La trappola del relativismo culturale


dal blog di Sestante

Da L’Ateo n.ro 5/2010 (71)

La trappola del relativismo culturale

di Debora Picchi

Mi propongo qui di affrontare l’insidioso tema dell’intercultura visto in una prospettiva di genere e allo stesso tempo di considerare la questione della laicità con uno sguardo trans-culturale al fine di scoprire la trappola insita nel concetto di “relativismo culturale”. Ma prima di cominciare quest’analisi sento di dover chiarire alcuni punti nodali che a mio parere sono spesso motivo di confusione, approssimazione o addirittura di atteggiamenti e pratiche dannose.

Innanzitutto, noto che molto spesso nel riferirsi a persone che provengono da paesi altri, prima ancora di considerarne l’identità nazionale o linguistica – aspetti che parrebbero fra i più significativi almeno al primo impatto – si decide di catalogarli sommariamente secondo un credo religioso; ciò accade soprattutto quando questo credo sia diverso da quello dominante nella nostra società. Se si parla di un paese prevalentemente musulmano (perché in esso la religione è religione di Stato o perché si tratta d’un paese con governo teocratico), tutti gli appartenenti a quel gruppo nazionale sono automaticamente identificati come musulmani (ed osservanti!) e dunque appartenenti a quella precisa comunità religiosa, senza che sia mai neanche contemplato che qualcuno di loro possa essere ateo, agnostico, non osservante, laico, afferente a qualche minoranza religiosa o altro. Tutti sono dunque schiacciati sotto un’identità religiosa che viene assegnata indipendentemente dal fatto che nella cosiddetta “comunità” vi siano sicuramente delle differenze e che queste differenze potrebbero costituire per ciascun individuo un elemento identitario più forte di quello che gli è stato arbitrariamente attribuito: penso ad esempio a possibili differenze etniche interne al gruppo, ma anche a distinzioni religiose all’interno di una stessa confessione, a differenze linguistiche e dialettali, a differenze di colore della pelle, di genere, di orientamento sessuale, di livello di istruzione, di posizioni politiche e così via …

Per l’attività che svolgo, mi capita di avere un certo numero di amiche afghane e resto sempre stupita ogniqualvolta, trovandomi a cena in compagnia di amici e conoscenti qui in Italia, i commensali italiani respingono senza esitazione l’ipotesi di portare in tavola vino e carne di maiale poiché si dà per certo che le ospiti afghane siano necessariamente musulmane e per giunta osservanti. Ciò è tanto più curioso dal momento che non solo sono ben note le mie decise posizioni laiche, per cui difficilmente si spiegherebbero queste intense frequentazioni con persone tanto devote, ma è pure cosa nota che le organizzazioni afghane di cui le mie ospiti fanno parte sono dichiaratamente laiche e che anzi fanno della laicità un punto fondante della loro lotta politica. Ma evidentemente lo stereotipo vince sulla logica!

Si tende dunque – dicevo – ad inchiodare gli “altri” ad una religione, la religione dominante nel paese di provenienza, presupponendo che il senso di appartenenza di ognuno debba avere a che fare più con la fede che con qualsiasi altro aspetto della persona. Questa stessa grossolana deduzione viene proposta sia da chi intende denigrare gli stranieri (e dunque utilizzerà certe classificazioni in base alla religione in senso sprezzante e razzista), sia da molti di coloro che si vogliono mostrare ben disposti ad accogliere le differenze che la società multi-culturale ci presenta. Questi ultimi cercheranno probabilmente di argomentare che la diversità religiosa è una ricchezza e che il confronto fra religioni è un’opportunità di scambio e di crescita per tutti.

Ma se da una parte ci prodighiamo nel- l’esaltare il valore della pluralità e delle differenze, dall’altra affoghiamo migliaia di stranieri e straniere presenti in Italia e in Europa, e provenienti dai più svariati paesi del mondo, in un unico mare confuso: “la comunità islamica”. Non vi è scampo; vi si appartiene per nascita. E il paradosso sta nel fatto che chi vi appartiene, o meglio è costretto ad appartenervi, vive in uno Stato laico – almeno formalmente – ma è condannato di fatto a sottostare alle regole di una comunità di stampo confessionale.

