Sant’Obama?


Sant’Obama?

L’articolo, uscito sulla rivista Internazionale a firma di Noam Chomsky sulla squadra che Barak Obama ha appena nominato, non fa che rafforzare la mia convinzione, sul fatto che tutta l’euforia dovuta alla sua vittoria, sia frutto, se non proprio di una ingenua illusione, di una speranza mal riposta.

Gioire della sconfitta della cricca neocon dei Bush, dei McCain è legittimo, ma credere che l’elezione del neo presidente sia un rinnovamento di portata storica mi sembra non più che una previsione fantasiosa. Non voglio essere più realista del re. Ma pensare che la massima potenza mondiale con diffusi interessi strategici e con le più grandi multinazionali si trasformi all’improvviso in un agnellino o in un fervente propugnatore di pace mi sembra davvero infondato. È vero che gli errori di Bush hanno portato gli USA a un’impasse notevole, tanto da mettere a repentaglio l’egemonia su molti Paesi del cosiddetto cortile di casa e da creare tensioni con la Russia e con la stessa comunità Europea. Ma appunto per questo i nodi della politica estera sono tanti. L’esercito USA è ancora in Iraq, da cui il neo presidente ha dichiarato di volersi ritirare, ed è ancora in Afghanistan, dove le cose non vanno ancora per il verso giusto. Anzi, dovrei dire che il problema è il plesso Afghanistan-Pakistan, perché le vicende di questi Stati sono intrinsecamente legate.  Per non parlare della incancrenita situazione mediorientale.

C’è poi la crisi economica e qui miracoli non se ne fanno. Si ricorrerà alle solite ricette keynesiane di aumentare la spesa pubblica per ridare ossigeno all’economia, al salvataggio delle banche o delle disastrate industrie dell’auto, ma il già grave deficit pubblico finirà per spuntare parecchie armi. Va poi considerato che i democratici statunitensi, con l’appoggio dei sindacati, si sono dimostrati storicamente molto più protezionisti dei repubblicani.

Qualche speranza la riponiamo sui temi della laicità: sblocco degli aiuti alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, abrogazione delle norme antiabortiste. Ed ora passo all’articolo di Chomsky.

Sestante

Noam Chomsky

La squadra di Obama


A parte la retorica del cambiamento, cosa possiamo aspettarci dal nuovo governo americano? La prima parola che tutti hanno usato per definire l’elezione di Barack Obama è stata storica”. E giustamente. Una famiglia nera alla Casa Bianca è un evento straordinario. Diversi studi dimostrano però che entrambi i partiti sono molto più a destra dei cittadini su molti temi fondamentali. Quando l’80 per cento degli americani pensa che lo stato sia amministrato da “pochi potenti che pensano ai loro interessi”, e il 94 per cento è convinto che il governo non tiene conto di quello che pensa la gente, forse nessuno dei due partiti riflette veramente l’opinione pubblica.

D’altra parte, un partito che esprimesse davvero la volontà popolare non potrebbe esistere in un paese dominato in modo così forte dal mondo degli affari. La campagna elettorale di Obama ha molto colpito gli esperti di pubbliche relazioni. L’obiettivo principale di quest’industria è assicurarsi che i consumatori si comportino in modo uniforme e compiano scelte irrazionali, sovvertendo tutte le teorie di marketing che sostengono il contrario. E l’industria delle pubbliche relazioni considera positivo che anche la democrazia si sia indebolita.

In ogni caso i contributi elettorali a Obama sono arrivati soprattutto dai grandi studi legali (che rappresentano anche le lobby) e dagli istituti finanziari. Il potere di questi istituti riflette il graduale passaggio dall’economia della produzione a quella della finanza. Questa trasformazione è cominciata con la liberalizzazione degli anni settanta, ed è una delle cause principali di quanto sta succedendo oggi: la crisi finanziaria, la recessione e le loro conseguenze sulla vita della maggior parte degli americani, il cui salario reale è fermo da trent’anni.

Se mettiamo da parte la retorica della speranza e del cambiamento, cosa possiamo realisticamente aspettarci da Obama? Le sue prime nomine mandano già un segnale forte. Il primo collaboratore che ha scelto è stato il vicepresidente Joe Biden, uno dei maggiori sostenitori dell’invasione dell’Iraq tra i democratici al senato, e un veterano dell’establishment. Subito dopo le elezioni Obama ha deciso di nominare capo del suo staff Rahm Emanuel, uno dei maggiori sostenitori dell’invasione dell’Iraq tra i democratici alla camera, e anche lui vecchia volpe di Washington. Secondo il Center for responsive politics – un’organizzazione non governativa che sorveglia i legami tra finanza e politica – la campagna elettorale di Emanuel è stata anche quella che ha preso più contributi da Wall street: “Nel 2008 è stato il deputato che ha ricevuto più finanziamenti dai fondi speculativi, dalle società di private equity e dal mondo della finanza in generale”.

Due veterani dell’amministrazione Clinton, Robert Rubin e Lawrence Summers, sono tra i personaggi di maggior spicco dell’équipe economica di Obama. Rubin e Summers erano entrambi grandi sostenitori della deregulation che è stata una delle cause principali della crisi attuale. “Mettere la politica economica nelle mani di Rubin e Summers”, sostiene Dean Baker, uno dei pochi economisti che avevano previsto la crisi, è “come chiedere aiuto a Osama bin Laden nella guerra al terrorismo”.

Adesso Rubin e Summers chiedono più regole per rimettere a posto il caos che hanno contribuito a creare. Molti giornali economici hanno parlato del Transition economic advisory board, che si è riunito il 7 novembre per decidere come affrontare la crisi finanziaria. Su Bloomberg News, Jonathan Weil scrive che “molti dei suoi membri dovrebbero spiegarci cosa è successo, non entrare a far parte della squadra di Obama. Per lo più sono stati fiduciari di società che hanno truccato i loro bilanci oppure hanno contribuito al collasso dell’economia mondiale o hanno fatto entrambe le cose”.

Il primo problema dell’amministrazione sarà quello di fermare la crisi finanziaria e la recessione. Ma c’è anche un altro problema: il famigerato e ineficiente sistema sanitario privato, che rischia di far scoppiare il bilancio federale. La maggior parte dei cittadini è favorevole da tempo a un sistema sanitario nazionale, che secondo molti studi dovrebbe essere meno costoso e più eficiente. Fino al 2004 la stampa diceva che qualsiasi intervento dello stato sul sistema sanitario era “politicamente impossibile” e che non aveva “alcun sostegno politico”: voleva dire che era contrastato dalle assicurazioni, dall’industria farmaceutica e dai poteri forti. Ma nel 2008 prima John Edwards e poi Obama e Hillary Clinton hanno fatto proposte vicine al sistema che i cittadini hanno sempre voluto. Oggi queste idee hanno un “sostegno politico”.

Cos’è cambiato? Non l’opinione pubblica, che la pensa sempre nello stesso modo. Nel 2008 alcuni potenti settori industriali hanno cominciato a rendersi conto di essere gravemente danneggiati dal sistema sanitario privato. Così la volontà popolare ha trovato anche un sostegno politico.

La strada da fare è lunga, ma questo cambiamento è emblematico dello stato disastroso della nostra democrazia in cui la nuova amministrazione si dovrà muovere.

Noam Chomsky insegna linguistica all’Mit di Boston. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Alla corte di re Artù. Il mito Kennedy (Eleuthera 2008).

Internazionale 772, 28 novembre 2008 dc • 17

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