L’Unità? Uno specchio dell’Italia di ieri (e di oggi)


Dalla rivista on line LucidaMente http://www.lucidamente.com/

(LucidaMente MAGAZINE n. 15, 15 marzo 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 63, marzo 2011)

Sotto i riflettori

L’Unità? Uno specchio dell’Italia di ieri (e di oggi)

Il processo di unificazione, con le sue ombre (troppe) e le sue luci (molto poche), simbolo del nostro Paese
di Rino Tripodi
Fattori: In vedetta

Afosa giornata estiva. Tutto è immobile, avvolto da un sole prepotente che con la propria luce assorbe persino i colori della natura. Un lungo muro, rappresentato secondo una straordinaria prospettiva trasversale. Una piccola pattuglia. Tre soldati a cavallo. Il primo ha già voltato l’angolo e ora è al centro della parete, calcinata dal sole, che richiama alla mente quelli che saranno gli scabri e aspri paesaggi mediterranei di Eugenio Montale di Ossi di seppia (1925) e, in particolare, la «muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia» collocata alla fine di Meriggiare pallido e assorto. Gli altri due cavalieri si soffermano proprio all’angolo. Entro l’aria torrida, silenzio assoluto. Immobilità. Sospensione. Attesa, forse ansia, tensione.

Sul piano artistico, una geniale consonanza con le geometrie di Paul Cézanne, e persino un’anticipazione dei paesaggi stranianti e della dimensione quasi onirica della pittura metafisica, in primis di quella di Giorgio De Chirico.

Cosa stanno ispezionando quei soldati? Qual è il territorio che perlustrano? Di cosa sono in attesa? Qual è il loro nemico? Sono forse bloccati in un intervallo eterno, come i soldati della fortezza de Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati? O, essendo militari italiani della seconda metà del secolo scorso, stanno setacciando un infido territorio “infestato” da “briganti” meridionali?

Un dipinto lungo un secolo e mezzo

Forzando un bel po’ le intenzioni di Giovanni Fattori, e quindi interpretando simbolicamente il suo bellissimo In vedetta (1872), possiamo ravvisare in tale quadro una sorta di allegoria dell’Italia, della sua nascita come Stato moderno, della sua unificazione.

Se i tre soldati di Fattori incarnassero gli italiani al momento dell’unione – e anche dopo –, cosa simboleggerebbe la loro “vicenda”, la loro storia? Svoltato lo “spigolo” dell’accorpamento dell’Italia in un unico Stato, cosa li attende? Uno compie qualche passo, e si arresta. Gli altri si bloccano appena voltato l’angolo. Su tutto incombe un sole troppo forte, troppo luminoso che, più che vivificare, stordisce, paralizza. Alla fine, la sensazione è di sospensione, ansia, incertezza, immobilismo.

È un po’ un’allegoria della storia dell’Unità d’Italia, ma anche della nostra penisola: prima e, ahimè, anche dopo l’unificazione. Delle vicende del nostro Paese, tra speranze, illusioni, ma, soprattutto, indecisioni, manchevolezze, inefficienze, meschinità, crimini “di Stato”.

L’unità nazionale non si discute, nonostante neoborbonici e leghisti

A scanso di equivoci, chiariamo subito che riteniamo valori assoluti gli ideali risorgimentali, fondamentale il principio dell’unità italiana e irreversibile l’unificazione politica della penisola, sebbene sia innegabile che si sia trattato più di un’annessione che di un’unificazione, tant’è vero che Vittorio Emanuele II di Savoia continuò a chiamarsi «II» e non assunse il titolo di «I» re d’Italia. (Intorno a quanto scrive sul processo di unificazione nazionale Pino Aprile nel suo libro Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero “meridionali”, si legga, nel presente numero di LucidaMente, la recensione di Mariella Arcudi Perché i meridionali divennero Terroni).

Le due maggiori contestazioni al processo di unificazione nazionale, provenienti, guarda caso, da campi opposti – quanto, secondo il paradosso dell’attuale quadro politico italiano, alleati nella pasticciata maggioranza di governo –, vale a dire le obiezioni “neoborboniche” e leghiste, si contrappongono, forzando la realtà storica, e si elidono specularmente in maniera quasi perfetta. Il bello – il brutto – è, infatti, che l’uno accusa l’altro di essere rovina del proprio territorio con argomentazioni identiche (il Nord più avanzato pagherebbe ancora l’unione col Sud; il Sud più avanzato pagherebbe ancora l’unione col Nord). In comune, il rancore per i Savoia e il disprezzo per il regno sabaudo, ritenuto, forse a ragione, il più arretrato e incolto d’Italia.

In realtà, però, non era aurea la situazione preunitaria sotto gli Asburgo in Lombardia e nel Veneto, così come non era luminosa l’età dei Borbone nell’Italia meridionale.

