“Io se fossi dio” di Giorgio Gaber


8 aprile 2009 dc: dal gruppo di Yahoo Progetto Laico un articolo interessante su Giorgio Gaber

Io se fossi dio

di Carlo Ristori

L’autore immagina di avere la possibilità di giudicare le cose del mondo con lo sguardo distaccato, perché se non lo può fare lui che è sempre stato critico e distante dalle regole sociali imperative …

La prima cosa che noterebbe questo occhio “teorico” è l’atteggiamento tipico dell’italiano medio o normale, quello che di norma viene chiamato “piccolo borghese” e del quale anche Monicelli e Sordi ci hanno dato un’interpretazione magistrale.

Il nostro uomo si deve analizzare con attenzione perché si muove quasi sempre “sotto traccia” e, se riesce in qualche modo ad essere perverso, lo fa in modo sfuggente e sempre di nascosto perché il suo credo fondamentale è: “passare inosservato”.

L’autore immagina di avere la possibilità di giudicare le cose del mondo con lo sguardo distaccato, perché se non lo può fare lui che è sempre stato critico e distante dalle regole sociali imperative …

La prima cosa che noterebbe questo occhio “teorico” è l’atteggiamento tipico dell’italiano medio o normale, quello che di norma viene chiamato “piccolo borghese” e del quale anche Monicelli e Sordi ci hanno dato un’interpretazione magistrale.

Il nostro uomo si deve analizzare con attenzione, perché si muove quasi sempre “sotto traccia” e se riesce in qualche modo ad essere perverso lo fa in modo sfuggente e sempre di nascosto perché il suo credo fondamentale è: “passare inosservato”.

Inoltre nei tempi antichi non si era avuto quell’appiattimento tipico del mondo attuale, il grande ancora imperava sul piccolo.

Ma a questo punto l’autore deve interrompere i suoi pensieri per avvertire che si sente un po’ a disagio nella parte che si è scelto, perché l’estraneità è difficilmente raggiungibile da chi (come lui) in quegli anni aveva vissuto e partecipato con passione, forse degna di miglior causa, alle alterne vicende politico-sociali.

Chiusa la parentesi, mi sembra che uno dei difetti maggiori degli italiani sia il loro “manicheismo comportamentale”.

E’ molto raro l’uomo che affronti la vita con interezza, la normalità è che invece ci sia una dicotomia netta fra coloro che si appoggiano al solo sentimento: i sentimentaloni tuttocuore o, al contrario, chi si serve soltanto della ragione. Iper-razionali o super-illuministi. Quindi in pochi riescono a comprendere che occorre guardare alle cose del mondo con un certo distacco, per non esserne completamente avvolti e travolti, ma servendosi altresì di tutto il nostro io, perché la complessità di quanto ci circonda lo esige.

Ed è, infatti, in grado di capire meglio chi si immerge nella realtà con il gusto di provare ad amare, ed anche soffrire, piuttosto che chi si ritira in una specie di “turris eburnea” dalla quale, come un dio, guardare soltanto quanto accade. Certo è che ce ne sono pochi di uomini così, ma serve a poco piangere sulla natura umana, nella quale i molti difetti si contrappongono alla poche virtù: è così ed amen.

Nulla, del pari, è servito l’avvento del cristianesimo, anzi, ha peggiorato la situazione, creando alibi “in quantità industriale” a chi, furbescamente, era disposto ad accaparrarseli.

Costui poteva tranquillamente “fregarsene” del prossimo, soprattutto di quello più vicino, perché tanto l’ottimo amore *teorico* che sentiva per il resto del mondo, gli avrebbe garantito la salvezza eterna: egli “prova a buon mercato” la sua voluta compassione. Per fare un esempio posso citare quello che ho letto oggi (29 gennaio 2009 dc) dal Corriere della sera quale “domanda” a Sergio Romano.

A questo punto è bene che l’autore precisi di non sentirsi coinvolto in questo “gran casino” che è rappresentato dal mondo piccolo borghese. Non pensa di poter arrivare mai a diventare una rotella di quell’ingranaggio sociale del tipo “usa e getta”. Ma se, purtroppo, un giorno avvertisse una simile possibilità, avrebbe (essendo consapevole) sempre la possibilità di un gesto finale! Ma se ci si pensa meglio, non è facile trovare qualcosa di veramente importante per cui vivere o, anche, morire e nella storia non sono stati molti i personaggi che siano riusciti a lasciare la scena in modo degno. Mentre tanti (penso) saranno stati quelli che almeno hanno voluto provarci e non sono riusciti per viltà o altre “virtù” proprie od altrui (in quest’ultimo caso mi viene in mente, chissà perché, Beppino Englaro.