Una classificazione simile viene fatta quando si identifica una vasta area del pianeta come un unico grande granitico blocco culturale riferendosi a una generica “cultura islamica” (ancora una volta seguendo una nomenclatura basata sulla fede). Vengono dunque percepite come appartenenti alla stessa “cultura” società variegate e lontane fra loro che vanno dal Marocco all’Egitto, dalla Somalia all’Iran, dall’Afghanistan al Pakistan e così via verso oriente: paesi non solo geograficamente distanti, che addirittura si estendono in continenti diversi, ma anche con storie e lingue diverse, tanto per citare alcuni aspetti. È probabile, infatti, che un algerino abbia in comune con un pakistano quanto un brasiliano con un finlandese eppure i primi due vengono continuamente risospinti dallo stereotipo verso un unico antro profondo e confuso, quel “mondo musulmano” – con tutto ciò che di ombroso e funesto questa etichetta riecheggia – una potente costruzione mentale che, come ben sappiamo, ha conosciuto un enorme successo dopo i fatti dell’11 settembre. Risulta quasi impensabile, invece, seguire un’analoga classificazione e immaginare il brasiliano e il finlandese come frutto della medesima “cultura cristiana”.

Lo stesso atteggiamento sbrigativo con cui vengono assegnate fedi d’ufficio e negate differenze fra persone all’interno della propria comunità nazionale o addirittura fra persone provenienti da paesi diversi, è spesso all’origine di quell’insistito e insidioso equivoco per cui “intercultura ” assume il senso di “interreligione”. E allora ecco inviti istituzionali ai più svariati e discutibili capi religiosi, seminari sulle fedi, incontri e dibattiti pubblici con esponenti di varie confessioni, programmi televisivi in cui chierici sono chiamati a discutere su qualsiasi tema, letture comparate di testi sacri, uscite in edicola delle storie di profeti, santi e quant’altro. L’aspetto preoccupante – per non dire tragico – di tutto ciò è che mentre molti progressisti, o presunti tali, accolgono con favore e spesso promuovono generosamente questa deriva religiosa in nome di un imbarazzante concetto di tolleranza, le destre integraliste di varia matrice avanzano, occupando sempre di più gli spazi pubblici. È sorprendente rilevare la riluttanza, o peggio l’ostinato rifiuto, di gran parte di coloro che si dichiarano “di sinistra” a difendere i principi laici e gli spazi pubblici, soprattutto quando si tratta di affrontare questioni che riguardano le “altre culture”, siano esse rappresentate dalle comunità straniere presenti sul nostro territorio o da realtà sociali in altri Paesi; quasi come se un senso di colpa o di pudore verso il “mondo non occidentale” inducesse a rinunciare alla difesa della laicità per cedere il passo ad una multi-religiosità più rassicurante e in apparenza meno problematica, goffamente spacciata come stimolante occasione di confronto e di esercizio democratico di rispetto reciproco.

Ciò che m’interessa qui mettere in luce è la trappola che si cela dietro l’accettazione acritica delle cosiddette “culture” e le pericolose conseguenze che tutto ciò produce, in primo luogo sulla vita delle donne. Il pensiero che prende il nome di “relativismo culturale” fa del rispetto delle “altre culture” il punto cardine del rapporto fra quella che viene chiamata “civiltà occidentale” e le “civiltà non occidentali”. Questo punto di vista riconosce a tutte le culture la stessa dignità, validità e legittimità mettendo da parte qualsiasi critica o giudizio di merito. Quello che sembra un approccio illuminato, democratico e progressista non tiene conto, però, della problematicità del termine “cultura”. Bisognerebbe, infatti, pensare le “culture” non come immobili colossi al di fuori del tempo, cristallizzati in un’atroce fissità e insensibili ai cambiamenti interni e alle contaminazioni esterne, bensì come prodotto di vivi e vivaci consorzi di donne e uomini costantemente in movimento e in trasformazione, esattamente come noi percepiamo la nostra “cultura” e la nostra società (ammesso che questa contrapposizione loro/noi abbia un qualche senso). Se si accetta quest’idea, si dovrà anche riconoscere che quando parliamo di “cultura” – spesso con una certa superficialità – il più delle volte ci riferiamo a qualcosa che potrebbe essere definito più precisamente “cultura dominante”. Questa ottica ci permette di squarciare la coltre dello stereotipo e di vedere le società nella loro complessità e dinamicità, segnate da differenze, contraddizioni e conflitti interni spesso anche molto accesi. In tal caso potremo vedere anche che tutti i sistemi sociali e culturali, seppur diversi fra loro, sono ugualmente governati da molteplici rapporti di potere sbilanciati sotto diversi aspetti, non ultimo quello di genere.