La Napoli-Portici e l’impresa dei Mille

Certo, molti luoghi comuni che – almeno un tempo – si insegnavano a scuola oggi non reggono più (e a un minimo di spirito critico non avrebbero retto neanche nel passato).
Due esempi per tutti. La vulgata afferma(va) che il Regno delle Due Sicilie era molto arretrato e che Garibaldi compì un’autentica impresa coi suoi Mille.

Come si concilia l’asserzione del sottosviluppo del regno borbonico col fatto – anch’esso riportato sui “vecchi” libri di testo – che la prima linea ferroviaria funzionante in Italia (inaugurata il 3 ottobre 1839) fu la Napoli-Portici? Come se in un paese africano arretrato sorgesse all’improvviso una sorta di nuova Silicon Valley. È pur vero che molte tecnologie per la realizzazione di tale ferrovia furono “importate”, tuttavia le rotaie furono costruite in Calabria e, comunque, è impensabile che uno stato sottosviluppato riuscisse a compiere l’opera, per quei tempi, molto avanzata.

Si potrebbe pensare che la Napoli-Portici sia stata una “cattedrale nel deserto”.

Ma non era così.

I dati del “revisionismo neoborbonico”

Per un’articolata esposizione della realtà economica, politica e sociale dello Stato borbonico, rimandiamo il lettore all’articolo di Antonio Nicoletta (Quando il Sud era più ricco del Nord) in questo stesso numero di LucidaMente, tuttavia non possiamo fare a meno di riportare qualche cifra, del resto ormai di dominio pubblico, da quando la tradizione vulgata sull’Unità d’Italia è andata in crisi.

Nel Regno delle Due Sicilie la riserva aurea a garanzia della moneta circolante (9 milioni di abitanti) assommava a due terzi di quella esistente nell’intera Italia (22 milioni di abitanti) e la Borsa di Parigi, allora la più grande del mondo, quotava la rendita dello Stato borbonico al 120%, ossia la più alta di tutti.

Il Sud comprendeva quasi cinquemila fabbriche: cantieri navali (che avevano permesso al Regno borbonico di essere primo nel Mediterraneo per flotta mercantile e militare e al quarto posto come flotta mercantile nel mondo), industrie siderurgiche, tessili, cartiere, estrattive, chimiche, conciarie, del corallo, vetrarie, alimentari. Nel Meridione gli operai lavoravano otto ore al giorno e guadagnavano abbastanza per sostentare le loro famiglie ed erano i primi in Italia a usufruire di una pensione statale, in quanto era stato istituito un sistema pensionistico; vi era inoltre la più alta percentuale di medici per abitanti della penisola: 9.390 medici su circa 9 milioni di abitanti, mentre Piemonte, Liguria, Lombardia, Toscana e Romagna messe insieme ne avevano 7.087 su 13 milioni di abitanti.

Il Sud poteva contare su quattro università e gli studenti meridionali erano più numerosi di quelli di tutte le altre università italiane messe assieme (9.000 circa contro 7.000). La Marina da guerra del Regno delle Due Sicilie era la più potente del Mediterraneo e la prima accademia militare in Italia era stata creata a Napoli.

Dopo l’“annessione” sabauda i poli industriali e i cantieri duosiciliani furono chiusi o abbandonati e immense risorse trasferite verso il Settentrione, a far nascere il famoso “triangolo” Torino-Milano-Genova.

Veramente infame, pertanto, risulta la polemica leghista, col Nord che non solo deve ampia parte del proprio benessere alla “dislocazione” di risorse postunitaria, ma ora lamenta ipocritamente che il Sud è stato sempre un peso morto a carico del Settentrione.

La necessità della retorica e dei “miti fondativi”

Sul secondo episodio cui accennavamo sopra, l’impresa garibaldina, risulta sicuramente incredibile che meno di mille soldati, senza aiuti esterni, siano riusciti a sconfiggere un esercito numeroso e organizzato e a occupare un vastissimo territorio, senza che siano intervenute in loro aiuto “circostanze favorevoli”, che non è il caso di trattare in questa sede.

Del resto, ogni volta che sorge una nuova nazione, è normale che accompagnino/seguano l’evento l’invenzione di leggende, gesta eroiche, fatti mirabili e miracolosi, in una parola l’epica dei miti fondativi. Tutte le origini, tutte le nascite, come del resto quella umana, sono “sporche”, metaforicamente inter faeces et urinam. Pertanto, vanno nobilitate. Si pensi a Virgilio che con l’Eneide innalza la preistoria di Roma. Dunque, nulla di strano che tutti i personaggi e le imprese risorgimentali siano stati narrati come puri ed eroici. Senza macchia e senza paura, come si diceva un tempo.

