Per farla finita con l’idea di sinistra, per superare il non-movimento.


In e-mail il 4 Giugno 2016 dc:

Ricevo, condivido e diffondo. Forse, qualche anima bella cresciuta nei salotti politicanti della sinistra (magari estrema) potrebbe sollevare qualche sciocca illazione, gli ricordo che il suo mondo (il modo di produzione capitalistico) sta andando a fondo. E noi, proletari, vorremmo salvare la ghirba. E, possibilmente, dar vita a un altro mondo, dove vivere (e sognare).

Dino Erba

Per farla finita con l’idea di sinistra, per superare il non-movimento.

Sala ha vinto le primarie, come ha vinto Expo, così come sta vincendo il partito della nazione, un progetto politico che mira ad unire le personalità e i gruppi di potere progressisti e dinamici dell’Italia sotto la bandiera del nuovo partito del neo-liberalismo italiano, il Pd. Le conseguenze su larga scala le stiamo vedendo con l’eliminazione degli ultimi residui di welfare sociale, con una zona di indistinzione sempre più palese tra politica, polizia e magistratura, con il governo dei commissariamenti che attuano di fatto gli interessi di una classe politica ed economica che cerca di mantenere i propri privilegi sulla pelle di tutti.

Chi sta dall’altra parte della barricata, chi dal basso cerca un cambiamento reale, dove si posiziona in questo momento? C’è bisogno di autocritica e di cambiamenti radicali per poter fare piazza pulita degli errori collettivi fatti negli ultimi decenni e per dissipare la confusione generale di un non-movimento disgregato  in parrocchie impegnate più a mantenere la propria schiera di fedeli in disfacimento che a costruire comunità, pensieri e pratiche di autodeterminazione e un immaginario rivoluzionario.

Il Primo Maggio milanese ha segnato un momento di rottura e dopo un anno bisogna riflettere sul divenire: non tanto per trovare colpevoli o innocenti, né tanto meno per misurare i muscoli, ma per trovare alla radice il problema di un fallimento collettivo nato tanto tempo dietro lo smarrimento generale dopo la Mayday del 2015  ha solo mostrato l’inconsistenza di un modo di concepire la lotta privo di idee, proposte e pratiche di cambiamento reali, poco coraggioso e troppo ingenuo, debole credendosi furbo, poco proletario e molto borghese. Un movimento non si sviluppa né muore in quattro incroci e quattro vie vittima di qualche vetrina rotta e qualche macchina incendiata. Il primo maggio non è stato ne l’inizio né la fine di qualcosa, ma l’affermazione di una debolezza e di una contraddizione collettiva. Soffiamo su queste ceneri, e ci apparirà sotto un mondo che palpita.

Perché un non-movimento?

Un movimento è l’espressione dei percorsi, delle lotte, del conflitto locale e nazionale. Un movimento ragiona in termini di avanzamento e non di auto-rappresentanza, mette insieme esperienze, risorse, idee, ipotesi e le mette in pratica. Ma soprattutto questi percorsi dovrebbero avere una prospettiva territoriale, essere  in grado di far nascere forme di vita  e di creare una forza collettiva che agisce nel territorio in termini di costruzione di comunità solidali e conflittuali. Questo vuol dire gettarsi nella mischia a partire dai luoghi in cui siamo, ascoltare e discutere in modo orizzontale e collettivo, rompere le barriere della diffidenza e della paura. Non pensare a sé stessi ma alla potenza comune di un movimento rivoluzionario.

I movimenti di lotta per la casa negli ultimi anni nonostante abbiano portato in piazza, davanti ai picchetti contro sfratti e sgomberi, migliaia di persone, nella maggior parte migranti, nonostante in certe occasioni fossero dei veri e propri movimenti di massa, ora si trovano intrappolati tra la debolezza della prospettiva collettiva e l’accelerazione sfrenata a livello legislativo e repressivo che se non impediscono di certo riducono di tanto la riproducibilità di pratiche di massa come l’occupazione e addirittura colpiscono con leggi come l’art.5 le fondamenta di una vita in lotta.  Di pari passo c’è la difficoltà di inserire percorsi di riappropriazione nel tessuto territoriale e di rompere le barriere tra occupanti e non occupanti, tra italiani e stranieri.

