Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Perché non possiamo non dirci anticlericali


Da Micromega

Perché non possiamo non dirci anticlericali

 

di Carlo Troilo

Anche quest’anno l’anniversario del Concordato – pur essendo particolarmente importante perché è il novantesimo – rischiava di passare pressoché inosservato e di ridursi a qualche notizia di cronaca sulla patetica cerimonia che ogni anno vede i vertici delle istituzioni italiane nazionali (presidenti dei due rami del Parlamento, capo del governo e ministri a vario titolo competenti) e locali (presidente della Regione Lazio e sindaco di Roma) recarsi alla ambasciata italiana presso la Santa Sede per incontrare le più alte gerarchie del Vaticano e “festeggiare” quel Concordato clerico-fascista che ha ridotto la laicità dello Stato ed ha regalato alla Chiesa privilegi economici scandalosi: il prezzo pagato dal Duce per ottenere la legittimazione della sua dittatura da parte di un Vaticano che aveva “rimosso”, fra le altre vergogne del fascismo, anche l’uccisione di un coraggioso prete antifascista, don Giovanni Minzoni, massacrato a bastonate dai sicari di Italo Balbo il 23 agosto del 1923.
Un Concordato che andrebbe abrogato o quanto meno profondamente modificato, come in parte era avvenuto con la revisione Craxi-Casaroli del 1984: una buona revisione subito neutralizzata perché lo stesso governo Craxi – ed ancor più i governi successivi – hanno di fatto annullato, con una serie di leggi pro-Vaticano, i progressi fatti con quell’accordo.

Per questo, mi sono fatto promotore di un “appello” – firmato fino ad oggi (prima ancora di essere reso pubblico) da 200 esponenti della cultura o militanti per i diritti civili – in cui si chiedono tre cose:

– Abolizione dell’ora di religione.

– Revisione degli attuali criteri per la ripartizione della quota (circa il 50 %) dell’8 per mille “non destinato”, che privilegiano nettamente la Chiesa Cattolica.

– Revisione delle norme relative all’IMU sui beni immobili della Chiesa e azione determinata per dare attuazione alla recente sentenza della Corte Europea, recuperando nella misura del possibile l’ICI non pagata in passato (4-5 miliardi di euro).

“Tre provvedimenti ‘facili’ – conclude l’appello – in attesa di trovare le soluzioni giuridiche e le condizioni politiche per rimettere profondamente in discussione il Concordato, così da ridurre l’ingerenza del Vaticano nella politica italiana, volta ad impedire la conquista di nuovi diritti civili”.

Nei numerosi colloqui che ho avuto con amici e conoscenti per indurli a firmare l’appello ho ricevuto spesso due raccomandazioni, che qui riassumo.

La prima è quella di non attaccare “i cattolici” ma solo le gerarchie vaticane. E su questa sono d’accordo, ed anzi mi pento di non avere inserito nell’appello un accenno al ruolo positivo svolto da tante associazioni cattoliche operanti nel sociale. Cercherò di rimediare nel corso delle iniziative che seguiranno alla pubblicazione dell’appello.

La seconda è quella di evitare di apparire anticlericale. Su questa non sono d’accordo, e provo a spiegare perché. Lo faccio anche come dirigente della “Associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca scientifica” che si batte, oltre che per la ricerca, per i diritti civili, in particolare sul tema delle scelte di fine vita. Su entrambi questi terreni, infatti, il nemico da battere è rappresentato innanzitutto dalle alte gerarchie ecclesiastiche, che sulla libertà della ricerca, e più in generale del pensiero, si sono espresse da secoli con i tribunali ed i roghi (Galileo Galilei e Giordano Bruno sono i casi più clamorosi). E continuano incessantemente nella loro azione oscurantista, come dimostrano fra l’altro le battaglie su cellule staminali embrionali, utilizzo di embrioni, riproduzione in vitro e contraccezione.

Il Vaticano è stato da sempre il nemico da battere per consentire la conquista di nuovi diritti civili e poi – una volta conquistati – per assicurare la concreta possibilità di fruire di quei diritti (la vicenda degli obiettori di coscienza è il caso più vistoso di “sabotaggio” di una legge dello Stato da parte del Vaticano e delle sue potenti strutture ospedaliere).

Lo sa bene un ottantenne come me, che è stato impegnato da giovane nelle campagne per il divorzio e per l’aborto e, in anni più recenti, in quella per il Testamento Biologico e per la legalizzazione della eutanasia.

Voglio ricordare in particolare la durissima battaglia portata avanti dal Cardinale Ruini – per venti anni onnipotente presidente della CEI – con una entrata a gamba tesa nella politica italiana per far mancare il quorum nel referendum per l’abolizione della legge 40 sulla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), che aveva introdotto una serie di divieti inumani, al punto di configurarsi come una legge contro la PMA. Ma lo stesso scontro si è verificato per le unioni civili, che l’Italia ha riconosciuto venti anni dopo i PACS francesi.

A queste mie osservazioni la risposta più frequente è l’invito a considerare la grande apertura di Papa Bergoglio ed il suo impegno umanitario.

Purtroppo, non condivido affatto il diffuso entusiasmo per il Papa argentino, anche senza considerare i dubbi espressi da alcuni giornalisti del suo paese sulla sua convivenza con la spietata dittatura del generale Videla.

Papa Francesco, a mio avviso, è abile come tutti i gesuiti nel dire e nel non fare. Tre esempi per dare concretezza a questa mia valutazione.

