L’Unità d’Italia e il fenomeno del Brigantaggio. Limiti e possibilità dell’ipotesi federalista


Dal sito Blogstoria http://www.blogstoria.it 18 Ottobre 2010 dc:

L’Unità d’Italia e il fenomeno del Brigantaggio. Limiti e possibilità dell’ipotesi federalista

di Claudia Covelli

Il Risorgimento italiano è l’argomento storico che, come è prevedibile in questo biennio di celebrazioni, domina sui quotidiani. In concomitanza con la travagliata questione dell’opzione federalista che riemerge – e si risommerge – nella scena politica italiana, il dibattito sull’Unità d’Italia si sta spostando sempre più sull’analisi della possibilità di un’opzione federalista fin dalle origini dello Stato Italiano.

Dopo aver affrontato il tema dell’identità e aver privilegiato un approccio legato alla storia culturale del paese, si sono intensificati gli interventi sugli aspetti politico-istituzionali della nascita dello stato italiano. Il dibattito sulla mancata realizzazione dell’ipotesi federale si è concentrato domenica 17 ottobre sull’aspetto più sanguinoso dell’Unità nazionale: la conquista del sud-Italia e il correlato fenomeno del brigantaggio.

Occasione l’uscita, quasi contemporanea, di tre volumi: uno di ricerca storiografica, Guardie e ladri. L’Unità d’Italia e la lotta al brigantaggio di Massimo Lunardelli (Blu Edizioni,p. 228 , 14 euro, compralo su Amazon.it a 8,82 euro), l’ultima opera di interesse storico di Arrigo Petacco, O Roma o morte. 1861-1870: la tormentata conquista dell’Unità d’Italia (Mondadori, p.160, 19 euro, compralo su Amazon.it a 13,30 euro) e il romanzo storico di Giancarlo De Cataldo, I traditori, (Einaudi, p. 584, 21 euro, compralo su Amazon.it a 13,23 euro).

Del volume di Lunardelli parla Massimo Novelli su “La repubblica” del 17 ottobre nell’articolo, Dispacci da una guerra sporca:

Massimo Lunardelli fa riemergere i verbali delle lettere, dei telegrammi e delle informazioni che gli ufficiali degli oltre centomila militari impiegati nella repressione inviarono ai loro superiori.

Fonte principale del volume sono i documenti conservati presso l’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’esercito. Ne emerge il quadro di una “guerra sporca”, violenta e sanguinosa:

contrassegnata da eccidi efferati, fucilazioni e massacri effettuati da tutte e due le parti, fu la nostra Vandea, il nostro Vietnam.

Immagine non nuova di quella che fu la campagna nel meridione d’Italia, quella suffragata dal volume di Lunardelli con metodo  storiografio e grazie all’analisi rigorosa dei documenti. Un’episodio importante di questa, il massacro di Bronte, fu messo in scena nel 1972 nel film (spesso dimenticato, nonostante la riedizione del 2001) di Florestano Vancini, con la sceneggiatura di Leonardo Sciascia, N. Badalucco e F. Carpi e ispirato alla novella di Giovanni verga, Libertà, Bronte. Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato.

Giancarlo De Cataldo firma l’articolo correlato pubblicato sempre su “La repubblica”, Quei terroni barbari da “abbruciare vivi”. L’articolo si apre con una citazione di Carlo Nievo, fratello del più celebre Ippolito, estratta da una lettera che scrive al padre nell’inverno del 1860:

Tolta la dolcezza del clima e le bellezze naturali, questi paesi sono orrendi in tutto e per tutto: gli abitanti sono gli esseri più sudici che io abbia mai visto; fiacchi, stupidi e per di più con un dialetto che muove a nausea tanto è sdolcinato.

Ne segue un’altra dello stesso Nievo: «Dal Tronto a qui ove sono, io farei abbrucciare vivi tutti gli abitanti; che razza di briganti!».

In luce dunque tutta la retorica razzista e aggressiva dei “conquistatori” piemontesi che si tradusse presto in azioni punitive come quelle di Bronte e in una politica orientata a soffocare nel sangue il fenomeno del brigantaggio. Una pagina della storia nazionale già riportata alla luce negli anni’70 (il film di Vancini è del ’72), in anni di profonda critica nei confronti del mito nazionale, ma anche di altrettanto radicata spinta ideologica il cui tema centrale era il racconto della storia di  soprusi e violenze subiti dalle classi subalterne e in primo luogo quello della mancata distribuzione di terra ai contadini (l’argomento lo ritroviamo in almeno altri due celebri pellicole del decennio dalla forte connotazione storica: Novecento di Bertolucci del 1976 e L’albero degli zoccoli di Olmi del 1978).