Pensiamo all’eccezionale lotta che i facchini combattono davanti a centinaia di stabilimenti e magazzini. A parte la partecipazione e la solidarietà espressa da tanti compagni generosi, quel blocco conflittuale e di classe non fa parte di quello che si intende tradizionalmente come movimento. Nonostante ciò la questione dell’agibilità e del rapporto di forza è la regola in tanti magazzini e stabilimenti della logistica dove centinaia di lavoratori iscritti al Si Cobas esprimono una resistenza ed un attacco che mettono in difficoltà le politiche criminali delle aziende a volte superando il sindacato stesso.

Allo stesso modo tanti occupanti di casa e sfrattati fanno fatica a comprendere l’agenda di movimento soprattutto quando manca quel sentire comune che permette di agire come forza collettiva e non come atomi disgregati. É anche successo che si chiedesse una moratoria degli spazi sociali e non degli sfratti e degli sgomberi palesando di fatto una separazione tra un ambito di lotta e uno spazio di autoriproduzione. Quando questa separazione invece si riduce, la contaminazione e l’amicizia creata nella lotta permettono lo svilupparsi di tutt’altre prospettive.

E poi ci sono i sindacati impegnati più ai numeri degli iscritti che alla potenza collettiva, più alla vertenza che a preservare l’autonomia conquistata. Accordi su accordi, giochi di potere interni e una competizione infinita tra sigle ci descrivono un panorama sindacale disgregato e incapace di creare avanzamento al di fuori della rappresentanza e dell’auto celebrazione.

Detto ciò tutti i settori  si trovano a dover subire forti attacchi da parte del governo intenzionato ad eliminare ogni forma di dissenso che metta in pericolo gli interessi e gli affari del partito della nazione. Davanti a questi attacchi non c’è un movimento di studenti, operai, migranti, occupanti, sindacati o assemblee di quartiere che si mobilitano compatte, così come non c’era durante la riforma del lavoro, della scuola e delle pensioni.

Gli  errori sono normali. Nessuno ha la già la ricetta pronta a meno di non essere abbastanza umile o sincero con sé stessi. Fraintendimenti e scazzi, se si è nell’ottica di una potenza collettiva, andrebbero  risolti nelle sedi adeguate lontane dagli occhi dei nostri nemici, a costo di pigliarci a sediate e di creare rotture, per avanzare nelle possibilità rivoluzionarie che sono in gioco, non guardando alle nostre identità politiche, ai nostri calcoli e ai nostri egoismi.

Il non-movimento invece può permettersi di prescindere da necessità etiche e strategiche, non ponendosi il problema della solidarietà davanti alla repressione, perché la solidarietà si dà solo ai propri amici, anche se di mezzo ci va l’agibilità di tutti (e la vita di alcuni).

Forse allora il problema non è il movimento, ma la sua assenza. Bisogna ripartire da questo vuoto e questa assenza, rimettendosi in discussione e sciogliendosi nel movimento reale, quello che può abolire per davvero lo stato di cose presenti. Per questo è fondamentale stare in mezzo alle contraddizioni per capirle e superarle. I rivoluzionari oggi devono avere la capacità di  trovarsi nel luogo giusto al momento giusto.

Abbiamo bisogno di comunità di quartiere, di gruppi di studenti, di lavoratori combattivi, di migranti in lotta: forme collettive reali che si pongono la questione dell’auto-organizzarsi, la questione della vita a partire dalla lotta che portano avanti. Quello che non serve più sono i contenitori politici, sigle vuote ed esclusivamente rappresentative, i centri sociali che rappresentano se stessi e che al massimo soffocano le istanze politiche in dinamiche identitarie parrocchiali, i maestri di radicalismo tutti tesi a seguire le proprie pulsioni soggettive.

