Gettiti e parole…


In e-mail il 12 Febbraio 2010 dc:

Gettiti e parole…

Tagliare le tasse? A chi e perché?

Un Paese di “tartassati” ed “evasori

Non esistendo sistemi fiscali “perfetti” (un po’ come le leggi elettorali), un sistema fiscale, generalmente, può essere:

più “efficace” che giusto

o più “giusto” che efficace.

Il dramma del nostro sistema fiscale, invece, è che esso non è:

a- né efficace (stante l’enorme “buco nero” dell’evasione fiscale che ha consentito crescere negli anni)

b- né giusto (stante la grave discriminazione dei lavoratori dipendenti e dei pensionati rispetto ai lavoratori autonomi: i primi tartassati con pesanti prelievi alla fonte, i secondi liberi di auto-denunciare a piacimento il proprio reddito!).

Segno evidente del marcato “disequilibrio” del nostro sistema fiscale è che:

a- mentre sulle spalle di lavoratori dipendenti e pensionati grava gran parte del “carico fiscale” pendente sugli Italiani (da soli, queste categorie garantiscono ben l’“82%” dell’intero gettito Irpef!)

b- i lavoratori autonomi sono in grado di difendersi dall’elevata pressione fiscale:

“evadendo” le tasse (essendo il loro “reddito effettivo” difficilmente accertabile)

“eludendo” le imposte (ad esempio, scaricando l’Iva anche su beni ad uso personale)

e “dividendo le fonti di reddito” tra i componenti della famiglia (di modo che, pur a parità di reddito complessivo, il livello di reddito di ogni componente familiare si mantenga più basso di quello effettivo e rientri in scaglioni Irpef inferiori!).

IL “TAX FREEDOM DAY”

Del taglio delle tasse si discute oramai da anni, per lo meno dal 1994 (con lo slogan “meno tasse per tutti” è avvenuta la scesa in campo di Silvio Berlusconi).

Salve qualche intervento settoriale e sporadico (come la cancellazione dell’ICI sulla prima casa), però, di risultati concreti non se n’è visto l’ombra!

L’imposizione fiscale in Italia continua ad essere tra le più alte d’Europa (se non del mondo!).

In Italia quest’anno il “tax freedom day” (ossia il giorno dell’anno a partire dal quale i lavoratori, al netto delle tasse dovute allo Stato, iniziano a guadagnare fino alla fine dell’anno solo per se stessi) si è ulteriormente spostato in avanti: dal 22 al 23 giugno!

Ogni contribuente italiano, in pratica, nel corso del 2010 dovrà devolvere all’erario un’equivalente in media pari a tutto ciò che intascherà col suo lavoro dall’1 gennaio fino al 23 giugno!

Un esempio di quanto il fisco sia vorace?

Nella dichiarazione dei redditi quando si raggiunge la soglia dei 28.000 euro scatta automaticamente l’aliquota del 38%: ciò vuol dire che una famiglia media italiana (con un reddito poco superiore ai 2.000 euro mensili, oggigiorno appena sufficiente per vivere se si è in affitto, si ha un mutuo da pagare o si hanno più figli a carico) deve restituire quasi il 40% del proprio reddito allo Stato!

Per fare qualche utile comparazione:

in Francia un contribuente dichiarante 55 mila euro di reddito paga solo “3 mila euro” di tasse sul reddito (mentre in Italia lo stesso sarebbe tenuto a pagare ben “16 mila euro”!)

mentre in Germania i redditi fino a 52 mila euro scontano un’aliquota del solo “15%”, contro un’aliquota del 42% per i redditi superiori (in Italia, invece, entro lo stesso livello di reddito l’aliquota Irpef varia dal 23 fino al “38%”!).

BERLUSCONI (LA PROMESSA): “DUE SOLE ALIQUOTE IRPEF PER GLI ITALIANI!”

“Riforma fiscale? Si parta dalla riduzione a due delle aliquote Irpef!”.

Questo il progetto al quale starebbe lavorando il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ed il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti.

La novità principale altro non è che la riedizione (per la terza volta) della proposta con cui lo stesso Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si era presentato agli elettori già 15 anni fa: la riduzione delle aliquote Irpef a due sole (del 23% per i redditi inferiori a 100 mila euro e del 33% per i redditi superiori).