La critica di Giancarlo de Cataldo nei confronti del Risorgimento e che emerge nell’intervista di Guido Caldiron pubblicata su “Liberazione” del 16 ottobre per presentare il nuovo libro dello scrittore, L’epica del Risorgimento è nelle sue contraddizioni trova infatti ispirazione nei grandi nomi della cultura della sinistra italiana:

L’idea che il Risorgimento sia stato “tradito” caratterizza un filone nobile del pensiero italiano, da Salvemini a Gramsci

La violenza, sottolinea De Cataldo, fu uno degli elementi connaturati all’impresa risorgimentale chee la rende un fenomeno complesso e contraddittorio di cui però l’autore salva, senza remore, il valore nazionale

[…] il Risorgimento fu soprattutto una lotta di liberazione nazionale, fatta da un popolo che non sopportava più di essere governato dallo straniero e dai suoi alleati italiani.

Un approccio che rivela, dietro alla forzatura anacronistica dell’idea di “lotta di liberazione nazionale” (come è possibile compiere una lotta di liberazione “nazionale” quando lo Stato-nazione italiano non esiste ancora? Quale idea di nazione esiste nel 1860? Difficilmente un’idea capace di mobilitare il “popolo”) la volontà di salvaguardare il Risorgimento come mito originario dell’identità nazionale.

“La Padania” e “Il Giorno” del 17 ottobre dedicano invece spazio al volume di Arrigo Petacco, la prima con un’intervista all’autore di Roberto Brusadelli , Solo Cavour avrebbe vinto il centralismo, il secondo con la pubblicazione di una parte del primo capitolo del libro di Petacco, Quel Risorgimento incompiuto.

Incompiuta e non tradita è secondo Petacco l’impresa Risorgimentale, ma il problema resta quello del meridione. Su “Il Giorno” Petacco riporta una lettera del 2 agosto 1861 di Massimo d’Azeglio all’allora ministro Carlo Matteucci:

Caro amico, la questione di tenerci Napoli o di non tenercela mi pare dovrebbe dipendere più di tutto dai napoletani, a meno che non si voglia, per comodo di circostanze, ripudiare quei principi che abbiamo fin qui proclamati. Sinora siamo andati avanti dicendo che i Governi non eletti dai popoli erano illegittimi e da Napoli abbiamo cacciato il vecchio Sovrano per stabilirvi un governo legittimo col consenso universale…

Torna l’ipotesi plebiscitaria in cui l’opzione di appartenere allo Stato italiano sarebbe rimasta aperta per quei territori che erano stati parte del Regno delle due Sicilie e che, se realizzata, avrebbe portato il nascente Stato italiano ad avere una struttura federalista .

Non stupisce che questo tema venga ripreso con forza da Roberto Brusadelli su “la Padania”:

Petacco, lei fa riferimento subito nelle prime pagine al progetto cavouriano di federalismo, di decentramento che avrebbe modificato sostanzialmente la storia politico-amministrativa del Paese. Pensa che se il Conte fosse rimasto in vita, quel disegno di riorganizzazione sarebbe andato in porto?

Senz’altro. Cavour era l’unico uomo politico dotato del carisma e dell’autorevolezza necessari per portare a termine questa grande riforma. Morto lui, la burocrazia e tutto l’apparato di potere del vecchio Regno sabaudo ebbero buon gioco nell’affossarlo, oerseguendo nel loro progetto che prevedeva puramente e semplicemente di “piemontesizzare” l’Italia.

Un altro esperimento di storia controfattuale finalizzata a sottolineare come l’ipotesi federalista fosse concreta al momento della realizzazione dell’Unità nazionale. Quanto questo abbia reale fondamento storico e quanto invece rappresenti la proiezione dell’aspirazioni attuali rimane un nodo interessante per il dibattito storiografico.

Chiudiamo con la citazione dell’articolo di Tommy Cappellini su “Il Giornale” del 16 ottobre, Quando l’Italia baciò tutti per «risorgere» libera e unita, dedicato alla mostra “Vittorio Emanuele II. Il re galantuomo” in corso al Palazzo Reale di Torino e al Castello di Racconigi fino al 13 marzo prossimo. L’esposizione dal 2 ottobre esporrà Il Bacio di Hayez accanto a Odalisca dello stesso autore:

Due quadri che, letti simbolicamente, sono un po’ il riassunto del Risorgimento: il «bacio»tra la donna in blu (l’Italia) e il giovane in rosso (la Francia) è allegoria di un’alleanza che fu un passo importante sul cammino della nostra Unità nazionale, mentre l’Odalisca richiama subito alla mente l’osservazione dantesca sull’Italia «non donna di provincia ma bordello». Questo «trittico» si chiuderebbe idealmente, […] con la visita a La meditazione […].

Ma Il bacio è certo, fra i tre, il quadro più amato dal popolo, che lo interpretò come la raffigurazione del volontario che saluta la propria donna per andare a combattere. E furono giusto i volontari a fare il successo della Seconda guerra di indipendenza.

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Informazioni su Jàdawin di Atheia

Nato a Milano nel 1954
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