Dicotomia movimenti-istituzioni, forza popolare-governo.

Torniamo indietro di 5 anni,  a Milano, quando Pisapia era l’anti Moratti, la nuova speranza per la sinistra cittadina.

Quando il movimento milanese era diviso tra chi non ne voleva sapere niente della politica istituzionale e chi invece era in attesa di quella “vittoria” che mettesse fuori gioco la destra che da anni governava Milano.

Qualcuno la poteva chiamare ai tempi strategia, ma il problema è sempre la stessa modalità ambigua e confusa di confondere il patrimonio delle lotte dal basso con ciò che si decide nei piani superiori, come se Pisapia fosse stato il risultato di anni di lotte che in quel momento si stessero ponendo la questione della rappresentanza e del governo. C’è chi crede in questo percorso politico e prende ispirazione cercando ridicolamente di replicare in Italia le esperienze dei governi di sinistra dell’America Latina o di Siryza in Grecia o di Podemos in Spagna.

L’appartenenza ai residui di un’ideologia, più che la ricerca di pratiche rivoluzionarie e emancipatrici ha fatto in modo che tanti non riuscissero a vedere i limiti di questi modelli.

Abbiamo visto in America Latina, la distanza che si è venuta a creare negli anni tra la classe dirigente e la base militante, il tradimento dei governi nei confronti dei movimenti indigeni e sociali. Perché in mancanza di idee su come creare un mondo nuovo, di cosa farcene della potenza e della forza materiale autonoma accumulata nei territori, la questione del governo prende sempre il posto della rivoluzione e in Latino America a parte le esperienze collettive di riappropriazione, di autogoverno e autogestione dei territori dei vari movimenti indigeni, rurali e urbani, dai piani alti non si è mai vista nessuna proposta che mettesse in discussione il modello neo liberalista di sviluppo capitalista.

La politica dell’estrattivismo petrolifero e minerario e dello sfruttamento delle risorse naturali è ancora oggi il modello di vita che i governi progressisti propongono come alternativa al mondo vecchio. In nome dello sviluppo la “Pachamama”[1] è stata violentata e calpestata nonostante fosse il pilastro delle nuove costituzioni andine e chi ha osato sfidare i governi per difenderla è stato duramente represso e in alcuni casi accusato addirittura di terrorismo.

La stessa cosa l’abbiamo vista in Grecia dopo la vittoria di Tsipras, una dirigenza politica che addirittura butta nell’immondizia  la forza di un “No” collettivo per cedere ai poteri forti, dopo aver  pacificato e frammentato quella forza che si era creata nelle lotte, nelle piazze, nelle fabbriche, nelle università, nelle scuole e nei quartieri della Grecia con la scusa del cambiamento.

Ora qualcuno vorrà aspettare di vedere cosa combina Podemos.

Ma forse qui non si tratta di tradimento. É necessario capire effettivamente di cosa parliamo quando diciamo “sinistra”. Cominciamo a considerare come la politica nell’accezione moderna designi sostanzialmente un ambito di gestione di un sistema economico e sociale inamovibile. Il capitalismo ha da un lato le sue strutture economiche (lavoro, valore, merce, denaro) e dall’altro ciò che è necessario al suo funzionamento e ad una riproduzione dinamica (governo, diritto, esercito, polizia), che nell’accezione comune si chiama politica. L’idea di sinistra per quanto voglia attaccare il capitalismo non rompe mai questo schema. Cerca spasmodicamente una gestione “alternativa” di un sistema del quale non mette in questione le fondamenta. Non  vuole rompere con il lavoro salariato, il mondo della merce, del valore o del denaro, con il Mercato, il Partito o lo Stato,  che spaccia come “orizzonti insuperabili” (quando dovremmo ricordarci che esistono da non più di qualche secolo).

