O Cremaschi, oh icché tu dici?


in e-mail il 15 Gennaio 2017 dc:

Ricevo e volentieri diffondo il bell’articolo di Michele Cataldo. Parole sante …

O Cremaschi, oh icché tu dici?

   Giorgio Cremaschi, ex membro di segreteria nazionale della Fiom Cgil oggi in pensione, spesso invitato nei talk show quale voce del dissenso sindacale e politico, torna con una nuova presa di posizione sull’articolo 18 e sui referendum manifestando perplessità sulle decisioni della Corte costituzionale. Ora, che le costituzioni democratico-borghesi siano l’organo del brigantaggio borghese nei confronti del proletariato è un fatto risaputo perlomeno dalla rivoluzione francese. Dal punto di vista borghese Napoleone definì bene il concetto: la legge è uguale per tutti, ma non è detto che tutti debbano essere uguali. Difatti il principio “La legge è uguale per tutti” è fatta proprio per ingannare le disuguaglianze sociali, cioè gli oppressi, gli sfruttati, i più deboli.

   Di che meravigliarsi dunque che la Corte costituzionale di fronte alla crisi capitalistica in generale e delle difficoltà della borghesia italiana in particolare sceglie di obbedire a sua Maestà il Capitale piuttosto che alla dignità del proletariato? “Estendere –  per legge secondo Cremaschi – la tutela contro i licenziamenti ingiusti nelle aziende industriali e di servizio fino ai 5 dipendenti”? Ma dove vive Giorgio Cremaschi?  E a che cosa si appella l’ex segretario Fiom? Al fatto che già in altre occasioni si sono svolti i referendum sull’articolo 18, “perché vietarlo ora”? S’indigna. A questo punto delle due l’una: o Giorgio Cremaschi è così ingenuo da essere convinto che il voto referendario modifica il rapporto di forza fra le classi (e non lo crediamo) oppure è scoraggiato a tal punto dalla debolezza del proletariato in questa fase in Italia e in Occidente da legarsi a quello che passa il convento. Siccome non lo riteniamo ingenuo dobbiamo optare per la seconda ipotesi: è scoraggiato tanto quanto lo è il proletariato, i precari e i disoccupati italiani di questo periodo. Non ha torto.

   Ma se è così, discutiamo allora sul modo in cui rivolgersi ai lavoratori per incoraggiarli alla mobilitazione. E proprio Giorgio Cremaschi, che si è tanto impegnato nel referendum contro Renzi insieme a tanti altri compagni, gruppi, organizzazioni sindacali e politiche, dovrebbe trarre un bilancio serio e ammettere che la crocetta sul NO in una cabina elettorale non ha modificato per niente i rapporti di forza, perché non è stata messa in campo nessuna forza reale. Erano illusi i lavoratori e i disoccupati che sono accorsi in massa a votare NO, ma hanno certamente contribuito a illudersi ulteriormente tutte quelle posizioni alla Giorgio Cremaschi che puntavano su quel NO elettorale per modificare i rapporti fi forza.

Questo il punto in questione.

E Cremaschi dovrebbe sapere molto bene, vista l’esperienza che ha, che in ogni rinnovo contrattuale o ristrutturazione aziendale, quando si arriva al referendum, vuol dire che la battaglia è stata già persa, e ci si arriva per giustificare la necessità della firma, dei rientro in fabbrica e così via. L’articolo 18 fu il risultato di vere e dure lotte della classe lavoratrice italiana, ma anche la possibilità da parte del capitalismo affluente dell’Italia di una precisa fase storica di fare concessioni.

   Ai lavoratori va detto la verità, che tra l’altro già conoscono perché vivono su questa nuda terra, piuttosto che alimentare in essi il senso del minimo sforzo che tende a nascondersi e a scansare lo scontro che si presenta come assoluta necessità per arrestare l’arretramento scompaginato e continuo in atto da alcuni decenni.

Alla domanda presente fra i lavoratori “ma se lottiamo le aziende delocalizzano” bisogna rispondere che l’alternativa alla non lotta, equivale alla rassegnazione che non esclude affatto la delocalizzazione.

Peggio ancora l’altro interrogativo anch’esso presente: “ma se lottiamo per migliorare le nostre condizioni i padroni perdono di competitività e l’azienda chiude”. Una preoccupazione reale, più che legittima alla quale abbiamo l’obbligo di rispondere: è stato proprio l’atteggiamento remissivo degli ultimi trentacinque anni a far arretrare e umiliare la loro causa, da quando hanno accettato senza colpo ferire tutti i ricatti del padronato italiano con il compiaciuto assoggettamento dei gruppi dirigenti delle maggiori organizzazioni sindacali.

È bene essere chiari e fino in fondo: si è trattato di un processo generalizzato per tutto l’Occidente, il proletariato si è cullato e adagiato sulla complementarietà e oggi è prigioniero di essa e non sa come uscirne. Dunque oggi più che mai la questione è internazionale, come una catena composta da tanti anelli che tengono in piedi il tutto. Ma se le vecchie generazioni – i nati nei due decenni dopo la fine della seconda guerra mondiale – sono rassegnate per ragioni oggettive. La stessa cosa non può esserlo per le generazioni successive che devono cominciare a prendere nelle proprie mani le sorti del proprio destino, non rassegnarsi a vivere di lamento e delegare continuamente ora a questo ora a quel simbolo che sbraita senza costrutto. Bisogna sviluppare la forza d’urto.

Al diavolo elettoralisti e referendari arresi al capitalismo come ultima sponda dell’umanità proprio quando esso è in crisi generale come sistema. Al diavolo vecchi tromboni sfiatati che non hanno mai suonato una buona musica da giovani, figurarsi da adulti. Al diavolo comici da strapazzo che si atteggiano a ribelli per finire da impettiti dilettanti allo sbaraglio a far da cordone sanitario a un capitalismo in crisi. Al diavolo teorici che si propongono di fare la respirazione bocca a bocca al capitalismo in crisi. Al diavolo trumpisti di tutto il mondo, salvinisti di ogni risma che pensano di far girare all’indietro la ruota della storia. Al diavolo tutti coloro che pensano di sottrarsi alla sfida che le contraddizioni della crisi capitalistica impone. Al diavolo tutti quegli sciacalli atterriti dalla presenza degli immigrati, perché “ci vengono a occupare”. Gli immigrati hanno una sola, grave colpa, quella di non avere ancora la forza di prendervi a calci in culo fin dentro le vostre case, nei vostri casinò, nei vostri bordelli che vi siete costruiti rapinando le loro zone di ogni ben di dio. Pregate, fratelli, pregate affinché non raggiungano mai l’esasperazione e la forza necessaria a porre fine alle odierne tragedie perpetrate sulle loro spalle.

 Altro che referendum! O Cremaschi, oh icché tu dici?

Michele Castaldo

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Informazioni su Jàdawin di Atheia

Nato a Milano nel 1954
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