IL SISTEMA DELL’IRPEF VIGENTE IN ITALIA:

In Italia l’Irpef (l’imposta sul reddito delle persone fisiche) si articola:

in “cinque scaglioni” di reddito

ad ognuno dei quali corrisponde una propria “aliquota imponibile” (progressiva all’aumentare del reddito).

Più in dettaglio:

I- per i redditi compresi tra 0 e 15 mila euro l’aliquota Irpef è pari al 23%

II- per quelli tra 15 e 28 mila euro al 27%

III- per quelli tra 28 a 55 mila euro al 38%

IV- per quelli tra 55 a 75 mila euro al 41%

V- e per quelli oltre i 75 mila euro al 43%.

Sui redditi più bassi, inoltre, grazie ad un complesso sistema di “deduzioni” dal reddito e di “detrazioni” dall’imposta, l’incidenza effettiva media dell’Irpef risulta pari:

per i redditi fino a 8 mila euro, all’1,6%

e per quelli compresi tra 8 e 15 mila euro, al 9%.

Che l’Irpef rappresenti l’“imposta perno” del nostro sistema fiscale, infine, lo dimostra il suo enorme gettito, pari:

a 163,4 miliardi di euro (contro i soli 43 dell’Ires e 38 dell’Irap)

ad oltre i 2/3 dell’intero gettito delle imposte dirette

e a ben 1/3 delle intere entrate tributarie dello Stato (pari a 471 miliardi di euro).

COSA CAMBIEREBBE CON LA RIFORMA DELL’IRPEF ANNUNCIATA?

Se la riforma prospettata dal Premier entrasse in vigore, il sistema dell’Irpef si articolerebbe in due soli scaglioni di reddito con aliquote fiscali notevolmente ridotte rispetto alle attuali:

I- per i redditi tra 0 e 100 mila euro l’aliquota risulterebbe del 23%

II- mentre per i redditi oltre i 100 mila euro si ridurrebbe a solo il 33%!

CHI BENEFICEREBBE DELLA RIFORMA?

Un simile disegno riformatore risulterebbe premiante soprattutto per i ceti sociali più alti.

Più in dettaglio:

per le fasce sociali basse (dichiaranti fino a 15 mila euro) il beneficio fiscale sarebbe “nullo”: in sostanza, i soggetti più deboli (come pensionati e lavoratori percepenti meno di 1.000 euro al mese) non riceverebbero “1 solo euro” di riduzione fiscale!

per le fasce sociali medio-basse (dichiaranti dai 15 ai 28 mila euro) cambierebbe ben poco, beneficiando di una minima riduzione dell’aliquota (dal 27% al 23%)

per le fasce sociali medio-alte (dichiaranti dai 28 ai 75 mila euro) lo “sconto fiscale” risulterebbe già “sostanziale” (beneficiando di una riduzione dell’aliquota dal 38% al 23%)

mentre le fasce sociali alte (ossia dichiaranti oltre i 75 mila euro) risulterebbero paradossalmente essere quelle in assoluto più premiate, beneficiando di una riduzione dell’aliquota dal 43% al 33% (di 10 punti percentuali netti!).

Secondo l’ufficio studi della Cgia di Mestre (“Associazione artigiani e piccole imprese”):

a fronte di una riduzione del carico fiscale di “520 euro” annui per una coppia con un figlio a carico e con un reddito di 21.500 euro       ciascuno

coloro che intascano più di 40 mila euro vedrebbero ridurre il loro carico fiscale di “2.320 euro”

mentre coloro dichiarati oltre 100 mila euro disporrebbero di ben “14.170 euro” di sconto fiscale!

ECCO PERCHE’ L’ANNUNCIATA RIFORMA DELL’IRPEF RISULTEREBBE “CLASSISTA”, “INIQUA”, “INSOSTENIBILE” E “POPULISTA”!

I-UNA RIFORMA “CLASSISTA”!

A seguito dell’approvazione di una riforma del genere, a regime:

mentre chi dichiarerà 100 mila euro di reddito annuo beneficerà di ben “14 mila euro” di sconto fiscale

la maggioranza dei pensionati e dei lavoratori (dichiaranti non più di 15 mila euro) non beneficerà di “1 solo euro” di taglio dell’Irpef!