Forse il problema è qui, ogni volta che sono scoppiate delle rivolte incontrollabili in giro per il mondo, la rappresentanza ha aperto la strada alla pace sociale e ha disgregato in mille particelle quella rabbia e quella massa di persone che erano state capaci di mettere in questione un intero modo di vivere. Con il voto si smette di pensare collettivamente come si fa quando bisogna organizzare un’assemblea, uno sciopero, una barricata, un’azione e torniamo ad essere individui soli. Si elimina un tiranno e si invitano i rivoltosi a tornare a casa davanti alla tv per poi andare alle urne a votare il prossimo politico, la nuova maschera sopra il vecchio cadavere.

É la lotta a permettere ciò che prima sembrava impossibile, il buttarsi nelle contraddizioni, il lavoro di base quotidiano, quel lavoro che crea teoria, immaginario e apre delle possibilità. La potenza cresce quando smettiamo di essere spettatori del nostro destino e decidiamo di essere protagonisti. La catastrofe si trasforma in possibilità quando si trova un contatto con il mondo, quando ci accorgiamo di non essere soli e che il cambiamento può partire solo da ciò che dal basso riusciamo a costruire per rovesciare il mondo di sopra.

Quindi la domanda è ci interessa costruire dei territori in grado di organizzarsi e autogovernarsi o avere dei territori da governare? Ci interessa porci il problema di come creare forme di vita rivoluzionarie o elettori disposti a salire sul carrozzone della speranza? Vogliamo forse una Repubblica socialista, un Capitalismo verde o di Stato, un auto-sfruttamento gestito collettivamente?  O cerchiamo piuttosto un autorganizzazione delle nostre vite, uno sviluppo autonomo dei nostri mondi?

Milano tra promesse tradite e rappresentanza borghese.

Dove  sono rimaste le promesse della giunta arancione e quanto il movimento é stato rallentato da chi aveva  i piedi in due scarpe? Abbiamo visto la politica sociale dell’alternativa al PD  a Palazzo Marino. Il conto degli spazi sociali  sgomberati lo abbiamo perso, gli sfratti e gli sgomberi di famiglie sono aumentati. Nella memoria collettiva rimarrà impresso quel tentativo di sgomberare 200 famiglie in nome di Expo nel novembre del 2014 e lo vediamo oggi con il piano regionale che smantellerà definitivamente l’edilizia pubblica o con  i piani di intervento nelle periferie.

Un esempio della confusione che regna sono i piani speculativi che il governo cittadino e regionale hanno sul quartiere Giambellino.  Rappresentanti di associazioni e di progetti finanziati dalle istituzioni (e quindi ricattabili) che siedono a tavoli con rappresentanti del governo locale e prendono decisioni al posto degli abitanti del quartiere. Associazioni e personaggi con i piedi in due scarpe che arrivano a fare patti con Renzo Piano spacciandoli per riqualificazione partecipata e dal basso.

Nella storia i movimenti si sono posti sempre il problema del rapporto con le istituzioni e con i governi. Quando si picchetta davanti a una fabbrica lo si fa per ottenere degli obiettivi che a volte passano per dei tavoli di trattativa, lo stesso fanno a volte i movimenti di lotta per la casa, ma ciò ha senso se si punta sempre a mettere davanti il  rapporto di forza  e a preservare l’autonomia conquistata con la lotta. Quell’autonomia che distingue i politicanti da chi lotta per costruire mondi nuovi e non per essere riconosciuti e assorbiti dal mondo vecchio.  Come se le istituzioni a priori fossero amiche delle lotte.

Gli ultimi si devono auto-organizzare, il mondo di sotto deve tornare a fare tremare questa città e questo paese. Solo questo potrebbe cambiare i rapporti di forza attuali e porre fine alla borghesia dei ceti politici di sinistra e di movimento, ma soprattutto al modo coloniale di vedere la lotta e la rivoluzione. Il mondo vecchio non può essere riformato, la nostra sfida riguarda la secessione verso ciò che fu e la scoperta di ciò che può e deve essere. Chi non ha paura di perdere qualcosa perché non ha niente, chi non pensa a un domani perché un presente non ce l’ha,  chi il problema della violenza non se lo pone perché la violenza la subisce tutti i giorni, ecco chi fa paura alla borghesia.

