La malattia del tifo “sportivo”


Nel mio sito avevo inserito questo estratto:  vorrei ampliare il discorso a tutto il tifo, non solo a quello calcistico

Un interessante articolo, nella rubrica “Segnali di Cerami”, è comparso sul supplemento “Musica!” di “la Repubblica” di Giovedì 3 Giugno ’99 dc. Mi è talmente piaciuto che ne pubblico una sintesi.

La malattia del tifo calcistico

Difficile da credere. Eppure ci sono tante, tantissime persone che non hanno nient’altro nella testa e nel cuore che il tifo calcistico per la propria squadra.

Il fenomeno è talmente estremo, crudele e paradossale che non si può non nutrire per queste povere persone pietà, tenerezza e rabbia. Rabbia soprattutto quando una simile patologia sfocia nella violenza più assurda come è successo, ad esempio, a Salerno.

Il tifo è un frullatore, riduce in poltiglia qualsiasi problema: qualsiasi conflitto. Deresponsabilizza le anime fragili. La squadra del cuore ci da sempre da pensare e da sognare: ventiquattro ore al giorno per tutti i giorni dell’anno, durante il campionato, durante il mercato dei calciatori, durante la preparazione estiva.

Una buona parte del successo di questo avvincente sport lo si deve proprio alla condizione miserabile (sia a livello spirituale e psicologico che a quello della qualità della vita) di un gran numero di persone mentalmente destabilizzate. La violenza negli stadi e nei treni è una diretta conseguenza dell’horror vacui di cui sono vittime i tifosi assoluti, quelli appunto che nella vita non hanno altro, proprio nient’altro.

Riconoscersi nulla nel nulla è impossibile, di qui la reazione forte, violenta, per sentirsi vivi. Il tifo è una valvola di sicurezza psicologica, fa comodo a chi ha molti problemi (e chi non ne ha?). Il tifoso che vive nevroticamente la sua finta passione sportiva non fa che immagazzinare nella sua intimità rancori, frustrazioni e impotenze che nei caratteri più deboli possono esplodere in gesti inconsulti, irragionevoli, lesionistici e autolesionistici.

Il fanatismo sportivo non mira, come nelle religioni, all’eternità. Finisce e ricomincia, finisce e ricomincia. A chi non si stringe il cuore nel vedere un uomo ridotto a semplice, brutale, ottuso tifoso di calcio? Quando anche la passione diventa una malattia la paura del nulla si fa ancora più forte.

***

Un aspetto rivoltante è che questi tiratori di palla, molti dei quali strapagati in modo vergognoso, ogni volta che entrano in cambio si fanno il segno della croce, dopo aver debitamente toccato il terreno erboso con la mano. Non si capisce bene il perché: pregano il loro inesitent dio per non farsi male? Oppure lo pregano perché la propria squadra vinca? Nel primo caso sarebbe legittimo, ancorché inutile dal nostro punto di vista di razionalisti e atei. ma nel secondo? Perché mai il loro dio dovrebbe far vincere la squadra di questo o di quello? Ma questo dio non dovrebbe preoccuparsi di molto altro, e ben più importante? Che dio pensano che sia questi suoi adepti? Se leggiamo la Bibbia lo sappiamo bene: egoista (non nel senso stirneriano, ovviamente), vendicativo, perverso, autoritario, spietato, assassino.

Un altro aspetto è l’agonismo di tutti gli sport: ma è davvero così importante vincere? E’ davvero così importante fare di più (o di meno, secondo i casi) di tutti gli altri? E’ vero che il detto di De Coubertain (l’importante è partecipare) si è rivelato assolutamente fuori luogo in questa pessima società, ed è anche vero che l’attività sportiva, e l’attività fisica più in generale, sono in generale una valvola di sfogo alla naturale aggressività umana, come lo anche la caccia, del resto. Ma tutto questo accanimento, tutta questa fissazione per il primato, per il risultato sono, a mio avviso, pervertite esasperazioni di ciò che avrebbe dovuto essere, e rimanere, gioco, agonismo, in una parola…..sport!

Jàdawin di Atheia

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Informazioni su Jàdawin di Atheia

Nato a Milano nel 1954
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