A dimostrazione del fatto che in pochi (anzi “pochissimi”) beneficerebbero della riforma in oggetto basti considerare il fatto che:

mentre il 50,9% dei contribuenti (oltre 21 milioni) dichiara meno di 28 mila euro annui

e il 93,2% dei contribuenti dichiara meno di 40 mila euro

solo il 6, 8% dichiarano più di 40 mila euro

solo l’1% (pari a 400 mila contribuenti) dichiarano più di 100 mila euro (contribuendo solo per il 17% all’intero ammontare del gettito Irpef)

e solo lo 0,5% (pari a 150 mila contribuenti) dichiarano oltre 150 mila euro!

Questi dati, da soli, evidenziano il carattere “classista” di una riforma che sarebbe soltanto un’“offesa alla dignità” di chi lavora ed un “regalo” inatteso per grossi professionisti, ricchi ereditieri e speculatori economico-finanziari!

Qual è, dunque, l’“interesse generale” che giustifica una riforma “costosissima” ed a beneficio di una minoranza “risicatissima”???

II- UNA RIFORMA “INIQUA”!

Secondo l’art. 53 co.2 della Costituzione “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Progressività dell’imposizione fiscale significa che:

a- chi guadagna di più, per un principio di “equità sociale”, deve pagare più tasse (non in proporzione ma “in progressione” al proprio reddito)

b- mentre chi guadagna di meno è tenuto a contribuire di meno alla finanza pubblica.

La riforma fiscale in discussione, invece, va esattamente nella direzione opposta!

Se si considera che il 99,5% dei contribuenti italiani dichiara redditi inferiori a 100 mila euro (per cui l’aliquota del 33% si applicherebbe soltanto ad una ristrettissima minoranza di contribuenti), tale riforma comporterebbe, di fatto, l’introduzione di un’“unica aliquota” del 23% su tutti i redditi: il pensionato o l’operaio pagherebbero allo Stato (in proporzione al proprio reddito) le stesse tasse dovute da un imprenditore, un medico, un commercialista, un avvocato o un libero professionista!

III- UNA RIFORMA “INSOSTENIBILE”!

Alle considerazioni sull’“impatto sociale” della prospettata riforma vanno aggiunte quelle sul suo “impatto economico”.

Come coniugare, infatti:

la notevole diminuzione del gettito provocata dalla riduzione degli scaglioni e delle aliquote Irpef (intorno ai 20 miliardi di euro)

con la tenuta dei conti pubblici dell’Italia (il terzo paese più indebitato al mondo, pur non essendo la terza economia al mondo)?

Quale sarebbe il vero prezzo (in termini di tagli alla spesa sociale e/o di aumenti della fiscalità generale, ossia di “macelleria sociale”) che gli Italiani sarebbero tenuti a pagare???

IV- UNA RIFORMA “POPULISTA”!

Un ultimo interrogativo lo pone la tempistica degli annunci del Governo:

il 9 novembre 2009 il Premier ha pubblicamente manifestato il suo proposito di riduzione delle aliquote Irpef

appena quattro giorni dopo, però, ha parzialmente smentito se stesso dichiarando: “l’attuale situazione di crisi  non consente alcuna riduzione delle imposte”.

L’impressione, allora, è che si tratti dell’ennesima “boutade berlusconiana”!

Un ulteriore fatto, tra l’altro, ci impone di esser scettici:

lo scorso ottobre 2009 il Cavaliere si era impegnato (davanti all’assemblea di Confcommercio) per una riduzione dell’Irap nella Finanziaria 2010

poco dopo, però, il Parlamento, ha piuttosto concesso libertà alle Regioni di aumentare ulteriormente l’Irap in caso di deficit sanitario eccessivo

e poche settimane dopo, infine, lo stesso Cavaliere, dimenticandosi della promessa fatta, ha trasformare la riforma dell’Irpef nella priorità dell’azione di Governo.

Quale la ratio di questa politica dei “continui proclami”?

Verrebbe voglia, al proposito, di richiamare alla mente una notoria citazione del sen. Giulio Andreotti: “A pensar male si sbaglia… ma a volte ci s’azzecca!”.