Rompere con l’esistente, abitare le rotture.

I tempi che stiamo vivendo ci parlano chiaro, è finito il tempo delle mediazioni, il potere vorrebbe chiudere ogni spazio di agibilità che abbiamo conquistato. Tanto si è detto sul significato e la declinazione della parola conflitto. Si può chiamare conflitto un corteo in cui si manifesta senza scontri, una Street parade, il lanciare delle uova, l’occupare una sede. O per conflitto si può intendere lo scontro con la polizia, i picchetti davanti alle fabbriche, il gesto di occupare una casa. In realtà è poco interessante il dibattito sulla pratica più o meno rivoluzionaria, il vero nodo è se ciò che mettiamo in campo agisce in termini di rottura con l’esistente e i suoi poteri o serve a perpetuare un’auto-narrazione dentro agli stessi meccanismi di sfruttamento. Esistono fattori come il rapporto tra le forze in campo, la percezione nel e del territorio, la puntualità nel dibattito che ovviamente influiscono sulla recezione collettiva di un’azione o un gesto, sul sentirsi parte di qualcosa.

Ciò che oggi è possibile molto probabilmente prima non lo era, così come ciò che ora non è assumibile domani lo potrà essere, se sarà cresciuta l’intensità delle lotte. Perché ciò che è in questione sono quei gesti che ci fanno passare alla tappa successiva, con i quali tutti assieme superiamo paure e incrostazioni del passato.

La differenza sta negli obiettivi, nella strategia. Se lottiamo per colmare i vuoti dello Stato e non per esplicitare la vita che vorremmo la rottura non può avvenire e per quanto ci possa essere lo scontro e anche la vittoria, questa tante volte sacrifica l’autonomia e l’organizzazione che si è stati in grado di mettere in campo. I nostri nemici quando concedono qualcosa lo fanno per evitare il peggio, per fare calmare le acque in vista della prossima mossa. Le istituzioni sanno mettere in campo una strategia che mira a recuperare consensi, a dividere i buoni dai cattivi e a eliminare i processi di autorganizzazione che nascono.

Poi c’è il nodo del consenso, su cui si fa sempre appello quando si vuole nascondere la propria debolezza o vigliaccheria. Il consenso serve, i nostri gesti devono essere raggiungibili, desiderabili, la gente deve avere voglia di fare lo stesso, di venire con noi. Il problema è quale consenso ci interessa, quello della borghesia o quello dei proletari? Il consenso che ci interessa è quello delle persone con cui costruiamo o potremo costruire giorno dopo giorno un’idea diversa di gioia/felicità. Nessuno si è mai chiesto quale fosse l’opinione della gente dei quartieri dopo gli scontri del Primo Maggio milanese, tutte le valutazioni partivano dall’opinione “politica” di chi era stato colpito a livello materiale o morale, il racconto del giorno dopo rifletteva il modo di vedere e pensare della borghesia milanese preoccupata di difendere i propri privilegi o del cittadino medio legalitario e perbenista.

Allo stesso modo la discussione in  rete che è avvenuta (l’unica che c’è stata) è stata influenzata dal racconto maggioritario, di chi ha in mano il monopolio dei mezzi di comunicazione. Cosa ne pensavano gli abitanti del Giambellino, di Corvetto, di San Siro, di Quarto Oggiaro, di Cimiano, di Barona, del Ticinese o degli altri quartieri popolari, vedi occupazioni, in giro per l’Italia? Nelle discussioni a voce in periferia i termini del discorso erano meno imbarazzanti di quelli ufficiali, sia del nostro non-movimento, sia del potere.