Le “culture dominanti” per loro natura mirano al mantenimento di un sistema di potere che permette loro di essere quello che sono – ossia egemoni, appunto – e a tal fine fanno uso di tutti gli strumenti a loro disposizione. Come ben sappiamo, proprio le religioni, con tutto il loro bagaglio di tradizioni, rituali e credenze che permeano molteplici aspetti della vita sociale, sono fra i più potenti mezzi di controllo. In questo sistema di potere fortemente squilibrato, basato su rapporti gerarchici e caratterizzato inevitabilmente da una volontà conservatrice, nella nostra società come nelle altre, la dominazione maschile si afferma attraverso il controllo delle donne. Infatti, com’è ovvio, al fine di esercitare un ruolo dominante, è condizione necessaria che ci sia una controparte dominata. Il controllo e l’oppressione delle donne nelle varie parti del mondo passa per le forme più fantasiose e bislacche, ancorché tragiche, che, tanto per citare alcuni degli aspetti più vistosi, vanno dalle lapidazioni per adulterio allo strenuo tentativo di negare il diritto all’aborto, dalla ingegnosa legge 40 italiana sulla fecondazione assistita alle mutilazioni genitali femminili, dai delitti d’onore alle normative sull’abbigliamento femminile che, a seconda dei casi, prevedono veli di varie fogge più o meno coprenti; tutto questo senza contare i più bizzarri divieti nei confronti delle donne che capi e capetti religiosi – spesso auto-nominati – s’inventano, in una perenne gara di creatività: il divieto di guidare la macchina, di lavorare, di fare sport, di indossare scarpe con i tacchi, di andare in bicicletta, di frequentare la scuola, di portare lo smalto alle unghie, di pretendere un’eredità, di decidere di adottare metodi anticoncezionali e molto altro ancora.

La doppia alleanza di ferro fra chiese e patriarcato adduce motivi etici, culturali e religiosi per giustificare una politica di segregazione, discriminazione e violenza, spesso legalizzata, ai danni di bambine, di ragazze e di donne nelle più diverse e lontane parti del mondo. Si tratta di una politica trans-culturale, appunto, che non conosce confini, attuata sistematicamente a livello sociale e non di rado regolamentata a livello giuridico. Il comune denominatore è però sempre la limitazione dell’autodeterminazione femminile, percepita come minaccia all’ordine e alle gerarchie stabilite. Per contenere questa minaccia e conservare l’ordine non vi è migliore sostegno degli integralismi religiosi, che negano qualsiasi spinta al cambiamento e all’autodeterminazione da parte delle donne e calpestano i loro diritti civili ed umani in nome di tradizioni antiche e inconfutabili testi sacri. D’altra parte, però, è curioso constatare che la mancata difesa dei valori laici è spesso una deficienza proprio di coloro che sostengono di difendere i diritti e combattere l’oppressione. Si crea quindi una divergenza fra l’enunciazione teorica – che difende principi democratici – e le scelte politiche concrete che danno credito a posizioni e pratiche integraliste: il doppio binario è fatale, poiché rende impossibile l’elaborazione di un progetto politico coerente e davvero “illuminato”.