Al di là del “mito Garibaldi” (e di quelli di Mazzini, di Pisacane, dei Bandiera, di Mameli, dei Cairoli), le storie edificanti di Edmondo De Amicis, l’arruolamento forzato come patrioti italiani di Dante e Petrarca, del Balilla e di Ettore Fieramosca, e la fantasia narrativa di Massimo d’Azeglio e Tommaso Grossi hanno fatto il resto nel creare un’immaginaria identità nazionale e un’epopea italica, risorgimentale, con addentellati retrodatati anche a ben prima dell’Ottocento.

È altresì indubbio che sia tipica dell’“ideologia” del vincitore la vocazione a bollare i perdenti, accusandoli di ogni male. Così gli antichi Stati preunitari furono incolpati di ogni nefandezza.

Una delusione storica

La realtà è ben diversa.

Invero il nuovo regime si dimostrerà spesso peggiore di alcuni dei vecchi Stati e, in ogni caso, non recherà maggiore libertà, progresso e giustizia, né farà diminuire corruzione, arbitri e miseria preesistenti.

Il processo risorgimentale è davvero costellato di meschinità, compromessi, persino bassezze, umiliazioni e sconfitte. E veramente sembra miracoloso che, comunque, alla fine si sia approdati a uno Stato unitario e, dopo la Seconda guerra mondiale, democratico e repubblicano, ancorché messo in crisi dal berlusconismo, dal populismo, dal leghismo oggi imperanti.

L’affresco dell’inferno della cospirazione e delle manovre politiche, dell’andamento tutt’altro che lineare del processo di unificazione, bensì zigzagante, contorto, non unanimemente condiviso nelle scelte strategiche, è ben delineato nel recente film di Mario Martone Noi credevamo (tratto dall’omonimo romanzo di Anna Banti del 1967), peraltro non del tutto riuscito come opera cinematografica.

Molte meschinità, pochi eroismi

Di seguito ecco alcune “ombre” – tanto per usare un eufemismo – all’interno della storia del processo unificatore.

I tentennamenti di Carlo Alberto e l’umiliante sconfitta inflitta dagli Austriaci ai Piemontesi nella Prima guerra d’indipendenza (1848-49).

Cavour, nei confronti di Napoleone III, sfrutta, oltre al fallito attentato del mazziniano Felice Orsini, anche le grazie della propria cugina Virginia Oldoini (la contessa di Castiglione) per persuadere l’imperatore (golpista) francese a sancire l’alleanza Francia-Savoia in vista della Seconda guerra d’indipendenza (1859): Lele Mora, Emilio Fede, Nicole Minetti e le varie Ruby non appaiono così distanti, né nel tempo, né nei costumi… In ogni caso, la guerra viene vinta essenzialmente grazie ai Francesi ed è a loro che l’Austria cede la Lombardia, che andrà al Piemonte, insieme a Toscana, Emilia e Romagna, queste ultime in cambio di Nizza e proprio della Savoia.

Il 29 agosto 1862 sono proprio i militari sabaudi a ferire e arrestare Garibaldi presso Gambarie d’Aspromonte, per evitare che compisse il proprio progetto di raggiungere Roma con i suoi tremila uomini per annetterla all’Italia, dopo che il presidente del Consiglio Urbano Rattazzi lo aveva lasciato sbarcare in Sicilia. Alcuni “garibaldini” vennero fucilati! Nel 1867, in dissonanza con gli accordi stipulati nel 1864 tra Napoleone III e lo Stato italiano sull’intangibilità dello Stato pontificio, Garibaldi ritentò l’impresa, ma venne fermato dai Francesi a Mentana.

I massacri commessi dai sabaudi nei confronti della popolazione meridionale inerme, accusata di appoggiare il “brigantaggio” (anche per questo rimandiamo a un articolo presente in questo numero della nostra rivista: La strage rimossa del 14 agosto 1861 di Giuseppe Licandro), in una guerra civile segnata da un imponente, feroce e spietato esercito di invasione e costata complessivamente forse – i dati non sono mai stati accertati – centinaia di migliaia di vittime (1860-1870).

Nella Terza guerra d’indipendenza (1866), dopo le brucianti sconfitte di Custoza e Lissa, bisognerà attendere che la Prussia sconfigga l’Austria perché il neonato regno si accaparri il Veneto (anche in questo caso, sprezzantemente ceduto dagli Austriaci all’Italia attraverso i Francesi).

Così come, per annettersi lo Stato pontificio, occorrerà aspettare che il grande “protettore” del papa, la Francia di Napoleone III, le buschi dalla Prussia a Sedan (1870), sconfitta che segnerà la deposizione dell’imperatore e il via libera alla “Breccia di porta Pia”.