Qualunque sia il giudizio su ciò che è successo, quando i compagni parlano come parla il potere, bisogna preoccuparsi.

Quando difendiamo uno sfratto, quando picchettiamo davanti ai cancelli di una fabbrica, quando facciamo i collettivi a scuola l’obiettivo non è semplicemente l’affermare una mancanza o una ingiustizia ma affermare una possibilità, il ricompattare un sentire e una presenza in termini collettivi e conflittuali. Fare la lotta agli sfratti senza occupare una casa, vincere una vertenza sindacale senza cambiare i rapporti di forza dentro il magazzino, chiedere la libertà di movimento dei migranti senza farsi carico dell’illegalità che comporta il rendere reale la solidarietà, limitarsi a fare appello alla scuola e all’università pubblica senza interrogarsi  sul modello di istruzione che ci interessa, sono tanti modi di mantenere e migliorare lo stato di cose presenti e non di rompere con i processi e i meccanismi di pacificazione e di riproduzione sociale che impediscono lo svilupparsi dei divenire e dei possibili rivoluzionari.

Una strategia rivoluzionaria si deve scontrare di continuo con ogni ostacolo gli si presenti davanti, per aprire nuovi possibili deve essere in grado di farla finita con gli automatismi, l’auto-rappresentanza. Deve sviluppare processi organizzativi in grado di mettere in difficoltà la contro parte, fargli paura, rendere difficile il loro lavoro di mediazione politica.

Dobbiamo tornare ad essere imprevedibili.

Bisogna però essere in grado di abitare gli spazi che si aprono con le rotture, essere in grado di riempire i vuoti che si creano, di creare proposta politica in grado di superare ciò con cui si è rotto. Se questo non avviene, le rotture vengono abitate e gli spazi chiusi dal potere che si ristruttura, che cambia forma, che rovescia a suo favore la rottura, riassorbendo tutta la potenza che non è riuscita a dispiegarsi. Uno dei problemi e degli errori più grandi di chi oggi agisce in termini conflittuali è  l’incapacità di abitare le rotture che si producono, perché il limite del conflitto vengono a gala quando non si ha la capacità di leggere i cambiamenti, di fare nascere qualcosa in grado di seppellire ciò che c’era prima. Se questo non avviene il conflitto e la rottura rimangono immortalati e chiusi in una giornata, in poche ore e non si dispiegano nel territorio, nell’immaginario collettivo. Se non si riescono ad abitare le rotture indirettamente si finisce per mantenere intatto lo stato di cose presenti. I compagni zapatisti ci suggeriscono: “Sapete? Uno degli inganni di quelli che stanno sopra è convincere quelli in basso che quello che non si ottiene rapidamente e facilmente, non si otterrà mai. Convincerci che le lotte lunghe e difficili stancano e non arrivano a niente. Truccano il calendario del basso sovrapponendo il calendario di sopra: elezioni, apparizione, riunioni, appuntamenti con la storia, date commemorative che occultano solo il dolore e la rabbia.”

Il coraggio dei migranti, una nuova lotta di classe.

Se pensiamo alla risposta che i movimenti stanno mettendo in campo davanti agli attacchi del governo il morale scende subito. L’ultima volta che si sono visti gli studenti incazzati era nel 2010 ma quella mobilitazione fu cavalcata dal “Partito di Repubblica” intenzionato a far cadere Berlusconi. É più facile ricordare l’ultimo comizio della Camuso che il conflitto operaio in piazza. Se 40 anni fa qualcuno avesse descritto la situazione attuale sarebbe stato preso per pazzo.

Le piazze sono vuote, come vuota è la politica e l’interesse generale per ciò che ci accade intorno. La televisione e gli smartphones insieme a trent’anni di contro insurrezione hanno distrutto ogni comunità e senso d’appartenenza  e prosciugato il mare in cui i movimenti nuotavano. Attraverso un uso strategico della scuola, della fabbrica e del quotidiano, il potere ha costruito, orientato e addomesticato le proprie soggettività impedendo di fatto la possibilità di prendere parte al mondo se no come soggetti disgregati, privi di relazioni sociali reali e collettive.