Per “garantire i diritti” delle frange islamiche integraliste presenti in Gran Bretagna, il governo laburista ha sancito il diritto di istituire su tutto il territorio nazionale, tribunali islamici che regolino le contese fra i membri delle comunità. Le corti d’ispirazione coranica – già in funzione dal 2008 in diverse città inglesi quali Londra, Birmingham, Manchester e Bradford, e dirette dallo sceicco Siddiqi – sono preposte a dirimere questioni di divorzio, di eredità, di violenza all’interno della famiglia e le sentenze che ne vengono emesse hanno la stessa validità giuridica di quelle emesse da un tribunale ordinario del Regno. E non vedo contraddizione nel fatto che l’arcivescovo di Canterbury, massima autorità ecclesiastica della chiesa anglicana, abbia accolto con favore l’introduzione della sharia nel paese, ritenendo che essa rappresenti un fondamentale “elemento di coesione” all’interno della comunità islamica. In un’intervista alla BBC, l’arcivescovo Williams ha dichiarato: “C’è spazio per una mediazione costruttiva con certi aspetti della legge musulmana, così come già accade con altri aspetti della legge [britannica!] di ispirazione religiosa”.

Ma che l’arcivescovo sostenga certe aberrazioni rientra in una strategia ben precisa di cui ho già parlato. Non stupiscono, infatti, i frequenti sodalizi che s’intrecciano fra esponenti di diverse confessioni, che non devono mai essere confusi con un sano interesse al pluralismo! Spesso questi signori si promuovono e si appoggiano gli uni con gli altri poiché sancire il potere di un’autorità religiosa equivale a legittimare e consolidare anche il proprio potere e la propria autorità religiosa. Stupisce di più, invece, che buona parte della sinistra inglese abbia aderito a questa sbandata della ragione in nome dell’integrazione, della democrazia e della libertà religiosa, ignorando ciecamente le ripercussioni gravissime sulla garanzia e la tutela dei diritti delle donne. Tuttavia, mentre gli integralismi guadagnano terreno facendosi l’occhiolino fra di loro e le sinistre sonnecchiano (ma talvolta non escluderei una silente malafede!), le donne rispondono agli attacchi con coerenza e determinazione: “One law for all” (Una legge per tutti) è la campagna lanciata dalle donne iraniane e kurde residenti in Gran Bretagna che si battono per il principio d’uguaglianza davanti alla legge indipendentemente dal sesso, dalla razza e dalla fede. Esse denunciano la pericolosità dell’arbitrio basato sulla religione e il fatto che, se già è inaccettabile la presenza nel paese di decine di corti islamiche informali, ancora più drammatico diventa che i tribunali coranici siano riconosciuti dallo Stato. In questo modo s’incoraggia l’estremismo e si istituzionalizza la discriminazione delle donne: fra le sentenze significative in questo senso, emesse dalle corti religiose, vi sono quelle che condannano il marito violento ad una serie di sedute di “terapia” presso alcuni capi religiosi e altre che stabiliscono che il figlio maschio debba ereditare il doppio di quanto spetti alla figlia femmina. Le donne kurde e iraniane sottolineano, peraltro, il beffardo paradosso che le vede sfuggire alla feroce ingiustizia di genere attuata nel paese d’origine per trovare le stesse condizioni discriminanti riproposte nella progressista Europa. Allo stesso tempo il gruppo WAF, che sta per Women Against Fundamentalism (Donne contro il fondamentalismo) riunisce donne londinesi di varia origine preoccupate dall’insorgere dei fondamentalismi di tutte le confessioni in Gran Bretagna.