UNA PROPOSTA ALTERNATIVA DI RIFORMA DELL’IRPEF E DEL SISTEMA FISCALE:

Una riduzione dell’Irpef, sia pur necessaria (specie in una fase di generale impoverimento delle classi sociali medie, di perdita di potere d’acquisto delle famiglie e di crollo dei consumi), non può che avvenire:

nel rispetto del principio di “progressività dell’imposta”

e nel quadro di una lotta senza campo contro l’evasione fiscale.

Stante le limitate risorse finanziarie di cui dispone attualmente lo Stato:

se è improponibile una “riduzione generalizzata” delle imposte per tutti

è, di contro, auspicabile una rimodulazione del carico fiscale su lavoratori, pensionati e famiglie in modo da alleviare il carico fiscale specificatamente:

a- sui percettori di “redditi minori”

b- e sulle “famiglie numerose” (l’introduzione del quoziente familiare, benché richieda uno notevole sforzo riformatore, dovrebbe divenire il principale obiettivo di qualsiasi riforma fiscale).

Sarebbe allora opportuna una progressiva RIDUZIONE:

a- DEGLI SCAGLIONI DI REDDITO (portandoli da 5 a 4)

b- DELLE ALIQUOTE IRPEF.

Un nuovo possibile schema impositivo dell’Irpef, così, potrebbe essere il seguente:

I- fino a 20 mila euro di reddito, riduzione dell’aliquota Irpef al 15%

II- fino a 40 mila euro, riduzione dell’aliquota al 25%

III- fino a 60 mila euro, riduzione del’aliquota al 35%

IV- oltre gli 80 mila euro, riduzione dell’aliquota al 40%.

Una riduzione così sostanziale del gettito Irpef, ovviamente, sarebbe sostenibile solo riequilibrando il sistema fiscale nel suo complesso.

A tal fine sarebbe auspicabile:

a- l’INTRODUZIONE DI UNA “TASSA PATRIMONIALE” SUI GRANDI PATRIMONI (ossia, di valore stimato superiore a “1 milione di euro”): una sorta di “imposta di solidarietà sociale” che garantirebbe un nuovo gettito fiscale in grado di compensare, almeno in parte, la riduzione del gettito Irpef e di incentivare le fasce sociali più ricche a spendere i propri redditi piuttosto che accumularli parassitariamente.

I-                    l’AUMENTO DELLA TASSAZIONE SULLE “RENDITE FINANZIARIE”.

In Italia l’aliquota sulle rendite finanziarie è del 12,5%. Ciò significa che:

mentre chi lavora paga l’Irpef dal 23 al 43%

mentre chi fa impresa paga fino al 50% di tasse

mentre chi consuma paga l’Iva dal 4 fino al 20%

chi dispone semplicemente di rendite finanziarie (dunque guadagna sul capitale investito) paga solo il 12,5% di tasse!

Ragioni di “equità fiscale”, dunque, impongono di portare la tassazione delle rendite ad un livello più adeguato, comparabile con quello europeo: sarebbe auspicabile il raddoppio dell’imposta dal 12,5 al 25%.

II-                  l’AUMENTO DELL’IVA SUI “BENI DI LUSSO”.

E’ auspicabile spostare progressivamente l’imposizione fiscale sempre più dal reddito ai consumi, sulla base della constatazione che la capacità di consumo (salvo che per i beni primari) cresce all’aumentare del reddito: l’imposta sui consumi di beni “di lusso”, dunque, è l’imposta progressiva per eccellenza!

In Italia l’aliquota Iva varia dal 4% (per beni primari come il pane e la pasta) al 20% (per beni come i profumi): sarebbe opportuno portare al 25% l’aliquota Iva sui beni di lusso (come auto di grossa cilindrata, barche di grosse dimensioni, ville, piscine…).

III-                e la REINTRODUZIONE DELL’ICI SULLA PRIMA CASA PER I REDDITI PIU’ ALTI, ossia:

a- per i proprietari di case con redditi personali superiori ai 60 mila euro annui

b- e per i proprietari di abitazioni con un valore stimato superiore ai 500 mila euro.