É da qui che partiamo e senza ritrovare affluenti in grado di impedire al fiume della rivoluzione di prosciugarsi definitivamente, saremo dei pesci fuori acqua destinati a una dura e triste sconfitta.

La parola guerra è tornata a far paura negli ultimi 15 anni. Con la scusa della guerra al terrorismo si bombardano e saccheggiano intere zone del pianeta.  Allo stesso tempo l’Italia ha visto crescere l’ingresso di persone provenienti da ogni dove negli ultimi anni.

All’inizio i padroni si leccavano i baffi, mano d’opera a basso costo e un nemico interno da esporre per nascondere malaffari, corruzione e giochi di potere.

Ora la situazione è distinta perché la guerra in Medio Oriente ha scatenato una diaspora verso l’Europa che nessun Paese è in grado di sostenere a livello economico e politico. I flussi migratori continuano ad aumentare e nonostante “gli sforzi” dell’occidente per tenere lontani i “barbari” nei prossimi mesi e anni i profughi da non-soggetti, ignorati, lasciati a morire di fame, potrebbero diventare  i protagonisti della messa in discussione del modello Europeo e occidentale.

Il profugo è un soggetto creato dal potere coloniale, quando emigra si porta dietro questo ruolo, sia nella sofferenza e sacrificio del viaggio, sia nella richiesta di accoglienza. Forse è proprio quando le condizioni materiali che lui si aspetta di trovare vengono tradite che si mette a lottare. Sicuramente su di loro giocano meno le convinzioni morali che frenano gli italiani, come la legalità, la violenza, la disciplina del lavoro. Forse sarebbero gli unici in grado di fare realmente in occidente la guerra alla guerra.

Chi scappa dalle guerre, dalla povertà e dalla fame, chi lavora in condizioni al limite dello schiavismo non ha niente da perdere e la rassegnazione è l’unica cosa che queste persone hanno dimenticato cosa sia. É per questo che i magazzini di mezza Italia scioperano sommersi da mille lingue e dalla determinazione e il coraggio di tanti operai quasi tutti stranieri. É per questo che i movimenti di lotta per la casa sono composti maggiormente da migranti. É per questo che Ventimiglia e la lotta alle frontiere fa  paura al potere, perché non si parla più soltanto di diritti, di documenti, ma di libertà di circolazione, di vita, e si lotta per tutto questo.

Una nuova guerra di classe si combatte sulla pelle dei migranti, chi non ha subito la sconfitta degli anni 70, 80 e 90, chi ha rischiato la vita lasciando affetti e sogni per cercare di costruirsi un futuro migliore è meno propenso ad abbassare la testa. Di questo magistrati, poliziotti e politici hanno paura, per questo cercano di ricattare i migranti attraverso mille procedure prima di arrivare alla regolarizzazione vera e propria. Arrivare ad essere un cittadino Italiano per un migrante vuol dire sopravvivere ad anni di sfruttamento e percorsi a ostacoli.

La cittadinanza stessa è poi posta sotto ricatto: può sempre essere revocata se viene ritenuto che la condotta mette in discussione la sicurezza dello Stato. Un recinto disposto ad inculcare la rassegnazione. Anche per questo le frontiere sono tornate. Per questo bisogna lottare al fianco dei migranti, imparando da ogni comunità, mettendo a disposizioni mezzi e saperi, contaminandosi a vicenda, distruggendo definitivamente ogni visione coloniale della lotta.

Essere presenti dove le lotte dei migranti nascono, fare inchiesta per capire e imparare dalle comunità straniere, studiare i bisogni, creare incontri, sviluppare solidarietà, intrecciare mondi e culture, contaminare e lasciarsi contaminare.

