovversivi, fascisti, camorristi, centri sociali, pregiudicati, ultras, baby teppisti, «professionisti della violenza» (sic)… facendo di ogni erba un fascio.

Ora, non escludo che fossero presenti fascisti, camorra e mala vita. Quando le acque si agitano, gli stronzi vengono a galla. Ma a portarli a galla sono politicanti e pennivendoli, di sinistra e di destra.

Ragioniamo a bocce ferme.

Discutibile è la presenza fascista, con Giorgia Meloni che dialoga col governo «rosso giallo». Sembra che, a Milano, i fascisti abbiano fatto da «servizio d’ordine» per evitare il saccheggio dei negozi (vedi: https://www.ilmes- saggero.it/italia/dpcm_scontri_e_proteste_arresti_a_mi- lano_e_torino_news_oggi-5548998.html).

A Milano la protesta aveva come obiettivo primario Palazzo Lombardia, dove governa il leghista Fontana col forzista Gallera. Pacifico il presidio a Palazzo Marino, dove amministra l’insulso pidiota Sala.

Tanto per rinfrescare la memoria, vediamo chi amministra città e regioni toccate dalle manifestazioni.
– Torino, sindaca è la pentastellata Appendino e governatore è il leghista Cirio.
– Trieste (si parla di migliaia di dimostranti), sindaco è il forzista Di Piazza e governatore è il leghista Fedriga.
– Roma, sindaca è la pentastellata Raggi e governatore è il pidiota Zingaretti.
– Napoli, sindaco è l’eclettico De Magistris, governatore è il cabarettista De Luca.
– Catania, sindaco è il fratello italiano Pogliese, governatore è il filo fratello italiano Musumeci.

Situazioni analoghe troviamo in altre città e regioni, dove ci sono state e ci saranno proteste.

Come si vede, nelle proteste la destra (neo)fascista (Fd’I), leghista o forzista c’entra come i cavoli a merenda. In alcune occasioni (come a Milano), ha svolto funzioni di contenimento, in altre c’erano, probabilmente, «schegge impazzite» (forse Casa Pound e Forza Nuova, peraltro parlamentaristi), che non mancano mai.

Veniamo alla presenza di camorra e mala vita. A che pro? Camorra e, in genere, mala vita preferiscono condurre i loro affari all’ombra, senza destare attenzione. La loro presenza è puramente accidentale. Vedremo poi perché, anche se marginale, questa presenza ci sia. Domanda che ci porta al cuore della questione, per poter definire la natura delle proteste in corso attualmente in Italia.

CHI PROTESTA?

A un osservatore distratto, la composizione sociale delle proteste sembrerebbe piccolo borghese: piccoli imprenditori del commercio, soprattutto titolari di bar e ristoranti o di altre attività penalizzate dal DPCM del 25 ottobre. Connotazione superficiale che non spiega assolutamente una presenza attiva particolarmente eterogenea, essenzialmente giovanile. Tra l’altro, tale connotazione enfatizza il ruolo dei ceti medi.

Poveri untorelli!

Sappiamo che i ceti medi italiani sono assai ridondanti. Ridondanza favorita dalla classe dirigente italiana poiché, da oltre un secolo, sui ceti medi essa ha costruito l’asse dei propri assetti politici, in base all’evoluzione economico-sociale del Bel Paese [vedi il mio recente: DINO ERBA, Le vecchie e le nuove classi medie all’epoca della crisi del capitale, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2020].

SOMMOSSE & COMPLOTTI
QUANDO LE ACQUE SI AGITANO, GLI STRONZI VENGONO A GALLA MA STRONZI RESTANO

Nonostante la batosta del crash del 2008, i ceti medi si sono rigenerati grazie alla bolla turistica che si è gonfiata con l’Expo 2015. E che il Covid 19 ha fatto scoppiare, provocando le attuali tensioni. Al contempo, è stata esasperata la competitività delle piccole aziende rivolte all’export, col risultato di ridurre all’osso i costi di produzione, limando all’osso gli investimenti produttivi (macchinari) e accrescendo lo sfruttamento operaio. Anche in questo caso il Covid 19 ha disastrato le vie dell’export.


Quindi, bolla turistica ed esasperazione dell’export, con il loro vasto indotto, sono alla base delle attuali tensioni sociali. A latere, c’è l’esercito dei lavoratori in proprio (imprese individuali): tassisti, ambulanti, idraulici, elettricisti… Ma questa spiegazione resta solo al primo livello della questione. Approfondendo, vediamo che nelle piccole imprese spesso si crea un rapporto clientelare tra padrone e lavoratore, con poche luci e molte ombre. Rapporto clientelare che assolutamente non c’è quando il padrone è una grande impresa, come nel caso dei riders di Uber Eats.

Il rapporto clientelare ha indotto molti lavoratori a unirsi alle proteste dei loro padroni. Ma, sulla piazza, si sta consumando una scissione che vede i lavoratori «incendiare» e i padroni «spegnere».

I padroni chiedono i «ristori», i cui costi ricadranno inevitabilmente sui lavoratori dipendenti (in servizio o meno) e sui pensionati.

Le proteste sono poi occasione di incontro con emigrati precarissimi delle periferie o senza dimora. E pregiudicati… Ma quale proletario ha la fedina penale pulita? In sostanza, in piazza ci sono i senza risorse di Marx o i «motherfucker» di Noi non abbiamo patria (Sta per finire il tempo della lotta in guanti bianchi).

Qualcuno ha obbiettato che le attuali proteste sono tardive e che, in precedenza, non si erano unite agli scioperi degli operai delle fabbriche e della logistica, i più determinati. La risposta è semplice: nelle fabbriche come nei centri logistici l’aggregazione è immediata. Altrettanto non avviene nel pulviscolo delle piccole imprese commerciali e produttive.
Siamo solo all’inizio. E incombe l’alternativa tra morire di Covid o morire di fame, di cancro, di infarto … o di lavoro.

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