Gaspare Serra

Blog “SPAZIO LIBERO!”:

http://spaziolibero.blogattivo.com

Gruppo “PER UN FISCO PIU’ EQUO E SOLIDALE… (Tolleranza zero contro l’evasione!)”:

http://www.facebook.com/group.php?gid=304648003215&ref=mf

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Informazioni su Jàdawin di Atheia

Nato a Milano nel 1954
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3 risposte a Gettiti e parole…

  1. democrazia turnaria (l'unica vera democrazia) ha detto:

    “Gli ultra ricchi, le famiglie padrone degli stati, non evadono le tasse, le riscuotono.
    Stato e fisco sono roba loro, non nostra. Lo stato non siamo noi, lo stato è contro di noi.
    Non capisco la follia di coloro che, pur rendendosi conto che lo stato è un privatissimo strumento di depredazione in mano a famiglie di scadenti potentati, vogliono conferire a questo stato-strumento più poteri, più funzioni, più tasse, più soldi, così favorendo ancor più le famiglie padrone e nemiche, contro gli interessi della propria famiglia. E’ come darsi la zappa sui piedi” ( Filippo Matteucci )

    PERCHE’ NON AUMENTARE LA TASSAZIONE SULLE RENDITE FINANZIARIE

    Consideriamo la seguente ipotesi. Ho 10.000 euro di sudati risparmi, ci compro un BOT che mi rende il 4% annuo lordo, ovvero 400 euro. L’inflazione, cioè la perdita di valore, di potere d’acquisto dei miei risparmi causata dall’aumento dei prezzi, è anch’essa del 4% all’anno. Quindi i miei risparmi si svalutano di 400 euro ogni anno. Calcoliamo:
    400 euro di rendimento meno 400 euro d’inflazione uguale 0.
    L’inflazione è una tassa, anzi, è il più pesante e subdolo tributo che lo stato ci impone, quindi il mio rendimento di 400 euro mi è già stato tutto mangiato dall’inflation tax.
    Ma non basta: su tutti i 400 euro di rendimento lordo nominale devo pagare allo stato anche l’imposta sostitutiva, oggi del 12,5%, proprio quell’imposta che vogliono ora quasi raddoppiare portandola al 20%. Calcolandola ancora al 12,5% è: 400*12,5/100= 50 euro.
    Quindi, partendo dai 10.000 euro di risparmi iniziali e considerando il loro reale potere d’acquisto:
    400 euro di rendimento – 400 euro d’inflation tax – 50 euro di imposta sostitutiva = – (meno!) 50 euro.
    La mia inaudita “rendita” finanziaria da ricco speculatore è negativa, ci ho rimesso 50 euro regalando ben 450 euro allo stato.
    Ma tutti sappiamo che l’inflazione reale è ben superiore al 4% ufficiale, siamo in realtà oltre il 10% annuo. Divertitevi voi a conteggiare la mia inaudita rendita calcolando l’inflazione reale…

    Non sono stato chiaro? Allora consideriamo questa seconda ipotesi.
    Dieci anni fa, nel 1998, con 150.000 euro ci compravo un bell’appartamento semicentrale. Non l’ho comprato e ho investito in BOT e fondi a basso rischio. Coi rendimenti ottenuti (al netto dell’imposta sostitutiva pagata su di essi) in dieci anni sono arrivato a 200.000 euro. Oggi ho bisogno di comprarmi un appartamento: guardo il mercato degli immobili e vedo che con i miei 200.000 euro ci compro sì e no un bilocale in periferia.
    Domando: passando, grazie ai rendimenti nominali, in dieci anni, dai 150.000 euro del 1998 ai 200.000 euro di oggi, mi sono arricchito o mi sono impoverito?
    I 50.000 euro di rendita netta decennale mi hanno compensato della svalutazione dei miei risparmi causata dall’inflation tax? Ovviamente NO.
    Per comprare quel bell’appartamento semicentrale che nel 1998 mi costava tutti i miei 150.000 euro oggi mi occorrono 300.000 euro (che non ho).
    Facendo due conti:
    150.000 euro di costo nel 1998 (e di risparmi iniziali) + 50.000 euro di rendita netta decennale – 300.000 euro di costo attuale = – (meno!) 100.000 euro.
    Oltre all’imposta sostitutiva pagata nel decennio, ho regalato altri 100.000 euro di inflation tax allo stato, e mi sono drasticamente impoverito.