Chiusa la parentesi, un po’ troppo lunga per la verità, occorre parlare della richiesta di “legge ed ordine” che, secondo i telegiornali, si eleva dal popolo italiano. Intellettuali, militari, preti, madri di famiglia, studenti e soprattutto dipietristi, si associano ai fascisti nell’aderire alla sgomento di “tutti”. Anche l’autore avrebbe voglia di dare bastonate “a destra e a manca” senza preoccuparsi di tante sottigliezze, pronto a giustificare la violenza con illustri esempi del passato e del presente, ma quasi subito questo impulso demagogico riesce a farselo passare, perché si dice, ma chi credi di essere per imporre i tuoi “valori” a questo e quello?

Ciascuno altrimenti potrebbe giustificare ogni cosa e, nel segno del rigore, farsi paladino del rigorismo tanto caro ai, secondo me, delinquenti peggiori (vedi la chiesa cattolica apostolica romana ed altri, secondo i propri gusti). Però a tutto non si può “passar sopra” e quando si vedono o si sentono nefandezze di ogni tipo, pare giusto, almeno, esprimere un giudizio, seppure distaccato: “Sarebbe stato bello se in quegli anni i brigatisti, invece di sparare nel mucchio, avessero colpito quella gente che avrebbe avuto tutto il “diritto” di essere “sparata”!

Una categoria che meriterebbe di essere “presa di mira” forse sarebbe quella dei giornalisti, persone molto capaci nel *chiaro-scuro”. Nel senso di illuminare solo quello che si vuole colà dove si puote e nascondere il resto. E il lettore/telespettaore altro non deve dimandare.

Ogni riferimento a fatti che accadono “oggi” è puramente casuale.

Questi lavoratori, che fanno parte della “classe intellettuale”, si guardano bene dall’usare l’intelletto e si limitano a scribacchiare, navigando nel piccolo cabotaggio, tipico dei tempi. La prima pagina serve ad es. a sfruttare i peggiori sentimenti: pietismo, immagini ufficiali, retorica, compassione come alibi, così contribuendo alla disinformazione del “popolo-bue”. Si può comprendere che non si può fare a meno della stampa, ma se non si potesse sperare in una qualità migliore, forse, con tutto il rispetto dovuto alla democrazia, sarebbe bene spedire i nostri giornalisti in cassa integrazione perpetua.

Accanto ai giornalisti, sul banco degli imputati, è indispensabile far sedere tutta la gente di partito, perché il modo come intendono la politica questi signori è tale da farli sembrare degli imbroglioni, anziché dei reggitori della cosa pubblica. Simili personaggi, che partecipavano, ma continuano ancora, allo scempio degli interessi collettivi, secondo l’autore, hanno enormi difetti e, se pur ciascuno possiede il suo specifico, si può quasi fotografare l’archetipo del “mestierante della parola”, sempre meno teso alla ricerca del giusto e del vero e più propenso invece a rincoglionire la gente, per renderla sempre più simile a se stesso.

Al posto del mestierante negli ultimi anni si è sostituito il dilettante della politica (che, secondo me, è molto peggio).

Il politico è un uomo che non si preoccupa di altro se non della sua immagine che, ad intervalli sempre meno regolari, verifica attraverso le “preferenze” strappate all’ignaro popolino. Egli parla certo dei problemi del mondo, ma non li ha mai vissuti: non si preoccupa mai se quel che fa servirà a qualcosa, l’importante è che gli esca bene dalla bocca (nel senso di credibile) ciò che dice, così da dare l’impressione del vero.

Il vizio è talmente connaturato all’uomo di parte che anche quei pochi che vorrebbero fare altrimenti, dopo un po’ si adeguano, invischiati dal comportamento di amici e compagni. Esempi particolari se ne possono trovare quanti se ne vuole, in quegli anni bastava guardare in faccia un qualunque funzionario del P.C.I. per accorgersi di quanto fossero privi di spessore personale e come l’espressione “intelligenza vivace” proprio non li riguardasse. Oggi questa situazione vale per tutti, perché ormai i “peones” sono solo marionette manovrate dal padrone.

Un altro caso tipico, secondo Gaber, era il “compagno” Marco Pannella. Poi però a voce mi disse che non la pensava più così. (Nota mia: sarebbe interessante sapere come la pensava a quel punto…)

Non si capisce come sia riuscito a farsi chiamare compagno, ma, visto il significato odierno che questa parola ha assunto, va bene anche per Pannella, come per qualsiasi altro individuo!

Il Nostro è “qualunquista” come nessun altro: sfrutta ogni argomento se pensa che porterà adesioni al suo … senza mai domandarsi quali interessi serva quel suo atteggiamento. Il compito di questo politico, che possiede notevoli capacità istrioniche, è molto facilitato dalla stupidità della gente e dall’incertezza dei nostri tempi, ove si può applaudire tutto (insieme al suo contrario).