La vera “questione”, non “meridionale”, ma “italiana”

La tristezza che accompagna l’enumerazione precedente non si ferma ad essa, ma si rafforza nel considerare che le debolezze, i limiti, gli errori, che hanno caratterizzato la fase preunitaria e immediatamente successiva all’unificazione («Se questa è l’Italia, era meglio non averla fatta» affermava l’onesto ministro Sidney Sonnino), hanno costantemente e drammaticamente costellato e contrassegnato pure tutta la nostra storia seguente.

Ecco, quindi, tra fine Ottocento e inizi Novecento, una lista ancora più avvilente: le dispendiose, travagliate e assurde avventure coloniali con le sconfitte di Dogali (1887) e Adua (1896), la strage di popolo a Milano (1898) da parte del generale Fiorenzo Bava Beccaris, l’attacco al morente Impero ottomano per togliergli la Libia (1911-12) e le successive stragi contro i “resistenti”, il voltafaccia nei confronti della Triplice Alleanza e l’entrata in ritardo nella Prima guerra mondiale a fianco della Triplice Intesa (1915), l’invio al massacro dei nostri soldati, Caporetto (1917), l’umiliazione subita durante la Conferenza di pace di Parigi (1919).

E, ancora, il fascismo: la lotta politica violenta, la fine dello Stato liberale, le uccisioni degli oppositori al regime mussoliniano, l’alleanza col Vaticano, il totalitarismo, l’ignominia dell’aggressione all’Etiopia e delle leggi razziali.

La Seconda guerra mondiale: nuovamente l’entrata in guerra in ritardo e con un esercito impreparato, la doppia occupazione, prima tedesca, poi “alleata”, con la vergogna dell’armistizio dell’8 settembre 1943, la guerra civile, la macelleria di piazzale Loreto, la sostanziale impunità dei criminali fascisti.

La Repubblica: le violenze del ministro Scelba sui manifestanti, la corruzione diffusa del regime democristiano, la mafia, i tentati colpi di Stato, gli anni di piombo, ancora morti di piazza, il delitto Moro, le stragi, anche “di Stato”, la P2, Tangentopoli, camorra, ’ndrangheta, nuove mafie, gli attentati a Falcone e Borsellino, la trattativa tra Cosa nostra e le istituzioni.

Siamo andati a memoria e, pertanto, molto ci sarà sfuggito.

Si può affermare che il nuovo Stato unitario ereditò e assommò il peggio degli Stati precedenti e dei vizi degli italiani senza alcuna “virtù civica”: l’autoritarismo, il clientelismo, il corporativismo, l’inefficienza, una burocrazia che s’incancrenì ulteriormente e che ancora oggi ci tormenta, una borghesia arretrata più parassitaria che produttiva.

Lo scoraggiante quadro attuale e una ancora più triste “nemesi”

Per quanto riguarda la situazione politica nazionale odierna, basta scorrere le pagine dei giornali: un presidente del Consiglio in perenne odore di illegalità e scandali sessuali (che poco hanno a vedere con la propria vita privata, in quanto riguardano la frequentazione di ricattatrici delinquenti), un parlamento che non legifera, con deputati dell’opposizione “acquistati” dalla traballante maggioranza e senza più alcun partito “storico” rappresentato al suo interno, una casta di privilegiati e una massa di precari e senza diritti, deficit di democrazia, escort come modello femminile per le giovani, uno Stato non più laico ma succube dell’integralismo vaticano, scuola, istruzione, università e cultura a pezzi, massacrate da volgarità e ignoranza pervasiva e dilagante attraverso i mass media, mancanza di rispetto di leggi e norme del vivere civile, ipocrisia, maleducazione e violenza come modus vivendi dell’italiano medio, razzismo diffuso, vuoto di valori, totale mancanza di virtù civiche (già rimproverata agli italiani da Giacomo Leopardi), spazzatura che invade intere regioni e non si sa come smaltirla, vittime dello Stato per lo più non risarcite, anzi umiliate.

Insomma, le modalità del processo di unificazione/annessione nazionale sono state anticipazione e sintesi della “questione Italia”.

Una ancora più triste nemesi: il Piemonte e il Nord, che hanno sfruttato e “scaricato” il Sud, si trovano oggi ad avere a che fare con un’arretratezza, una criminalità e soprattutto una mentalità “mafiosa” provocata proprio da 150 anni di politiche clientelari verso il Meridione, ma che ormai ha pervaso persino la Lombardia (Milano ha perso quasi completamente quella tensione verso la modernità e quel senso civico che la contraddistinguevano, rendendola “capitale morale” d’Italia, nonché i connotati solidaristici che le provenivano da una ricca storia cattolica e socialista), il Veneto, l’Emilia, e si diffonde a macchia d’olio.

Anche per i meridionali si tratta di una “vendetta” che non reca gioia, né è motivo di riscatto.

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Informazioni su Jàdawin di Atheia

Nato a Milano nel 1954
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