    Devo pagare ulteriori tasse?

    Volete raddoppiarmi la tassazione sulla mia favolosa rendita finanziaria?

    Secondo il sondaggio di Altroconsumo, pubblicato su http://www.soldi.it, alla domanda: “Sei d’accordo sul fatto che si tassino di più le rendite finanziarie per ridurre le tasse in busta paga?” la risposta è stata: 60% NO, 40% SI.
    La grande maggioranza dei lavoratori italiani NON VUOLE l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, cioè sui propri risparmi. Aumentare la tassazione sulle rendite è quindi un autogol, un suicidio politico-elettorale del centrosinistra.
    E allora mi chiedo: ma perché lo fanno?
    Visto che sono tutt’altro che autolesionisti, mi viene da pensare: che stiano obbedendo a ordini “superiori”? A quali potenti burattinai stanno obbedendo? A quali poteri forti fa così tanto comodo raddoppiare le tasse sui risparmi dei lavoratori? E’ interessante notare che troviamo politici statalisti, rossi, bianchi o neri, che vogliono tartassare i risparmiatori, trasversalmente in tutti gli schieramenti politici ad eccezione dell’area liberista. Sappiamo che in Italia le famiglie padrone hanno l’abitudine di tenere loro uomini sia a destra che a sinistra: qualunque schieramento politico vinca, vincono sempre loro. Berlusconi era l’eccezione, e, almeno finora, grazie alla sua ricchezza e al suo impero commerciale, si è potuto permettere di essere un po’ più indipendente dai soliti poteri forti: guarda caso è stato l’unico ad opporsi con decisione all’aumento della tassazione sui risparmi, anche contro i suoi alleati. Berlusconi potrà piacere o non piacere, ma questi sono i fatti.
    E allora invito quei parlamentari del centrosinistra dotati di buon senso e d’indipendenza a evitare il concretizzarsi di questa follia suicida, a impegnarsi per bloccare l’aumento della tassazione sugli inflazionatissimi risparmi degli Italiani.
    Sempre se vogliono essere rieletti: i risparmiatori hanno una memoria da elefante.
    Una brevissima analisi dei ceti produttivi e parassitari chiarirà meglio la situazione.

    Ci sono lavoratori veri, nel senso che lavorano e producono ricchezza, e sono i dipendenti del settore privato, gli autonomi, i piccoli e medi imprenditori.
    Poi ci sono i lavoratori solo di nome, quelli i cui stipendi sono in realtà rendite, compensi per i voti portati, per il consenso dato, per la connivenza a traffici di ogni tipo. Costoro non producono niente, vivono sulle spalle dei contribuenti, dei ceti produttivi, rompendo per giunta l’anima a questi ultimi con quelle ottuse vessazioni burocratiche e legislative, che sono la vera rovina del nostro sistema economico.
    Il bello è che le famiglie padrone del regime socializzano i costi del consenso, cioè li fanno pagare a noi. Si pagano il consenso dei loro servi parassiti coi soldi di noi contribuenti.
    E hanno pure la faccia, costoro che vivono sulle nostre spalle, loro che hanno lauti stipendi costituenti vere e proprie rendute perché ciò che fanno non serve a nulla, di chiamare “rendite” finanziarie i rendimenti degli inflazionatissimi risparmi dei lavoratori! E di volerli ulteriormente tartassare!
    Il cittadino si merita ciò che permette agli altri di fargli.

  2. Jadawin di Atheia ha detto:

    All’autore del commento “Una risposta”: grazie per il commento, già ricevuto in una delle mie e-mail, è interessante e merita una lettura più attenta di quanto ho fato finora (sono l’autore del blog Jàdawin di Atheia). Un solo appunto: perché non ti sei firmato? Bastava anche uno pseudonimo….

    Ciao
    Jàdawin di Atheia

  3. Jàdawin di Atheia ha detto:

    Mi correggo: “Una risposta” evidentemente compare sempre quando c’è un solo commento a un articolo. Che fantasia questi di WordPress!

    Jàdawin di Atheia

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