Islanda: chi sbaglia paga (e i debiti sono i suoi)


La bandiera dell'Islanda

La bandiera dell'Islanda

Dal blog Vergognarsi.it Informazione e Satira 2.0 del 25 Novembre 2011 dc

Islanda: chi sbaglia paga (e i debiti sono i suoi)

di Leonardo Iacobucci
asinichevolano.altervista.org

Questa è la storia di una rivoluzione. Sta accadendo ora, in Europa: anche se ad accorgersene sono pochissimi. Forse perché a farle da sfondo è l’Islanda: 103 mila chilometri quadrati, 320mila abitanti, una capitale grande come Reggio Emilia, cognomi impossibili.

Quindici anni di crescita economica avevano fatto dell’Islanda uno dei Paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di ‘neoliberismo puro’ applicato nel Paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del Paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi. Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall’altro aumentava il debito estero delle stesse banche.

Nel 2003 il debito dell’Islanda era pari a 200 volte il suo PIL, ma nel 2007 raggiunse il 900 per cento.

La crisi finanziaria globale del 2008 è stata il colpo di grazia. Le tre principali banche islandesi, Landbanki, Kapthing e Glitnir,andarono in bancarotta e furono nazionalizzate, mentre la corona islandese perse l’85% del suo valore nei confronti dell’euro. Alla fine dell’anno l’Islanda dichiarò bancarotta.

Geir Haarde, Primo Ministro di un governo di coalizione socialdemocratica, negoziò 2,100 miliardi di dollari in prestiti, ai quali i paesi nordici aggiunsero altri 2,5 miliardi. Il FMI e l’Unione Europea volevano prendere in consegna il suo debito, dicendo che era l’unico modo per il Paese di pagare il debito ai Paesi Bassi e Regno Unito, che avevano promesso di rimborsare i propri cittadini.

Le proteste e le rivolte continuarono e alla fine hanno il governo dovette dimettersi.

Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.

Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni: un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Fu a quel punto che la rabbia popolare esplose. A guidarla, in qualche modo, erano un cantante e una donna, lesbica. Di fronte alla situazione economica del Paese, i cittadini islandesi scesero in piazza. Non per un giorno solo: per 14 settimane.

Il risultato fu che il Capo di Stato, Olafur Ragnar Grimsson, si rifiutò di ratificare la legge che avrebbe reso i cittadini dell’Islanda responsabili dei debiti bancari e accettò l’appello al referendum. Naturalmente la comunità internazionale non fece altro che aumentare la pressione sull’Islanda. Nel referendum del marzo 2010 il 93% votò contro il rimborso del debito. Il FMI congelò immediatamente i prestiti. Ma la rivoluzione (non trasmessa in TV negli Stati Uniti) non si fece intimidire. Con il supporto di una cittadinanza furiosa il governo avviò indagini civili e penali sui responsabili della crisi finanziaria.

L’Interpol emise un mandato di arresto internazionale per l’ex presidente di Kaupthing, Sigurdur Einarsson, e per altri banchieri coinvolti che fuggirono dal Paese.

In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il Paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale.

Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un’assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l’appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.

Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l’Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.

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Informazioni su Jàdawin di Atheia

Nato a Milano nel 1954
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