Occuparsi di ogni cosa è facile per costui, basta interessarsi alle cose poco importanti, limitandosi a campagne pubblicitarie sui grandi princìpi che, più sono eclatanti, meno servono a spostare qualcosa. Ad es. l’arma dei referendum è usata dallo stesso solo per far parlare di sé i media, perché tanto poi …

Anche i compagni socialisti non sono da meno quanto ad improvvisazione, opportunismo, trasformismo, ambiguità. Essi usano lo “slogan” del progresso per restare ben fermi e solo grazie alla dilagante stupidità degli elettori riescono a far passare per nuovi discorsi che già avevano sentito i nostri nonni e che già allora servivano a puntellare quella società! E Giorgio non aveva ancora conosciuto quelli che ora sono nel Partito della libertà “obbligatoria”.

Se poi, proprio a me fosse comandato di dare un giudizio globale, credo che già si sia capito quale sarebbe, ma, a costo di ripetermi, confermo che mi sembra davvero giunta l’ora di un totale rinnovamento di uomini e idee e fra questi “parassiti” nessuno potrebbe, a giudizio di dio, risultare innocente.

Chi ascolta la canzone potrebbe chiedere: “Perché Giorgio si interessa solo ad una parte della società italia, che è certamente brutta e schifosa, ma non la sola?” Ma l’autore risponde che non ha nessuna intenzione di nascondere il suo disgusto per chi uccide o si uccide, ad es. con la droga e che, se potesse veramente maledire qualcuno, i brigatisti sarebbero i primi, ma d’altra parte il fenomeno terrorismo rappresenta/va qualcosa di veramente oscuro ed è difficile per un artista, in massimo grado per Gaber che ha bisogno di parlare soprattutto di Maria, esprimersi su qualcosa che pensa di non conoscere bene.

Invece è molto più facile parlare di cose che conosce (Maria, appunto), perché lui è nato con lei e per lei ha sperato, combattuto, sofferto, criticato, approvato o è rimasto deluso: in altre parole, ha vissuto. Dei brigatisti, al contrario, ha solo capito che la loro strategia “rivoluzionaria” è servita solo a togliere ogni legame di classe, per unire tutti nell’interclassismo sciocco della lacrima facile per i giustiziati di turno. Per costoro vorrebbe aggiungere che in effetti e purtroppo è quasi certo che abbiano influito sul modo di pensare di tutti, nel senso di rendere vano ogni tentativo di rivolta personale contro le ingiustizie e storture.

Se un intellettuale può comprendere qualcosa di più, arriva molto probabilmente a concludere che gli spari e i rapimenti, gli omicidi e la gente ferita non possono essere solo frutto, come sembrano, di pazzia, e possono invece favorire il disegno di …

Ma, come detto in precedenza, di fronte alle B.R. siamo in una situazione di potenzialità intuitiva solo parziale e quindi la reazione complessiva e finale non può che essere di sgomento.

Ma questo sentimento non deve servire come alibi per ciò che si capisce per intiero ed il fatto, ad esempio, che la strategia delle BR abbia comportato l’uccisione di Aldo Moro non ci deve indurre al “pietismo” e quindi ad un falso giudizio su quel “martire”. Va invece detto e ripetuto che la tragica morte non può servire a nasconderne l’opera da vivo. Egli, insieme alla D.C. tutta, porta la piena responsabilità dello sfacelo che ha condotto l’Italia per mano verso l’abisso economico: ad esempio un debito pubblico che non aveva l’eguale in nessun Paese avanzato al mondo.

(Nota attualei: poi è arrivato Berlusconi e la nuova strategia vaticana e le cose, per certi aspetti, vanno ancora peggio.)

Bisogna avere il coraggio anche di essere denunciati per violazione dell’ex codice Rocco, ormai entrato a far parte della legislazione penale della Repubblica democratica, ma si deve dire chiaramente quello che si pensa a proposito della D.C. e dei suoi capi, morti o vivi che siano. Ma se ci si pensa meglio ogni speculazione con distacco è abbastanza oziosa, perché si può giudicare bene, in politica, solo partecipando anche emotivamente e fisicamente mentre chi si mette dietro una lastra di vetro non riceve l’immagine della realtà.

Se quindi, come ha fatto lui, si sceglie o si accetta di giudicare da fuori, tutto ciò comporta anche la premeditata rinuncia ad un impegno sociale diretto. La ricerca dovrà indirizzarsi all’analisi della coscienza personale per sperare di poter incidere in qualche modo (individuo per individuo) sull’intiero contesto della vita associata. L’occhio critico dell’artista non riesce però ad essere sicuro dei risultati di simili sforzi contro gli atti e gli uomini politici imperanti, ma di una cosa è sicuro: questo “sfogo” contro quelle facce orrende lo lascia a chi vorrà trarne giovamento.

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Informazioni su Jàdawin di Atheia

Nato a Milano nel 1954
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