Senza sinistra alla ricerca di mondi nuovi

Non è il dibattito intorno a sterili giochi elettorali ad interessarci, bensì la riflessione ed il confronto intorno ai territori che viviamo, i percorsi che scegliamo di intraprendere, le nostre difficoltà ed invece i punti di forza.   É questo il dibattito che ci dovrebbe interessare e che va costruito partendo dal vuoto e dalle difficoltà materiali che ci troviamo ad affrontare nel presente.

Il panorama politico mondiale è sconvolto da guerre e dalla violenza del capitalismo, ma in tanti posti del mondo il problema della costruzione di infrastrutture partigiane, di forza popolare, di comunità, di autonomia, di autogoverno e di forme di vita come nel Rojava e nelle comunità zapatiste, è pratica quotidiana.  Allo stesso modo ci sono tante comunità indigene del Sudamerica che dopo il tradimento di quella sinistra che hanno portato al potere, ora ricominciano ad organizzarsi e a coordinarsi anche con i movimenti sociali metropolitani, così come le esperienze di autorganizzazione delle periferie di tante metropoli del “continente perdido”  e anche forme di comunità in Mexico che combattono quotidianamente contro il narcotraffico creando delle vere e proprie zone di autogoverno autodifese.

I nostri modelli vanno cercati nelle pratiche resistenti del ventunesimo secolo.

Il dibattito sulla forza materiale autonoma va rilanciato perché a livello strategico è qualcosa di fondamentale. La costruzione di comunità solidali non è qualcosa di scontato, è qualcosa su cui bisogna scrivere, creare momenti di discussione. A Bologna durante un anno di occupazione dell’ex Telecom decine di famiglie mettevano in comune, per risolverli insieme, problemi quotidiani che solitamente rimangono confinati alle quattro mura domestiche: come iscrivere i figli all’asilo o come ottenere la tessera sanitaria. Perché è questa la base per qualsiasi possibilità di discorso politico. Senza comunità, senza relazioni, senza un sentire comune la politica rimane ai margini, al di fuori della riproduzione della vita di chi abita in un determinato luogo. Forzare questo vuoto, le condizioni sfavorevoli, fare parte della vita che in un territorio si sviluppa, ecco il nostro compito.

Come costruiamo qui e ora una forza in grado di creare autonomia, potenza popolare e solidarietà, come diffondiamo mondi nuovi in ogni angolo delle penisola? Come teniamo lontani gli sciacalli, gli sbirri, gli speculatori, i politici facendo parte di un tessuto sociale reale e non di un ceto politico? Come ci posizioniamo dentro l’attuale scontro di classe?

Cominciamo a riflettere sulla nostra incapacità di organizzarci, saccheggiamo tutto ciò che si muove in giro per il mondo, riscoprendo la curiosità e complicità per lotte ed esperienze geograficamente lontane da noi, una curiosità che abbiamo perso negli anni.

Passo dopo passo, granello di sabbia dopo granello di sabbia, sarà un processo lento e lungo, ma bisogna cominciare perché questo è molto meglio che vivere aggrappati ai cadaveri degli Iglesias , dei Tsipras, dei Correa, dei Morales e dei Pisapia di turno e che buttare via sogni e desideri alla ricerca eterna di una “Nuova Sinistra” che meno male non tornerà mai più.

Vogliamo abolire la “politica” solo per poterla realizzare. Vogliamo abolirla come sfera separata dalla vita quotidiana. Vogliamo costruire un autonomia che afferma la sua pratica e la sua etica. Dobbiamo rinunciare ad una concezione del politico fondata sulla potenza di entità astratte e unificanti e abitare nella molteplicità concreta degli spazi e dei momenti, ridando alla politica le sue proprietà originarie: un tempo, un luogo, degli esseri, una vita che si fa e si disfa al presente.

Compagni e compagne per l’autonomia diffusa
autonomiadiffusa@inventati.org

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Informazioni su Jàdawin di Atheia

Nato a Milano nel 1954
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