L’argomentazione, cribbio!


Su Hic Rhodus l’1 Giugno (La Crusa può dire quello che vuole, io lo scrivo così!) 2020 dc:

L’argomentazione, cribbio!

di Claudio Bezzi

Siamo spettacolosamente inadatti alla comunicazione complessa. Credo che il linguaggio si sia sviluppato, nell’uomo, per cose tipo “Tigre-con-denti-a-sciabola, scappa!”, o “Tu raccogli erba io scuoio capriolo” o il sempreverde “Dare soldi, vedere cammello”. Perché quando qualcuno poi replica “Ma sei sicuro fosse proprio una tigre coi denti a sciabola?”, o “Vacci tu a cogliere l’erba che io non ne ho voglia”, si apre un ginepraio di discussioni in cui le parole, anziché strumenti di spiegazione e chiarimento, entrano in gioco come elementi che producono nuova confusione e incertezza.

Fortunatamente abbiamo da poco pubblicato la nostra Mappa 30 – Guida pratica al pensiero dove abbiamo necessariamente incluso una discreta bibliografia hicrhodusiana sul linguaggio e come funziona, così i lettori interessati possono andare là a cercare approfondimenti. Anzi, questo post, tutto sommato, è da aggiungere a quanto già indicato nella Mappa 30.

Reduce da alcuni consueti incontri con ragionamenti errati (sì, certo, dal mio punto di vista), ne faccio qui un breve riepilogo, a favore di quei quattro lettori che non si disperano nel solipsismo linguistico.

1) Gli asserti non sono argomenti: ovviamente questo (che in effetti è esso stesso un asserto) è il principe dei “ragionamenti” errati, proprio perché non è un ragionamento. Gli asserti sono mattoni fondamentali della costruzione del pensiero e del linguaggio, nonché elementi caratterizzanti il metodo scientifico. Un asserto è una dichiarazione che viene costruita combinando concetti in modo semanticamente adeguato, cioè in modo che la proposizione abbia un significato. “Hic Rhodus è un blog” è un asserto, così come “Hic Rhodus è un blog che cerca di unire il rigore della documentazione proposta con una scrittura per quanto possibile divulgativa”.

In entrambi i casi nulla viene spiegato, ma solo dichiarato. Gli asserti sono fondamentali nella comunicazione quotidiana, e sono talmente comuni e utili che una gran parte di nostri interlocutori non si accorge che asserire senza spiegare i presupposti degli asserti, induce ad affermare verità indimostrate.

Per esempio: “Hic Rhodus è il miglior blog italiano” è un asserto, formulato in maniera corretta, ma include una “verità” diversa dai due precedenti, perché introduce delle categorie di valore sulle quali nulla si dice: ‘migliore’ in che senso, sotto quale profilo? ‘Migliore’ di tutti? Come si è stimato tale primato?

A parte il comunicare quotidiano, che qui non ci interessa, la politica, il giornalismo, i virologi in TV e la filosofia di Diego Fusaro, sono infarcite di asserti non argomentati che nell’economia del discorso vengono intesi come veri.

Naturalmente il virologo in TV non può tenere una lezione di due ore per spiegare a noi profani le caratteristiche del Covid 19, alla luce di ricerche recenti da lui lette, per potere, alla fine, giungere a determinate conclusioni; in questo caso, quindi, acconsentiamo all’assertività del virologo (in TV, non al convegno scientifico) e ci fidiamo del fatto che dietro quegli asserti ci siano comunque complesse argomentazioni, che semplicemente ci vengono risparmiate.

Questa nostra fiducia è ingenua, naturalmente, ma al momento fermiamoci. La stessa fiducia, anziché ingenua diventa sciocca quando la lasciamo ai politici o ai giornalisti o a Fusaro, ma non vorrei andare oltre spiegando i perché, visto che li troverete in altri articoli di Hic Rhodus.

2) La reazione all’oggetto è una specie perniciosa di fallacia logica: anche se abbiamo già trattato le fallacie logiche nella citata Mappa 30, vorrei segnalare questa specifica, assai insidiosa, peraltro, anche nelle scienze sociali applicate. Se io scrivessi, per esempio: “La magistratura italiana è affetta da una pericolosa deriva populista” (è un asserto) sarei tenuto ad argomentare o, in caso contrario, otterrei un assenso a priori da chi già di suo pensa quel medesimo asserto, e un dissenso altrettanto a priori da chi ha maturato per conto suo pensieri differenti.

