Amare confessioni di un maestro in crisi


27 Gennaio 2013 dc

Amare confessioni di un maestro in crisi

di Lucio Garofalo

Al di là delle disfunzioni e delle problematiche che investono le componenti interne al mondo della scuola, ossia le varie categorie professionali impegnate nell’educazione dei giovani (dirigenti, docenti, personale amministrativo ed ausiliario), uno degli aspetti più detestabili della vita lavorativa nella scuola è costituito dall’eccessiva ingerenza esercitata con arroganza e supponenza dai genitori sul terreno dell’autonomia didattica, una prerogativa che compete, per definizione e vocazione istituzionale, agli insegnanti.

L’eccessiva invadenza e disinvoltura nei comportamenti, la spregiudicatezza e la villania di alcuni genitori e dei loro figli scostumati e prepotenti, costituiscono probabilmente uno degli effetti più incivili e nefasti sortiti dalla cosiddetta “autonomia scolastica”, che in molti casi concede uno spazio fin troppo ampio di intrusione e di condizionamento a quelli che sono i soggetti più influenti e più forti provenienti dall’ambiente esterno. E a proposito dell’eccessiva presunzione e interferenza dei genitori nell’ordinamento e nell’esercizio della professione didattica si potrebbe citare una ricca e varia aneddotica.

Francamente, non se ne può più di una scuola in cui l’invadenza e l’arroganza dei genitori sono un malcostume esageratamente diffuso, quanto intollerabile, in cui le classi da gestire sono sempre più caotiche e numerose oltre i limiti del normale buon senso, in cui gli alunni sono sempre più viziati e maleducati a causa di atteggiamenti diseducativi profondamente scorretti assunti da genitori troppo improvvisati e protettivi.

Una scuola in cui la cosiddetta “autonomia scolastica” viene troppo spesso scambiata dai dirigenti per una sorta di “tirannia” o arbitrio personale, per cui ne consegue che le scelte siano inopinate e discutibili, fin troppo discrezionali, decise in modo solitario e antidemocratico, con metodi autoritari e verticistici, causando ingiustizie e malcontenti.

Una scuola che è diventata un luogo di lavoro alienante e stressante, in cui i colleghi sono sempre più divisi e contrapposti tra loro, anziché essere vicini e solidali, e ciò accade in virtù di meccanismi voluti e imposti dall’alto, che accentuano e inaspriscono ulteriormente il livello già alto di competitività, esasperando le rivalità individuali su cui agiscono in modo determinante le cosiddette “incentivazioni economiche aggiuntive”.

Una scuola in cui il ruolo dell’educatore viene mortificato e sottovalutato anzitutto a livello retributivo, ridotto a mansioni umilianti di mera sorveglianza o, nella migliore delle ipotesi, svilito in compiti meccanici e ripetitivi di addestramento degli alunni tramite esercitazioni noiose volte a superare una serie di verifiche valutative somministrate con i test a risposta multipla in cui si articolano le famigerate “prove Invalsi”, a cui gli allievi vengono abituati e addestrati per mesi e mesi, fino alla nausea.

In definitiva, non se ne può più di una scuola a “quiz”, una scuola di natura cripto-classista e anti-democratica che assomiglia maldestramente al prototipo di un’azienda decotta, da cui si sforza di attingere e mutuare il gergo, gli organigrammi e le gerarchie.

Confesso di essere profondamente deluso dal mondo della scuola e dell’insegnamento, che considero come una sorta di elevata missione sociale che discende da un’autentica vocazione fondata su uno spirito di abnegazione, su straordinarie doti morali di volontà, comprensione, pazienza, umiltà, sensibilità e intuizione psicologica, su convincimenti culturali dettati dall’impegno nello studio, dalla passione e dall’amore nutrito verso l’umanità e verso la trasmissione del sapere e dei più preziosi valori etici e intellettuali.

Il mio “sfogo” personale non comporta affatto uno scadimento di fiducia nella forza morale e spirituale dell’istruzione, nel senso che confido ancora nel valore etico e nelle potenzialità emancipatrici e persino eversive dell’educazione delle giovani generazioni.

Nondimeno, la speranza volontaristica e la fiducia ottimistica nel potere, virtualmente rivoluzionario, della cultura e della formazione integrale, non m’impedisce di assumere un atteggiamento ragionevolmente scettico, critico e realistico, inevitabilmente pessimistico, rispetto ad un’azione ideologica e strumentale con finalità evidentemente conservatrici, svolta tuttora dall’istituzione scolastica nel quadro di un ordinamento sociale classista, una funzione che è, dunque, al servizio del sistema capitalista vigente.

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Informazioni su Jàdawin di Atheia

Nato a Milano nel 1954
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