Schierate apertamente contro l’assegnazione dei finanziamenti pubblici di enti locali e nazionali alle istituzioni religiose, le WAF osservano con crescente apprensione il pericoloso rafforzarsi del potere dei leader religiosi a svantaggio delle donne e la sempre più frequente intesa delle istituzioni con i capi fondamentalisti, che mette tragicamente sotto silenzio le voci dissidenti all’interno delle stesse comunità. Women Living Under Muslim Laws (Donne che vivono sotto le leggi islamiche) è invece un network attivo in molti paesi del mondo, nei quali le donne sono soggette alle più svariate restrizioni imposte da leggi e costumi che si vogliono derivate dall’islam. La rete mira a rafforzare le lotte individuali e collettive delle donne contro i fondamentalismi, per i diritti e l’equità di genere in un’ottica di solidarietà internazionale. La Revolutionary Association of Women of Afghanistan (Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan) rappresenta un vivido esempio di lotta per la laicità e per i diritti nel cuore del fondamentalismo più cupo. Dichiaratamente anti-fondamentalista, RAWA si batte da trent’anni per la separazione fra potere politico e religioso, convinta che la laicità sia l’unica possibile via di riscatto delle donne afghane e di costruzione di un vero processo di democrazia in Afghanistan.

Per mancanza di spazio ho potuto citare solo alcuni esempi dei numerosi movimenti di donne nel mondo impegnate per i diritti e contro l’ingiustizia e che hanno individuato nella contrapposizione integralismo/laicità il punto nevralgico dell’intera questione. Minacciate dai poteri forti delle comunità d’appartenenza, queste donne sono messe a tacere o atrocemente ignorate proprio da chi dovrebbe garantire loro sostegno e solidarietà e che invece si fa pavidamente da parte per non interferire nelle culture altrui. Credo sia un atto di coerenza e onestà ammettere che dichiararsi rispettosi di certe “culture” significa farsi complice di un crimine di proporzioni planetarie che è perpetrato quotidianamente e da sempre nei confronti di bambine, di ragazze e di donne in quanto tali. Chi per timore o per ignavia o per calcolo politico, in nome della tolleranza e del relativismo culturale si astiene dal rivendicare un principio laico che valga indistintamente per tutti e per tutte dovrebbe riflettere sul fatto che, in tal modo, sta giustificando e legittimando discriminazioni e violazioni di ogni sorta. Penso sia, non solo un approccio sensato, ma anche una precisa responsabilità politica trovare il coraggio di condannare a viso aperto atteggiamenti e pratiche antidemocratiche indipendentemente dal contesto culturale e sociale in cui vengono attuate, senza timore di opporsi a chi, appellandosi alle tradizioni, alle culture e alle religioni, nega l’uguaglianza, compie abusi e viola diritti.

(Dal Convegno “Per un’etica pubblica laica”, sessione: “Scienza, ricerca, formazione, intercultura”, Firenze 7-8 febbraio 2009).

Debora Picchi, fiorentina, è insegnante di lettere (precaria). Femminista e attivista a favore dei diritti civili e dei diritti di genere, è impegnata nel movimento delle donne di Firenze “Libere Tutte” ed è fra le socie fondatrici del CISDA (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane) che da anni sostiene le organizzazioni femminili laiche e democratiche in Afghanistan.

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Informazioni su Jàdawin di Atheia

Nato a Milano nel 1954
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Una risposta a La trappola del relativismo culturale

  1. Pierluigi ha detto:

    C’è proprio una sottile mistificazione nel concetto di pluralismo culturale. Non solo non si citano, e non è casuale, coloro che non professano alcuna religione, ma si intende il pluralismo come una lottizzazione fra fedi diverse, a cui si dà poi il diritto di uniformare a loro stesse coloro che vi appartengono. Si pretendono ore di religione distinte, giurisdizioni apposite e così via. Stupisce come la laica Inghilterra sia caduta in questa concezione che falsa lo Stato di diritto, concependo giurisdizioni diverse per gli islamici. Con questa filosofia una donna islamica, forse contro la sua volontà, potrebbe pretendere di essere visitata solo da un medico donna e non dal medico uomo in servizio in quel momento, intralciando seriamente la pianificazione dell’organizzazione medica. E la cosa più grave è che in nome di questo maldestro pluralismo si svendono le lotte delle donne discriminate di cui in occidente si parla tanto. Come si possono convincere coloro che esercitano pratiche barbare come l’infibulazione a desistere, se poi si legittima ogni pratica nel nome del pluralismo o della tolleranza?

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