La cultura ci salverà, non il denaro


da Il Fatto Quotidiano di martedì 8 marzo 2011 (le correzioni in rosso – in aggiunta – e le correzioni con cancellatura sono di Sestante e di Jàdawin di Atheia)

Martha Nussbaum

La cultura ci salverà, non il denaro

La filosofa spiega le tesi del suo saggio: “Le materie umanistiche sono utili. Basta pensare quali conseguenze ha l’ignoranza sull’islam”

di Alessandra Cardinale

Se in un Paese democratico un importante ministro della Repubblica sbeffeggia pubblicamente l’importanza della cultura (“di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura e comincio dalla Divina Commedia”), se, magari nello stesso Paese, un altro importante ministro taglia docenti, ricercatori, quindi numero di ore, delle facoltà umanistiche ritenute un lusso in tempi di austerity, qual è il futuro di questo Paese? Martha Nussbaum, la grande filosofa americana, professoressa di Law and Ethics all’Università di Chicago, collaboratrice del premio Nobel per l’Economia Amartya Sen, studiosa di John Rawls, teorica del femminismo liberale, nel suo nuovo saggio “Non per profitto.   Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica” (ed. il Mulino, 14 euro-155 pp) dà una risposta a questa domanda e spiega perché le democrazie devono necessariamente nutrirsi della cultura umanistica e artistica. La Nussbaum denuncia apertamente la “crisi dell’istruzione – silenziosa e strisciante come un cancro – che si è abbattuta sul mondo. E all’accantonamento (forse ha detto “E l’accantonamento” sottointendendo “denuncia apertamente”…?)– spiega la studiosa americana a il Fatto Quotidiano – delle materie umanistiche come la storia, la letteratura, la filosofia, tutti saperi indispensabili a mantenere viva, sana e robusta la democrazia”. Nel saggio la Nussbaum si indirizza ai governi delle democrazie vecchie e nuove, occidentali e orientali: “Perché riscoprano l’importanza e l’utilità delle materie umanistiche,   perché non diano vita a generazioni di docili macchine che ciecamente ubbidiscono all’autorità senza interrogarsi”.

Professoressa Nussbaum partiamo da qui. Giovani che non si interrogano, che sono acritici anziché, come dice lei nel suo libro, cittadini del mondo. Questo è lo scenario a cui si va incontro?

Sì, e questo risultato non tarderà a venire se i governi del mondo non riconosceranno l’importanza dello studio della storia, della letteratura, delle arti e anche delle religioni. Ci troviamo nel bel mezzo di una crisi di proporzioni inedite e di portata globale. Non parlo   della crisi economica mondiale iniziata nel 2008. In quel caso tutti si sono resi conto di cosa stava accadendo e si sono dati subito da fare per cercare una soluzione. La crisi dell’istruzione sarà ben più dannosa per il futuro della democrazia. Socrate diceva ‘una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta’. E da qui parte il mio studio. La capacità di auto esaminarsi, di interrogarsi e di pensare alla maniera socratica   è però ora sotto duro attacco in un mondo sedotto dalla crescita economica e dalla logica del profitto a breve termine nel quale dove si ritiene che gli studi tecnici siano più utili a trovare lavoro di quelli umanistici.

In “Non per profitto” lei esamina tre aspetti fondamentali perché una democrazia possa durare negli anni. Ci spiega quali sono?

Il primo punto è, come dicevo prima, la capacità di auto esaminarsi. Socrate pretendeva che le persone, gli ateniesi e i suoi allievi, si domandassero cosa penso veramente? Per cosa devo lottare? Ora abbiamo bisogno di questo tipo di stimolo e dobbiamo tornare a porci questa domanda per evitare di vivere passivamente l’autorità, ciò che i nostri politici ci raccontano   e accettare ciecamente quello che ci viene offerto.

In questo senso possiamo interpretare che la rivoluzione araba sia nata come reazione a decenni di regimi dittatoriali?

Sì, certo. Il concetto di ribellione è vicino all’auto interrogarsi socratico. Gran parte dei movimenti democratici presentano quest’aspetto in quanto analizzano criticamente la struttura del potere mettendola in discussione: i cittadini si chiedono “per cosa devo combattere?”. È pur vero che non è sufficiente avere un “argument”, un motivo critico, per scendere in piazza. C’è bisogno di altri elementi. Ma certo se lo si possiede si è già a un buon punto.

Nel libro parla dell’importanza di essere cittadini del mondo. Cosa significa?

È il secondo punto fondamentale  a per una sana democrazia. Spesso e volentieri siamo degli ottusi, pensiamo in modo troppo limitato, cresciamo all’interno di famiglie, in piccole comunità locali. Al contrario dobbiamo allargare le nostre vedute, imparare quale sia l’interesse e il bene della nostra nazione in rapporto a tutte le altre nazioni del mondo. Per costruire un mondo decente dobbiamo preoccuparci di comprendere la vita delle persone che vivono al di là dei nostri confini. In termini educativi significa che è necessario avere una qualche comprensione della storia ma anche della religione degli altri popoli. Si pensi a quanta ignoranza c’è sull’islam, ad esempio. Questa provoca gravi conseguenze a livello politico perciò è essenziale che queste materie vengano insegnate evitando stereotipi e luoghi comuni.

Il terzo aspetto?

La terza competenza del cittadino si chiama empatia o immaginazione narrativa. Non è sufficiente possedere una certa quantità di nozioni culturali e storiche se non se ne comprende la portata umana. Ora, noi tutti nasciamo   con l’abilità di vedere il mondo dal punto di vista di un’altra persona. Secondo   gli psicologi quest’abilità esiste già alla fine del primo anno di vita. Ma come tutte le capacità deve essere sviluppata e nutrita. Non è possibile continuare a vedere il mondo dal punto di vista dei nostri genitori o dei nostri amici. È necessario estendere la propria immaginazione e imparare a prendere decisioni diverse affinché si possa avere un quadro chiaro dell’impatto che le politiche hanno sulla vita dei poveri, delle minoranze, e dei cittadini di altri Paesi.

E per assolvere a questo  compito è necessario lo studio delle materie    umanistiche.

Certo. Le scuole, le università devono assegnare un posto di rilievo nel programma di studio alle materie umanistiche, letterarie e artistiche, non tagliarle come sta succedendo in molti Paesi a tutti i livelli, dalle elementari all’ università. Per fortuna ci sono delle controtendenze, i più importanti formatori di dirigenti d’azienda hanno capito che l’innovazione richiede intelligenze flessibili, aperte e creative. La letteratura e le arti stimolano queste facoltà.

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Informazioni su Jàdawin di Atheia

Nato a Milano nel 1954
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