Lo sfarzo del Vaticano. Per alcune sue scelte iniziali Francesco fu subito definito “il Papa della austerità” da una stampa sempre benigna – e spesso servile – con il Vaticano. Ma dinanzi ad uno scandalo come quello dell’attico del cardinale Bertone – ristrutturato a caro prezzo anche con soldi destinati ai piccoli malati del Bambin Gesù – non risulta che il Papa sia intervenuto (almeno pubblicamente). Né ci sono altri segnali di un minore sfarzo fra le alte sfere ecclesiastiche. Mi colpiscono ogni volta le vetrine dei due negozi di abbigliamento per alti prelati nei pressi del Pantheon: haute couture per i seguaci di Cristo in una Italia con cinque milioni di poveri.

La pedofilia nella Chiesa. Prima di Francesco, non ricordo alcun Papa così spietatamente determinato – sempre a parole – nel combattere la pedofilia nella Chiesa e soprattutto gli alti prelati accusati di aver protetto i preti pedofili alle loro dipendenze. In questo caso il contrasto fra il dire e il fare è stato davvero clamoroso e particolarmente vergognosa la scarsissima attenzione della stampa italiana. La vicenda più clamorosa è quella del Cardinale australiano George Pell. Bergoglio lo volle a capo del neonato Dicastero economico, che aveva l’obiettivo di mettere in ordine conti, bilanci e finanze della Città del Vaticano. E la nomina avvenne benché fossero già note le accuse che la Magistratura australiana muoveva a Pell, chiedendone invano l’estradizione. Un tira e molla durato anni, finché Pell non ha più potuto evitare di rientrare in patria per affrontare il processo e le nuove accuse di due suoi connazionali che affermano di essere stati abusati dallo stesso Pell: con successiva condanna del Cardinale (nel dicembre scorso) che diverrà definitiva dopo una nuova fase processuale in primavera. Non è stata invece una scelta di Bergoglio ma di Giovanni Paolo II e dell’allora segretario di Stato Angelo Sodano quella di aiutare il Cardinale di Boston Bernard Law chiamandolo in Vaticano e nominandolo Arciprete alla Basilica di Santa Maria Maggiore. Law è stato reso tristemente famoso dal film “Spotlight” e si è sottratto grazie al suo ruolo in Vaticano alla giusta condanna che lo attendeva negli Stati Uniti. Quando è morto, pochi giorni prima dello scorso Natale, il Vaticano ha deciso di dedicargli solenni funerali in san Pietro e Papa Bergoglio ha scelto – a mio avviso del tutto inopportunamente – di parteciparvi.

Il dramma dei migranti. A Papa Bergoglio vanno riconosciute molte e decise prese di posizione a favore della accoglienza dei migranti. Prese di posizione che sembrarono destinate a tradursi in fatti concreti nel settembre del 2015 quando il Papa, in un solenne discorso, invitò tutte le parrocchie italiane ad ospitare almeno una famiglia di migranti. Poiché le parrocchie in Italia sono 25mila, avrebbero trovato ospitalità circa 100mila migranti. In pratica, il problema della loro accoglienza sarebbe stato risolto per anni. Purtroppo, secondo recenti inchieste giornalistiche, quasi nessuna parrocchia ha accolto migranti. Né risulta che il Papa sia tornato con forza sull’argomento, non fosse che per riaffermare la sua autorità. Per non dire che nella vicenda della nave Diciotti – dopo l’inumano comportamento del nostro ministro degli Interni – i 10 migranti (sottolineo: dieci) “assegnati” all’Italia sono stati ospitati non dalla Chiesa Cattolica ma da quella Valdese.

Una notazione finale: è noto che in Italia i ginecologi che praticano l’aborto sono circa il 20%, mentre tutti gli altri sono obiettori di coscienza: alcuni per convinzione, altri per convenienza (è più piacevole dedicarsi ai parti che agli aborti), altri ancora (i tanti che lavorano nelle strutture ospedaliere cattoliche) per ovvia necessità.

Sono dunque dei medici che fanno la scelta più difficile e dolorosa. Ma lo fanno, oltre che per personale convinzione, per obbedire ad una legge dello Stato, che dopo 40 anni è riconosciuta come una delle migliori al mondo e che ha ridotto di molto il numero degli aborti che si verificavano quando abortire era reato. Ebbene, Bergoglio non ha esitato a definirli “sicari”. E ancora una volta il silenzio – o le rare e flebili proteste – hanno dimostrato come il Vaticano ed i Papi siano praticamente intoccabili. Ho detto “i Papi”, ma aggiungo “e i Cardinali”, ricordando solo una delle scelte a mio giudizio vergognose di uno di loro, il Cardinale Ruini, che negò a Piergiorgio Welby i funerali religiosi, benché li chiedessero la moglie Mina, la madre e la sorella di Welby, tutte credenti e praticanti. Una pagina di crudeltà che appare ancor più ingiustificabile e feroce se si pensa che pochi giorni prima della morte di Welby nella Cattedrale di Santiago del Cile erano stati celebrati – presenti diversi Cardinali – i solenni funerali di Augusto Pinochet, uno dei peggiori boia del secolo scorso.

Per tutte queste ragioni sono e mi dichiaro anticlericale. E ricordo il mio nonno paterno – medico condotto in un paesino delle montagne abruzzesi, vecchio liberale mangiapreti – che trascorreva qualche ora degli interminabili inverni componendo filastrocche conto i preti. Una la ricordo ancora:

Sono preti e tanto basta

Sono tutti di una pasta

E guardarsene bisogna

Come fossero la rogna.

Ma per rifarmi ad una fonte più autorevole, provo a parafrasare il titolo di un famoso libro di Benedetto Croce: “Perché non posso non dirmi anticlericale”.

(28 gennaio 2019)

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