Gli asserti sono in realtà invalutabili (se costruiti nel rispetto della logica linguistica); se io non spiego in lungo e in largo il perché di quella frase, non potete sapere se realmente collima oppure no col vostro pensiero sullo stesso argomento. Facciamo un passo avanti: se io dovessi scrivere: “Come sostiene anche Zingaretti, la Magistratura bla bla…”, ecco allora che scatterebbe, in molti lettori, il senso di appartenenza, oppure il semplice pre-giudizio (positivo o negativo) su Zingaretti, del tipo “Io stimo Zingaretti, e se lui dice questo immagino abbia delle buone ragioni, quindi concordo con lui”; mi piacerebbe imbrogliarvi un po’, attorno a un tavolo e con un buon bicchiere di vino, portandovi a concordare su frasi di questo genere e poi, solo dopo, dirvi: “Vi ho fregati! Questa frase l’ha detta Berlusconi, Cicchitto, Salvini, …” e vedere la faccia che fate. Perché molte delle cose che diciamo vengono accettate o rifiutate non perché valutate nel merito, ma perché collegate a un fattore terzo accettato o rifiutato. Se quella frase sulla Magistratura (adeguatamente argomentata) è corretta e giustificabile, allora lo è a prescindere da chi l’ha detta, sia che si tratti di Claudio Bezzi, di Zingaretti o di Salvini (certo, semmai si può aprire un’altra discussione sul perché abbia sentito il bisogno di citare Zingaretti o Salvini, ma si tratterebbe comunque di un’altra discussione).

3) La maledetta ideologia. La madre di tutti gli errori e gli orrori del nostro pensare è l’ideologia, intesa qui in senso negativo. È la sclerotizzazione della reazione all’oggetto, ma in forme tortuose e complicate; l’ideologia è l’elaborata costruzione di argomentazioni quasi tutte corrette e logiche, basate però su alcuni a priori indimostrati, o falsi; l’ideologia mostra quindi un’architettura avvincente – a patto di non scavare a fondo – e solitamente salvifica, morale, finalistica. L’ideologia fa sentire forti di un pensiero pensato da altri, altrove, semmai in un’altra epoca, e ipostatizzato e a volte sacralizzato per l’eternità. Tutto questo artificio vale, ovviamente, per le grandi ideologie, tutte le religioni, per esempio (scusate se da blasfemo quale sono, per spicciare il discorso, includo le religioni nelle grandi ideologie), il comunismo e il fascismo, sono splendidi esempi di ideologie ampie, articolate, capaci di affascinare moltitudini. Poi ci sono le ideologie abbozzate, spezzoni, simulacri, ideologie prêt-à-porter buone da indossare al momento giusto, tanto per esserci e testimoniare il proprio nulla: sovranismo, nazionalismo, razzismo non sono, in sé, delle ideologie, ma fungono alla bisogna quando sono esibite da numerose persone, tutte assieme, per meschine necessità di un nascondiglio.

4) Infine un grande classico: l’omologazione. L’omologazione è il pensiero di massa, è la voce della moltitudine alla quale ci accodiamo per trovare protezione. Spesso inconsapevolmente, e questo è sociologicamente interessantissimo: pensarla tutti alla stessa maniera credendo, veramente, di proporre un pensiero autonomo e originale. L’omologazione è un cardine imprescindibile della tenuta della società nel suo insieme, che non può sopportare un numero eccessivo di anarchici, bizzarri, bastiancontrari, pena il suo collasso. E quindi – per isole, insiemi, “province di significato” – ecco i salviniani lepenisti mio capitano tutti irregimentati dietro il Truce, i renziani che hanno capito tutto e salveranno la Patria dietro il loro leader come un sol uomo, i populisti antivaccinisti contro i microchip sotto pelle che andranno ad aprire il Parlamento come una scatoletta e vaffanculo, e così via per tribù, perché la contemporaneità consente la compresenza di omologazioni apparentemente differenti ma, nella sostanza, affini come meccanismi psicologici, culturali e sociali e tutti, indistintamente, fucine di uomini massificati e senza capacità di pensiero critico.

Ecco, cari lettori, questi quatto pilastri del pensiero ristretto e sbagliato sono comode scorciatoie quando parliamo di sport (anzi, qui sono d’obbligo!), sono modi veloci per discutere del più e del meno in treno con uno sconosciuto, e stanno alla base della comunicazione strumentale e immediatamente operativa (da “Buono questo spezzatino” a “Fate la raccolta differenziata”). E sembrano andare bene per Facebook e Twitter, sì, certo, ma già su questi social accade che mcluhanamente il medium sia il messaggio, vale a dire: scriverlo su una piattaforma che inchioda quell’asserto e lo fissa per l’eternità, rendendolo disponibile (ed equivocabile) a centinaia, migliaia, milioni di persone (pensate ai tweet di Trump), cambia sostanzialmente tutto. Ecco perché i social, ecco perché la televisione, ecco perché i quotidiani (meno) posso davvero essere strumenti spaventosi di omologazione, veicolazione del consenso, diffusione di stereotipie.

Quindi, almeno tentare – nelle giuste occasioni di discussione politica e filosofica e sociologica – di non asserire banalmente bensì argomentare; di evitare le reazioni all’oggetto (mostrando ancor più di sapere argomentare, e non essere distratti da fattori disturbanti); rifuggite ogni ideologia incominciando col riconoscere gli a priori che condizionano il vostro pensiero, e quindi metterli in discussione e diffidarne; e infine, certo, sempre, ma sempre, e come sempre, fate lo sforzo di un pensiero critico e indipendente, ancorché errato. Insomma: non omologatevi!

Autore: Jàdawin di Atheia

Nato a Milano nel 1954

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